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clinton

Essì, Hillary m’è sempre sembrata simpatica come una colica renale, e non avrei mai voluto essere mmericana, per non avere, ieri, il dilemma: votare un idiota o una stronza? Impressione confermata quando, nel precipitare degli eventi, della credibilità dei sondaggi, delle speranze, delle mandibole dei commentatori, delle palpebre degli spettatori (ma non di gente tipo Mentana o Damilano, che evidentemente hanno uno spacciatore fantastico), la sora Clinton s’era sottratta al suo pubblico e aveva mandato avanti il suo collaboratore: “Stiamo ancora contando, grazie, ci vediamo, casomai chiamiamo noi”.
Ammazza che stronza, avevo ri-pensato io. Che non si fa; ci si presenta comunque, con tutta la sconfitta addosso, col cerone sfatto, la giacchetta spiegazzata, l’incredulità e il panico, e pazienza.

L’ho disapprovata e vituperata, sinceramente. Eppure oggi, quando infine s’è presentata e ha parlato, ho visto in lei – nella sua faccia meticolosamente composta ancorché segnata, nella sua acconciatura perfetta, nel suo tailleur dai petti viola vagamente funebri, nella sua consueta precisione frutto di scelte calibrate, soppesamenti, bilancini di stile, così in contrasto con l’eleganza pacchiana, il rozzo splendore brachicefalo dei Trump – qualcosa, una briciola delle donne che ammiro, le donne del mio mondo, le figure istituzionali del mio sistema politico preferito: il matriarcato calabrese. Una cosa che ha a che fare con la forza, la caparbietà, quella qualità minerale di resistenza, d’irriducibilità.

Ha detto la parola “doloroso”. Ha detto la parola “delusione”. Ha detto “tetto di cristallo” perché la cupola del maschile è sempre lì, l’abside intonsa del potere presidenziale singolare maschile. Ha pure fatto balenare, fuggevolmente, il plurale femminile che poi è, forse, quello che non l’ha riconosciuta, non le ha creduto, non l’ha voluta. Che io stessa faccio fatica a rintracciare in lei, restando istupidita dalla superficie vasta e metallizzata della sua ambizione, dalla spregiudicatezza che non riesco a considerare un pregio, dal trasformismo che non posso giustificare (essì, conservo un’idea “di genere” fondamentalmente sentimentale e un poco integralista).

Ma è stata ferma, intensa, precisa, per nulla piegata dal peso schiacciante di una delle sconfitte più clamorose della storia dell’America e del pianeta. Tutta, davvero, sulle sue spalle impettite, sulle sue rughe nasolabiali particolarmente scavate, sulla frana invisibile che doveva abitarla fin dalla notte.

E’ stata forte, e la forza femminile m’ispira sempre rispetto. Se ci sarà, prima o poi, una donna presidente degli Usa non si potrà comunque prescindere dal suo tentativo, dalla sua notte di Via Crucis, dalla sua voragine, di cui si parlerà ancora a lungo, sempre, alla quale non potrà sottrarsi mai più. Un mito mostruoso: la notte pazzesca in cui fu eletto Donald Trump.
Quindi onore a Hillary, comunque.

italian referendum

Non sono mai stata una donna da mezze misure: i Sì e i No mi si confanno dalla più tenera età, per quanto abbia cercato di correggere il mio intimo, esasperante manicheismo. Mio padre me lo diceva, e io ogni volta gli rispondevo con fastidio: “Sei democristiano”. In effetti era democristiano, e solo col tempo avrei imparato che ci sono democristiani molto più democristiani di altri, ed è tutta questione di anagrafe (tolti alcuni grandi Belzebù, soprattutto i più giovani sono i peggiori. Quelli nati, facciamo, dal 1975 in poi…).

Ho sempre amato soprattutto Molly Bloom e lo scrivano Bartleby, ovvero la donna che dice Sì sì sì e l’uomo che Preferirebbe di No. Che abbia sempre tentato di essere entrambi contemporaneamente credo dia sufficiente conto del mio stato esistenziale e mentale.

Dunque, la disfida del referendum (di questo referendum in special modo) dovrebbe essere il mio campo di battaglia, l’esaltazione – finalmente autorizzata, anzi socialmente riconosciuta – della mia personale inclinazione ai Sì e No, agli universi tutti bianchi o tutti neri, ai sentimenti drastici e alle emozioni categoriche che da sempre mi abitano.

