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Cara Chiara,
mi dispiace tanto per gli insulti che hai raccolto sul web (anche se persino il più pacifico o insignificante di noi tutti, prima o poi, becca il suo troll: è una specie di legge, un logaritmo dell’idiozia digitale, e più sale la tua visibilità più cresce il numero dei potenziali dementi che verranno a insultarti), ma devo dirti che tentare Miss Italia per affermare una cosa pur bella anzi bellissima, come l’interezza della tua persona a dispetto dell’amputazione, non è esattamente una bella mossa. Perché, vedi, nessuna delle ragazze che concorrono a quella coroncina di strass (porta pure un gruzzoletto di contratti pubblicitari e un anno di ribalta, certamente, ma che valgono sempre di meno, nel mondo degli youtuber e dei blogger che possono diventare miliardari cominciando da uno smartphone)(ogni riferimento a Chiara Ferragni è intensamente voluto) è davvero intera. Ne manca sempre almeno un pezzettino, per accettare di sottoporsi a una delle pratiche storicamente più mortificanti: la misurazione della bellezza. Proprio, misurare quanto sei bella. Quanto sei più bella di un’altra. Quanto hai più o meno seno, quanto ti brillano gli occhi, o i denti, o i capelli. Quanto hai le anche rotonde, i malleoli puntuti, le cosce tornite. Non tu, tu nella tua interezza, ma tu in rapporto alla bionda, o alla mora, o alla rossa tua vicina di fila, anche lei col numerino appizzato alla tetta (e i bravi presentatori ti chiamano proprio così, “la 3”, “la 12”, “la 21”: come se non fossero donne, ma linee del bus).
Perché – vedi – la bellezza, quando tenti di misurarla, diventa un’altra cosa, una cosa meno bella. Certo, una volta si faceva proprio col metro (90-60-90 erano considerate le misure perfette, come uno stampo per ciambelle), ma non è che ora sia tanto diverso: semplicemente, si finge che facciano parte del pacchetto anche cose come giocare a pallavolo, studiare canto o recitare poesie.
Possiamo raccontarcela come vogliamo, che è questione di charme, che lo spirito è determinante, ma sempre la stessa cosa resta: una parata da foro boario, dove fingendo di valutare imprecisate doti intellettuali (ieri c’è stato una specie di interrogatorio che faceva sembrare gli Invalsi il test del Mensa), si continuava a misurare con quel metro lì. Quello delle ciambelle.
No, Chiara, tu sei bellissima intera. Lasciali perdere, i posti dove nessuna donna resta intera, misurata e numerata com’è, poverina.

ps: lamentatio di vecchia femminista che ha sempre considerato i “concorsi di bellezza” cose infinitamente stupide e un poco tristi, e continua a  crederlo intensamente.

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Lo so, è successo anche a me: guardando le foto del povero Alfie, io ci vedevo la faccia contratta di mia madre, persa dentro il suo coma di tre giorni, dopo i quali risorse come un cristo femmina, con le stesse devastazioni, per sparire, come cristo, subito dopo, lasciandoci sindoni stropicciate coi segni delle flebo. Ci vedevo mio padre e i tubicini che lo hanno tenuto in vita per qualche ora, nella guerra persa contro la Cid, che è una specie di ammutinamento del sangue, che esplode e allaga e scorre via dovunque.

Lo so, nessuno di noi è sereno, equanime e logico, davanti ad Alfie, a quella sua parvenza di vita, di calore, di presenza. Non potevo essere serena, equanime e logica, davanti a mia madre che era, assieme, così visibilmente spenta, eppure ancora accesa: la vita scorreva in lei nel modo misterioso dei sogni (degli incubi), coi segni esteriori del respiro, del calore. E io non avrei mai potuto dire: basta. Non davanti a lei, che ansimava nel letto, e sulla fronte le scorrevano cose, grinze, parole, segni che credevo di riconoscere. E le soffiavo in bocca sillabe, perché le riprendesse, e all’orecchio, perché le riconoscesse, mi riconoscesse, e lei sembrava sempre essere sul punto di farlo. Ma non lo faceva. Non lo fece per tre giorni, poi resuscitò da morte. Con la lingua incollata, gli occhi remoti, la parola inferma, ma lei era lì, ritornata.
Avremmo avuto poco più di due mesi per pentirci di avere messo quella firma, di averla fatta operare, consegnandole una resurrezione incompleta ed effimera e giorni di sofferenze peggiori della morte.

Oggi, non rimetterei mai quella firma. Oggi, firmerei perché nessuno facesse per me la stessa scelta: niente resurrezioni parziali e crudeli, grazie.

Ma mi rendo conto che vi sto raccontando di me e di mia madre, perché il punto è esattamente questo, nella storia di Alfie (o di Charlie, o di tutti gli altri che si troveranno sul bordo della morte, immensamente soli, come chiunque, eppure accompagnati da un mostruoso esercito di giudici, politici, medici, reverendi e utenti social, ciascuno con la sua verità feroce): nessuno esce dalla sua propria storia. Nessuno può sapere di un altro, che come me si sporgeva su un letto, a leggere segni, a scrutare la vita e i suoi modi, a opporsi con tutto se stesso all’idea che fosse invece la morte, e noi a non saperla leggere e smascherare.

