Feeds:
Articoli
Commenti

nibali

Oggi in Sicilia, ma in particolare qui a Messina, davvero è la vie en rose. Persino la grigia, depressa Messina, che indietreggia in tutto e si lecca le ferite, oggi sorride, ché Vincenzino Nibali è figlio tutto suo e lui pure lo rivendica con orgoglio. E lì è il negozio dei suoi, e lì lui si allenava, e lì lo vedevamo passare, con la bicicletta, a testa bassa e pedalare, che le imprese si costruiscono e i miracoli bisogna meritarseli. Tutti ne siamo felici, anche chi (come la sottoscritta) non sa nemmeno il nome della squadra di Nibali e ignora cosa sia il Colle della Lombarda e chi sia Chaves e figuriamoci la mamma di Chaves. Ed è persino bello scoprire, oggi, che alcune cronache del ciclismo sono scritte con passione hemigwayana, e per Vincenzino si scomodano Omero e Hitchcock (bella accoppiata), perché l’epica ha le sue ragioni e il thrilling pure, e lui le ha soddisfatte entrambe.

Ma quello che – sia pure in questo momento rosa profondo – mi turba è un’altra cosa, un effetto collaterale. Questo leggere mille, centomila volte “la Sicilia che vince”, “Messina che vince”, questo annuire tra noi con l’aria sapitura di chi “ebbè, si sa che noi popoli subalterni e dimessi, noi popoli disgraziati c’abbiamo quelle doti lì, quelle cose che non puoi mica comprarle, tipo genio e caparbietà e un’umiltà coraggiosa e un senso del dovere e una religione della fatica e una fede nella rinascita e un gusto per l’impossibile che nessuno, nessuno”. Che tutti ci siamo sentiti un poco riscattati da quel Nibali lì, campione ma come piace a noi, campione con in mezzo la crisi e il dubbio e lo sgomento che rendono più sfolgorante la vittoria, più miracoloso il miracolo, più narrativa ed epica la vicenda.

E invece no, miei conterranei e concittadini. No. Noi non possiamo né appropriarci né sentirci riscattati da questa cosa sfolgorante che, vi svelo un segreto di Pulcinella, non è accaduta attingendo a quella ineffabile riserva di talenti e meraviglie di cui ci raccontiamo che saremmo capaci se la sorte malvagia e ria, se i ladri Savoia, se una malattia che c’ha bloccato non lo avessero impedito. No. Nibali ha vinto perché non è stato come uno di noi, non ha fatto come l’uno di noi medio che di fronte alle difficoltà si gira dall’altra parte, di fronte al dovere nicchia e prende tempo, di fronte all’impossibile fa una pausa per riposare, di fronte all’inaccettabile fa spallucce, di fronte all’indicibile si tappa la bocca, di fronte all’inguardabile si chiude gli occhi.

Nibali pedala, noi no.

Nibali non è la Messina che vince: è Nibali che vince malgrado Messina, la sua colla sociale, la sua inerzia, la sua sciatteria, la sua incapacità di credere nel possibile, figuriamoci nell’impossibile. Se avessimo tutti le doti che riconosciamo a Nibali e che oggi assumiamo come nostre, come il talento nascosto del Sud che un giorno (ma quando? ma perché? ma grazie a chi?) tornerà a prendersi la sua eredità di splendore, qui sarebbe l’Eldorado, e non la landa desolata che è, dove la bellezza (e ne avevamo, oh quanta ne avevamo avuta in sorte) langue e i figli fuggono.

Non sporchiamo la nitidezza smagliante della vittoria di Vincenzino attribuendoci una paternità, una genetica comune, una linea evolutiva che non esiste. E impariamo a pedalare a testa bassa, semmai.

Che il rosa è di chi se lo merita e se lo va a pigliare.

 

Dopo (anzi, durante) una delicata esperienza personale, mi sono avvicinata allo studio innovativo della Nullodinamica  e dei suoi principi (questa nota è dedicata al fratello Enrico Toti).