E invece.

Premetto che d’istinto, e malgrado le cattive compagnie, mi sono da subito riconosciuta nel No. Coi gufi, gli illusi, i civatiani, gli scassaminchia, i cercatori di pelo nell’uovo, gli oppositori a prescindere ma anche a ben vedere (talora, raramente, coincidono). Pur soffrendo, come dicevo, di trovarmi accanto Santanchesse, sciichimici, Gasparri, tautologici (quelli “no perché no”: dopo accurati studi sono in grado di affermare che la tautologia funziona solo in positivo, come nell’amore: “sì perché sì”)(ma questa è un’altra storia).

Il punto è che, adesso, a poco meno di un mese dal voto, mi sento sempre peggio a stare da qualsiasi parte. Al No (ahi, Bartleby) si sono uniti certi ultrà di cui mi vergogno profondamente, ma pure al Sì (ahi, Molly), e la sensazione è di spalti gremiti di folle feroci che non aspettano altro che di entrare in contatto fisico.

1- L’evidenziatore di Aristotele

Allora ho fatto la cosa più importante, che avrei dovuto fare prima ma vabbè (nel frattempo, come gli amici sanno, sono stata colpita da tutte le piaghe d’Egitto, e anzi vorrei sapere cosa ne pensa Radio Maria, in proposito)(ma questa è un’altra storia): ho preso il testo della riforma e il testo della Costituzione (casomai, li trovate qui: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf), un evidenziatore giallo e ho evocato lo spirito aristotelico di mio padre (sì, era più aristotelico che democristiano, ma questo lo avrei scoperto molto dopo).

Ebbene. Questa riforma mi sembra non tanto malvagia quanto cazzoconfusa. Provo a buttarer giù le principali perplessità (senza ordine e senza competenza: solo una lettura attenta e senza il “sostegno” pedagogico dell’una o dell’altra parte).

  • Il Senato costruito come Camera delle autonomie mi pare abbastanza malconcepito, ne temo l’elezione “di secondo grado” e non sono sicura realizzi davvero lo spirito costituzionale (c’è, vero, me lo confermate?) di aumentare lo spazio degli enti locali.
  • Non riesco a capire cosa ci facciano, dentro, i senatori a vita ovvero presidenti della Repubblica e, a onor del vero, nemmeno i senatori “illustri” (gli ex a vita, per intenderci), che scelti per le loro qualità straordinarie forse sarebbero più utili per le materie di cui ha competenza la Camera
  • Non capisco perché per le leggi di iniziativa popolare si triplichi il numero di firme necessarie, e non approvo che il referendum popolare “propositivo e d’indirizzo” resti un pio proposito da normare successivamente, se avanza tempo.
  • Non capisco la cervellotica trovata per il quorum del referendum abrogativo.
  • Non trovo chiarissimi i rapporti con le Regioni, men che meno con quelle (come la Sicilia) a statuto speciale.
  • Non mi convince nelle prospettive, tanto sbandierate, di risparmio sui costi istituzionali: tagliare i costi è un nobilissimo effetto collaterale, semmai, ma non certo l’obiettivo principale.

Insomma, mi ricorda, complessivamente, i temi di Pallone Crescenzio, mio valoroso compagno di scuola del ginnasio, indomito ripetente pieno di buona volontà: tutto un rumore e una furia che non significavano niente, ma con molto spreco di risorse (ciao Crescenzio, spero che tu oggi sia dirigente Trenitalia).

L’ansia di tagliare, snellire, semplificare mi pare non si sostanzi in misure meditate, accorte, e onestamente nemmeno scritte con la nitida, ferma bellezza della Costituzione (ma questo è un argomento nostalgico e dannunziano che non voglio usare, quindi toglietelo dal verbale).

Mi pare sia complessivamente frettolosa e poco meditata, migliorabilissima (che è il peggio che si possa dire di una legge considerata fatta e finita) e di dubbia efficacia (e mica è un’anguria, che si può prendere a prova),

Inoltre, la Costituzione sarà Don Chisciotte, ma l’Italicum è Sancho Panza. E sull’Italicum, signori miei, ho davvero poco da dire: glielo restituirei cerchiato di blu con la scritta “rifare” (specie nelle parti del premio di maggioranza, dei nominati, del ballottaggio).