Ho letto le violente risse tra chi voleva difendere la “vita” di Alfie, e chi diceva quello che era vero: era la morte, quella. Distesa lì, calda, morbida, ma con una sua parvenza di sonno, di divenire, di fiume, di futuro.

Hanno torto, hanno ragione tutti e due.

Ho torto io, che mi sporgo sul letto di mia madre, e la vedo viva, e solo sul punto di svegliarsi, e mi trovo a dare ragione alle santone delle zie, che dicono “capisce tutto”, perché sono avvezze all’impossibile e non trovano ragionevole la scienza, quando non lo ammette.
Ho ragione io, che so che quell’insieme di respiro, calore, presenza, persino quei sogni e quelle parole che le vedo scorrere addosso non sono, non sono più vita, eppure lo sono, e so che artiglierei al volto chiunque m’imponesse – lì, in quel momento, mentre combatto furiose battaglie con l’amore, la ragione, l’impossibile, il certo, il tragico, la follia, l’evidenza, la speranza, l’illusione – di staccare una spina.
Ho torto io, che so tutto e che non so niente. Ho ragione io, che so tutto e che non so niente.

Ps: infine, tutto questo per dirvi che non ha alcun senso “parteggiare”, in una vicenda come quella di Alfie. Ma forse ha senso discutere, e aiutare chi sta sul quel bordo a non farsi tutto il male possibile, ma un po’ meno: stringere la mano, viva, di chi stringe una mano che è già, quasi, forse, no m sì, sì ma no, non proprio, giammai, per sempre, mai più, assolutamente morta.

Caro Michele Serra,

leggendo la sua “Amaca”, rubrica che leggo spesso e apprezzo quasi sempre, del 20 aprile mi sono chiesta: ma qualcuno ha hackerato la firma di Serra? Un infiltrato di “Libero” ha scritto la rubrica in sua vece? Sono stati i sabotatori di YouTube che ora ci riprovano?
Perché, davvero, pur avendola letta diverse volte, anche al contrario – hai visto mai, fossero vere le leggende metropolitane – , e per non incorrere nell’accusa di “fraintendimento doloso” che subito è piovuta addosso a chi, come me, s’era sentito in grave imbarazzo, mi sono accorta che non c’era possibilità di fraintendimento. Era davvero una cosa imbarazzante.

Lei scrive che nel nostro Paese falsamente egualitario (e fin qui sono d’accordo), “c’è uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”.
Partiamo da qui. E’ vero e sarebbe assolutamente cretino negare che esistono grosse sperequazioni e divisioni verticali tra noi che viviamo in questo Paese (ma vale per tutto l’Occidente, e in misura ancora più devastante per il resto del mondo). Ma la divisione è anzitutto, e sempre più marcatamente, una: chi ha i soldi e chi non ce li ha. Cosa che, ahimé, non coincide più, o pochissimo, col sistema di “ceti” a cui Lei fa riferimento e che sembra più quello del libro “Cuore”.

Mio nonno lavorava nei boschi calabresi, era illetterato e non aveva potuto fare che poche classi delle elementari: ha studiato tutta la vita per affrancarsi da quella che, sosteneva, è la vera fabbrica di schiavitù e diseguaglianze: l’ignoranza. Mia madre è stata la prima laureata della famiglia (e di tutta la vallata del Gallico) e una delle sei iscritte donne alla facoltà di Medicina degli anni Cinquanta. Io ho potuto vivere bene, e laurearmi a mia volta, e poi fare la giornalista, ora in bassissima fortuna, da anni in solidarietà e, da ultimo, cassa integrazione. Mio figlio sta prendendo una laurea, ma dal panorama di oggi, qui, sembra che tutt’al più potrà fare il fattorino di Foodora, o l’operatore di call center, o al limite lo stagista gratis. Guadagnando probabilmente meno di quello che alla sua età guadagnava mio nonno. E non so bene dove collocare tutti questi personaggi, nella tassonomia sociale che lei adombra: popolo? Borghesia? Neoproletariato di ritorno?

La Sua acuta correlazione tra “comportamento” e “ceto” cosa significa esattamente? I i nuovi poveri laureati, che sono economicamente proletariato, devono avere modi da prima stagione di “Gomorra”? I loro figli, che magari non potranno laurearsi, o che si iscrivono a un professionale per tentare di lavorare subito, cosa sono, ri-popolo, bis-popolo, neo-popolo? E i nuovi ricchi, magari proprio i Savastano di “Gomorra” (sa, c’è un Savastano in ogni quartiere, qui al Sud), che mandano i figli al liceo classico e i capitali a risciacquarsi in Arno (e Po, e Tevere, e Reno, e Tamigi…), cosa sono, visto che non sono più popolo? E quando lei li vede, o vede i loro commercialisti, i loro avvocati distinti, li identifica esattamente da dove, dal “livello di padronanza di gesti e di parole”? Dal “rispetto delle regole”?

