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Archive for gennaio 2007

GENEALOGIE

la vita non è catena né corda, è matassa di fili interrotti, ripresi (Klimt)

…quel che la vita ha di successivo
è l’andare e venire degli uguali…

 Mi generò Concettina, primogenita di sette otto o dieci figli, donna d’ostinazioni, di pretese crudeli, d’affetti pieni di denti, implacabili come vendette. Si fece studentessa, medico condotto con indennità di cavalcatura, libera pensatrice, sindacalista, comunista. Il suo mondo confinava con le pareti di casa e con la galassia accanto: riusciva a leggere, ancora, le scritture dei lampi. Me la ricordo, la notte che le morì il fratello piccolo, affacciata alla finestra, che si dannava, perché riconosceva in cielo quel vasto pullulare, quel messaggio definitivo, quel fermento, ma non voleva dargli nome. E poi, vent’anni dopo, ad un altro balcone, dall’altra parte dello Stretto, che cancellava i messaggi, uno per uno, che la morte le mandava, scritti con la penna d’oca sulle nuvole, sulle onde, sul selciato, sull’odore di grano e acqua di fiori d’arancio della primavera.

 Concettina fu generata da Carmela, donna dai fianchi vasti, madre di sette otto o dieci figli (il primo a morire fu sepolto sotto una croce di pietruzze, e ne rimasero – anni dopo le sorelle aprirono le tombe più antiche, antigoni alla rovescia dei doveri della morte – brandelli d’una vestina, un bottone e un osso come di pollo), bella d’un bellezza irriflessiva, immediata, incapace di salvezze. Andava a prendere l’acqua alla fonte, e poi tornava, bella come un’anfora, un lino, un canestro intrecciato.
La ricordo come una donna nera, sfigurata dal gozzo, immersa in una vecchiaia precoce e insensibile, primaria. Non sono mai riuscita a leggerle il cuore, ma era perché non sapevo, non so come si leggono, o forse non ce l’aveva: aveva rami, piuttosto, e colonne di linfa ascendenti e discendenti, e capelli crespi e mucchi di foglie di castagno tra gli abiti, le dita, i lobi forati delle orecchie, l’anima.

 Carmela fu generata da Vincenza, donna-colomba, donna-sparviero, donna-falco. Mutava di forma secondo le creature: sapeva essere acqua, basilico, pietra. Partecipava della vita indistinta, non numerale, che fluiva liberamente per la casa, dalle radici alle tegole, dai semi ai rampicanti. Eppure aveva un vivido senso della ripartizione dei dolori. Coltivava piccole piante di follia mischiate con le piante domestiche, beveva acque medicinali, tendeva funi d’oro lungo tutte le notti, fungeva da richiamo. A volte mi pare di sentirlo ancora, lungo, profondo, ch’attraversa le valli, il mare, l’epoca, il buio.

 Vincenza fu generata da Carmosina, donna d’occhi e di tutto, immersa nell’oscurità e nella luce, creatura mitologica, divisa come un pane, come una pioggia. Donna fruttifera, si spinge attraverso le nostre carni, tuttora, infiltrata nel passato e nel futuro, intenta a semine che non comprendiamo, non interamente. Le paghiamo quel tributo d’indistinto che ci permette di sopravvivere a noi stesse, forse. Quella sacra ripetizione di cui non sappiamo nulla, come una legge scritta negli astri con un argento indecifrabile.

Domenica è stato il compleanno di mia madre. Avrebbe compiuto 77 anni. Mi sono sporta in quel vuoto a occhi chiusi, cercando in me un capo della matassa, un appiglio. Volevo sentire la stessa vita che colma corpi diversi, “sconosciuti e irriconciliabili, come colori che si contraddicono e si riuniscono nell’oscurità”.
E’ l’unico eterno che riesco a percepire.
Tendiamo a pensare che il nostro bottino di tempo sia solo nostro, e invece no. E’ intensamente diviso e frammentato, partecipa del passato più di quanto noi potremo mai ricordare o sapere. No, non consola del tutto. Si sentono comunque i morsi del freddo, dell’assenza, della coscienza numerale che reclama sue proprie, infruttuose geografie, suoi territori fitti fitti di confini. Ma è l’unica forma possibile, così sporca e umana e innumerevole, come un’ininterrotta maternità circolante, come dev’essere dio.