Infine: Matteo, ma a te chi te lo ha fatto fare d’intraprendere questa cosa proprio adesso? Avevamo bisogno di dividerci in questo modo atroce (e te lo dice una vecchia manichea) su una cosa che poteva ancora aspettare (mentre non possono aspettare misure economiche e sociali, legge elettorale – intendo una legge elettorale degna di questo nome – , la domanda di giustizia sostanziale, generazionale, sociale che viene da strati sempre più ampi di questo Paese)? Che poi era quello che chiedevo a Pallone Crescenzio, le rare volte che veniva a scuola: ma tu che fai qui, perché lo fai? 

2 – Non basta un sì

L’altra cosa che mi disturba sempre di più, non ci crederete, è questa paroletta, questo sloganino: bastaunsì. Non mi disturba il Sì. Mi disturba il “basta”. Mi ricorda mia nonna che mi voleva convincere che bastava un minutino e via la bua, quando mia madre m’inseguiva per casa con un siringone pieno di estratti epatici, tuorli di drago e altre credenze magico-sanitarie degli anni settanta.

No, signori, non basta un sì (ma nemmeno un no, diciamolo). Se siamo ridotti così è perché abbiamo pensato che bastasse. Che bastasse ogni tanto votare, ogni tanto scegliere sul menù. E nel frattempo fare ciascuno la sua vita, singola e separata, fuori da qualsiasi impegno o contesto “politico”, mentre il menù lo confezionavano sempre altri. E noi al limite controllavamo che fosse aderente ai nostri principi diet-etici (sì, io di sinistra corretto con proporzionale, senza grassi, e una spruzzata di diritti civili, grazie).

Lo so, non posso parlare per tutti, ma so di parlare per moltissimi, a partire da me stessa. E voglio raccontarvi una cosa: mesi fa è partita l’esperienza di “Possibile”, il movimento messo su da Civati. Minchia, mi sono detta, finalmente: qui si comincia da zero, e io posso esserci. Ho aderito al comitato cittadino (miracolo: persino nell’amorfa Messina c’erano possibilisti!), mi sono iscritta al gruppo whatsapp, ho partecipato alle prime riunioni. Cazzo, eccomi, ora ci sono pure io.

E invece.

Sono stata superficiale, pigra, imperdonabile. Ho cominciato a saltare le riunioni, a ridurre il tempo per informarmi. Ho inventato bellissimi alibi, alcuni pure convincenti: il lavoro, la famiglia, la salute (in effetti, un mese di stampelle non è male, ma resta un alibi). Perché partecipare costa. Costa fatica, tempo, sudore, noia. Costa confrontarsi con gli altri, scornarsi, non riuscire ad affermare il proprio punto di vista. Dialogare costa. E la fatica inenarrabile di quel percorso – che pure era splendido, e aurorale, e vero (per inciso: Civati mi sembra tuttora una delle cose migliori della sinistra superstite e affaticata, la sinistra non urlata e non concitata che non può essere di moda) – mi ha fatta desistere. Faccio outing: non ci sono riuscita, e non posso fingere che sia stato per forza maggiore.

Ma oggi questa frustrazione, questo senso di colpa mi serve per dire che no, non “basta” un sì. Non potete chiedere: dai, scrivete sì e poi tornatevene alle vostre occupazioni, al vostro nido e/o ombelico, che qui facciamo noi.

No, non basta un sì e neppure un no: basta col basta.

La Costituzione dovrebbe dire: scendete qui e fatelo, facciamolo assieme. State qui, tutti, siisti e noisti, Molly e Bartleby, discutete, lavorate, non scegliete su nessun menù. Da oggi si cucina. Costituziochef.

Ecco.

giulio

Ho pubblicato un post sul blog “Giulio siamo noi”, perché sempre chiederemo #veritàperGiulioRegeni.

Eccolo: https://giuliosiamonoi.wordpress.com/2016/10/17/il-corpo-di-giulio/

Ciao, Giulio.