  1. Primo principio della nullodinamica o Comma 22 dell’Ortopedia: per portare le stampelle bisogna essere in perfetta forma fisica. Astenersi invalidi, acciaccati, zoppi e variamente infermi. Solo gli autentici atleti possono usarle correttamente. Naturalmente, se sei in perfetta salute non ti occorrono le stampelle.
  2. Secondo principio della nullodinamica o Incollocabilità della stampella: la stampella è un oggetto dadaista, progettato dallo stesso autore della “teiera per masochisti” quassù riportata. E’ fatta per essere tenuta in precario equilibrio dal Portatore Perplesso (da qui in poi PP) e basta: non è previsto alcun altro tipo di appoggio o contatto con il mondo. Sicché risulta impossibile, e persino dannoso, per il PP cercare di appenderla o posizionarla da qualsiasi parte, usando qualsivoglia appiglio, gancio, piano, rastrelliera o ringhiera. La stampella è l’anello mancante tra l’arto funzionante e la protesi, e lo fa sempre per il vostro bene. Come le mamme, le suocere e i correttori dell’iphone
  3. Terzo principio della nullodinamica o Autodeterminazione della stampella (strettamente correlato al secondo): la stampella è un essere senziente, affetto da evidente sindrome di abbandono. Ogni volta che cercherete di lasciarla, appenderla, posizionarla in qualsivoglia modo, essa tenderà a tornare da voi, anzi (come le colpe dei padri) a ricadere su di voi, centrando la parte malata o dolente con un coefficiente di approssimazione vicino allo zero assoluto.
  4. Quarto principio della nullodinamica o Divenire Ciclico della stampella (strettamente correlato al terzo): nei casi più gravi, la stampella nella sua caduta tenderà a centrare una qualsiasi parte che prima era sana, producendo ulteriore vulnus che richiederà l’uso delle stampelle per un altro congruo periodo.
  5. Quinto principio della nullodinamica o Prossemica della stampella: se ti muovi in uno spazio pubblico con le stampelle (in particolare gli ascensori degli ospedali, dove avviene il 33,3 per cento degli incidenti collaterali e/o dello scambio di patogeni mondiale), la probabilità che qualcuno ti passi o si appoggi o si diriga troppo vicino a te facendoti perdere l’equilibrio sono pari o superiori al trecento per cento.
  6. Sesto principio della nullodinamica o Sociologia Predittiva della stampella: la stampella è responsabile di alcune delle più inspiegabili sparizioni di massa del nostro mondo: appena avrete inforcato una stampella, un considerevole numero di parenti, amici e colleghi scomparirà, forse per sempre, dal vostro orizzonte. Studi recenti hanno confermato che l’estinzione dei dinosauri avvenne dopo un grave incidente che aveva ridotto il Tirannosaurus Rex sulle stampelle.
  7. Settimo principio della nullodinamica o Autoconservazione della stampella: la stampella non si crea, la stampella non si distrugge, la stampella si presta. Non è dato sapere chi introdusse un numero x di stampelle circolanti nel mondo, perché se ne è persa memoria: la massa circolante (di stampelle, non di PP, che per definizione sono nullodinamici) tende nel tempo a restare eguale a se stessa. Una recente teoria americana ipotizza che le stampelle siano venute dallo spazio e siano correlate coi cerchi nel grano, l‘orientamento delle piramidi e il calendario Maya.
  8. Ottavo principio della nullodinamica o Entropia della stampella: in un sistema chiuso (come voi non sapevate, ma era la vostra vita PRIMA delle stampelle) l’arrivo della stampella produce un progressivo esaurirsi dell’energia, fino all’Immobilità o zero assoluto del movimento, che si può considerare il vertice della nullodinamica e, forse, la missione biologica della stampella, che al momento è il microrganismo più dannoso dei tanti che convivono con la nostra specie nel nostro ecosistema.
  9. Nono principio della nullodinamica o Mitologia della stampella: la guerra contro la stampella è una guerra persa. Mito fondativo di tutta l’epica della stampella è quello di Enrico Toti, eroico PP che cercò valorosamente di sovvertire gli otto principi della nullodinamica, salvo confermarli tutti proprio alla fine. Il ben noto gesto di scagliare in battaglia la stampella contro il nemico urlando “Nun moro io!” è da interpretarsi, alla luce delle più moderne formulazioni della nullodinamica, come una ribellione non già alla protervia degli austro-ungarici, ma alla stampella medesima e al suo strapotere sul genere umano
  10. Decimo principio della nullodinamica o Volontà di Potenza della stampella : la stampella è la specie dominante e prima o poi governerà il mondo. Semplicemente sorreggendolo. Esso non avrà  mai più scampo.

