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Minchia, si vota

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Minchia, domenica qui in Sicilia si vota e io non so cosa mettermi (in testa). Nella mia pluriennale carriera di elettrice, coincidente quasi per intero con la mia carriera di elettrice delusa, è la prima volta che mi capita con questa nettezza: letteralmente, non ho voglia di andare a votare. Un rifiuto che non viene dalla parte dell’apatia, però; che non s’apparenta con l’inerzia o la delusione, forse neppure la chiusura e il ritiro. Piuttosto, è una cosa attiva e aggressiva, una forma d’astio e di rivendicazione, una voglia di dare un calcio al pallone perché rotoli lontano, anzi, si buchi. Ma la parte di me più ragionevole sa che questi sono puri istinti, e che non si possono bucare, certi palloni (soprattutto quelli gonfiati), e anzi se decidi di non giocare non gliene frega un cavolo a nessuno, meglio, anzi, così sono più liberi di starsene fra loro. Tu verrai derubricato a “partito degli astenuti”, il più sfigato di tutti. Perché gli astenuti ottengono un solo risultato: eleggere TUTTI QUANTI GLI ALTRI. Quelli che ti fanno venire voglia di astenerti.

E voi, miei quindici lettori, mi chiederete come mai, e perché non c’è nessuno che mi faccia considerare possibile e financo utile il mio voto, e io vi rispondo che non lo so, e dovremmo forse partire da Garibaldi, o dalla battaglia di Lepanto, o prima ancora, quando i Greci scendevano sulle spiagge e tastavano la sabbia, e ringraziavano gli dei. Che il mio povero, piccolissimo voto di domenica forse ha qualcosa a che fare con i galeoni spagnoli, i massari mezzo morti di fame, le campagne gialle come la follia dove una cicala ripete una nota sola per sempre, certi morti ammazzati che sanguinano ancora dopo cento anni, o dieci, o mille. Con la bellezza che stordisce, e l’incomprensibile povertà che stordisce di più. Con le case non finite dentro città sfinite, con l’avanguardia che nasce dentro le macerie, o viceversa. Con la presenza della mafia, che è invisibile e dappertutto, come certe divinità feroci che, senza mostrarsi, plasmano la vita di tutti. Con il dolore di chi parte e il dolore di chi resta. Con l’arcaico e il postatomico che sono così vicini da confondersi, e diventare una cosa sola, una sola isola.

Però no, questo non ci aiuta, e quindi ritorniamo al miserevole gioco delle parti. Io sono di sinistra, quindi non ho molta scelta: i centopassi di Fava o (diciamo) il Pd di Micari.
Se Fava mi facesse anche solo un briciolo di simpatia, potrei dire che l’unico motivo per dubitare dell’efficacia di questo voto sarebbe, appunto, l’efficacia di questo voto. Ma questa cosa del “siete piccoli, lasciate perdere” mi è sempre sembrata una scemenza: proprio perché siamo piccoli dobbiamo continuare a esistere. Proprio perché siamo piccoli e quindi marchiamo una differenza grande dobbiamo esistere il più possibile, rammentare a noi e agli altri che esistiamo e abbiamo diritto a uno spazio, anche solo per segnalare che esiste, e costruire più spazio per chi verrà. Testimoniare la differenze e la minorità mi è sempre sembrato un buon programma esistenziale, vuoi che non lo sia in questo caso? (a parte la convergenza di persone – sì, persone prima che politici – che stimo moltissimo, come Tomaso Montanari e Pippo Civati) (peraltro,  Civati è stato qui a spendersi, Renzi è andato da Obama, e se avesse potuto sarebbe andato sulla Stazione Spaziale Orbitante, pur di mettersi a distanza di sicurezza da una batosta che s’annuncia epica). 

Il problema è solo, mi duole dirlo, proprio Claudio Fava. Degna persona, certo, ma io mica gli ho perdonato, ancora, quell’idiozia della cittadinanza ottenuta in ritardo nel 2012, che ci lasciò tutti allo sbando. Voi direte: vabbè, poverino, ma è una minuzia. No, come non è una minuzia il mio minuscolo voto. Come non è una minuzia ogni singola e minima manifestazione di pensiero, di personalità, di esistenza in vita: chi è serio e rigoroso non fa stupidaggini del genere, e si sfila con allarmante superficialità dopo aver preso un impegno (lui ci abbandonò proprio: non buttò la sua persona dentro quella battaglia, pure se lui non poteva più ottenere il seggio). Non pensai bene di lui allora, non lo penso nemmeno ora.

E allora vota Pd – mi fa la mia amica forastica – mica vorrai votare per i fascisti o i grillini?”.
Eh, alleggiu, le dico io in lingua.