Che il populismo sia una forma di anestesia sociale, che sposta l’attenzione da quella divisione verticale che dicevamo ad altro, è ovvio ed evidente. Ma La informo – qualora non lo sapesse – che il legame tra “populismo” e “popolo” è ormai solo etimologico: il populismo è moneta corrente di quasi tutte le formazioni politiche più retrive che abbiamo sulla scena, e trasversalmente appartiene a tutti gli elettorati e i “ceti”. Il populismo meraviglioso di certa “borghesia” (sto usando le Sue categorie, dottor Serra, si tenga forte) è il nerbo di interi elettorati e partiti, oggi. E la sottocultura che lo alimenta e assieme se ne nutre è altrettanto trasversale, universale e infiltrante.

L’ignoranza, l’aggressività, la tracotanza che Lei menziona come caratteristiche del “popolo” buon, anzi cattivo, selvaggio ahinoi non appartengono ad alcun ceto specifico, perché sono – quelle sì – equamente distribuite nella nostra società, e allignano dovunque la politica, la scuola, le istituzioni abbiano reso le armi (salotti Ikea e case Iacp, “il mio living, la mia cucina” e le baracche, saloni e tinelli, monolocali firmati e casermoni occupati). E sono ancora più impressionanti, in certi contesti. Dove, magari, grazie ai soldi l’istruzione è garantita davvero, ed è ancora più facile l’accesso a una messe di conoscenze come mai si è avuto nella storia dell’uomo.

Poi, che ci sia una correlazione certa tra marginalità e reati penali, tra miseria e disposizione alla devianza, è tutto un altro concetto, per giunta ben noto. Ma la Sua pretesa di tracciare righe col righello, dividere per classi ottocentesche – di qua i Derossi, di là i Franti, un banchetto, ma piccolo, qui in mezzo per i Garrone, che meritano tanto, porelli, ma sempre quelli sono – e ignorare le divisioni drammatiche reali, e la potenza della sottocultura che infiltra e mescola tutto il nostro mondo, è indice di una rozzezza di approccio che davvero non mi aspettavo, da Lei.

Carceri e riformatori sono pieni più spesso di poveri, perché spesso i ricchi riescono a evitarli, e se scippi venti euro a una vecchietta è possibile che tu stia in carcere più di quanto ci sia stato un noto frodatore fiscale che ha scippato milioni a tutti noi. Poi magari lo stesso frodatore ha reti televisive che trasmettono a getto continuo spazzatura, proprio quella che riempie, satura l’ambiente, e rende sempre più facile che ragazzini che non sono né figli di Gomorra né figli d’un arciduca (sto usando sempre le Sue categorie) diventino quelle bestie ignoranti e aggressive che abbiamo visto nei filmini. Poi succede che distinti signori lancino cagnolini dal settimo piano, che mogli e madri esemplari picchino anziani indifesi o bambini dell’asilo, che insospettabili impiegati frodino lo Stato e noi tutti con raffinate forme di assenteismo, o furbettismo, o altre truffe sociali. Ohibò, ma che modi, di che ceto saranno….?

ps: nelle repliche delle repliche delle repliche molti tirano in ballo la sinistra e il fallimento della sua missione. Io credo che il fallimento sia doppio: nell’azione contro le diseguaglianze (che sono cresciute e si sono fatte ancora più estreme, qui e nel pianeta intero) e nel permettere (quando non attivamente colludere) che venisse disperso un preciso patrimonio di consapevolezza, di resistenza, di tensione alla conoscenza e rispetto per tutti i tentativi di abbattere le piramidi sociali con gli strumenti più nobili. In questo, forse, diciamo la stessa cosa, e una cosa diametralmente opposta. Ma per capire, anzi anche solo ammettere gli ossimori e le contraddizioni bisogna avere studiato. Come mio nonno.

ps due: nella replica   del dottor Serra è immancabile il passaggio sul “web che è un brutto posto, pieno di onanisti dell’odio, dove non verrei mai a rispondere” (manco fosse un istituto tecnico industriale). Altra generalizzazione imbarazzante e ingiusta (e poi sì, i 1500 caratteri, per noi che scriviamo di professione, e tanto più quelli bravi come Lei, sono una scusa irricevibile).

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Care sorelle,
non sapete con quanto gusto uso questa parola così vasta, tanto da comprendere le suore dei conventi (che si chiamano così), le combattenti laicissime di un’altra epoca (quando la “sorellanza” era un legame politico, anzitutto), le consanguinee vere ed elettive, nell’enorme illusione d’essere tutte imparentate, le donne, un unico ceppo di segno XX, la doppia incognita che ha sempre segnato la vita di chi è nata femmina su questo pianeta maschio.

Care sorelle, non posso fare a meno di riflettere sull’ultimo contrappello collettivo lanciato appena ieri. Quello delle cento francesi, di cui la più rappresentativa è Catherine Deneuve, non solo perché la più famosa, ma perché – anche – in qualche modo esemplare: bellissima ma anche molto brava, di quelle creature fantastiche ma il cui splendore non è soltanto un gioco di forme o di luci su lineamenti perfetti.