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finestre aperte sullo stretto, stretto poggiato sul tavolo (Fabrizio Clerici)

 I funerali sono durati cinque o sei giorni, o anche più.
Da quando le bare, coperte di fiori fuori stagione, hanno sfilato, lentissime e laiche, davanti alla banchina del porto, alle acque nere e al relitto sfondato. Dietro si muovevano sindaci, dolenti, arcivescovi, assessori comunali e provinciali, marittimi, studenti, un sottosegretario, alcune madri, alcune mogli. Davanti il mare stava immobile, oleoso, zitto come quel giorno (e quel silenzio vastissimo era un altro dei nascondigli sfacciati della morte).
 Poi, dall’acqua di catrame è affiorata una tartaruga, una Caretta Caretta di quelle gigantesche, che ogni tanto finiscono nelle reti e i marinai si fanno il segno della croce e le liberano subito, ma qualcuno dice che sono squisite, a mangiarle (ma mangiare una tartaruga è come mangiare un tritone, una ninfa, un uccello del paradiso, un angelo). Era immensa, vecchia, verde di muschio di fondale, marrone di limo mediterraneo. Le mancava una zampa, troncata di netto.
La folla ha avuto un brivido, ha emesso un “oooohhh” profondo che è stato il segnale d’inizio.
 Mentre i vigili portavano via la tartaruga ferita, verso un centro soccorso dove curano gli animali marini e mitologici, tartarughe delfini orche lupi acquatici draghi sirene, il funerale cominciava per davvero.
Lo scirocco, ch’aspettava al centro dello Stretto, ha cominciato a ribollire e gonfiarsi, verso l’una e l’altra sponda. I gonfaloni dei paesi di mare s’agitavano, i fazzoletti, i paramenti, gli stami dei fiori fuori tempo. L’arcivescovo sudava nel colletto stretto, mentre l’odore dell’incenso diventava più forte e stringeva alla gola: lo scirocco raddensa gli odori e dirada i suoni, rende le figure indistinte e gli incubi più netti, fa palpabile la luce e dà un corpo chiaro all’ombra.
 Mentre il corteo proseguiva – ma ora le bare erano più pesanti, perché lo scirocco raddoppia i pesi e chiarisce bene la fine d’ogni speranza – il mare già scavalcava le banchine.
 Le parole dell’arcivescovo si sono perse nell’aria fitta di sabbia e luce impastate, dense come un fango leggero che entrava negli occhi, in bocca, tra i capelli. La musica non l’ha sentita nessuno: l’organo a canne– 16.000, distribuite sui due lati del transetto – non arrivava da nessuna parte, i suoni cercavano un appiglio e ricadevano, pesantissimi, come certi pesci argentati che piovono sulle strade quando, raramente, ci sono i temporali del mare capovolto.
 E le navi, le navi muggivano per tutto lo Stretto: in corteo, grandi chiatte bianche o zattere dai fianchi ampi, monocarena appuntiti, chiglie rotonde o ovali, metallo o legno calafato, riempivano di richiami di bovino triste tutto lo spazio, esiguo, lasciato tra terra e cielo dallo scirocco. La messa la recitavano loro, una messa marina mugghiante e amara.
 Il mare è andato avanti così per quattro, cinque giorni. Il mare s’era fatto nuvole basse, grigie e gonfie, che si posavano direttamente sulle colline, sui terrazzi, sui muri di contenimento, sulle palpebre. Le sponde erano invisibili, avvolte di nebbie salate. Nessun clima riconoscibile: un inverno tropicale, una primavera artica, un’estate nevosa. La città era un acquario, dove ci muovevamo respirando acqua dalle branchie, silenziosi come pesci, mentre i pesci, nello Stretto tempestoso, cantavano con voce umana. C’era un freddo caldissimo, e camminavamo fradici fino alle ossa, nelle strade trasformate in affluenti mediterranei, mentre le navi, asciutte, saltavano di onda in onda. Avevamo mal di capo, e non riuscivamo a parlarci, e ciascuno se ne stava nella sua bolla di malumore, respirando cattivi pensieri, guardando le nuvole che sfioravano l’acqua.
 Abbiamo aspettato, come se fossimo saggi – ma non era saggezza, era l’esercizio di pazienza che, senza saperlo, le genti di costa praticano da sempre.
Poi, il funerale è finito. L’inverno è tornato a sedersi, e si pettina la barba.

Uffa, volevo scrivere una serie di altre cose. Chessò, l’iguana di nome Mozart che dovrà essere operata, allo zoo di Anversa, perché è in costante erezione (una colonna in pagina esteri sul giornale di oggi, lo giuro); le nominèscions per gli Oscar, che non se ne può più di Clint Eastwood e mi piacerebbe che per una volta vincesse una tragedia greca, invece che un film americano (infatti, stavolta vorrei che vincesse “The departed”, di Scorsese, che è sobriamente eschileo); di come ho visto diversi uomini piangere guardando “Rocky Balboa”, e allora ho ragione io che non siamo della stessa specie, pure se, misteriosamente, siamo interfecondi (ma più spesso intersterili).
E volevo parlare dei luoghi, di come ci facciano a loro immagine e somiglianza. Ma forse di questo ho parlato, è vero.