Contro il Pd ci sono due enormi motivi, anzi uno gigantesco: il Pd.
Il Pd di Renzi, lo scialacquone che di un consenso ampio, trasversale, miracoloso ed entusiasta ha fatto strame; Renzi che incarna il peggio dei nostri (di noi di sinistra, dico)(ok vabbè, non dite niente) avversari di sempre; Renzi lo sbruffone, Renzi che ha le orecchie per finimento (direbbe mia nonna), e s’inventa il treno per “ascoltare”, figuriamoci; Renzi che ha siglato i patti più inverecondi che io ricordi, e vorrebbe continuare a tenere il Paese sotto lo scacco delle larghe intese, che sono un poco come se il lupo si mettesse d’accordo col cacciatore, e costringessero nonna e Cappuccetto Rosso a preparare la cena per tutti e due, anzi a essere la cena.

L’altro motivo è Crocetta e la sua eredità di caos, isteria magna, convulsioni psicopolitiche e inconcludenza. Lo votai, convinta che fosse anche un bel segnale agli omofobi puritani (nostri alleati, grazie a Renzi!). In effetti era un segnale: tipo gli incendi sulle colline che vediamo per tutta la notte, d’estate.

Ovviamente, non potrei mai votare per Musumeci “brava persona” (che qui è una categoria antropologico-politica), disgraziatamente collegato con una corte dei miracoli in cui figurano imputati, condannati o loro parenti stretti e amici entusiasti di boss. Cito solo il rampollo Genovese, che solo per il fatto di appartenere a una intera famiglia implicata in uno degli scandali peggiori che la Sicilia ricordi dovrebbe avere qualche remora a presentarsi agli elettori, per giunta della “nuova” parte politica a cui il padre è approdato, diametralmente all’opposto della sua di partenza, dove non era semplice militante, ma parlamentare regionale e nazionale, e persino segretario di partito (vedi più sopra alla voce StuPd). Un’incoerenza che non so voi, ma io giudico disgustosa, una mancanza di stile e un franco (un francantonio) disprezzo per gli elettori e la loro capacità di giudizio.
Inoltre, vi ricordo che questa fu la terra del 61 a 0: anni di governo berlusconiano che per il Sud segnarono un punto di non ritorno, quando ancora la crisi era lontana e il centrodestra aveva maggioranze bulgare, e avrebbe potuto fare ben altro che un po’ di cene eleganti.

Segnalo appena la sceneggiata di Musumeci sugli impresentabili delle sue liste: “Miiii, comu ndi capimmu mali! E chi ndi sapiva iò di chissi impresentabili? Io u’ liggìa supra i giurnali! Matri mia, ci colpa sta leggi brutta e scunchiuruta! Matri matri, vui vutati a mmia, che poi ci pensu iò”. Metodo Stanislavskij.

Aggiungo solo un rigo: con Musumeci sono collegati anche i salviniani siciliani, perché qui è terra in cui gli ossimori fioriscono bene. Mi auguro solo che si ricordino di quando i negri, per Salvini, eravamo noi.

Infine, i grillini (sì, insisto a chiamarli così perché li definisce meglio: è culto della personalità). Cancelleri e la sua banda di scappati di casa. Intendiamoci, ho molta stima di chi scappa di casa. Io stessa l’ho fatto. Ma poi devi darti una mossa, studiare, comprendere, migliorare. Cancelleri mi pare individuo di rozzezza intellettuale superiore, di modestissimi mezzi e di una tendenza al settarismo che è la vera cosa che mi spaventa nel movimento. Voi direte: ma cosa vuoi che sia il congiuntivo (non arriva ai virtuosismi di Di Maio, ma anche Cancelleri non scherza)? Cosa vuoi che c’entri non parlare un buon italiano con essere onesti e competenti? Forse con l’essere onesti no, certo, ma competenti probabilmente sì. Ho sempre pensato che la politica sia un mestiere intellettuale, e chi non ha strumenti non so come possa esercitarlo. Chi ha un cattivo italiano non è avvezzo a leggere, a studiare, che non sono hobby, sono le tecniche di base, se vuoi capire il mondo talmente da progettare di cambiarlo (qui cito un’avvocatessa della sinistra caviar che quest’estate mi diede della “settaria snob” perché le spiegavo che senza strumenti intellettuali non si fa buona politica. Avvocatessa, stacce).