Ebbene, m’ha lasciata un po’ perplessa.
Perché vedete, mie adorate, se condivido senz’altro l’idea che un femminismo odiante e castrante sia una sciocchezza (oltre al fatto, ben noto, che se vai per castrare sarai castrato, anzi lo sei già, nel cervello, e questo credo non ci debba appartenere), e che i climi da caccia alle streghe (anzi, in questo caso agli stregoni) siano sempre i peggiori per l’umanità, purtuttavia non posso accettare una semantica così poco accorta da forgiare lo slogan “libertà d’importunarci”.

In italiano corrente “importunare” – che presumo sia letterale traduzione del verbo francese corrispondente – vuol dire “disturbare, infastidire qualcuno in modo assillante”. Cioè molestare.
Io non do a nessuno il diritto di molestarmi. E vorrei che qualcuno mi spiegasse in quale punto del rispettivo campo semantico “importunare” e “corteggiare” coincidono o si toccano (anche fuggevolmente, anche con una mano sul ginocchio, anche con una strusciata rapida)(esempi, manco a dirlo, di “atteggiamenti importuni” e giammai di “corteggiamento”).

Care sorelle, se può essere giusto e forse necessario (si sa, anche gli uomini più complessi restano creature semplici) precisare “uè, ragazzi, mo’ mica ci dovete diventare imbranati e per la paura di essere denunciati di chissà cosa non ci dovete provare”, purtuttavia ciò non corrisponde, e mai potrà corrispondere, a un “vabbè, molestateci, poi sapremo riconoscere quelli buoni”.
No, sorella Catherine, quell’ “importunare” non mi piace, non mi va giù, non funziona. Non è proponibile. Soprattutto, non è spendibile in questo momento, in questo clima finalmente, sanamente reattivo e consapevole. Con tutto quello che i momenti consapevoli e reattivi portano con sé.

Né mi piace una frase come: “La donna, oggi, può vigilare affinché il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per tutta la vita se qualcuno le si struscia contro nella metropolitana”. Per tutta la vita no, ma fino alla fermata, il tempo di stanare lo strusciatore ed esporlo quantomeno al pubblico ludibrio magari sì, però.
Perché vedete, care sorelle, sorella Catherine, il nostro mondo è ancora talmente diseguale, e mica solo negli stipendi, per noi, e tutto comincia proprio da lì, da quel furto di pochi secondi di autonomia sessuale, da quel riaffermare, in pochi centimetri (di solito, considerando chi sono gli strusciatori, veramente pochissimi), una delle leggi non scritte che hanno fatto girare tutto il mondo fino a pochissimi anni fa, e tuttora fanno girare una sua enorme parte.
Chi si struscia contro una donna, in metropolitana, sta riaffermando l’antico, odioso pregiudizio, l’antica, odiosa inferiorità del corpo e del sesso femminile, l’antica, odiosa supremazia del maschile. Anche la faccenda degli stipendi, sorelle, viene da lì.

Certo, sorella Catherine, voi dite bene denunciando la campagna di delazioni e accuse senza possibilità di replica, e gli schizzi di fango che stanno colpendo un po’ ovunque. E’ ovvio che non basta che una donna accusi un uomo purchessia (di solito un uomo di potere e una donna che in qualche misura da quel potere è stata danneggiata) perché le sue accuse siano valide, anche se in questo momento sembra accada per tutti e indiscriminatamente. Ma vi ricordo che viviamo nello stesso mondo in cui per millenni è stato così al contrario: bastava essere un uomo e accusare di qualunque cosa una donna (adulterio, stregoneria, libertà di pensiero, satanismo, sessualità, ostentazione di caviglia o di capelli, bizzarria, ribellione) per essere creduto. Ancora ciò succede – oggi e qui – in un numero di Paesi sconcertante.

Io sono certa, sorelle, che tutte noi vogliamo un mondo migliore. Quello in cui gli uomini ci corteggiano, o noi corteggiamo loro, e non c’è violenza da nessuna parte. Quello in cui sono chiari i confini tra le cose (tra i campi semantici delle cose), in cui lo stupro è un crimine e basta e la molestia non è un corteggiamento goffo ma un abuso di potere, in cui se accusi qualcuno, uomo o donna, devi provare le tue accuse, in cui nessuno si struscia addosso a qualcun altro in metropolitana, in cui le relazioni sessuali (le più primordiali tra tutte quelle che sperimentiamo nella vita) sono armoniose e consensuali in qualunque aspetto, anche il più selvaggio. Ma ci dovremo arrivare, e a occhio e croce ci dobbiamo pensare noi, perché i maschi non sono portati.

Quindi pesatele bene, le parole, se dovete dire qualcosa in questo magico momento. Questo momento in cui qualcuno ha paura delle donne, finalmente. Perché non mi dispiace, un mondo in cui hanno paura delle donne – sì, di tutte le donne, indiscriminatamente – gli uomini come Weinstein, o come gli assassini delle donne, o gli stupratori, o i molestatori, o tutti coloro che ancora oggi ci mutilano, ci rinchiudono, ci coprono di veli fino agli occhi, ci impediscono di studiare e di ballare, di ridere e di guidare.
Purtroppo, siamo ancora dentro quel mondo lì, quello della metropolitana, quello dell’accappatoio, quello del cedolino di stipendio che segna cifre diverse.

