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Da giorni rimugino il mio rancore, il mio dispiacere, la mia vergogna per la bambina asservita al branco di giovani maschi di Melito. Sono calabrese, e questa cosa schifosa per chiunque, a qualunque latitudine, mi colpisce di più, perché me ne sento oscuramente responsabile: dov’ero io – che per giunta faccio la giornalista nel quotidiano di questa regione – mentre un’intera comunità pur dotata di scuole e istituzioni, persino chiese, pur capace di consumi sofisticati e pienamente collocata in quell’Occidente immaginario che gli agitatori dello scontro di civiltà mi dicono davvero diverso dai mondi cupi dei veli, dei burquini, della misoginia di Stato e di Chiesa, regrediva o forse nemmeno si evolveva – solo ingannevolmente rivestita di modernità – restando posata sul bordo di quel medioevo perenne, invincibile, di cui ha dato prova? Perché non ho capito? Quanto buio infiltra questi nostri paesini pacifici, queste contrade laboriose, questi pii circondari?

Che sono gli stessi della ‘ndrangheta, attenzione. Gli stessi luoghi insospettabili dove quell’altro mostro medievale si nasconde in piena luce, negata da tutti, taciuta da tutti, intenta a farsi i fatti suoi in mezzo a tutti.

Ho grande difficoltà a capire, a spiegarmi, ad accettare che non sia, come ci raccontiamo sempre, una minoranza di cattivi soggetti, ma che un frammento di Male stia ovunque, negli androni, nelle canoniche, sulle panchine, ai tavolini dei bar. E non perché i concittadini della bambina in massa non sono andati alla fiaccolata: per la qualità pervicace, ottusa, ignobile del loro silenzio, della loro disapprovazione per la vittima, della loro comprensione per i carnefici.

Li guardo, i violentatori seriali  (ringraziando gli dei che stavolta, a differenza di tante altre, ci siano facce da guardare, nomi da leggere): facce qualunque, tagli di capelli e barbe leggere di quelli alla moda paesana dei rotocalchi, qualche corruccio, nessuna traccia di timore o vergogna.

Mi chiedo dove abbiamo sbagliato, noi illusi di essere in chissà quale luogo privilegiato del pianeta, così felice, così avanti e sicuro di sé, dove un numero imprecisato di Voltaire e di Simone de Beauvoir, di Montesquieu e di Sigmund Freud ci avevano fatti uscire dalle nebbie, tanto da poterci vestire di orrore davanti alle bambine stuprate e impiccate in India, alle donne seppellite fino alla testa e lapidate in Iran, alle spose di otto anni in Yemen, alle piccole infibulate in Somalia.

E invece no. Anche noi abbiamo un catalogo di orrori accanto a casa – e io di più, perché conosco Melito, ci sono stata tante volte, ho persino amici, lì: io sono cresciuta nello stesso mondo di tanti di loro – e non si tratta solo di un fatto di cronaca, un delitto privato in cui ci sono responsabili e vittima, ma di un fatto potentemente sociale, un delitto pubblico in cui il numero dei fiancheggiatori, attorno ai responsabili, è enorme e forse incalcolabile. Perché, sapete, basta una frase, per rivelarli, per metterli senza appello in quella schiera. “Se l’è cercata”. “Era movimentata”. “C’è tanta prostituzione”. “Sono cose di ragazzi”.

E mi chiedo quanto tempo ci metterà la mia Calabria ad arrivare in Occidente, se esiste. E come posso fare a svelare la persistenza del medioevo – che è come svelare la persistenza sottile, ubiqua, immanente e sfuggente della ‘ndrangheta – in queste strade ortogonali, tra questi negozi di smartphone, in questi bar alla moda, in queste casette accessoriate, dove le tv alzano i loro gioiosi jingle di riconoscimento, e ci spiegano il Bene di Don Matteo, e nascondono il Male sotto il tappeto, con la scopa.