fortuna-loffredo

fortuna due

Adoro il popolo della Rete, qualunque cosa sia, e di solito mi piace molto l’ondata che si solleva quando questo o quello dei protagonisti dello show pubblico dicono qualcosa: segnala che bisogna stare attenti, che c’è sempre il rischio che una risata ti seppellisca, se sei così scemo da dire cose come “tra due anni sconfiggeremo il cancro”, “nuoterò nel Tevere”, “abbiamo traforato il San Gottardo, che bravi” o “ciaone”. Che il campo è di tutti, ma è minato, e devi stare almeno attento, quando ci scendi. E’ la parte bella della Rete, quel soggetto collettivo e senziente che a volte sembra proprio l’opposto del soggetto individuale e dormiente che più o meno è sempre stato bersaglio (target, si dice nei lunapark dell’informazione) dei media tradizionali, e protagonista indiscusso dell’Auditel (quello strumento che, per quanto mi riguarda, ogni giorno mi fa riconsiderare, anche più dei lavori del Parlamento, il concetto di volontà della maggioranza, caposaldo della democrazia).

Però è pur vero che a volte le ondate si sollevano piuttosto incongruamente, scatenate da macroscopici errori d’interpretazione, agevolati talora dalla babbea faciloneria del circo mediatico, che estrapola e strilla senza curarsi o quasi di articolare e vagliare e comprendere (e poi se la prendono con noi di Twitter).
Mi pare che sia questo il caso del buon Augias, oggi.

Non fraintendetemi: considero il buon vecchio Corrado attraente come una colite. Trovo i suoi libri superflui, la sua conversazione stucchevole, le sue opinioni sbiadite e la sua acconciatura insostenibile: ne apprezzo, devo ammettere, solo i modi d’antica cortesia e un certo qual decoro che mi fa pensare a mio padre e altri gentiluomini del passato, oggi praticamente estinti ed espunti dal discorso pubblico. Ma stavolta devo proprio difenderlo.

Le sue considerazioni a proposito di una delle foto della piccola, sventurata Fortuna  Loffredo (che stridore, penso ogni volta: quel nome così augurale e ampio e dorato, quel nome che avrebbe dovuto portarsela in carrozza verso la buona sorte, mentre invece è volata, scalza, come un mucchietto di stracci nel vento) non credo proprio fossero una malaugurata e fondamentalmente incongrua colpevolizzazione della vittima; il buon Corrado non voleva certo dire che gli elementi che leggeva in quella foto (i boccoli, la posa, l’atteggiamento) fossero altrettante “giustificazioni” per l’attenzione morbosa nei confronti della bambina (perché qui di bambina parliamo, di scolara delle elementari). Non voleva dire – come ahimé ho letto – che “la bambina, comportandosi come una sedicenne, se l’era cercata”. Sapete che il “se l’è cercata” lo ammetto solo se sorprendete Salvini in cucina e lo prendere a padellate in testa: non lo trovo ammissibile in alcuna altra fattispecie di reato, vostro onore, tantomeno i reati sessuali, in cui la colpevolizzazione della vittima è strumento odioso e antico dei peggiori reazionari.

Io credo che il buon Augias cercasse di sottolineare un dato che prescinde dalla storia di Fortuna e dovrebbe forse essere motivo di riflessione collettiva: la precoce sessualizzazione dei bambini, che fa il paio con l’adolescentizzazione degli adulti. I bambini che, a loro insaputa ma certo in dipendenza dai modelli di comportamento che assorbono, assumono precocemente i “modi”, le pose della seduzione, il tentativo d’attirare l’attenzione attraverso l’appeal fisico. Mai visti certi book fotografici, sui social, di quattordicenni che sembrano uscite dai portfolio di Hamilton? Mai viste le piccole miss (sì, scolare delle elementari) con gli occhi bistrati e gli abiti di lustrini e tutto un corredo assurdo e incongruo di ammiccamenti? Ci si atteggia, ci si abbiglia, ci si comporta secondo i modelli che si hanno, inconsapevolmente, quando hai sei anni e devi imparare tutto dalla vita e da quei cosi lì, gli adulti, che a volte sono più incoscienti di te che almeno hai sei anni.