 

orroretiziana

Da giorni rimugino il mio rancore, il mio dispiacere, la mia vergogna per la bambina asservita al branco di giovani maschi di Melito. Sono calabrese, e questa cosa schifosa per chiunque, a qualunque latitudine, mi colpisce di più, perché me ne sento oscuramente responsabile: dov’ero io – che per giunta faccio la giornalista nel quotidiano di questa regione – mentre un’intera comunità pur dotata di scuole e istituzioni, persino chiese, pur capace di consumi sofisticati e pienamente collocata in quell’Occidente immaginario che gli agitatori dello scontro di civiltà mi dicono davvero diverso dai mondi cupi dei veli, dei burquini, della misoginia di Stato e di Chiesa, regrediva o forse nemmeno si evolveva – solo ingannevolmente rivestita di modernità – restando posata sul bordo di quel medioevo perenne, invincibile, di cui ha dato prova? Perché non ho capito? Quanto buio infiltra questi nostri paesini pacifici, queste contrade laboriose, questi pii circondari?

Che sono gli stessi della ‘ndrangheta, attenzione. Gli stessi luoghi insospettabili dove quell’altro mostro medievale si nasconde in piena luce, negata da tutti, taciuta da tutti, intenta a farsi i fatti suoi in mezzo a tutti.

Ho grande difficoltà a capire, a spiegarmi, ad accettare che non sia, come ci raccontiamo sempre, una minoranza di cattivi soggetti, ma che un frammento di Male stia ovunque, negli androni, nelle canoniche, sulle panchine, ai tavolini dei bar. E non perché i concittadini della bambina in massa non sono andati alla fiaccolata: per la qualità pervicace, ottusa, ignobile del loro silenzio, della loro disapprovazione per la vittima, della loro comprensione per i carnefici.

Li guardo, i violentatori seriali  (ringraziando gli dei che stavolta, a differenza di tante altre, ci siano facce da guardare, nomi da leggere): facce qualunque, tagli di capelli e barbe leggere di quelli alla moda paesana dei rotocalchi, qualche corruccio, nessuna traccia di timore o vergogna.

Mi chiedo dove abbiamo sbagliato, noi illusi di essere in chissà quale luogo privilegiato del pianeta, così felice, così avanti e sicuro di sé, dove un numero imprecisato di Voltaire e di Simone de Beauvoir, di Montesquieu e di Sigmund Freud ci avevano fatti uscire dalle nebbie, tanto da poterci vestire di orrore davanti alle bambine stuprate e impiccate in India, alle donne seppellite fino alla testa e lapidate in Iran, alle spose di otto anni in Yemen, alle piccole infibulate in Somalia.

E invece no. Anche noi abbiamo un catalogo di orrori accanto a casa – e io di più, perché conosco Melito, ci sono stata tante volte, ho persino amici, lì: io sono cresciuta nello stesso mondo di tanti di loro – e non si tratta solo di un fatto di cronaca, un delitto privato in cui ci sono responsabili e vittima, ma di un fatto potentemente sociale, un delitto pubblico in cui il numero dei fiancheggiatori, attorno ai responsabili, è enorme e forse incalcolabile. Perché, sapete, basta una frase, per rivelarli, per metterli senza appello in quella schiera. “Se l’è cercata”. “Era movimentata”. “C’è tanta prostituzione”. “Sono cose di ragazzi”.

E mi chiedo quanto tempo ci metterà la mia Calabria ad arrivare in Occidente, se esiste. E come posso fare a svelare la persistenza del medioevo – che è come svelare la persistenza sottile, ubiqua, immanente e sfuggente della ‘ndrangheta – in queste strade ortogonali, tra questi negozi di smartphone, in questi bar alla moda, in queste casette accessoriate, dove le tv alzano i loro gioiosi jingle di riconoscimento, e ci spiegano il Bene di Don Matteo, e nascondono il Male sotto il tappeto, con la scopa.

Ma oggi, su queste furibonde e mortificanti riflessioni, piove un’altra vergogna, che nasce dalla stessa materia melmosa, inequivocabile eppure sfuggente: il tristissimo suicidio di Tiziana Cantone. La donna (perché definire “ragazza” una donna di 31 anni fa parte della malattia collettiva da cui siamo affetti, che tra i suoi sintomi ha anche quest’infantilizzazione programmatica) finita su uno schermo italiano su due per un video hard. Roba di pessimo gusto, senz’altro. Roba francamente cretina, anzi. Che tra amanti tutto è lecito, per fortuna (ancora una volta ringraziando tutti quei signori, da Montesquieu a Freud, ché in alcune regioni di questo pianeta – inclusi gli Stati Uniti antidarwinisti e creazionisti, tanto per mappare il medioevo ovunque si trovi – alcune pratiche sessuali sono vietate e sanzionate per legge), ma resta da capire quale incremento del piacere porti una ripresa su smartphone (a meno che un altro sintomo della malattia collettiva non sia questo: lo smartphone come zona erogena), specie se affidata, la suddetta ripresa, a un vero cretino. Un cretino che dopo, per imprecisati motivi (la cretinaggine non è consequenziale e non è logica: ecco perché è estremanente pericolosa), rende pubblico quel video privatissimo e lo consegna ad altrettanti cretini.