Ma oggi, su queste furibonde e mortificanti riflessioni, piove un’altra vergogna, che nasce dalla stessa materia melmosa, inequivocabile eppure sfuggente: il tristissimo suicidio di Tiziana Cantone. La donna (perché definire “ragazza” una donna di 31 anni fa parte della malattia collettiva da cui siamo affetti, che tra i suoi sintomi ha anche quest’infantilizzazione programmatica) finita su uno schermo italiano su due per un video hard. Roba di pessimo gusto, senz’altro. Roba francamente cretina, anzi. Che tra amanti tutto è lecito, per fortuna (ancora una volta ringraziando tutti quei signori, da Montesquieu a Freud, ché in alcune regioni di questo pianeta – inclusi gli Stati Uniti antidarwinisti e creazionisti, tanto per mappare il medioevo ovunque si trovi – alcune pratiche sessuali sono vietate e sanzionate per legge), ma resta da capire quale incremento del piacere porti una ripresa su smartphone (a meno che un altro sintomo della malattia collettiva non sia questo: lo smartphone come zona erogena), specie se affidata, la suddetta ripresa, a un vero cretino. Un cretino che dopo, per imprecisati motivi (la cretinaggine non è consequenziale e non è logica: ecco perché è estremanente pericolosa), rende pubblico quel video privatissimo e lo consegna ad altrettanti cretini.

E qui torniamo al problema dei fiancheggiatori: quelli del crimine sono tanti, quelli dell’idiozia sono tantissimi, incalcolabili.

Alcuni giorni fa un collega giornalista ha diffuso tra i suoi contatti un fotomontaggio in cui alla vagina che occhieggiava dall’abito indossato in passerella alla Mostra di Venezia da due tristissime starlette era stato sovrapposto il volto d’un noto transgender: lui (il mio collega), che è cresciuto in una ricca famiglia siciliana, fa il giornalista, è laureato e sembra in tutto una persona normale (pensate l’idiozia che capacità mimetiche possiede), sghignazzava con gli amici per questa cosa francamente al di là della mia capacità di comprendere. Una cosa che denuncia il maschilismo abietto, la volgarità, il disprezzo per l’altro che, come un fondo melmoso e invincibile, evidentemente resta lì, attraverso i secoli, la storia, l’istruzione, il progresso, come un perverso humus alla rovescia.

Idioti lievi come lui, irresponsabili convinti di star facendo una cosa per ridere, una cosa persino innocente, hanno fatto la fortuna del video di Tiziana, che è diventato, come si dice oggi, “virale” (eccola ancora, la malattia collettiva).

Tiziana ne ha avuto la vita rovinata: ha cambiato città e nome, e infine si è uccisa. Perseguitata da eserciti di innocenti idioti, a cui certo si sono uniti, strada facendo, molestatori professionisti, odiatori da tastiera, repressi pericolosi, misogini profondi (che non sono solo maschi: la misoginia delle donne è ancora più temibile, così introiettata e feroce e impossibile com’è) e tutta la fauna che popola il web ma solo perché comunque popola la Terra. Che in altri Paesi magari, invece di cliccare insulti, va a tirare pietre all’adultera.

E io di nuovo, così soverchiata da tutto questo, mi chiedo dove stiamo sbagliando, cosa possiamo fare.

Perché io continuo a credere al web, cioè al pianeta (finché esisterà un filo d’erba sulla Terra, ce ne sarà uno fotografato su Instagram), come luogo dove esiste una linea evolutiva. Dove la tecnologia supporta la conoscenza, e non si fa strumento dell’ignoranza. Dove le comunità crescono più degli individui, meglio degli individui. Dove le ondate di sdegno, e sgomento, e dolore riguardano le lesioni dei diritti, dei corpi, delle libertà. E invece esco di casa, e trovo Melito.

nibali

Oggi in Sicilia, ma in particolare qui a Messina, davvero è la vie en rose. Persino la grigia, depressa Messina, che indietreggia in tutto e si lecca le ferite, oggi sorride, ché Vincenzino Nibali è figlio tutto suo e lui pure lo rivendica con orgoglio. E lì è il negozio dei suoi, e lì lui si allenava, e lì lo vedevamo passare, con la bicicletta, a testa bassa e pedalare, che le imprese si costruiscono e i miracoli bisogna meritarseli. Tutti ne siamo felici, anche chi (come la sottoscritta) non sa nemmeno il nome della squadra di Nibali e ignora cosa sia il Colle della Lombarda e chi sia Chaves e figuriamoci la mamma di Chaves. Ed è persino bello scoprire, oggi, che alcune cronache del ciclismo sono scritte con passione hemigwayana, e per Vincenzino si scomodano Omero e Hitchcock (bella accoppiata), perché l’epica ha le sue ragioni e il thrilling pure, e lui le ha soddisfatte entrambe.

