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Archive for febbraio 2013

Berlu e Alfano

“Scrivi, Angelino:

Veniamo noi con questa mia addirvi che, scusate se sono poche, ma vi vogliamo restituire l’Imu ingiustamente pagata, specie che quest’anno c’è stata una grande moria tecnica delle vacche, che quando governavamo noi medesimo di persona erano grasse, e non magre come ora. Che poi, come voi ben sapete, non ci hanno fatto proprio governare, per colpa – scrivi Angelino: col-pa – dei giudici comunisti, delle maree, della Costituzione. Punto. Punto e virgola. Due punti – che non dicano che siamo provinciali, che siamo tirati, che siamo di sinistra: abundandis abundandum, come dice Ghedini.
Questa moneta, che voi potreta, potreta – femmina, è femminile, Angelino – riscuotere alle poste, o con bonifico bancario, questa moneta servono a che voi vi consolate dal dispiacere che avete avuto un professorino come Monti al mio posto, e che scrivete, scrivate – è congiuntivo, Angelino, chiedi a Capezzone – sulla scheda: Berlusconi presidente. Pre-si-den-te: è aggettivo qualificativo, Angelino.
Perché il presidente è presidente che merita, che pensa al bene dell’Italia, che tiene la testa al solito posto (si tocca la patta). Punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola.
Salutandovi indistintamente… salutandovi indistintamente…il Pdl che siamo noi – apri una parente e dici che siamo noi. Hai aperto la parente? Era la nipote, no? Lo hanno votato tutti che era la nipote! Chiudila! – in data odierna.

Abbiamo vinto, Angelino”.

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elezione 19

 Lo scrissi il giorno dopo l’elezione di Benedetto XVI, quando mia madre era ricoverata ormai da mesi e la vita aveva cambiato forma e posto, come succede sempre in corsia. Non ci furono santi, poi, per mia madre: morì poco dopo, sotto Benedetto XVI, il papa che non le piaceva.

La corsia ha i suoi santi.
Stanno negli angoli, con gli occhi fosforescenti, le braccia larghe, sempre sul punto di pronunciare una parola. Padre Pio, per lo più – il saio marrone, le bende sulle mani, qualche volta il gioiello granata d’una goccia di sangue – che è appiccicato al muro, tra la spalliera e la presa per l’ossigeno, piegato sotto i cuscini, appuntato con uno spillone, disteso nei cassetti.
Maria, col manto celeste misericordia, che rammenta a tutti la Madre del capezzale, la Madre che accosta il cucchiaio alle labbra riarse, la Madre che passa una mano fresca sulla fronte, la Madre che seppellisce in una sabbia dolce la ferocia e la fame delle madri.

 Il crocifisso sta sul muro, in alto.  Il suo sguardo spiovente prende ogni cosa. Qualche volta il chirurgo, passando, solleva la testa: si fissano brevemente, poi distolgono gli occhi. Tornano a occuparsi degli altri. Nell’aria, un vago rumore di cesoie rammenta qualcosa, forse che Atropo non è sazia, e aspetta in sala operatoria. Si fanno scuri in volto, il Cristo e il chirurgo, e proseguono, pastori di dolore.  

 Da qualche giorno c’è un santo nuovo, lo sguardo ancora vago.
Lo mescolano alle fronde secche d’ulivo che vanno arricciandosi e perdono l’argento, ai rosari di plastica consumata, alle boccette incoronate piene d’acqua miracolosa che sa di pozzo e di lontano. L’hanno ritagliato dai giornali, con la faccia polacca larga sotto la mitra, le dita corte da contadino che luccicano dell’oro di Pietro, la malattia che disegna una smorfia come di sorpresa, come la loro.

 In corsia li fanno, i santi.

Ieri guardavano scettici un tedesco affacciato al balcone, gli occhi troppo neri per essere azzurri, le linee del viso dure come una “c” del verbo “cioire”, i capelli bianchi come non sarà mai il fumo del camino di Roma.
In corsia vogliono padri, pastori, quantomeno martiri.
Adorano cuori di Gesù straziati da spine, vergini siracusane con gli occhi o i seni posati su un vassoio, giovani trafitti in corsa da cento frecce .
Non sanno niente di dottrina, in corsia.
E del tedesco Concettina – che s’è risvegliata dal coma cieca e profetessa come sua nonna – dice che ha gli occhi tinti.
Non brillano, nel buio illuminato a giorno della corsia, dove nessuno – uomini e santi – può chiudere le palpebre.

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