Non stupisce che, in contesti degradati come quello in cui si è svolta la vita breve e sfortunata di Fortuna (ma non solo lì), simili modelli allignino e si coniughino con altri fenomeni perversi: quelli per cui l’adulto si rivolge al bambino, al corpo del bambino, perché gli garantisce una sessualità di puro consumo e sopraffazione, lo mette al riparo dalle richieste dell’adulta alla pari, forse persino fa tacere qualsiasi dubbio sulle proprie prestazioni, oltre a essere un feroce esercizio di potere.
Tutti (sotto)prodotti del degrado dei rapporti, della confusione dei ruoli, della problematicità delle relazioni, della fuga dalle responsabilità, della riduzione dell’Altro a oggetto di consumo.
Complici i modelli osceni di successo centrato sul corpo e i suoi allettamenti, i dementi miraggi e messaggi televisivi (ma non solo, non più solo), la mercificazione del sesso.

Il buon Augias leggeva tutto questo, nella foto della povera, piccola Fortuna coi boccoli: molto oltre lei, oltre la sua famiglia sventurata, il suo ambiente colloso e colluso, i segreti del Parco Verde nascosti sotto gli occhi di tutti. Il che non toglie un’oncia alla violenza indicibile di quello che è accaduto al suo corpicino, alla sua anima di bambina, al suo nome lieve e augurale e gonfio di speranze tutte tradite, bucate. Il che non toglie un’oncia alla nostra – e sono certa, anche del vecchio Augias – pietà, al dolore, alla terribile consapevolezza di non capire, non sapere, non rendersi conto degli inferni che i bambini, a volte, devono attraversare. Protetti da niente, dal loro cappuccetto rosso, da qualche nome di cartapesta dorata che luccica, appena prima del buio.

 

l'uomo coi fiori

Io l’ho visto, come tutti voi, più d’una volta: l’uomo coi fiori. L’uomo con lo zainetto Nike e un mazzo di fiori, avvolto in carta verde. Era l’unica cosa colorata, forse viva, nel tunnel della metro invaso dal fumo e dal panico, tra la gente che camminava sui binari, e non c’era niente altro da vedere, se non sagome indistinte, e poco da sentire, se non echi lontanissimi, e il fiato della paura, che però forse era anche il nostro di noi che guardavamo, in cammino dietro quell’uomo, dentro una tragedia di cui non vedevamo nulla ma sapevamo tutto, come di solito succede a chi le cose le vive davvero, e vede solo tunnel bui e fumo, e magari le documenta per quello che sono, e tutti noi – che da casa c’abbiamo la visione panoramica, gli schermi divisi, i media accostati a far scintille tra loro (una volta si faceva per accendere il fuoco: si strofinavano i legnetti. Ora si fa con le notizie) – a guardare e immedesimarci, che è la nuova frontiera dell’informazione.

Così ero dietro l’uomo dei fiori, per molto tempo, almeno fino a quando qualcun altro è sbucato dal tunnel e ha fatto altre foto, altri filmati da guardare per immedesimarci tutti, #nousommesBruxelles.
L’uomo dei fiori portava i fiori nella metro delle nove, proteggendoli dagli spintoni, tenendoli ben alti, persino nel tunnel del buio. L’uomo dei fiori aveva la sua destinazione precisa, il suo cammino segnato, la sua fede incrollabile.
E io ho pensato a lui tutto il giorno: avrà consegnato i suoi fiori? Cosa gli avrà detto, cosa avrà fatto la persona a cui li stava portando? Lo avrà abbracciato, con tutti i fiori? Li avrà buttati via per abbracciarlo meglio, saperlo sopravvissuto con tutta la certezza del corpo, con quel modo di stringersi a un altro che è – sempre – trattenerlo qui, qui e adesso, al riparo dalla morte, dal caso, dall’instabilità del mondo?