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ROTTE

i marinai della morte trascinano la morte lungo la rotta (Cagnaccio di San Pietro)

 Ci sono giorni che la morte gocciola piano, pallida, fin dal mattino, inavvertita.
Deposita uova e larve infinitesimali, qua e là, sotto le foglie dei ficus magnolidea della piazza, nel basamento di muraglia del Faro, attorno agli ombrelli seghettati delle palme, lungo le commessure dei pontili, aderente alla pietra nera, in mezzo alle alghe e alla broda degli attracchi, alle meduse e ai copertoni, nelle pozze di gasolio iridescenti che galleggiano nell’acqua grassa del porto. Secerne un filo bianco, certe volte, che abbaglia tale e quale alla luce di scirocco – io me la ricordo, quella luce: era mercoledì e mancava un giorno all’intervento chirurgico, e io non capivo perché continuavo a guardare la finestra che m’accecava, come se quel bianco nascondesse un messaggio d’inevitabile, e mi sentivo ripetere, con una voce stanchissima, già delusa: papà, se vuoi ce ne andiamo, papà ti porto via subito, non ti operi più.
 E la morte stava già filando e tessendo, lenta come una bava di scirocco, come una corrente al largo, come una manovra di virata per entrare nella falce del porto.
 La portacontainer, piatta e incastellata fino al cielo – il piccolo la chiama “la nave-città”, perché da lontano può leggerne i muri e le torri, mentre attraversa, lenta come un’isola, il braccio corto dello Stretto – la portacontainer viaggiava col suo passo di nafta, col suo profilo d’incudine, da un mondo all’altro: dalle Antille a Israele. Portava delfini, uova d’oceano, muffe, profilati d’alluminio, altro sale.
L’aliscafo portava uomini e donne, i migranti di tutti i giorni: impiegati, studenti, sporte, visite mediche, parenti e amici, cause e liti civili e penali, flirt, cartelle, fughe, ritorni, soprattutto ritorni. Portava marinai e un capitano, un capitano di quelli dello Stretto, capitani di cinque miglia e mezzo di mare, di andate e ritorni, soprattutto ritorni. Capitani di venticinque minuti di navigazione, e, quando succede, di mare lungo, o lupa, o corse sospese. Capitani avvezzi alle luci parpallianti dell’altra costa, alle sirene, ai fantasmi di navi antiche e moderne (greche, fenicie, romane, turche, spagnole, e poi americane, soprattutto americane), ai radar spenti, alle correnti eccentriche, ai garofali, alla fata morgana che raddoppia le terre, alla nebbia salata e calda che invece le cancella. 
 

La morte se ne stava appollaiata sui rami alti, qualche volta i gabbiani, passando, s’impigliavano una zampa, e strillavano del loro strillo, gabbiani isterici e grigi di discarica marina.
Qualcuno deve averla vista, la morte. Qualcuno la vede sempre, ma la scambia per altro: mal di testa, scirocco, inquietudine, affanno, residui di sogni, gastrite, scontentezza. Soltanto dopo, molto dopo, ci pensi e ti dici: era lì, era quella, e io non l’ho riconosciuta, ho continuato ad andare avanti, ad andarle incontro.
Tutti sulla passerella, qualcuno pure col fiatone. Il comandante lassù sulla plancia, padrone dei mari, l’equipaggio giù a sforacchiare i biglietti, a ritirare le gomene, ad avviare le macchine. L’aliscafo appuntito, veloce, carico di ritorni. La nave lenta, pesante, smemorata. Lo Stretto piatto, appiccicato al cielo.
E la morte che tracciava la sua rotta, col compasso e il sestante.

Insomma, prima o poi doveva succedere: sullo Stretto passa di tutto, rotte longitudinali che incrociano ogni giorno le rotte trasversali da una sponda all’altra. Ora dicono che c’era un’altra nave, grande e grossa, nera come la notte e il mare nero, che ha accecato il capitano. Ma non era la nave, era la morte, che prende le forme di nave, gabbiano, gomena. Intanto qui continuano i pellegrinaggi al relitto, accostato alla riva: tutti vogliono vedere l’aliscafo sfondato dalla prua della morte, e tutti hanno lo stesso brivido, perché qui siamo tutti gente di sponde, e di ritorni.