In questi giorni si discute sull’assessore designato ai Rifiuti, tale Parisi, che sul web si esprime con la finezza di un Napalm51: ecco, quel tipo di “pensiero” – che ha molto a che fare con la mancanza di strumenti intellettuali – mi fa persino più paura della subdola furbizia di un genovese di lungo corso. Quello spreco di uno strumento formidabile come la Rete per esprimere pensierini da bulletto e violenza verbale da vigliacchi è la vera idiozia (ahimé riscontrabile pressoché in qualsiasi thread si sia coinvolti con altri Napalm51). Infine, ascoltate i discorsi di Grillo sulla mafia presentata come una generosa banda di patrioti e volenterosi amministratori di giustizia locale “traviata” dalla finanza globalista e malvagia. Ci sono gli estremi per un TSO, e per un moto di ripulsa, nella terra che gronda sangue di assassinati dalla mafia (non solo uomini: anche idee, imprese, iniziative, paesi interi). 

Però una cosa voglio dirla, una cosa estrema che mi sta facendo litigare con tutti: preferirei Cancelleri a Musumeci. Perché sono convinta che, almeno, i grillini scompaginerebbero le liturgie e i sistemi codificati (un po’ come è stato qui a Messina con Renato Accorinti: la città non si è salvata, anzi probabilmente è peggiorata, ma almeno abbiamo disturbato per un po’ i manovratori, abbiamo messo in fuga le cavallette, abbiamo fatto casino dal basso), sovvertirebbero, almeno per un po’, le regole non scritte, le consuetudini bizantine, i riti e le carbonerie. Non so per metterci cosa, al loro posto, ma almeno sarebbe qualcosa, in quest’isola dannata. 

In conclusione, andrò a votare. C’è sempre tempo, per perdere le elezioni. 

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“Chi sei tu, una comparsa?” L’uomo con gli occhiali e la barba quasi bianca abbassa il megafono e si rivolge impaziente alla ragazza avvolta nella coperta militare.
“Comparsa? No, anzi. Sono scomparsa per un sacco di tempo” fa lei. E’ molto giovane e stanca, ma gli occhi sono scuri come un noce di mille anni, come certe notti di poche luci. S’accomoda attorno la coperta, siede a gambe incrociate sul margine della strada, dove la neve s’accumula fra le traversine. Non smette di guardarlo.
“E cosa fai qui?” dice lui sospettoso, dando un’occhiata rapida all’orologio: altrove, il tempo scende nella clessidra in forma di denaro.
“Guardo” risponde, semplice, lei. “Magari mi ricordo qualcosa – aggiunge, e un lampo scuro viene dagli occhi – Non serve a questo, ciò che stai facendo?”
“Sì, serve a questo” si ferma lui, perplesso. Si guarda attorno: nel vasto campo, circondato dai riflettori e dalle cineprese, camminano tutti assieme gli internati con le divise a strisce, i tecnici, i soldati con la svastica, gli aiutoregisti, i kapò coi canini luccicanti. Un grappolo di microfoni cala in un angolo, i carrelli slittano nella fanghiglia. La neve intanto segna le pause, le righe bianche, il tempo rapido e lento della memoria che va all’indietro.

“E cosa ti ricordi?” dice ancora l’uomo, avvicinandosi d’un passo. Ora la guarda meglio: la ragazza ha il segno d’una fossetta sul mento, le labbra secche, qualcosa d’inconsolabile sulle guance. Ma gli sorride.
“Niente, non mi ricordo niente – scuote il capo sconsolata – Mi ricordo un retrocasa, pareti di fòrmica marrone, odore di cavoli, un gatto”.
Qualcuno, alle loro spalle, urla qualcosa, forse “si gira”: gli internati con le divise a pezzi corrono da un lato, una raffica di mitragliatrice disegna righe precise, fuoco rosso sulla neve, un volo di corvi si scatena da un punto imprecisabile dell’est, aggiunge altri ricordi, come vortici di polvere nel cielo dei camini.
La ragazza sussulta, spalanca gli occhi e inghiotte la neve, il campo, i passi, il fuoco, i corvi. “Sembra un film – dice poi parlando piano – Mi piacevano, i film. Si dimentica ogni cosa, coi film”. Torna a guardare la spianata del campo.
“No, si ricorda ogni cosa, coi film – fa, secco, l’uomo – Anche quello che non conosciamo, possiamo ricordare”.
A dieci metri da lui, una donna col fazzoletto in testa cade nella neve, un foro rosso e perfetto nel mezzo della nuca.

“Ti sbagli – il viso rotondo della ragazza s’increspa di decisione, le labbra tornano brevemente rosse – possiamo distrarci, possiamo consolarci, possiamo… dimenticare”. Le piccole mani stringono il bordo della coperta, che in un angolo s’è inzuppata di neve e ha preso un colore di piombo.
Una fila di prigionieri cammina con le mani sulla testa fino al plotone d’esecuzione, tre bambini strisciano in silenzio verso il filo spinato, da lontano vengono i suoni ammaccati d’una marcia militare stonata. In una baracca, qualcuno sta nascondendo una stola ricamata con simboli religiosi in un pagliericcio; un altro scambia un diamante con un pane; un altro ancora scrive lentamente una lista: l’inchiostro è denso come sangue nero. Nel paese accanto, la gente cammina con la testa bassa, e ripete che la guerra è lontana.