E voi direte: ma come, ci sono tanti morti e tu pensi all’uomo coi fiori? Non sarai anche tu di quelli che mettono bandiere, e lumini, e si colorano il profilo su facebook o twitter, e sì, portano fiori?
Sì, io sono di quelli che portano i fiori. Quella mattina, a Bruxelles, c’erano in circolazione altre persone con un bagaglio speciale, una destinazione precisa, un cammino segnato, una fede incrollabile. Avevano un guanto nero, uno aveva un cappello. Non portavano fiori, ma esplosivo imbottito di chiodi.
E ora le anime belle mi diranno: ecco, loro portano esplosivo, tu che fai, porti i fiori? Sì, rispondo, io sono come l’uomo coi fiori. Nel tunnel buio io porterò sempre i fiori. Che la Storia (quella grande, lassù) è tutta tunnel bui e occasionali varchi di luce, esplosioni che ci mettono in fuga e binari lungo cui camminare col cuore stretto dall’incertezza, e la storia (quella piccola, quaggiù) anche di più, ma, infine, cosa saremmo senza quei fiori, quella promessa d’un abbraccio che ci sciolga dalla presa della morte?

Un uomo che amo molto – un uomo coi fiori – m’ha detto: se quei fiori sono arrivati a destinazione, l’umanità ha ancora una speranza.
Ecco perché io porterò sempre i fiori.

Se ci trovi dei fiori, in questa storia, sono tuoi.

 

qui il link per il video dell’uomo coi fiori: http://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/bruxelles_attentato_metro_malbeek-1626387.html

meloni-pdl-770x484

Cara Meloni Giorgia,

fratella d’Italia, in queste ore si parla molto di te, della tua pancia, della pancia del Paese, quella da cui sono venuti fuori, in questi giorni, pezzi d’odio e intolleranza contro di te e la tua creatura, perché, sai, il mondo è fatto anche così: quello che dai poi te lo restituisce, e io sono ogni volta incantata dallo stupore traumatico con cui tu, e gli altri esponenti d’una destra di ruspe e intolleranze, di pistole in diretta tv e altri tipi di proiettili da media e da social, di fratellanze (arieccoli, i fratelli) con casapoundini ma respingenze per tanti altri, accogliete i frutti della vostra stessa semina. Se passi il tuo tempo a parlare alla pancia, sarà la pancia poi che ti risponderà, e di solito le pance sono espressive in un modo tutto loro.

Peraltro, pensa, io sono persino d’accordo con te (sai, tutto quell’allenamento a non parlare alla pancia, e con la pancia, che a volte noi scemi di sinistra, marxisti corrente Groucho e materialisti magici, ci imponiamo fin dalla più tenera età, produce cose sorprendenti come poter distinguere, articolare, separare i piani): sì, io penso che il matrimonio non sia indispensabile (a dirla tutta, forse nemmeno utile, ma qui andiamo sui traumi personali e non mi pare rigoroso), che se tuo figlio nascerà da genitori non sposati – e dico anche in chiesa, con tutti i sacramenti – sarà esattamente identico a qualunque altro bambino, proveniente da qualunque altro utero o Paese, con o senza famiglia, con o senza benedizione: titolare di diritti, portatore di valore umano, soggetto di dignità e amore, oggetto di cura e attenzione.

Però sento l’obbligo di dirti che tu puoi – giustamente – addolorarti e persino indignarti per gli insulti e le offese, e dire al mondo che nessuno si può permettere di criticare il tuo stato civile, le tue scelte e la condizione di tuo figlio proprio perché io, ma prima di me infinite sorelle e infiniti fratelli, infiniti marxisti tendenza Groucho e materialisti magici, infiniti illusi, infiniti sognatori pragmatici e idealisti surrealisti, hanno protestato, e manifestato, e perorato, e sono scesi nelle piazze e preso infiniti calci nel sedere per spezzare il dogma della famiglia intoccabile – pensa, sono così vecchia che ricordo mio padre, democristiano, che pontificava contro il divorzio chiamando in causa esattamente le stesse cose che voi tirate fuori oggi per avversare le unioni gay e le adozioni.