Ma quello che – sia pure in questo momento rosa profondo – mi turba è un’altra cosa, un effetto collaterale. Questo leggere mille, centomila volte “la Sicilia che vince”, “Messina che vince”, questo annuire tra noi con l’aria sapitura di chi “ebbè, si sa che noi popoli subalterni e dimessi, noi popoli disgraziati c’abbiamo quelle doti lì, quelle cose che non puoi mica comprarle, tipo genio e caparbietà e un’umiltà coraggiosa e un senso del dovere e una religione della fatica e una fede nella rinascita e un gusto per l’impossibile che nessuno, nessuno”. Che tutti ci siamo sentiti un poco riscattati da quel Nibali lì, campione ma come piace a noi, campione con in mezzo la crisi e il dubbio e lo sgomento che rendono più sfolgorante la vittoria, più miracoloso il miracolo, più narrativa ed epica la vicenda.

E invece no, miei conterranei e concittadini. No. Noi non possiamo né appropriarci né sentirci riscattati da questa cosa sfolgorante che, vi svelo un segreto di Pulcinella, non è accaduta attingendo a quella ineffabile riserva di talenti e meraviglie di cui ci raccontiamo che saremmo capaci se la sorte malvagia e ria, se i ladri Savoia, se una malattia che c’ha bloccato non lo avessero impedito. No. Nibali ha vinto perché non è stato come uno di noi, non ha fatto come l’uno di noi medio che di fronte alle difficoltà si gira dall’altra parte, di fronte al dovere nicchia e prende tempo, di fronte all’impossibile fa una pausa per riposare, di fronte all’inaccettabile fa spallucce, di fronte all’indicibile si tappa la bocca, di fronte all’inguardabile si chiude gli occhi.

Nibali pedala, noi no.

Nibali non è la Messina che vince: è Nibali che vince malgrado Messina, la sua colla sociale, la sua inerzia, la sua sciatteria, la sua incapacità di credere nel possibile, figuriamoci nell’impossibile. Se avessimo tutti le doti che riconosciamo a Nibali e che oggi assumiamo come nostre, come il talento nascosto del Sud che un giorno (ma quando? ma perché? ma grazie a chi?) tornerà a prendersi la sua eredità di splendore, qui sarebbe l’Eldorado, e non la landa desolata che è, dove la bellezza (e ne avevamo, oh quanta ne avevamo avuta in sorte) langue e i figli fuggono.

Non sporchiamo la nitidezza smagliante della vittoria di Vincenzino attribuendoci una paternità, una genetica comune, una linea evolutiva che non esiste. E impariamo a pedalare a testa bassa, semmai.

Che il rosa è di chi se lo merita e se lo va a pigliare.

 

Dopo (anzi, durante) una delicata esperienza personale, mi sono avvicinata allo studio innovativo della Nullodinamica  e dei suoi principi (questa nota è dedicata al fratello Enrico Toti).