“No, questo non me lo ricordo – dice ancora la ragazza – mi ricordo le fotografie delle stelle del cinema che appiccicavo sul muro: loro mi aiutavano a sognare, che è un modo per dimenticare”.
La neve riprende a cadere, sul mondo di prima e di dopo.

Pubblicato anni fa nel blog estinto “Incontri impossibili”, dove avevo immaginato di far incontrare l’autrice del Diario con l’autore di Schindler’list, tanto per vedere cosa succedeva. In realtà, ogni volta che incontriamo certe memorie così gigantesche dovremmo fermarci e cercare di capire. Invece.
Questa cosa demente degli adesivi con Anna (io la chiamavo così da bambina: la consideravo una di famiglia, visto che ci chiamiamo tutte Anna e scriviamo diari segreti e siamo sensibili all’ingiustizia) usati dagli ultrà per insultare altri ultrà mi sembra, appunto, una cosa demente. Io mi sentirei onorata, se qualcuno mi chiamasse “Anna Frank”. Invece mi offenderei a morte, se qualcuno mi chiamasse “ultrà”. 

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Cara Asia Argento,

comincio col dirti che tu non mi eri mai stata particolarmente simpatica. Mi eri sempre sembrata poco più di una starlette, aiutata da un cognome famoso, e disinibita ma soprattutto a favore di telecamera. Sai, la mia generazione – che pure è quella che più ha lottato contro moralismi e inibizioni e divieti – ha sviluppato tutto un suo moralismo e inibizione verso quelle più giovani e disinibite, ma con un sospetto di tornaconto e/o narcisismo che a noi, madri fondatrici della disinibizione, suona inaccettabile. Ti chiedo scusa di questo, ma te lo dico perché forse può aiutare un poco a comprendere questa vicenda, che nasce orribile in America tanti anni fa, ma assume qui, oggi, in Italia, tutta una sua sfumatura marroncina a cui concorrono firme famose, amazzoni del web e testate giornalistiche (sia pure di quelle avvezze alle patate bollenti, più che altro: i loro titoli di prima pagina sono ormai un sottogenere del trash). Ti chiedo scusa anche a nome loro.

Purtroppo, sei caduta anche tu nella famosa trappola che ogni giorno inghiotte tante di noi: il rovesciamento delle responsabilità. La colpa della violenza, della molestia, dell’abuso sono tuoi. E il linciaggio nei tuoi confronti è persino superiore, e di tanto, alla riprovazione nei confronti dell’autore di violenze, molestie, abusi. Peraltro c’avete proprio il fisico: tu bella, sensuale, trasgressiva; lui sfatto, butterato, con la silhouette da cinghiale strizzato negli smoking. Ecco imbastito il romanzaccio che colpisce la fantasia.

E anche la trama perfetta perché ciascuna di noi possa impersonale il ruolo migliore: quella-che-non-l-avrebbe-mai-tollerato. Quella che di fronte al maiale che chiede “un massaggio” (talmente vigliacco da non chiamare nemmeno le cose col loro nome, e sminuirle lì stesso, davanti alla vittima, mentre si apre l’accappatoio, suggerendo l’eufemismo come riparo per entrambi, come paravento) avrebbe messo il mondo al suo posto e fatto giustizia per tutte.

Io di me devo pensare che avrei detto di no, perché ne va della mia definizione di me. Devo pensare che avrei rifiutato il cinghiale e tutto il suo sistema (il solito, antico e consolidato: proprio quello in cui prosperano tanti che oggi ti stanno biasimando, proprio quello in cui tutto l’ipocrita star-system, che oggi è tutto un “ma io non sapevo, io non credevo, io non so perché ho taciuto”, è immerso fino al collo). Ma non ne sono mica sicura.

A 21 anni ero inimmaginabilmente cretina e fragile, e tante fragilità nel tempo si sono solo fatte più furbe. Guardo indietro, a quella me, con indulgenza e un certa tenerezza, e vorrei guardare te così, oggi. Quella di 21 anni che non sa fronteggiare il cinghiale e ci si sottomette, quella di 22 che continua a dargli sesso non desiderato – come fanno milioni di donne che non riescono a dire un “no” che fermi i cinghiali, e poi lo trasformano in tanti altri “sì” senza che questo renda la violenza meno violenta e disgustosa.
Vorrei abbracciare quella ragazza lontana, e tutte le altre: anche, oggi, quelle che – come me per cinque minuti – hanno pensato “ma io avrei detto no, lei perché non lo ha fatto, anzi poi ha continuato?”.