Ciao, sorelle.

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Colpita dall’appello di Giorgia Meloni, ho fatto il presepe, ma qualcosa è andato storto:

– molti pastori non sono arrivati: li ha fermati la Marina libica sul barcone con cui cercavano di fuggire per raggiungere Betlemme. Ora sono rinchiusi in un carcere, coperti di lividi.
– un gruppo di pastorelli sono studenti in alternanza scuola-lavoro. Per Natale hanno ricevuto un messaggio dalla ministra: “Se faceste i buoni, siate ricompensati”.
– gli artigiani delle botteghe hanno chiuso tutti, e ora sono precari al lavoro da Ikea, Amazon e Eataly. Non possono venire perché hanno i turni notturni il 24.
– le pastorelle, le ostesse e le artigiane arriveranno in corteo: hanno raccontato mille storie di molestie e vogliono farle sentire a Maria, ma il cammino è difficilissimo, perché tutti le prendono in giro e non vogliono crederci.
– gli angeli hanno portato la bandiera arcobaleno, e sono stati arrestati per manifestazione non autorizzata.
– due degli angeli sono morti da tempo, e qui verranno le loro madri: si chiamavano Giulio Regeni e Stefano Cucchi.
– il laghetto è stato utilizzato per sversare fanghi tossici: i proprietari della fabbrica sono sotto inchiesta da anni, la gente del quartiere è ammalata, ma la fabbrica resta aperta.
– le pecorelle vengono da un allevamento intensivo: stanno in box strettissimi e ingurgitano ormoni per produrre più lana e avere più carne. Le galline anche peggio.
– la cometa è in realtà un fenomeno dovuto al riscaldamento globale e all’inquinamento, ma stanno tutti lì a fotografarla.
– I Magi sono in viaggio dai paesi in cui hanno delocalizzato la produzione di oro, incenso e mirra, dopo aver precettato i lavoratori che avevano indetto uno sciopero.
– la figlia di uno dei Magi – quello dell’oro, banchiere – era ministro per le Riforme costituzionali, le sue riforme sono state bocciate ma lei no, e forse ha fatto qualcosa per quell’oro.
– l’asino deve arrivare da Pontida, e avrà una felpa con scritto “Betlemme”.
– il bue è il popolo, a volte. Per esempio quando elegge Micciché o Genovese in Sicilia, quando rivuole Berlusconi, quando crede a Renzi, quando prende sul serio Di Maio.
– la Sacra Famiglia non è arrivata, e non si sa se arriverà: i turchi l’hanno fermata alla frontiera, ed è confinata in un campo profughi.

L’anno prossimo faccio l’albero.

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Miei adorati, perdonate il ritardo sulle puntate 9 e 10 di Gomorra 3 (le penultime! Dopo, non so come potrete vivere senza i miei resoconti), ma eccomi all’appuntamento, forse non puntuale, ma ineluttabile come un esattore d’ O Stregone.

All’approssimarsi delle feste natalizie si tinge ancora di più di quel suo colore ferroso e sanguigno, la nostra Gomorra, dove il tema delle penultime due puntate prenatalizie è uno solo, per quanto bifronte, e assai appropriato: la Famiglia/il Tradimento. Ovvero, le accezioni del concetto di Appartenenza, che in qualche modo è determinante, a Gomorra (e nelle mafie tutte, di cui questa non è che una declinazione narrativa, un riassunto di archetipi).

Cirù appartiene a Genny? Sangue Blu appartiene a Cirù? Azzurra e Pietro appartengono al Venerabile Ancorché Incazzoso Avitabile? Patrizia appartiene a Scianel? E ancora, Forcella appartiene ai Confederati o agli hipster? Secondigliano appartiene alle scimmietelle solite, con la scimmietella capo femmina, Scianel? (che brinda con Patrizia: “Alla nuova regina di Secondigliano”. La precedente era stata Donna Imma Savastano, che però era reggente, in nome e per conto di Don Pietro carcerato: siamo di fronte a un’evoluzione? O piuttosto è solo gender mafioso, cioè una cosa reale quanto un unicorno o un pensiero di Giovanardi: il sistema di potere, di potere violento, è lo stesso, ed è maschile, quindi Scianel & Patrizia o O Stregone e O Sciarmant è la stessa identica cosa).

Perché ciò che lascia più sconcertati è questo riferirsi ai pezzi di territorio posseduti, spartiti, messi a frutto. Interamente posseduti: avete presente quelle scene in cui i guaglioni del team Forcella, o anche dei Confederati, arrivano a montare qualche bisinìss? Li vedete entrare in case, cucine, tinelli mentre la gente fa l’uncinetto, conversa, prepara la moka. Come se entrasse un colpo di vento, uno spiffero, niente: continuano a vivere la loro vita, in bassi angusti dai muri scrostati, in vie miserabili, in edifici che cadono a pezzi, senza quasi vederli, quei traffici continui, fitti, complicati. Quegli oggetti (quei borsoni) che cambiano posto. E’ l‘immanenza di Gomorra, una categoria dello spirito e della materia, la sua natura di Ultracorpo che prende il posto di tutta una convivenza civile, della sua economia, dei suoi rapporti di forza, delle sue relazioni più intime.