E qui torniamo al problema dei fiancheggiatori: quelli del crimine sono tanti, quelli dell’idiozia sono tantissimi, incalcolabili.

Alcuni giorni fa un collega giornalista ha diffuso tra i suoi contatti un fotomontaggio in cui alla vagina che occhieggiava dall’abito indossato in passerella alla Mostra di Venezia da due tristissime starlette era stato sovrapposto il volto d’un noto transgender: lui (il mio collega), che è cresciuto in una ricca famiglia siciliana, fa il giornalista, è laureato e sembra in tutto una persona normale (pensate l’idiozia che capacità mimetiche possiede), sghignazzava con gli amici per questa cosa francamente al di là della mia capacità di comprendere. Una cosa che denuncia il maschilismo abietto, la volgarità, il disprezzo per l’altro che, come un fondo melmoso e invincibile, evidentemente resta lì, attraverso i secoli, la storia, l’istruzione, il progresso, come un perverso humus alla rovescia.

Idioti lievi come lui, irresponsabili convinti di star facendo una cosa per ridere, una cosa persino innocente, hanno fatto la fortuna del video di Tiziana, che è diventato, come si dice oggi, “virale” (eccola ancora, la malattia collettiva).

Tiziana ne ha avuto la vita rovinata: ha cambiato città e nome, e infine si è uccisa. Perseguitata da eserciti di innocenti idioti, a cui certo si sono uniti, strada facendo, molestatori professionisti, odiatori da tastiera, repressi pericolosi, misogini profondi (che non sono solo maschi: la misoginia delle donne è ancora più temibile, così introiettata e feroce e impossibile com’è) e tutta la fauna che popola il web ma solo perché comunque popola la Terra. Che in altri Paesi magari, invece di cliccare insulti, va a tirare pietre all’adultera.

E io di nuovo, così soverchiata da tutto questo, mi chiedo dove stiamo sbagliando, cosa possiamo fare.

Perché io continuo a credere al web, cioè al pianeta (finché esisterà un filo d’erba sulla Terra, ce ne sarà uno fotografato su Instagram), come luogo dove esiste una linea evolutiva. Dove la tecnologia supporta la conoscenza, e non si fa strumento dell’ignoranza. Dove le comunità crescono più degli individui, meglio degli individui. Dove le ondate di sdegno, e sgomento, e dolore riguardano le lesioni dei diritti, dei corpi, delle libertà. E invece esco di casa, e trovo Melito.

nibali

Oggi in Sicilia, ma in particolare qui a Messina, davvero è la vie en rose. Persino la grigia, depressa Messina, che indietreggia in tutto e si lecca le ferite, oggi sorride, ché Vincenzino Nibali è figlio tutto suo e lui pure lo rivendica con orgoglio. E lì è il negozio dei suoi, e lì lui si allenava, e lì lo vedevamo passare, con la bicicletta, a testa bassa e pedalare, che le imprese si costruiscono e i miracoli bisogna meritarseli. Tutti ne siamo felici, anche chi (come la sottoscritta) non sa nemmeno il nome della squadra di Nibali e ignora cosa sia il Colle della Lombarda e chi sia Chaves e figuriamoci la mamma di Chaves. Ed è persino bello scoprire, oggi, che alcune cronache del ciclismo sono scritte con passione hemigwayana, e per Vincenzino si scomodano Omero e Hitchcock (bella accoppiata), perché l’epica ha le sue ragioni e il thrilling pure, e lui le ha soddisfatte entrambe.