Per milioni di motivi (e se entrate per un solo pomeriggio in un centro antiviolenza – di quelli che esistono ancora – potreste conoscerne un certo numero). Per la definizione di sé, perpetrando quell’inganno di linguaggio che il cinghiale ha messo in scena con quella sua richiesta di “massaggio”, mica di sesso estorto.

Per la fragilità di chi si sente comunque solo, debole e perdente di fronte a un gigantesco sistema (che sì, ha le fattezze di un cinghiale in accappatoio, grande quanto Godzilla) che non gli consentirà di sopravvivere, dopo.

Per la paura di avere paura, di mostrarla, di doverla sostenere, poi, davanti all’istruttoria ininterrotta di media, pubblico, familiari, amici, coscienza.

Per non dover rispondere alle domande irrispettose, oscene, violente quanto la stessa violenza (vi ricordate la sentenza sui jeans? Vi ricordare Jodie Foster in “Sotto accusa”, violentata su un flipper da cinghiali che si erano sentiti provocati dal fatto che lei fosse provocante?).

Per non sentirsi dire “figliuola, ma tu volevi fare l’attrice: se avessi voluto fare la lavapiatti non ti sarebbe successo”. Dimenticando che invece succede anche a tante lavapiatti, che nemmeno vent’anni dopo lo potranno raccontare.

Per non ammettere che si sta aderendo a un sistema disgustoso, ma non si ha la forza di combatterlo e cercarne un altro (per inciso: sono molti anni che lo cerchiamo tutte, con risultati non incoraggianti, ma indispensabili. Ci auguriamo che anche la tua storia serva a questo)(per altro inciso: se anche esistono donne che credono nel sistema maschilista o lo usano per vantaggi personali, questo non assolve il maschilismo o condanna le donne, nemmeno quelle che lo sostengono. Sia ben chiaro).

Sei bella, sei famosa, fai una vita interessante, ma non baratterei nessuna delle tue fortune con una sola ora nel letto del cinghiale, cara Asia. Quindi, se c’è qualcuno ansioso di “farti espiare”, sappia che lo hai già fatto.

Tutta la mia solidarietà, dunque, cara Asia, di sorella maggiore che vorrebbe abbracciare non solo le vittime degli altri, ma anche le vittime di se stesse: a cominciare da quelle che si dicono “io avrei detto no” per rassicurarsi, e attaccano te per tranquillizzarsi, col solo effetto di sminuire le colpe dei cinghiali.
Sorelle, non è necessario. Facciamo un gesto di forza vera: riconosciamo le nostre debolezze e abbracciamole. E fanculo ai cinghiali.

 

 

 

 

elezioni

La benemerita CEFC (Commissione elettorale fatta in casa) viene in soccorso al Parlamento alle prese con la legge elettorale, dopo mesi e mesi di arrovellamenti e scazzi istituzionali, comprendendo bene i dissidi intestinali del Pd, che dopo aver appoggiato il Monocameralismo Perfetto Tendende al Nullicameralismo e l’Uninominale Teocratico Assoluto, detto Matteorellum o anche RenziSonIoEVoiNonSieteUnCazzellum, o anche BastaUnSiellum, si trova, con geniale colpo di (spezzeremo le) reni e virata a 180 seggi, a presentare un Rosatellum chiarum chiarum, sistema elettorale a bacca rossa vinificata in bianco, ovvero il centrosinistra degli ultimi anni.

Monocameralismo no? Uninominale no? Listini blocchini e birichini no? E allora tutto assieme, o Accozzeglium: uninominale ma proporzionale ma listino ma coalizione ma redistribuzione secondo curvatura terrestre, orbita di Saturno, indice FTSE Mib (si legge Fuzzi Mib: fuzzi fuzzi, che Dio perdona a tutsi) e tasso di colesterolo.

Capirete che noi, italiani medi, non possiamo farcela. Non ci arriviamo. Preferiremmo imparare a memoria le istruzioni di un (buonanima) videoregistratore, pure in giapponese, piuttosto che provare a capire cosa diavolo state combinando.

Ecco quindi la semplice, efficace, geniale proposta della CEFC: l’Ikellum.

Il modello Ikea ha fatto scuola, e con una convenzione con il gigante svedese sarà possibile recarsi al voto anche presso i megastore più vicini a voi.

Con l’Ikellum ciascuno potrà fabbricarsi da solo il sistema elettorale, senza complicati montaggi o istruzioni in cartaginese o fastidiose battaglie parlamentari. Senza brugole o cacciavite o larghe intese. Basterà portare il kit al seggio, ritirarsi in cabina pochi minuti e consegnare il manufatto. I migliori cinque verranno esposti al Quirinale.