Sangue Blu ha vinto, all’apparenza: lo spin doctor Cirù Ex Immortale va a parlare co O Stregone, il Gandalf dei Confederati (identico, ma senza barba: pure l’anello, c’ha. I gomorresi tutti hanno un’attrazione fatale per gli anelli, come già sapeva Tolkien: un anello per ghermirli e nel buio incatenarli), e gli dice quello che lui sa già (mai dimenticare che le conversazioni a Gomorra sono tutte simboliche: ogni parola sta in luogo di qualche gesto, ogni gesto di qualche fatto, ogni fatto vale quanto un discorso, o anche più. Le conversazioni hanno luogo non per comunicarsi qualcosa, ma per continuare con altri mezzi i combattimenti, lo studio dell’avversario, l’esposizione di colori di guerra, penne di corteggiamento, profferte segrete, l’osservazione in cerca di segnali di cedimento, o di tradimento, o di debolezza)(Falcone lo diceva, che tutto è comprendere quel linguaggio, che non somiglia nemmeno lontanamente al nostro: Buscetta, prima ancora di rivelargli qualunque fatto, gli insegnò il linguaggio dei fatti, dei detti, dei non detti).

E allora Forcella può festeggiare, né più né meno come avviene la sera dopo le elezioni, il suo Sangue Blu (una cosa tipo la corona di nuovo ai Savoia, o Palazzo Chigi di nuovo a Berlusconi, diciamo). E lì Carmela, la sorella saggia di Enzo, pur mettendolo in guardia nel suo ruolo di Cassandra (che le donne sono tutte un poco Cassandre, e infatti scassan-drano-o la minchia a dovere), poi per la prima volta lo chiama col suo titolo: Sangue Blu. Ripristinato il diritto di nascita, nella monarchia di Forcella.

Che poi Carmela c’ha un altro problema: Cosimino, suo figlio. Il principino, sarebbe. Che lei vuole lontano dalla strada, per il noto paradosso: siamo i re di Forcella, ma ci piacerebbe essere puliti e altrove, anzi mo’ ci proviamo, ma per le prossime generazioni. Che intanto crescono col nostro esempio, e vogliono solo essere noi. Il dilemma delle generazioni.

Infatti, appena Carmela muore – una morte strumentale, per aumentare il caos e spingere alla guerra – Cosimino va dove lo porta il cuore: a sparare per il quartiere in sella a una motocicletta. E quindi io vi chiedo: Cosimino a chi appartiene? A Forcella, su cui vuole regnare (imbottendola di droga, inquinando la sua economia, imponendole le decime, ma dicendo la solita cosa: “Questo è il paese che amo”)? A sua madre Concetta, uccisa in un camerino mentre indossa il vestito più brutto del mondo? A suo zio Sangue Blu, che parte per la vendetta a testa bassa, che era esattamente l’effetto che il regista occulto di tutto ciò voleva ottenere (voi non ci crederete mai, ma Genny Savastano, malgrado l’aspetto da cercopiteco rasato male e malgrado lo ricordassimo tutti come un ragazzotto fondamentalmente sciemo e succube di Cirù e di sua madre, in quest’ordine, dopo l’Erasmus in Honduras, che evidentemente fa miracoli, è diventato una specie di Andreotti-MichaelCorleone-Zu’Totò)?

E mister Avitabile, l’Apicella incazzoso suocero di Genny che tiene in reclusione sua figlia Azzurra col nipotino, che senso della famiglia ha esattamente, visto che consegna il bambino ai Confederati, presumibilmente non per una vacanza studio ma come ostaggio di rango per piegare Genny-Giulio-Michael, ma quando poi torna accenna una carezza invisibile a madre e bambino? Dove scorre l’amore, a Gomorra, il luogo in cui tutti tradiscono gli affetti più cari (o li uccidono, come fece Cirù con la moglie Debora, come fece Genny col padre).

E Azzurra, che nella serie precedente non aveva mosso ciglio quando Genny aveva spedito suo padre in carcere per toglierlo di mezzo, e ora va e gli dice “Se Pietro non torna a casa io t’acciro”, lei a chi appartiene?

L’appartenenza di ciascuno – spesso proclamata, sempre sostenuta da grandi manifestazioni di sentimento e attaccamento – è continuamente mobile, riposizionabile, a volte contraddetta da tradimenti, rovesciamenti, sparigliamenti che le sole ragioni del mercato e del potere non spiegano. I due esempi più eclatanti sono il rapporto che lega Cirù a Genny, che le categorie freudiane non bastano a spiegare (è una ‘nticchia edipico e una ‘nticchia proiettivo e una ‘nticchia competitivo), e la figura di Patrizia, che fa un doppio o triplo gioco rischiosissimo (ma di lei non sappiamo molto, pur essendo di solito, noi spettatori, onnisciemi. Patrizia è interamente chiusa, selvatica, fredda: la sua sicurezza non è di chi ostenta potere, ma di chi ha l’immenso potere di non avere nulla da perdere, di non essere toccato in alcun modo da quello che accade. Uno dei personaggi più inquietanti, sui quali il potere di Gomorra di pervertire le esistenze ha dato un risultato pazzesco, tanto che Patrizia sembra quasi umana, rispetto alle maschere di Grosz degli altri. E invece.).

