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Archive for giugno 2009

No. Lo ammetto. Non m’importa nulla.
Non m’importa nulla se Papi si porta le minorenni in piscina. Non aggiunge nulla alla persona rozza, volgare e sgradevole che già mi sembra senza che nemmeno dica una sillaba: basta guardare quel viso stirato e truccato, coi capelli ritinti e ricresciuti, quel sorriso televisivo, coi denti di resina, le rughe arginate e riempite di filler.
Ha l’età che avrebbe mio padre se ci fosse ancora, e assurdamente li paragono, nella mia mente. Mio padre, uomo antico e verecondo, sarebbe morto di vergogna prima di mettersi il cerone o farsi tingere i capelli. Mio padre non si sarebbe mai fatto fotografare con le ragazzine sui ginocchi: nemmeno le nipotine. La giusta distanza in lui era un alone fisico e mentale, uno spazio fermo e preciso nel quale potevi entrare solo col suo permesso.
In quello spazio c’erano cose come il rispetto, il giudizio, l’equilibrio. Dovevi sentire che le attraversavi, per muoverti verso di lui.
Aveva, come tanti della sua età, un corpo a parte. Riservato, decoroso.
M’inquieta, del Papi, il suo corpo esposto e mostruosamente eucarestizzato, il suo corpo vorace che mangia gli sguardi, che attira il gesto, la condivisione primitiva. Il suo corpo da fiction. Il suo corpo eternamente giovane che fa soprattutto una cosa: nega la realtà.
Si mette in testa i cappelli, il Papi; fa bagni di folla, il Papi, come quella contessa si bagnava col sangue di vergini: era il fondamento del suo apparire e del suo potere.
Mi vengono in mente, con un certo raccapriccio, i corpi antracite, sfuggenti, sepolti nella grisaglia dei nostri governanti d’una volta. Corpi insensibili, negati, funzionali (e le vignette li facevano tutti uguali: era la testa, dei burattini-burattinai, a fare la differenza, a renderli "rappresentabili").
Mi viene in mente il corpo di mio padre, inimmaginabile, composto, segreto. Solo le cravatte, estrose, ne denunciavano – di sbieco – l’indole immaginativa, la terza e quarta vista, l’intelligenza aguzza ma cauta delle forme.
Fu sindaco, per qualche anno, della nostra città democristiana di fuori e fascista di dentro: lo vedevo passare lontanissimo, alla processione della patrona, con la fascia tricolore in vita (era magro, e gli cadeva alla perfezione sui fianchi stretti fasciati dal frescodilana scuro). La sua adesione ai simboli era rispetto istituzionale, era, in qualche modo, passione civile. Non era un abito, era un’investitura, e così lui la portava.
In quest’omino, il Papi, che si fa beffe delle uniformi e dei simboli, vedo un’altra, imperdonabile mancanza di rispetto.
Nei suoi golfini, nelle sue camicie rimboccate non vedo la scanzonata immagine d’un uomo che vive appieno, vedo l’insofferenza verso simboli che non sono i suoi. Vedo i costumi da sit-com, vedo l’universo patinato e griffato che in taluni pezzi del Paese ha sostituito la realtà.
No, non m’importa affatto l’andirivieni di ragazzine patetiche (fossero mie figlie mi vergognerei moltissimo per la loro mancanza d’immaginazione) a bordo piscina: il vecchio gallismo del potere s’è sempre espresso così.
M’importa che il Papi sia un uomo talmente lontano da qualsiasi possibilità di buongusto e buonsenso. M’importa che mio padre si volgerebbe da me e mi direbbe pianissimo: "Ti aspetto fuori, qui non c’è spazio per me".

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estate con correnti d'aria, conchiglie e zanzare

 E dire che nemmeno mi pungevano. Le zanzare, che pure erano democratiche ed egualitarie, laggiù tra i delta delle fiumare che cambiavano di posto ogni notte. Zanzare autarchiche, che si levavano al crepuscolo dai loro nascondigli (sottovasi, argini, pozzanghere cittadine di oleosa bellezza, dove si specchiavano inclinati i palazzi d’edilizia popolare e i cieli arancioni e meridionali) e salivano in sciami silenziosi verso la città di carne. Eravamo abbronzati, accaldati: allora l’aria condizionata era solo nelle banche e nei supermercati, e in casa era tutto un industriarsi di cannizzi, ventagli, correnti d’aria organizzate tra porte e finestre (mia madre era l’architetto dei venti, li orchestrava ogni mattina dopo averne studiato intensità e direzione, ché lo scirocco portava dentro e il levante peggio, ma la tramontana era pulita e spingeva ogni cosa, il caldo le zanzare e l’odore di soffritto, alla casa della vicina), ventilatori a pale che ogni tanto si fulminavano e facevano saltare l’impianto con esplosioni da festa paesana.
  