Nel kit dell’Ikellum sono a disposizione:

  • Camere, fino a cinque: se ti piace il monocameralismo usane solo una, ma per autentici cultori della materia le Camere da arredare possono essere anche cinque: Cameretta (proprio la tua), Camera dei Deputati, Camera degli Imputati (che garantisce, finalmente, una efficace rappresentanza di genere), Senato delle Ragioni, Senato dei Sentimenti (tutti i sentimenti e i risentimenti: è ammesso infatti il Voto Avverso o Voto SonCaxxiTuoi: un elettore calabrese potrà votare Alfano in Sicilia per giocare un tiro mancino ai cugini siciliani, un elettore valdostano potrà votare Razzi in Abruzzo, chiunque potrà votare Salvini in Padania)(ovviamente, spazio ai collegi di nuova formazione per coprire, finalmente, territori fitti di elettori e ancora inspiegabilmente sconosciuti e non compresi dalle leggi elettorali: Padania, Atlantide, Paperopoli, Molise, Narnia, Grande Inverno e Mordor).
  • Collegi impilabili: da uno a un milione. Puoi rendere collegio il tuo quartiere, il tuo condominio, il tuo palazzo e persino la tua cameretta (vedi sopra). Allo studio, per le prossime elezioni, la cassapanca-collegio e la mensola-collegio. Persino un pratico collegio portatile per campeggiatori e vacanzieri.
  • Candidati: la vera rivoluzione dell’Ikellum. Chiunque è candidabile. Presentabili, impresentabili, laureati, diplomati, analfabeti, sarchiaponi. Basta con l’ingiusta discriminazione di condannati o ignoranti! Anche un galeotto, un interdetto dai pubblici uffici, un bocciato alla maturità, un serial killer di congiuntivi possono dare alla Repubblica la loro sofferta esperienza. Un condannato per frode fiscale ne sa certo di più sulle tasse di uno che le ha sempre pagate e basta, no? E un diplomato avrà maggiore distanza ed equanimità di un immunologo per decidere sui vaccini, senza farsi plagiare dalle lobby degli scienziati o fuorviare dalla comunità scientifica internazionale. Ma anche un analfabeta è una garanzia: non potrà mai farsi influenzare dai libri.
    E poi, basta con le nomine di leader e candidati da parte dei partiti (come giustamente sostengono alcuni innovativi movimenti, attraverso i loro leader e candidati nominati): ciascuno potrà essere il candidato di se stesso. L’obiettivo realmente democratico è una legge elettorale che riesca a far eleggere sessanta milioni di italiani da sessanta milioni di italiani. L’Uninominalismo Assoluto, o Solipsellum. 1! 1! 1!

Il montaggio è molto semplice: scegli un candidato, o anche più candidati (da 1 a 60 milioni), lo inserisci delicatamente nel collegio selezionato (non c’è bisogno di colla o viti: il candidato assumerà immediatamente la forma e l’estensione del collegio, disponibile in vari colori), poi deponi il tutto dentro la Camera prescelta. In caso di scelta multipla, le Camere sono inseribili una dentro l’altra, con un coperchio universale (il brevetto è del Diavolo, che ormai in quasi settant’anni di frequentazione del Parlamento, e adesso col fondamentale supporto di Andreotti, ha imparato a farli).

Consegna al seggio, e attendi fiducioso: la Maratona Mentana, cui affluiranno i dati delle Prefetture e dei Megastore, darà i risultati in tempo reale.

Tieni con te lo scontrino, e potrai partecipare all’estradizione di un verdiniano a caso.

che che che

E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Mariella (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).

 Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c’è partita.

Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – esattamente cinquant’anni fa: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch’erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare mito senza perdere il passato.

FreddyAlbertoChe

E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l’emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell’ epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui. 

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi – mi dicono – è un anniversario, e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l’unica senza copyright, per volontà dell’autore, il benemerito Alberto Korda, che s’incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: “eccheccazzo, il Che detestava l’alcol”. In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell’ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell’esistenza d’una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L’utopia.

 

La notte di San Lorenzo

Nel mondo al contrario – tra l’altro – i fascisti si fanno difensori della libertà e i maschilisti si ergono a fieri protettori delle donne. Lo abbiamo visto, lo vediamo accadere di continuo, complice il modo in cui il dibattito pubblico è veicolato dagli slogan social, dove ogni affermazione è la verità, e ogni affermazione serve a mobilitare una fazione, e armarla.

Cosa che accade, tristemente, soprattutto a proposito di vicende orribili, recenti come gli stupri di agosto, antiche come quella di Giuseppina Ghersi. Curiosamente, entrambe a proposito di crimini contro le donne. Che, qualunque sia la guerra, sono sempre le sconfitte, le vittime, la (letteralmente) carne da macello.