E gli hipster di Forcella, a chi appartengono, adesso? Dalla comunità solidale ed egualitaria dei vecchi tempi si sono trovati in una monarchia costituzionale con a capo Sangue Blu, poi in una tirannide eterodiretta da Genny-Michael. Loro che si credevano una forza d’opposizione al Sistema,  ci si ritrovano dentro fino al collo (ma come, non lo dovevano aprire come una scatoletta di tonno?), a prendere ordini dagli uomini d’O Sciarmant, essere costretti a spacciare merda (mentre il loro prodotto sì che era di qualità, mica questa roba cinese) ed essere sorvegliati pure in casa loro.

Il colmo è quando i due responsabili d’una fronda spacciatoria vengono platealmente puniti e uccisi da Genny in persona davanti ai Confederati, Lì è il momento “La stangata”: tutto finto. L’irruzione, l’esecuzione. Li vediamo colpiti a morte sul molo, uccisi a beneficio delle telecamere e dei Confederati, e poi sbucare dalla scaletta, coi giubbotti antiproiettile (e certamente inseriti, da subito, in qualche programma protezione testimoni che deve esistere pure a Gomorra, no?).

Un altro doppio gioco.

L’appartenenza è sempre tra chi è Famiglia e chi non lo è. Il Padre, il suo fantasma, assilla, come fossero Amleto, tutti: chi lo ha avuto e lo ha perso per mano d’altri, chi non lo ha avuto mai e lo ha visto nel padre di altri, chi lo ha ucciso, chi vuole incarnarlo, chi lo fugge. Una psicanalisi di Gomorra ci aiuterebbe a capire tante cose.

Postilla onomastica

Assieme alla lingua, una delle cose più sorprendenti è l’onomastica di Gomorra. Se invece che spacciatori e assassini i gomorresi si mettessero a fare gli sceneggiatori sarebbero i primi del mondo.
O Stregone. O Sciarmant, O Crezi e O Diplomato: i Confederati sono un trattato del potere e delle sue maschere, ma anche dei suoi epiteti.
Scianel (che con O Sciarmant si trova benissimo: nomina sunt consequentia gomorrae). L’Immortale. O Bellebuono, O Golia, O Vocabulario (alcuni del team Forcella). O Cardillo, O Principe, O Capaebomba (gli estinti ragazzi del vicolo Miracoli).
I personaggi non stanno dentro i loro nomi (che poi sono tutti uguali: Ciro, Gennaro, Vincenzo, Antonio), esondano, si forgiano un soprannome che è un epiteto omerico, un grido di guerra, uno stemma araldico.
Che cosa singolare, vedere una delle forze più potenti della Terra, l’immaginazione, al servizio del Male, del Poco, dell’Orrido, del Criminale.

La frase del giorno

La dice Carmela moritura al figlio: “La morte fa schifo. E’ uno spreco esaggerato”. Esattamente. Pensate quanta morte semina e ha seminato Gomorra. Che spreco esaggerato.

dragone

Miei adorati, stamane Sky mi ha fatto trovare, come un regalo di Natale, le puntate 7 e 8, e così non posso esimermi. Le avvertenze sono le solite: se non volete spoiler, non leggete. Se non vi piace Gomorra, forse posso volervi bene lo stesso, ma non è sicuro.

Se le puntate 5 e 6 erano un trattato di economia politica, le puntate 7 e 8 sono il trattato dei trattati: l‘Arte della guerra. O meglio, l’Arte della guerra da Sun Tzu a Sun Zu’ Totò. Perché c’è poco da fare: quando è guerra, è guerra pi’ tutti. E mo’ che Genny e Cirù, gli Unionisti, sono scesi in campo, i Confederati devono fargli la guerra, si sa: nordisti contro sudisti, Quartieri Spagnoli contro Forcella, Vomero contro Secondigliano.

La guerra a Gomorra è molto strana: consiste in un sistema di attese e differimenti, di movimenti falsi e immobilità frenetiche (“Se sei inattivo mostra movimento, se sei attivo mostrati immobile”, diceva Sun Zu’ Totò, che chiaramente era nato a Mergellina), di pazienza e furore in parti uguali. Tanto, come diceva donna Imma Sun Tzu Savastano, “E guerre n’è vince chi è cchiù forte, ma chi è cchiù brave a spittà”. E non c’è nessuno più bravo di Cirù l’Immortale (che da questa puntata sappiamo pure perché lo chiamano così: mica perché è sopravvissuto a tre guerre di camorra, una spedizione suicida in Spagna a trattare coi russi, una sessione di roulette, appunto, russa e una flûte intera di pipì del boss, ma perché fu l’unico sopravvissuto di un palazzo intero al terremoto).