  Eravamo abbronzati, accaldati e anche persuasi che fosse in qualche modo un prezzo necessario, per l’estate che allora era infinita e piena di sottopassaggi, stanze tigrate, albicocche, prìncipi, notti vere.
Poi, era anche vero che loro, le zanzare, s’erano divise la famiglia a metà: mia madre e mio fratello, i santi lazzari, si consolavano dicendo a me e mio padre che avevamo il sangue amaro, e nemmeno le zanzare ci volevano. Io facevo le boccacce ma segretamente ne soffrivo. Tra le tante perfezioni mostruose di mia madre, anche quella mi mancava: il sangue dolce. E la mattina me li cercavo, addosso, i puntini rosse, e qualche volta li disegnavo col lampostil: già da allora non sopportavo il nesso causa-effetto, o pensavo si potesse in fondo invertire, come avviene con le parole.
Il mio sangue restava amaro, amaro, amaro.
  Dopo non m’importò più molto. Fino al matrimonio col vampiro. Era un pasto superbo, per le zanzare, quasi come gli esseri umani (io, soprattutto) erano per lui. La notte sciami orientali e asiatici scendevano a trovarci, lasciando del tutto intatta me, e succhiando a lui il sangue mille o duemila volte. Era il suo candore ingannevole, il suo odore segnaletico e fasullo, sospetto. Ma le zanzare erano anche più sceme delle donne, e accorrevano allo stesso modo.
  Una volta andammo a Stonehenge, il cerchio di pietre confitto nella piana inglese di Salisbury: una delle cose impossibili a credersi, in quella terra di cabine rosse e monarchie coi sottoteiera (non possono stare nella stessa nazione, la carta igienica profumata di rose, la moquette in bagno, la regina madre e i megaliti: non ha senso).
 Era campagna, aperta e inglese. Presto, su ciascuno dei visitatori – era un pomeriggio fosco, d’estate corrucciata e algida – cominciò a formarsi una nuvola d’insetti. La avevamo tutti, sospesa a un metro dal capo: una nuvola nera, brulicante, di moscerini o chissà cosa, che ci seguiva dovunque andassimo. Ebbene, la sua, del vampiro, era tre volte più grande delle altre. Contemplai affascinata per ore quelle folli aureole nere, quegli ultracorpi sospesi che si spostavano seguendo gli esseri umani e mi scordai del tutto delle pietre.
 Il mio sangue restava amaro pure per gli insetti inglesi.

 Anni dopo il fidanzato vegetariano, con un debole per le cause perse, lanciò un proclama di difesa delle zanzare, che nel frattempo s’erano geneticamente modificate, s’erano intigrite e urbanizzate ed erano uguali ai barracuda tropicali che infestano i nostri mari. Le zanzare erano come il campionato, ormai: si gioca ogni giorno e non c’è più gusto.
 Il vegetariano sosteneva che non si dovevano uccidere, le zanzare: e che diremmo noi – sosteneva con la sua vocetta da primo della classe anziano –  se un gigante provasse a ucciderci? Io tacqui per un certo tempo, perché mi funziona pur sempre l’imprinting della donna zitta, o forse è il mio orgoglio calabrese che m’impedisce d’ammettere subito che mi sono accoppiata con un cretino. Ma a un certo punto glielo dissi: io non vado in giro a scassare le palle ai giganti mordendoli per succhiargli il sangue. Il vegetariano s’offese a morte, per fortuna.
 
 Oggi il mio sangue è molto migliorato. Lo dolcifico regolarmente con grandi dosi di sostanze segrete (letteratura, amore non vegetariano, vino rosso, tango argentino, ricordi) e le zanzare m’ignorano per libera scelta. Ma le zanzare oggi sono alleate con altre specie, i pappataci i zappagghiuni i tigri i papi, e sono una cosa diversa. Signora mia, non le fanno più, le zanzare, come una volta.

dedicato a Fiamma Lolli, e alla sua arte di fattucchiera e fabbricatrice di filtri zen antizanzare.

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