  1. Primo principio della nullodinamica o Comma 22 dell’Ortopedia: per portare le stampelle bisogna essere in perfetta forma fisica. Astenersi invalidi, acciaccati, zoppi e variamente infermi. Solo gli autentici atleti possono usarle correttamente. Naturalmente, se sei in perfetta salute non ti occorrono le stampelle.
  2. Secondo principio della nullodinamica o Incollocabilità della stampella: la stampella è un oggetto dadaista, progettato dallo stesso autore della “teiera per masochisti” quassù riportata. E’ fatta per essere tenuta in precario equilibrio dal Portatore Perplesso (da qui in poi PP) e basta: non è previsto alcun altro tipo di appoggio o contatto con il mondo. Sicché risulta impossibile, e persino dannoso, per il PP cercare di appenderla o posizionarla da qualsiasi parte, usando qualsivoglia appiglio, gancio, piano, rastrelliera o ringhiera. La stampella è l’anello mancante tra l’arto funzionante e la protesi, e lo fa sempre per il vostro bene. Come le mamme, le suocere e i correttori dell’iphone
  3. Terzo principio della nullodinamica o Autodeterminazione della stampella (strettamente correlato al secondo): la stampella è un essere senziente, affetto da evidente sindrome di abbandono. Ogni volta che cercherete di lasciarla, appenderla, posizionarla in qualsivoglia modo, essa tenderà a tornare da voi, anzi (come le colpe dei padri) a ricadere su di voi, centrando la parte malata o dolente con un coefficiente di approssimazione vicino allo zero assoluto.
  4. Quarto principio della nullodinamica o Divenire Ciclico della stampella (strettamente correlato al terzo): nei casi più gravi, la stampella nella sua caduta tenderà a centrare una qualsiasi parte che prima era sana, producendo ulteriore vulnus che richiederà l’uso delle stampelle per un altro congruo periodo.
  5. Quinto principio della nullodinamica o Prossemica della stampella: se ti muovi in uno spazio pubblico con le stampelle (in particolare gli ascensori degli ospedali, dove avviene il 33,3 per cento degli incidenti collaterali e/o dello scambio di patogeni mondiale), la probabilità che qualcuno ti passi o si appoggi o si diriga troppo vicino a te facendoti perdere l’equilibrio sono pari o superiori al trecento per cento.
  6. Sesto principio della nullodinamica o Sociologia Predittiva della stampella: la stampella è responsabile di alcune delle più inspiegabili sparizioni di massa del nostro mondo: appena avrete inforcato una stampella, un considerevole numero di parenti, amici e colleghi scomparirà, forse per sempre, dal vostro orizzonte. Studi recenti hanno confermato che l’estinzione dei dinosauri avvenne dopo un grave incidente che aveva ridotto il Tirannosaurus Rex sulle stampelle.
  7. Settimo principio della nullodinamica o Autoconservazione della stampella: la stampella non si crea, la stampella non si distrugge, la stampella si presta. Non è dato sapere chi introdusse un numero x di stampelle circolanti nel mondo, perché se ne è persa memoria: la massa circolante (di stampelle, non di PP, che per definizione sono nullodinamici) tende nel tempo a restare eguale a se stessa. Una recente teoria americana ipotizza che le stampelle siano venute dallo spazio e siano correlate coi cerchi nel grano, l‘orientamento delle piramidi e il calendario Maya.
  8. Ottavo principio della nullodinamica o Entropia della stampella: in un sistema chiuso (come voi non sapevate, ma era la vostra vita PRIMA delle stampelle) l’arrivo della stampella produce un progressivo esaurirsi dell’energia, fino all’Immobilità o zero assoluto del movimento, che si può considerare il vertice della nullodinamica e, forse, la missione biologica della stampella, che al momento è il microrganismo più dannoso dei tanti che convivono con la nostra specie nel nostro ecosistema.
  9. Nono principio della nullodinamica o Mitologia della stampella: la guerra contro la stampella è una guerra persa. Mito fondativo di tutta l’epica della stampella è quello di Enrico Toti, eroico PP che cercò valorosamente di sovvertire gli otto principi della nullodinamica, salvo confermarli tutti proprio alla fine. Il ben noto gesto di scagliare in battaglia la stampella contro il nemico urlando “Nun moro io!” è da interpretarsi, alla luce delle più moderne formulazioni della nullodinamica, come una ribellione non già alla protervia degli austro-ungarici, ma alla stampella medesima e al suo strapotere sul genere umano
  10. Decimo principio della nullodinamica o Volontà di Potenza della stampella : la stampella è la specie dominante e prima o poi governerà il mondo. Semplicemente sorreggendolo. Esso non avrà  mai più scampo.

fortuna-loffredo

fortuna due

Adoro il popolo della Rete, qualunque cosa sia, e di solito mi piace molto l’ondata che si solleva quando questo o quello dei protagonisti dello show pubblico dicono qualcosa: segnala che bisogna stare attenti, che c’è sempre il rischio che una risata ti seppellisca, se sei così scemo da dire cose come “tra due anni sconfiggeremo il cancro”, “nuoterò nel Tevere”, “abbiamo traforato il San Gottardo, che bravi” o “ciaone”. Che il campo è di tutti, ma è minato, e devi stare almeno attento, quando ci scendi. E’ la parte bella della Rete, quel soggetto collettivo e senziente che a volte sembra proprio l’opposto del soggetto individuale e dormiente che più o meno è sempre stato bersaglio (target, si dice nei lunapark dell’informazione) dei media tradizionali, e protagonista indiscusso dell’Auditel (quello strumento che, per quanto mi riguarda, ogni giorno mi fa riconsiderare, anche più dei lavori del Parlamento, il concetto di volontà della maggioranza, caposaldo della democrazia).