Ma quello che – sia pure in questo momento rosa profondo – mi turba è un’altra cosa, un effetto collaterale. Questo leggere mille, centomila volte “la Sicilia che vince”, “Messina che vince”, questo annuire tra noi con l’aria sapitura di chi “ebbè, si sa che noi popoli subalterni e dimessi, noi popoli disgraziati c’abbiamo quelle doti lì, quelle cose che non puoi mica comprarle, tipo genio e caparbietà e un’umiltà coraggiosa e un senso del dovere e una religione della fatica e una fede nella rinascita e un gusto per l’impossibile che nessuno, nessuno”. Che tutti ci siamo sentiti un poco riscattati da quel Nibali lì, campione ma come piace a noi, campione con in mezzo la crisi e il dubbio e lo sgomento che rendono più sfolgorante la vittoria, più miracoloso il miracolo, più narrativa ed epica la vicenda.

E invece no, miei conterranei e concittadini. No. Noi non possiamo né appropriarci né sentirci riscattati da questa cosa sfolgorante che, vi svelo un segreto di Pulcinella, non è accaduta attingendo a quella ineffabile riserva di talenti e meraviglie di cui ci raccontiamo che saremmo capaci se la sorte malvagia e ria, se i ladri Savoia, se una malattia che c’ha bloccato non lo avessero impedito. No. Nibali ha vinto perché non è stato come uno di noi, non ha fatto come l’uno di noi medio che di fronte alle difficoltà si gira dall’altra parte, di fronte al dovere nicchia e prende tempo, di fronte all’impossibile fa una pausa per riposare, di fronte all’inaccettabile fa spallucce, di fronte all’indicibile si tappa la bocca, di fronte all’inguardabile si chiude gli occhi.

Nibali pedala, noi no.

Nibali non è la Messina che vince: è Nibali che vince malgrado Messina, la sua colla sociale, la sua inerzia, la sua sciatteria, la sua incapacità di credere nel possibile, figuriamoci nell’impossibile. Se avessimo tutti le doti che riconosciamo a Nibali e che oggi assumiamo come nostre, come il talento nascosto del Sud che un giorno (ma quando? ma perché? ma grazie a chi?) tornerà a prendersi la sua eredità di splendore, qui sarebbe l’Eldorado, e non la landa desolata che è, dove la bellezza (e ne avevamo, oh quanta ne avevamo avuta in sorte) langue e i figli fuggono.

Non sporchiamo la nitidezza smagliante della vittoria di Vincenzino attribuendoci una paternità, una genetica comune, una linea evolutiva che non esiste. E impariamo a pedalare a testa bassa, semmai.

Che il rosa è di chi se lo merita e se lo va a pigliare.

 

Dopo (anzi, durante) una delicata esperienza personale, mi sono avvicinata allo studio innovativo della Nullodinamica  e dei suoi principi (questa nota è dedicata al fratello Enrico Toti).