La vicenda di Giuseppina, la tredicenne trucidata nel 1945, è diventata esemplare d’un modo di comunicare che non vuole trasmettere informazioni, ma eccitare passioni contrapposte, e con lo scopo – a mio avviso chiarissimo – di concorrere allo strisciante revisionismo che il fascismo di ritorno (posto che se ne sia mai andato) persegue, e sempre con maggiore forza (vi ricordo che lo sdoganamento è arrivato fino all’organizzazione di una nuova “marcia su Roma”, e se non è un segnale inquietante questo, non so cosa può esserlo).

Ora voi – e certo qualcuno nei commenti lo chiederà subito – mi chiederete: ma non è schifoso l’omicidio, pure brutale, di una ragazzina? Certo che sì. Più che schifoso: inaccettabile, mostruoso. Sono la prima a pensarlo e dirlo.

Ma non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione – come si è tentato, come si è fatto, come si continua a fare sulle più disparate tribune online (e come temo si farà nei commenti qui sotto) – per screditare una cosa che fu nobile, necessaria, eroica come la lotta per la Liberazione.

Non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione per condannare i partigiani (che gli dei li benedicano sempre), né tantomeno per assolvere i fascisti (che gli dei li maledicano sempre), o per tentare equazioni del tipo “atrocità furono commesse da entrambe le parti” (anzitutto non è proprio così, numericamente, e poi vi ricordo che fu la dittatura e l’infame guerra a precipitare il Paese dentro l’atrocità, da cui i partigiani tentarono di liberarci), oppure “i caduti sono caduti, da qualunque parte lottassero” (pietà per tutti i caduti, ma non posso mettere sullo stesso piano chi difendeva un dittatore liberticida, le leggi razziali, l’asse con Berlino, e chi ci ha liberato da tutto questo).

Inoltre, entrando nel merito della vicenda della povera Giuseppina, con tristezza devo constatare che il suo povero corpo è usato una volta di più come bandiera, strumentalizzato dai “fieri combattenti” (vi ricordo, maschilisti e sopraffattori come pochi: le donne sotto il fascismo vennero allontanate dalle scuole e dall’istruzione, perché la loro unica missione era figliare e allevare italiani) per le loro ragioni, che passano sopra i corpi di tutti, ma delle donne di più. Perché anche la costruzione narrativa di questa vicenda non è diretta allo scopo di rendere omaggio a una povera vittima.

Apro qui una parentesi per rimarcare che, chiunque fosse Giuseppina, era una bambina. Certamente sono esistiti bambini sfruttati dai fascisti e dai nazisti: bambini che hanno denunciato i loro compagnetti e le famiglie, che hanno collaborato ai peggiori crimini. Restano bambini, per definizione innocenti. La foto che ho scelto, appunto, è un fotogramma de “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani: il bambino fascista che, durante la “battaglia nel grano”, inganna uno dei combattenti per stanarlo. Quel bambino è odioso, e fa una cosa vigliacca e criminale, ma resta un bambino, al quale non possiamo imputare le colpe degli adulti, ovvero il padre che lo ha indottrinato e condotto a combattere con gli uomini. Pagheranno entrambi, nella scena: nella vita, questa secondo voi sarebbe stata “un’atrocità da assegnare a entrambe le parti” o piuttosto  “un’atrocità che si sarebbe risparmiata, se non fosse esistito il fascismo e un fascista così cieco e criminale da coinvolgere il figlio bambino”?

La ricostruzione narrativa della vicenda di Giuseppina, a partire dallo stupro – che pare sia solo un dettaglio aggiunto ad arte per rendere più sconvolgente la narrazione – , e proseguendo fino ai nostri giorni, nel delineare le figure protagoniste (il consigliere comunale che ha proposto il monumento a Giuseppina, l’Anpi locale, il professore di estrema destra che ha scritto un testo per il monumento), è pesantemente manipolata e viziata da superficialità e approssimazione – oltre a essere corredata spesso da una foto falsa –  come hanno dimostrato le severe ed encomiabili ricostruzioni di Valigia Blu   e(http://www.valigiablu.it/giuseppina-ghersi-fascisti-partigiani/) e Wu Ming e(https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/09/il-caso-giuseppina-ghersi-1/) . 

Ma questo – direte voi – toglie qualcosa alla vicenda di Giuseppina? Certo che no, all’atrocità della vicenda di Giuseppina non toglie nulla, ma toglie molto alla serietà di chi vuol farne un falso simbolo di rappacificazione e riconciliazione nazionale. Toglie molto a chi se ne sta servendo per farne una bandiera al contrario.