Cara Meloni Giorgia, se oggi possono serenamente partecipare a un Family Day persone sposate due o tre volte, con figli di questo e quel letto, o anche non sposate e in attesa di un figlio, come te, e rivendicare l’assoluta libertà delle loro scelte e della loro condizione – sia pure definendosi cattolici – , è grazie a quelle lotte, a quella stagione. Perché quello che si fece allora fu mettere in discussione un dogma parareligioso che rendeva impossibile andare oltre, immaginare altre condizioni e altre tutele.

Oggi voi dite che i bambini non sarebbero tutelati, se affidati a coppie gay. Non si capisce quale sia la vostra fonte di certezza, visto che gli studi psicologici concordano (tutti) nel sostenere che non c’è alcun “pericolo” per chi cresce in una famiglia omogenitoriale. Certo, la Bibbia dice altre cose, come tutti i libri che hanno qualche migliaio di anni. Ma in compenso l’altro libro molto antico, la Realtà, ci dice tantissimo, se solo sappiamo leggere: che le famiglie sono una cosa multiforme, multiversa, multivoca. Che in natura (che per gli uomini vuol dire anche cultura, visto che natura e cultura sono una delle più antiche coppie di fatto della storia umana) esiste di tutto: chi è cresciuto da famiglie di sole donne, chi di soli uomini, chi vive coi genitori di un altro, chi ha cinque mamme e un papà, chi ha una mamma un papà e un rione, chi ha solo un rione, chi ha solo fratelli, o sorelle. Persino chi non ha nessuno, e la sua famiglia se l’è cercata e scelta e voluta, uno per uno (e le famiglie di scelta, le famiglie d’elezione sono le più smaglianti e meravigliose, a volte).

In tanti hanno lottato perché nessuno, oggi, possa offendere la signora Meloni Giorgia in attesa d’un figlio fuori dal sacro vincolo del matrimonio. Ce l’hanno pure fatta, anche se lottavano contro i preti e contro gli Adinolfi del tempo, contro i democristiani e i FamilyDay del tempo (e dico, Andreotti allora era persino vivo). Contro un’idea di famiglia che non comprendeva le infinite famiglie che la realtà produce, perché natura e cultura – coppia di fatto – figliano assieme, e si fanno prestare l’utero dall’etica e dalla biologia, dalla necessità e dall’amore, e hanno tanti di quei figli, e parenti, che siamo tentati davvero di credere – come voi, più di voi – che esista un solo tipo di famiglia, da accettare, tutelare, servire. Ma per noi è la famiglia umana.

ashley-la-ragazza-americana-uccisa-a-firenze_559807

Salve, sono quella che soffre di deformazione di genere.
Sì, ce l’ho particolarmente lungo. Il rancore. Il malanimo. Il dispiacere, ogni volta che ci sono (cioè spesso) casi come quello di Ashley Olsen, l’americana uccisa da un ragazzo senegalese a Firenze, senza un vero motivo.

E a quelli che commentano “Se l’è cercata”, vorrei ricordare che:
– Ashley Olsen stava applicando, appunto, i nostri valori occidentali: si riteneva libera di andare a letto con chi le pareva, senza dover rischiare la vita (e poi pure le scemenze di chi commenta la sua morte);

– che Ashley Olsen era extracomunitaria, esattamente quanto il senegalese che l’ha uccisa, ma nessuno l’ha mai apostrofata come “extracomunitaria”. Perché le parole sono divise, angolazioni, dichiarazioni d’appartenenza (di te che le dici, non di quelli che cerchi di definire). Sì, lei era “regolare” e lui no, ma sempre extracomunitaria, checché voi pensiate e apostrofiate;

– che Ashley Olsen non era una “ragazza”, ma una donna di 35 anni (e qui si dovrebbe aprire una parentesi enorme sui meccanismi mediatici di attribuzione d’età nel nostro mondo tardoadolescenziale, gerontofobo e bimbominkieggiante: ne parla accortamente Andrea Riscassi qui)