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Io da ragazzina ritratta da Casorati, senza dubbio

 M’hai regalato un piatto per raccogliere nuvole. Io ti ho regalato un pianoforte intero, tasti bianchi e neri, pedali, portaspartiti e tutti gli chopin che sono riuscita a ficcarci dentro (la notte certe volte si agitano, e la musica schizza fuori e sporca le pareti, cola sul pavimento, fino all’uscio, dentro le camere, dentro i sogni).
M’hai regalato un cappotto di code di coniglio intrecciate, e io un impermeabile di pelle di concia italiana: ce ne andiamo così, vestiti da primitivi, strofinandoci contro tutte le superfici d’inverno disponibili. Grandine, acqua, vento, scirocco freddo: niente ci tocca. Non sono abiti, sono ripari.

 C. mi ha regalato un cerchio di fiori brillanti, un serto, una ronda amorosa. Io, senza saperlo, le avevo pure regalato un cerchio: una collana luminosa per il suo collo di sirena. Il cerchio è la figura che ci somiglia di più, un cerchio chiuso ma aperto, come un abbraccio, con svolazzi, luci e foglie che si protendono dentro e fuori.

 Il piccolo m’ha regalato un pesce immaginario e un pokemon a forma di cuore, con un potere speciale: è un cuore boomerang, e quando lo tiri torna da te. L’ho tirato, ed era vero. E’ tornato e non m’è nemmeno finito nell’occhio.
Ha lavorato un pomeriggio, di forbici e colla, per fabbricare i suoi regali: un drago per il padre, un altro cuore-boomerang per C., una pistola alinea per D., un cane pastore per la nonna (che ancora piange il suo, un cane nevrotico e sensibile che si chiamava come un regista francese e aveva ereditato le fragilità che tutti quelli della famiglia non potevano permettersi).
 I cuori boomerang continuano a svolazzare per tutta la casa, a ritmo con le luci, che fino a marzo qui non si spegne nulla, ché ci duole il cuore smantellarle, e le zie se la prendono con me: questa casa è un casino, e che gli dei la benedicano.
Così viviamo quasi fino a Pasqua, coi regali di Natale che cercano d’ambientarsi, le luci che non smettono d’intermettersi (sono sei fili da 180, e brillano come il bosco delle fate su un solo abete: quale persona sana di mente rinuncerebbe ad averle, ogni notte?), il salmone in frigo e tutti i pandori da finire.

 Al piccolo sono arrivati un sacco di giocattoli, quasi nessuno educativo, per fortuna. Il più bello è un libro di gattoterapia, che finisce con un interessante capitolo in cui c’è un dialogo tra un gatto, il gatto di casa, e dio.  (“Il nostro paradiso è il loro inferno” disse dio, e miagolò soddisfatto). Lo leggiamo la sera, e cerchiamo di convincere la nostra gatta a fare gli esercizi. In effetti, lei li fa già: ci cura da ormai tre mesi, e stiamo tutti molto molto meglio.

 Un regalo l’ho scelto io, perché ogni anno ci sono i regali pilotati, che almeno non deludono nessuno (a parte me, che vorrei un finto regalo pilotato che nascondesse una vera sorpresa): un vassoio per fare la colazione a letto. Si può trasformare anche in un leggìo, muovendo una levetta.
In effetti, è il letto che si può trasformare in un cerchio sacro, in un’isola, in una bolla di vetro. E senza nemmeno muovere levette.

 Qualcuno m’ha regalato un paio di forbici. Sì, dell’Uzbekistan e del secolo scorso, e a forma di volatile beccuto. Un oggetto che taglia, pieno di punte.
La mia amica che ha studiato il Feng-shui m’ha detto che quelle, quelle tre (tre) punte, sono frecce avvelenate. Io l’avevo sentito subito nello stomaco, però. Le zie, che non sanno il Feng-shui ma sono calabresi, m’hanno detto al telefono: che regalo del cazzo. Le punte attraversavano lo Stretto, fredde, e arrivavano fino a lì.
Io l’ho circondato di pietre lisce e rotonde, e il becco l’ho messo contro una palla di terracotta, che assorbe tutto il veleno e tutta la freccitudine, materna e porosa com’è. Ora mi sento sicura, quando passo di lì. 
A ben pensarci io, a quello delle forbici, avevo regalato un mortaio di legno con un pestello di ferro.
Lo so, questi non sono regali, sono il proseguimento della guerra con altri mezzi.

 Le zie m’hanno regalato sacchi di castagne, conserve di pomodoro, collane di cipolla, mazzi di rosmarino selvatico e un incantesimo a mezzanotte precisa. Lo rinnovano ogni anno, come un immenso ombrello di sortilegi che si protende, fragile, dall’orlo della montagna fino a quaggiù: è impastato di rose, saliva, molliche, capelli, salvia, lisciva, piume d’angelo, sassolini, acqua benedetta, parole segrete, piombo. Qualche volta fa ombra, qualche volta.

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