Però è pur vero che a volte le ondate si sollevano piuttosto incongruamente, scatenate da macroscopici errori d’interpretazione, agevolati talora dalla babbea faciloneria del circo mediatico, che estrapola e strilla senza curarsi o quasi di articolare e vagliare e comprendere (e poi se la prendono con noi di Twitter).
Mi pare che sia questo il caso del buon Augias, oggi.

Non fraintendetemi: considero il buon vecchio Corrado attraente come una colite. Trovo i suoi libri superflui, la sua conversazione stucchevole, le sue opinioni sbiadite e la sua acconciatura insostenibile: ne apprezzo, devo ammettere, solo i modi d’antica cortesia e un certo qual decoro che mi fa pensare a mio padre e altri gentiluomini del passato, oggi praticamente estinti ed espunti dal discorso pubblico. Ma stavolta devo proprio difenderlo.

Le sue considerazioni a proposito di una delle foto della piccola, sventurata Fortuna  Loffredo (che stridore, penso ogni volta: quel nome così augurale e ampio e dorato, quel nome che avrebbe dovuto portarsela in carrozza verso la buona sorte, mentre invece è volata, scalza, come un mucchietto di stracci nel vento) non credo proprio fossero una malaugurata e fondamentalmente incongrua colpevolizzazione della vittima; il buon Corrado non voleva certo dire che gli elementi che leggeva in quella foto (i boccoli, la posa, l’atteggiamento) fossero altrettante “giustificazioni” per l’attenzione morbosa nei confronti della bambina (perché qui di bambina parliamo, di scolara delle elementari). Non voleva dire – come ahimé ho letto – che “la bambina, comportandosi come una sedicenne, se l’era cercata”. Sapete che il “se l’è cercata” lo ammetto solo se sorprendete Salvini in cucina e lo prendere a padellate in testa: non lo trovo ammissibile in alcuna altra fattispecie di reato, vostro onore, tantomeno i reati sessuali, in cui la colpevolizzazione della vittima è strumento odioso e antico dei peggiori reazionari.

Io credo che il buon Augias cercasse di sottolineare un dato che prescinde dalla storia di Fortuna e dovrebbe forse essere motivo di riflessione collettiva: la precoce sessualizzazione dei bambini, che fa il paio con l’adolescentizzazione degli adulti. I bambini che, a loro insaputa ma certo in dipendenza dai modelli di comportamento che assorbono, assumono precocemente i “modi”, le pose della seduzione, il tentativo d’attirare l’attenzione attraverso l’appeal fisico. Mai visti certi book fotografici, sui social, di quattordicenni che sembrano uscite dai portfolio di Hamilton? Mai viste le piccole miss (sì, scolare delle elementari) con gli occhi bistrati e gli abiti di lustrini e tutto un corredo assurdo e incongruo di ammiccamenti? Ci si atteggia, ci si abbiglia, ci si comporta secondo i modelli che si hanno, inconsapevolmente, quando hai sei anni e devi imparare tutto dalla vita e da quei cosi lì, gli adulti, che a volte sono più incoscienti di te che almeno hai sei anni.

Non stupisce che, in contesti degradati come quello in cui si è svolta la vita breve e sfortunata di Fortuna (ma non solo lì), simili modelli allignino e si coniughino con altri fenomeni perversi: quelli per cui l’adulto si rivolge al bambino, al corpo del bambino, perché gli garantisce una sessualità di puro consumo e sopraffazione, lo mette al riparo dalle richieste dell’adulta alla pari, forse persino fa tacere qualsiasi dubbio sulle proprie prestazioni, oltre a essere un feroce esercizio di potere.
Tutti (sotto)prodotti del degrado dei rapporti, della confusione dei ruoli, della problematicità delle relazioni, della fuga dalle responsabilità, della riduzione dell’Altro a oggetto di consumo.
Complici i modelli osceni di successo centrato sul corpo e i suoi allettamenti, i dementi miraggi e messaggi televisivi (ma non solo, non più solo), la mercificazione del sesso.