  1. Primo principio della nullodinamica o Comma 22 dell’Ortopedia: per portare le stampelle bisogna essere in perfetta forma fisica. Astenersi invalidi, acciaccati, zoppi e variamente infermi. Solo gli autentici atleti possono usarle correttamente. Naturalmente, se sei in perfetta salute non ti occorrono le stampelle.
  2. Secondo principio della nullodinamica o Incollocabilità della stampella: la stampella è un oggetto dadaista, progettato dallo stesso autore della “teiera per masochisti” quassù riportata. E’ fatta per essere tenuta in precario equilibrio dal Portatore Perplesso (da qui in poi PP) e basta: non è previsto alcun altro tipo di appoggio o contatto con il mondo. Sicché risulta impossibile, e persino dannoso, per il PP cercare di appenderla o posizionarla da qualsiasi parte, usando qualsivoglia appiglio, gancio, piano, rastrelliera o ringhiera. La stampella è l’anello mancante tra l’arto funzionante e la protesi, e lo fa sempre per il vostro bene. Come le mamme, le suocere e i correttori dell’iphone
  3. Terzo principio della nullodinamica o Autodeterminazione della stampella (strettamente correlato al secondo): la stampella è un essere senziente, affetto da evidente sindrome di abbandono. Ogni volta che cercherete di lasciarla, appenderla, posizionarla in qualsivoglia modo, essa tenderà a tornare da voi, anzi (come le colpe dei padri) a ricadere su di voi, centrando la parte malata o dolente con un coefficiente di approssimazione vicino allo zero assoluto.
  4. Quarto principio della nullodinamica o Divenire Ciclico della stampella (strettamente correlato al terzo): nei casi più gravi, la stampella nella sua caduta tenderà a centrare una qualsiasi parte che prima era sana, producendo ulteriore vulnus che richiederà l’uso delle stampelle per un altro congruo periodo.
  5. Quinto principio della nullodinamica o Prossemica della stampella: se ti muovi in uno spazio pubblico con le stampelle (in particolare gli ascensori degli ospedali, dove avviene il 33,3 per cento degli incidenti collaterali e/o dello scambio di patogeni mondiale), la probabilità che qualcuno ti passi o si appoggi o si diriga troppo vicino a te facendoti perdere l’equilibrio sono pari o superiori al trecento per cento.
  6. Sesto principio della nullodinamica o Sociologia Predittiva della stampella: la stampella è responsabile di alcune delle più inspiegabili sparizioni di massa del nostro mondo: appena avrete inforcato una stampella, un considerevole numero di parenti, amici e colleghi scomparirà, forse per sempre, dal vostro orizzonte. Studi recenti hanno confermato che l’estinzione dei dinosauri avvenne dopo un grave incidente che aveva ridotto il Tirannosaurus Rex sulle stampelle.
  7. Settimo principio della nullodinamica o Autoconservazione della stampella: la stampella non si crea, la stampella non si distrugge, la stampella si presta. Non è dato sapere chi introdusse un numero x di stampelle circolanti nel mondo, perché se ne è persa memoria: la massa circolante (di stampelle, non di PP, che per definizione sono nullodinamici) tende nel tempo a restare eguale a se stessa. Una recente teoria americana ipotizza che le stampelle siano venute dallo spazio e siano correlate coi cerchi nel grano, l‘orientamento delle piramidi e il calendario Maya.
  8. Ottavo principio della nullodinamica o Entropia della stampella: in un sistema chiuso (come voi non sapevate, ma era la vostra vita PRIMA delle stampelle) l’arrivo della stampella produce un progressivo esaurirsi dell’energia, fino all’Immobilità o zero assoluto del movimento, che si può considerare il vertice della nullodinamica e, forse, la missione biologica della stampella, che al momento è il microrganismo più dannoso dei tanti che convivono con la nostra specie nel nostro ecosistema.
  9. Nono principio della nullodinamica o Mitologia della stampella: la guerra contro la stampella è una guerra persa. Mito fondativo di tutta l’epica della stampella è quello di Enrico Toti, eroico PP che cercò valorosamente di sovvertire gli otto principi della nullodinamica, salvo confermarli tutti proprio alla fine. Il ben noto gesto di scagliare in battaglia la stampella contro il nemico urlando “Nun moro io!” è da interpretarsi, alla luce delle più moderne formulazioni della nullodinamica, come una ribellione non già alla protervia degli austro-ungarici, ma alla stampella medesima e al suo strapotere sul genere umano
  10. Decimo principio della nullodinamica o Volontà di Potenza della stampella : la stampella è la specie dominante e prima o poi governerà il mondo. Semplicemente sorreggendolo. Esso non avrà  mai più scampo.

fortuna-loffredo

fortuna due

Adoro il popolo della Rete, qualunque cosa sia, e di solito mi piace molto l’ondata che si solleva quando questo o quello dei protagonisti dello show pubblico dicono qualcosa: segnala che bisogna stare attenti, che c’è sempre il rischio che una risata ti seppellisca, se sei così scemo da dire cose come “tra due anni sconfiggeremo il cancro”, “nuoterò nel Tevere”, “abbiamo traforato il San Gottardo, che bravi” o “ciaone”. Che il campo è di tutti, ma è minato, e devi stare almeno attento, quando ci scendi. E’ la parte bella della Rete, quel soggetto collettivo e senziente che a volte sembra proprio l’opposto del soggetto individuale e dormiente che più o meno è sempre stato bersaglio (target, si dice nei lunapark dell’informazione) dei media tradizionali, e protagonista indiscusso dell’Auditel (quello strumento che, per quanto mi riguarda, ogni giorno mi fa riconsiderare, anche più dei lavori del Parlamento, il concetto di volontà della maggioranza, caposaldo della democrazia).

Però è pur vero che a volte le ondate si sollevano piuttosto incongruamente, scatenate da macroscopici errori d’interpretazione, agevolati talora dalla babbea faciloneria del circo mediatico, che estrapola e strilla senza curarsi o quasi di articolare e vagliare e comprendere (e poi se la prendono con noi di Twitter).
Mi pare che sia questo il caso del buon Augias, oggi.