– che la vicenda è tutta brutta, deprimente e umiliante (la lite, le urla, lui che la spinge, la insulta, lui che le ruba pure il cellulare, lo usa per telefonare alla sua fidanzata italiana), ma non per i motivi sbagliati (cioè quelli che adducono i liberisti del sesso ma moralisti della libertà, i difensori “dei nostri valori” soprattutto quando si tratta di valori sinistramente – anzi, destramente – simili a quelli da cui secondo loro ci si dovrebbe difendere): perché è orrendo sempre, l’omicidio, perché è orrendo sempre l’omicidio di una donna, perché è orrendo sempre quando fare sesso non avvicina due persone, ma le mette addirittura uno contro l’altro, uno contro l’altra (e anche questa è una sconfitta, dico una sconfitta occidentale, sia pure dentro una vittoria, che resta quella della mia libertà di donna di portarmi a letto chi mi pare, anche uno sconosciuto, e di continuare a essere difesa e protetta dalla legge persino lì, nel mio letto accanto, o sopra o sotto uno sconosciuto).

In conclusione:
– sì, credo che si possa parlare di femminicidio, come in tanti altri casi in cui nessuno dei due è “straniero”;
– no, non credo c’entri nulla lo scontro di civiltà ma sì, credo c’entri sempre la guerra dei sessi e forse dei censi, la donna più debole (parlo proprio di complessione fisica, status muscolare, braccio di ferro) ma economicamente sovrastante, la subalternità affamata in cui si muovono, nel nostro mondo “libero” e “ricco”, coloro che non sono né liberi né ricchi, specie se vengono da culture profondamente, intollerabilmente misogine (persino più della nostra, che ha fatto davvero un cammino in avanti, malgrado tutto quello che sappiamo e sapete – quindi evitate di ripeterlo nei commenti, grazie – sulla mercificazione e lo sfruttamento del corpo della donna, sull’inferiorità economica e sulla disparità di trattamento e opportunità, sulla tragica mancanza di sostegni istituzionali ai ruoli multipli delle donne).
– no, non se l’è cercata. Ha fatto quello che succede a ogni istante pressoché ovunque. E’ stata sfortunata, forse stupida. Non è un buon motivo per negare tutto il resto, per negare il suo diritto a essere sicura, il suo diritto ad avere giustizia, il suo diritto a non subire alcune stupida diminutio del suo status di vittima. Vittima femmina.

 

arifa-bibi

Siccome in questo blog ci piacciono le patate bollenti, quella di oggi sono i fatti di Colonia: l’aggressione sessuale indiscriminata, di massa, che nella notte di Capodanno ha colpito le donne, tutte le donne che si trovavano lì, nella zona della stazione, a opera di una non meglio definita torma di giovani uomini definiti “arabi o nordafricani”. Novanta denunce (sembra destinate ad aumentare, e sembra inoltre che una cosa del genere sia accaduta pure ad Amburgo), indagini serrate ma non è chiaro su chi e cosa, visto che di quel migliaio e passa di uomini si sa molto poco. Rifugiati? Immigrati regolari? Immigrati irregolari (posto che in Germania ce ne siano)? Comparse?

La prima cosa che m’è venuta in mente è stata la modalità del tutto inconsueta con cui questa notizia è affiorata – non più tardi di 24 ore fa – fino a campeggiare ovunque (come senz’altro merita). Viene però da chiedersi come sia possibile che, nel mondo simultaneo in cui viviamo, dove ogni cosa è condivisa pressoché al suo accadere, questa notizia ci abbia messo ben cinque (cinque) giorni a farsi strada nelle home page e sui social. Perché sia tuttora così poco chiara nei particolari, e di fatto – nelle migliaia di ripetizioni e ri-confezionamenti – piuttosto monolitica, con un corpus narrativo sempre uguale e quasi privo di dettagli aggiuntivi, come di solito avviene nella natura “a cascata” dell’informazione. Una notizia che non si muove affatto come di solito si muovono le notizie (tanto che c’è persino chi sospetta persino teatrini e montature anti-Merkel, sceneggiate che smantellino la pietas dell’accoglienza).
Nulla di questo, ovviamente, toglie un’oncia allo stupore traumatico, al franco orrore che uno scenario simile suscita.