Il buon Augias leggeva tutto questo, nella foto della povera, piccola Fortuna coi boccoli: molto oltre lei, oltre la sua famiglia sventurata, il suo ambiente colloso e colluso, i segreti del Parco Verde nascosti sotto gli occhi di tutti. Il che non toglie un’oncia alla violenza indicibile di quello che è accaduto al suo corpicino, alla sua anima di bambina, al suo nome lieve e augurale e gonfio di speranze tutte tradite, bucate. Il che non toglie un’oncia alla nostra – e sono certa, anche del vecchio Augias – pietà, al dolore, alla terribile consapevolezza di non capire, non sapere, non rendersi conto degli inferni che i bambini, a volte, devono attraversare. Protetti da niente, dal loro cappuccetto rosso, da qualche nome di cartapesta dorata che luccica, appena prima del buio.

 

l'uomo coi fiori

Io l’ho visto, come tutti voi, più d’una volta: l’uomo coi fiori. L’uomo con lo zainetto Nike e un mazzo di fiori, avvolto in carta verde. Era l’unica cosa colorata, forse viva, nel tunnel della metro invaso dal fumo e dal panico, tra la gente che camminava sui binari, e non c’era niente altro da vedere, se non sagome indistinte, e poco da sentire, se non echi lontanissimi, e il fiato della paura, che però forse era anche il nostro di noi che guardavamo, in cammino dietro quell’uomo, dentro una tragedia di cui non vedevamo nulla ma sapevamo tutto, come di solito succede a chi le cose le vive davvero, e vede solo tunnel bui e fumo, e magari le documenta per quello che sono, e tutti noi – che da casa c’abbiamo la visione panoramica, gli schermi divisi, i media accostati a far scintille tra loro (una volta si faceva per accendere il fuoco: si strofinavano i legnetti. Ora si fa con le notizie) – a guardare e immedesimarci, che è la nuova frontiera dell’informazione.

Così ero dietro l’uomo dei fiori, per molto tempo, almeno fino a quando qualcun altro è sbucato dal tunnel e ha fatto altre foto, altri filmati da guardare per immedesimarci tutti, #nousommesBruxelles.
L’uomo dei fiori portava i fiori nella metro delle nove, proteggendoli dagli spintoni, tenendoli ben alti, persino nel tunnel del buio. L’uomo dei fiori aveva la sua destinazione precisa, il suo cammino segnato, la sua fede incrollabile.
E io ho pensato a lui tutto il giorno: avrà consegnato i suoi fiori? Cosa gli avrà detto, cosa avrà fatto la persona a cui li stava portando? Lo avrà abbracciato, con tutti i fiori? Li avrà buttati via per abbracciarlo meglio, saperlo sopravvissuto con tutta la certezza del corpo, con quel modo di stringersi a un altro che è – sempre – trattenerlo qui, qui e adesso, al riparo dalla morte, dal caso, dall’instabilità del mondo?

E voi direte: ma come, ci sono tanti morti e tu pensi all’uomo coi fiori? Non sarai anche tu di quelli che mettono bandiere, e lumini, e si colorano il profilo su facebook o twitter, e sì, portano fiori?
Sì, io sono di quelli che portano i fiori. Quella mattina, a Bruxelles, c’erano in circolazione altre persone con un bagaglio speciale, una destinazione precisa, un cammino segnato, una fede incrollabile. Avevano un guanto nero, uno aveva un cappello. Non portavano fiori, ma esplosivo imbottito di chiodi.
E ora le anime belle mi diranno: ecco, loro portano esplosivo, tu che fai, porti i fiori? Sì, rispondo, io sono come l’uomo coi fiori. Nel tunnel buio io porterò sempre i fiori. Che la Storia (quella grande, lassù) è tutta tunnel bui e occasionali varchi di luce, esplosioni che ci mettono in fuga e binari lungo cui camminare col cuore stretto dall’incertezza, e la storia (quella piccola, quaggiù) anche di più, ma, infine, cosa saremmo senza quei fiori, quella promessa d’un abbraccio che ci sciolga dalla presa della morte?

Un uomo che amo molto – un uomo coi fiori – m’ha detto: se quei fiori sono arrivati a destinazione, l’umanità ha ancora una speranza.
Ecco perché io porterò sempre i fiori.

Se ci trovi dei fiori, in questa storia, sono tuoi.