Non fraintendetemi: considero il buon vecchio Corrado attraente come una colite. Trovo i suoi libri superflui, la sua conversazione stucchevole, le sue opinioni sbiadite e la sua acconciatura insostenibile: ne apprezzo, devo ammettere, solo i modi d’antica cortesia e un certo qual decoro che mi fa pensare a mio padre e altri gentiluomini del passato, oggi praticamente estinti ed espunti dal discorso pubblico. Ma stavolta devo proprio difenderlo.

Le sue considerazioni a proposito di una delle foto della piccola, sventurata Fortuna  Loffredo (che stridore, penso ogni volta: quel nome così augurale e ampio e dorato, quel nome che avrebbe dovuto portarsela in carrozza verso la buona sorte, mentre invece è volata, scalza, come un mucchietto di stracci nel vento) non credo proprio fossero una malaugurata e fondamentalmente incongrua colpevolizzazione della vittima; il buon Corrado non voleva certo dire che gli elementi che leggeva in quella foto (i boccoli, la posa, l’atteggiamento) fossero altrettante “giustificazioni” per l’attenzione morbosa nei confronti della bambina (perché qui di bambina parliamo, di scolara delle elementari). Non voleva dire – come ahimé ho letto – che “la bambina, comportandosi come una sedicenne, se l’era cercata”. Sapete che il “se l’è cercata” lo ammetto solo se sorprendete Salvini in cucina e lo prendere a padellate in testa: non lo trovo ammissibile in alcuna altra fattispecie di reato, vostro onore, tantomeno i reati sessuali, in cui la colpevolizzazione della vittima è strumento odioso e antico dei peggiori reazionari.

Io credo che il buon Augias cercasse di sottolineare un dato che prescinde dalla storia di Fortuna e dovrebbe forse essere motivo di riflessione collettiva: la precoce sessualizzazione dei bambini, che fa il paio con l’adolescentizzazione degli adulti. I bambini che, a loro insaputa ma certo in dipendenza dai modelli di comportamento che assorbono, assumono precocemente i “modi”, le pose della seduzione, il tentativo d’attirare l’attenzione attraverso l’appeal fisico. Mai visti certi book fotografici, sui social, di quattordicenni che sembrano uscite dai portfolio di Hamilton? Mai viste le piccole miss (sì, scolare delle elementari) con gli occhi bistrati e gli abiti di lustrini e tutto un corredo assurdo e incongruo di ammiccamenti? Ci si atteggia, ci si abbiglia, ci si comporta secondo i modelli che si hanno, inconsapevolmente, quando hai sei anni e devi imparare tutto dalla vita e da quei cosi lì, gli adulti, che a volte sono più incoscienti di te che almeno hai sei anni.

Non stupisce che, in contesti degradati come quello in cui si è svolta la vita breve e sfortunata di Fortuna (ma non solo lì), simili modelli allignino e si coniughino con altri fenomeni perversi: quelli per cui l’adulto si rivolge al bambino, al corpo del bambino, perché gli garantisce una sessualità di puro consumo e sopraffazione, lo mette al riparo dalle richieste dell’adulta alla pari, forse persino fa tacere qualsiasi dubbio sulle proprie prestazioni, oltre a essere un feroce esercizio di potere.
Tutti (sotto)prodotti del degrado dei rapporti, della confusione dei ruoli, della problematicità delle relazioni, della fuga dalle responsabilità, della riduzione dell’Altro a oggetto di consumo.
Complici i modelli osceni di successo centrato sul corpo e i suoi allettamenti, i dementi miraggi e messaggi televisivi (ma non solo, non più solo), la mercificazione del sesso.

Il buon Augias leggeva tutto questo, nella foto della povera, piccola Fortuna coi boccoli: molto oltre lei, oltre la sua famiglia sventurata, il suo ambiente colloso e colluso, i segreti del Parco Verde nascosti sotto gli occhi di tutti. Il che non toglie un’oncia alla violenza indicibile di quello che è accaduto al suo corpicino, alla sua anima di bambina, al suo nome lieve e augurale e gonfio di speranze tutte tradite, bucate. Il che non toglie un’oncia alla nostra – e sono certa, anche del vecchio Augias – pietà, al dolore, alla terribile consapevolezza di non capire, non sapere, non rendersi conto degli inferni che i bambini, a volte, devono attraversare. Protetti da niente, dal loro cappuccetto rosso, da qualche nome di cartapesta dorata che luccica, appena prima del buio.