La seconda cosa che ho pensato – al netto dei clamori del solito coro tragico degli xenofobi e razzisti – è stata: finalmente, ora si dovrà affrontare quel cavolo di nodo taciuto, dribblato, ignorato finora persino dalle migliori menti della mia generazione: la sostanziale misoginia che – sostenuta da sistemi religiosi (non solo, non necessariamente islamici) fondati sulla coercizione e da sistemi politici fondati sulla tirannia e da sistemi educativi fondati sulla repressione sessuale – informa interi Paesi, intere culture.
Sì, anche molti dei Paesi dei rifugiati, le cui donne sono due volte vittime: nello spazio privato e nello spazio pubblico.

E da donna, da donna pensante, da donna pensante occidentale che i veli se li è dovuta levare poco alla volta, in decenni e forse secoli, io non posso tacere che, se c’è una questione, come dire, verticale, che riguarda popoli, Paesi, guerre e dittature, migrazioni e frontiere, ce n’è un’altra, ahinoi, orizzontale, che riguarda la condizione femminile trasversalmente e forse globalmente.
E questa questione incrocia, in tremenda rotta di collisione, tutti i nostri discorsi sull’integrazione e l’accoglienza, sulla mescolanza e il rispetto.

La scena che sembra emergere dai fatti di Colonia – gli inauditi fatti di Colonia, e sono particolarmente contenta di poter piazzare con pienezza quell’ “inauditi”, nell’Europa che pure ha bruciato le sue streghe e ha discriminato le sue donne, nell’Europa della crisi dove pure le teste delle donne sono le prime a cadere, i diritti delle donne i primi a essere messi tra parentesi (ma toccherà a tutti, tranquilli, è solo questione di tempo), nell’Europa e nell’Occidente che pure fonda intere industrie di pornografia e sfruttamento sul corpo delle donne – ricorda la scena, le scene descritte nel recentissimo libro di Mona Eltahawy “Perché ci odiano”, breve trattato sulla misoginia che copre, col suo velo nerissimo, intere aree del nostro mondo. Il palpeggiamento di massa, la riduzione della donna a corpo di soddisfazione collettiva e indiscriminata, a oggetto d’istinto predatorio primario, a prescindere dal suo aspetto, dalla sua età, dalla sua condizione: una cosa che le donne di altre zone del mondo – ci racconta con dovizia di dettagli la Eltahawy – conoscono bene, e fin dalla più tenera infanzia. Secondo un principio di possesso e di predazione autorizzato talora persino dalle leggi, e comunque di fatto vigente in ogni ambito della vita, a cominciare dalle relazioni più intime e familiari. Un principio mai messo in discussione, persino nei Paesi in cui le donne sono scese in piazza al fianco degli uomini per rovesciare regimi e tiranni: il loro privato regime, i loro privati tiranni sono ancora tutti lì.

E non è questione di velo o non velo, anche se la motivazione prima del velo, vi ricordo, è sempre la legge di “modestia” inflitta alle donne, e la necessità che non “turbino” l’autocontrollo maschile, che, si sa, malgrado siano loro il sesso forte, è assai debole…

Infine, una vicenda come quella di Colonia e Amburgo – speriamo col passare delle ore più dettagliata e chiara in tutti i suoi aspetti – merita una franca, anzi spietata riflessione, perché tocca quel nodo dolente e cruciale dei diritti femminili e dei diritti umani (questioni pressoché indistinguibili in molte parti del mondo), e non possiamo consentire che, in nome di un imbecille e omertoso “relativismo culturale”, o in nome di un’opposizione purchessia agli scemi xenofobi (cosa sempre buona e giusta), lo si passi sotto silenzio. In troppi e troppe stanno tacendo, in queste ore, sia pure – taluni e talune – per il nobile scopo di non nuocere alla causa dei disperati che bussano alle nostre porte. 

Ma io sono furiosa, come donna, come cittadina del pianeta, come attivista dei diritti umani. Sono stanca di collezionare donne lapidate, decapitate, stuprate e impiccate. Donne violate in tutte le forme possibili. Donne zittite, cancellate a partire dal volto, dai capelli, dagli abiti.
Non si fanno rivoluzioni e non si fanno accoglienze, senza risolvere la questione delle donne. E nessuna donna può stare in silenzio, da qualunque parte stia, in qualunque dei nostri mondi abbia la sorte di vivere.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 472 follower