 

qui il link per il video dell’uomo coi fiori: http://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/bruxelles_attentato_metro_malbeek-1626387.html

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Cara Meloni Giorgia,

fratella d’Italia, in queste ore si parla molto di te, della tua pancia, della pancia del Paese, quella da cui sono venuti fuori, in questi giorni, pezzi d’odio e intolleranza contro di te e la tua creatura, perché, sai, il mondo è fatto anche così: quello che dai poi te lo restituisce, e io sono ogni volta incantata dallo stupore traumatico con cui tu, e gli altri esponenti d’una destra di ruspe e intolleranze, di pistole in diretta tv e altri tipi di proiettili da media e da social, di fratellanze (arieccoli, i fratelli) con casapoundini ma respingenze per tanti altri, accogliete i frutti della vostra stessa semina. Se passi il tuo tempo a parlare alla pancia, sarà la pancia poi che ti risponderà, e di solito le pance sono espressive in un modo tutto loro.

Peraltro, pensa, io sono persino d’accordo con te (sai, tutto quell’allenamento a non parlare alla pancia, e con la pancia, che a volte noi scemi di sinistra, marxisti corrente Groucho e materialisti magici, ci imponiamo fin dalla più tenera età, produce cose sorprendenti come poter distinguere, articolare, separare i piani): sì, io penso che il matrimonio non sia indispensabile (a dirla tutta, forse nemmeno utile, ma qui andiamo sui traumi personali e non mi pare rigoroso), che se tuo figlio nascerà da genitori non sposati – e dico anche in chiesa, con tutti i sacramenti – sarà esattamente identico a qualunque altro bambino, proveniente da qualunque altro utero o Paese, con o senza famiglia, con o senza benedizione: titolare di diritti, portatore di valore umano, soggetto di dignità e amore, oggetto di cura e attenzione.

Però sento l’obbligo di dirti che tu puoi – giustamente – addolorarti e persino indignarti per gli insulti e le offese, e dire al mondo che nessuno si può permettere di criticare il tuo stato civile, le tue scelte e la condizione di tuo figlio proprio perché io, ma prima di me infinite sorelle e infiniti fratelli, infiniti marxisti tendenza Groucho e materialisti magici, infiniti illusi, infiniti sognatori pragmatici e idealisti surrealisti, hanno protestato, e manifestato, e perorato, e sono scesi nelle piazze e preso infiniti calci nel sedere per spezzare il dogma della famiglia intoccabile – pensa, sono così vecchia che ricordo mio padre, democristiano, che pontificava contro il divorzio chiamando in causa esattamente le stesse cose che voi tirate fuori oggi per avversare le unioni gay e le adozioni.

Cara Meloni Giorgia, se oggi possono serenamente partecipare a un Family Day persone sposate due o tre volte, con figli di questo e quel letto, o anche non sposate e in attesa di un figlio, come te, e rivendicare l’assoluta libertà delle loro scelte e della loro condizione – sia pure definendosi cattolici – , è grazie a quelle lotte, a quella stagione. Perché quello che si fece allora fu mettere in discussione un dogma parareligioso che rendeva impossibile andare oltre, immaginare altre condizioni e altre tutele.

Oggi voi dite che i bambini non sarebbero tutelati, se affidati a coppie gay. Non si capisce quale sia la vostra fonte di certezza, visto che gli studi psicologici concordano (tutti) nel sostenere che non c’è alcun “pericolo” per chi cresce in una famiglia omogenitoriale. Certo, la Bibbia dice altre cose, come tutti i libri che hanno qualche migliaio di anni. Ma in compenso l’altro libro molto antico, la Realtà, ci dice tantissimo, se solo sappiamo leggere: che le famiglie sono una cosa multiforme, multiversa, multivoca. Che in natura (che per gli uomini vuol dire anche cultura, visto che natura e cultura sono una delle più antiche coppie di fatto della storia umana) esiste di tutto: chi è cresciuto da famiglie di sole donne, chi di soli uomini, chi vive coi genitori di un altro, chi ha cinque mamme e un papà, chi ha una mamma un papà e un rione, chi ha solo un rione, chi ha solo fratelli, o sorelle. Persino chi non ha nessuno, e la sua famiglia se l’è cercata e scelta e voluta, uno per uno (e le famiglie di scelta, le famiglie d’elezione sono le più smaglianti e meravigliose, a volte).