La rappacificazione, la conciliazione non possono passare attraverso la falsa memoria, la manipolazione o l’assenza delle fonti, la superficialità della ricostruzione. E soprattutto, rappacificazione e conciliazione non possono voler dire che un bagno di sangue (forse) dovuto a chi diceva di militare da una parte (perché non è chiarissimo nemmeno questo: se gli autori del crimine fossero davvero partigiani) serve a screditare quella parte e assolvere o nobilitare l’altra, che di nobile non ha e non avrà mai nulla, e potrebbe avere – sta alle coscienze individuali – il perdono, giammai l’assoluzione.

Riposi in pace Giuseppina, vittima innocente delle guerre di ieri e di oggi. Ma non riposi in pace la verità, mai.

 

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L’ultimo a salire a bordo fu Donald Trump: era il più grosso, e l’imbarcazione s’inclinò pericolosamente da un lato. La giovane signora Trudeau lanciò un urletto, e Melania Trump la fulminò con lo sguardo, mentre stoicamente cercava di mantenersi in equilibrio sulle Louboutin tacco dodici. Per quanto ispirato allo stile Jacqueline, il tailleur celeste – che in effetti faceva uno strepitoso effetto ton-sur-ton, in quella giornata d’azzurro inequivocabile che il cielo siciliano di maggio spingeva in tutti gli angoli delle cose – non era la mise più adatta da indossare, quella mattina. Andava meglio agli uomini: grisaglia o fresco di lana, i loro abiti sembravano più confortevoli, sotto i pesanti giubbotti di salvataggio. Shinzo Abe indossava il suo, di taglia piccola, con disciplina nipponica, mentre Emmanuel Macron continuava ad agitarsi, e a tirare giù le maniche del completo blu, con gesto nervoso. Al suo fianco, Brigitte lo osservava al suo solito modo, attento ma non materno, e lo sosteneva semplicemente appoggiandosi a lui. Quei due sembravano sempre una sola persona. I Trump, invece, fecero oscillare ancora a lungo il barcone, nel tentativo di sistemarsi come se fossero seduti su qualche poltrona del club: Melania con una scheggia del legno tirò un filo dei collant, e fu quasi possibile leggerla, la parola che le affiorò alle labbra, rigorosamente serrate in un sorriso Chanel Rouge Allure Velvet d’una meravigliosa tonalità fucsia. Accanto a lei, Theresa May sistemò nervosamente una ciocca bianca dietro l’orecchio. I Gentiloni si tenevano le mani, senza guardare nessuno.

Vuole partire?” disse in un tedesco durissimo Angela Merkel, e lo scafista le rivolse una specie di ghigno da cui lei distolse subito lo sguardo.

Sulla spiaggia di Mazzarò un applauso partì dalle migliaia di persone che s’erano assiepate fin dal mattino presto, per vedere quella cosa prodigiosa del G7. Anche l’Isola Bella era piena di gente, e qualcuno s’era arrampicato fino in cima e agitava bandiere per salutare i Grandi della Terra che salpavano. Erano bandiere arcobaleno, e rosse, e celesti, e qualcuna pure gialla, coi tratti di Giulio Regeni, un altro martire che la folla di martiri aveva riconosciuto come suo.

C’erano libici, ghanesi, eritrei. C’erano siriani, senegalesi, nigeriani, somali. C’era tutta l’Africa profonda e c’era l’Asia dolente. C’erano, tra loro, anche profughi in patria: siciliani senza lavoro, calabresi senza casa, meridionali e settentrionali senza futuro. Formavano un’unica massa indistinta: i Piccoli della Terra. E c’erano molti bambini, tra loro, piccoli dei Piccoli. Sopravvissuti a deserti di sabbia e di mare, nati sotto tende, in mezzo a binari, passati attraverso tunnel di filo spinato e altre forme di muro.

I Piccoli guardavano i Grandi, stipati come erano stati loro, poco o molto tempo fa – molti siciliani, e calabresi, e meridionali e settentrionali erano figli, o nipoti, di emigranti, e quelle scene le portavano comunque dentro. E poi, per migrare e restare senza radici non occorre muoversi, a volte.
Il barcone oscillava sul mare cristallino, dove potevi contare le pietre del fondale una per una, e i gabbiani facevano girotondi stridendo, come se fosse una festa marina, e in un certo senso lo era.
I Grandi avevano preso il posto dei Piccoli, per provare quello che succedeva loro da mesi e da anni, e cercare di capire.

Quando il barcone si mosse, infine, qualcuno urlò più forte, e tutti applaudirono. Buon viaggio!”, aveva detto.
Melania Trump serrò le belle labbra velvet fucsia, e guardò fissa verso la prua. Tra poco sarebbero stati in mezzo al mare. Anche loro.