La guerra a Gomorra si fa con le armi dell’avversario, possibilmente: in senso psicologico ma anche pratico (e qui, non vorrei doverlo ripetere, si evidenzia ancora una volta la presenza del borsone come accessorio determinante per la vita stessa di Gomorra: un proibizionismo applicato ai borsoni darebbe più risultati del sequestro giudiziario dei beni).
La guerra a Gomorra si fa prevedendo le mosse altrui, e non facendo le proprie (“In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”: “Nun t’accirimme mo’ picchì nun è o’ momento”).
La guerra a Gomorra si fa come si fa tutto il resto: con la minaccia e l’avvertimento, e possibilmente combattendo il meno possibile (“Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”), e pensando molto prima di ogni mossa: chi non pensa, muore (ve lo ricordate, no, Sonny Corleone nel Padrino?  Quello sparava invece di pensare, ed è finito com’è finito).

La guerra per Genny e Cirù la deve fare anzitutto Sangue Blu, l’hipster pizzaiolo di Forcella, ma è necessario fargli un seminario apposito: “Tu addà pensà prim’e sparà”, gli dice Cirù. E poi, la guerra vuole i generali e i soldati: basta con questa cooperativa. La camorra comunista, solidarista e dal basso di Sangue Blu e i suoi ragazzi non si addice alla falange macedone necessaria per battere i Confederati: “Tu addà cumannà”. Senza primarie. Manco fosse Forza Italia.
Così Sangue Blu fornisce la falange, Scianel – che ora lavora nel rame pompe funebri, introducendo il suo tocco Pompeiano Circense alla già sobria estetica funeraria partenopea – i capitali e Cirù la strategia. Genny – dalla sua base operativa, un appartamento in Barocco Allucinogeno con vista sulle Vele di Secondigliano – fornisce il rancore e i rudimenti di diplomazia internazionale appresi durante lo stage in Honduras.

La cosa più interessante è il nuovo arrivato, Valerio detto “Vocabolario”, l’unico (dopo Geggè buonanima, il contabile ucciso per contrappasso con un dono di laurea usato come tirapugni) a non avere bisogno di sottotitoli e a usare un sicuro congiuntivo. Perché è un ragazzo di Posillipo, e nel rigido sistema di caste partenopeo più o meno un Bramino. Valerio è un “chiattillo”, ovvero un fighetto altolocato (“Pure i chiattilli tengono e ‘palle”), ma procaccia ottimi affari e sembra pure di sangue freddo (sembra), e fondamentalmente incarna questo mistero profondo di chi nasce in vetta ed è attratto dal fondo, da quelli del fondo che non vorrebbero altro che arrivare alla vetta. La casa di Vocabolario è grande, piena di stucchi, sculture, mobili antichi: la caricatura di quella casa, la sua parodia atroce è quella che vediamo abitare ai boss, col loro Napoleonico Dopato, il Rococò Confusionale e il Tardo Secondiglianese Stroboscopico (il pezzo forte di queste puntate è il dragone dorato sulla scrivania di uno dei Confederati, Elia). Allora ci appare chiaro, il mostruoso scontro di poteri antichi e poteri antichissimi, di zecchini e bitcoin, di caste remote e recenti, di monarchie plebee e repubbliche tiranniche, di conflitti e collusioni che s’intrecciano convulsamente, come una capigliatura di serpenti in testa a un solo idolo: il Potere.

Ancora una grande prestazione del Team Forcella, che in questa puntata fa a pezzi un intero carico di sanitari e ripulisce il capannone in un’ora e poi mette su in una mattinata un sistema di pony express con consegne personalizzate (ma glielo vogliamo trovare un progetto socialmente utile, a questi ragazzi?).

Postilla sul gomorrese.

La lingua di Gomorra è un idioma di ceppo indoeuropeo affine all’Alto Elfico.
La caratteristica principale è la compressione, ovvero quel fenomeno glottologico per cui i parlanti tendono a pronunciare il numero maggiore di sillabe in un’unica emissione di fiato. Esempi: “songhì” (sono io); “aggittnò” (ho detto di no); “s’nannaì” (se ne devono andare)(è una delle declinazioni fondamentali di Gomorra, la flessione per intero è: mnnaì, tinnaì, sinnaì, cnammaì, vnataì, s’nannaì); “chbbuòemè?” (che vuoi da me?).
Altra caratteristica forte è, all’opposto, lo strascinamento sillabico: un’unica sillaba viene prolungata per un numero variabile di secondi. Esempio: “rishhhhh” (Dici, che si usa al telefono al posto di “pronto”).
Tutto è entrare nel ritmo dell’emissione e contrazione di fiato, quest’enorme respirazione collettiva che fa sembrare qualunque conversazione un sospiro, un’esalazione, un gemito sfuggito, doloroso.
Molti non comprendono la natura respiratoria del gomorrese, e si irritano perché hanno bisogno dei sottotitoli, come se fosse una lingua straniera. Invece non lo è: abitiamo tutti una qualche porzione di Gomorra, senza saperlo. Basta tendere l’orecchio, e si avvertirà l’eco del suo respiro pesante, del suo sfiato, del suo gemito senza fine