In tanti hanno lottato perché nessuno, oggi, possa offendere la signora Meloni Giorgia in attesa d’un figlio fuori dal sacro vincolo del matrimonio. Ce l’hanno pure fatta, anche se lottavano contro i preti e contro gli Adinolfi del tempo, contro i democristiani e i FamilyDay del tempo (e dico, Andreotti allora era persino vivo). Contro un’idea di famiglia che non comprendeva le infinite famiglie che la realtà produce, perché natura e cultura – coppia di fatto – figliano assieme, e si fanno prestare l’utero dall’etica e dalla biologia, dalla necessità e dall’amore, e hanno tanti di quei figli, e parenti, che siamo tentati davvero di credere – come voi, più di voi – che esista un solo tipo di famiglia, da accettare, tutelare, servire. Ma per noi è la famiglia umana.

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Salve, sono quella che soffre di deformazione di genere.
Sì, ce l’ho particolarmente lungo. Il rancore. Il malanimo. Il dispiacere, ogni volta che ci sono (cioè spesso) casi come quello di Ashley Olsen, l’americana uccisa da un ragazzo senegalese a Firenze, senza un vero motivo.

E a quelli che commentano “Se l’è cercata”, vorrei ricordare che:
– Ashley Olsen stava applicando, appunto, i nostri valori occidentali: si riteneva libera di andare a letto con chi le pareva, senza dover rischiare la vita (e poi pure le scemenze di chi commenta la sua morte);

– che Ashley Olsen era extracomunitaria, esattamente quanto il senegalese che l’ha uccisa, ma nessuno l’ha mai apostrofata come “extracomunitaria”. Perché le parole sono divise, angolazioni, dichiarazioni d’appartenenza (di te che le dici, non di quelli che cerchi di definire). Sì, lei era “regolare” e lui no, ma sempre extracomunitaria, checché voi pensiate e apostrofiate;

– che Ashley Olsen non era una “ragazza”, ma una donna di 35 anni (e qui si dovrebbe aprire una parentesi enorme sui meccanismi mediatici di attribuzione d’età nel nostro mondo tardoadolescenziale, gerontofobo e bimbominkieggiante: ne parla accortamente Andrea Riscassi qui)

– che la vicenda è tutta brutta, deprimente e umiliante (la lite, le urla, lui che la spinge, la insulta, lui che le ruba pure il cellulare, lo usa per telefonare alla sua fidanzata italiana), ma non per i motivi sbagliati (cioè quelli che adducono i liberisti del sesso ma moralisti della libertà, i difensori “dei nostri valori” soprattutto quando si tratta di valori sinistramente – anzi, destramente – simili a quelli da cui secondo loro ci si dovrebbe difendere): perché è orrendo sempre, l’omicidio, perché è orrendo sempre l’omicidio di una donna, perché è orrendo sempre quando fare sesso non avvicina due persone, ma le mette addirittura uno contro l’altro, uno contro l’altra (e anche questa è una sconfitta, dico una sconfitta occidentale, sia pure dentro una vittoria, che resta quella della mia libertà di donna di portarmi a letto chi mi pare, anche uno sconosciuto, e di continuare a essere difesa e protetta dalla legge persino lì, nel mio letto accanto, o sopra o sotto uno sconosciuto).

In conclusione:
– sì, credo che si possa parlare di femminicidio, come in tanti altri casi in cui nessuno dei due è “straniero”;
– no, non credo c’entri nulla lo scontro di civiltà ma sì, credo c’entri sempre la guerra dei sessi e forse dei censi, la donna più debole (parlo proprio di complessione fisica, status muscolare, braccio di ferro) ma economicamente sovrastante, la subalternità affamata in cui si muovono, nel nostro mondo “libero” e “ricco”, coloro che non sono né liberi né ricchi, specie se vengono da culture profondamente, intollerabilmente misogine (persino più della nostra, che ha fatto davvero un cammino in avanti, malgrado tutto quello che sappiamo e sapete – quindi evitate di ripeterlo nei commenti, grazie – sulla mercificazione e lo sfruttamento del corpo della donna, sull’inferiorità economica e sulla disparità di trattamento e opportunità, sulla tragica mancanza di sostegni istituzionali ai ruoli multipli delle donne).
– no, non se l’è cercata. Ha fatto quello che succede a ogni istante pressoché ovunque. E’ stata sfortunata, forse stupida. Non è un buon motivo per negare tutto il resto, per negare il suo diritto a essere sicura, il suo diritto ad avere giustizia, il suo diritto a non subire alcune stupida diminutio del suo status di vittima. Vittima femmina.