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Archive for gennaio 2008

Il vento che agita la casa, fa muovere le tende trasparenti dei sospiri (Andrew Wyeth)

  La casa mi scoppia addosso come una pelle stretta.
Forse è l’effetto di gennaio, che ovviamente è soave e primaverile, e fa fondere i gelsomini e disorienta le cocciniglie. Persino le piante grasse fioriscono, quei loro fiori misteriosi e carnali, che di notte emettono voci riconoscibili.
  La casa è troppo piccola, non tiene più la confusione di desideri e rimorsi che ogni primavera rimescola: sul tappeto del salotto s’ammucchiano nastri, disillusioni, biglie di vetro. Con uno sforzo immenso, la casa sta cercando di cambiare forma: le ho comprato uno specchio, per tenerla buona. E’ rettangolare, lungo e stretto, audace. L’ho appeso accanto alla portafinestra del balcone sullo Stretto, come fosse un gemello che, come l’altro, guarda dentro e ci riflette.
 La casa s’è chetata per qualche giorno, ma ora la sento che mi chiama, e soffre di claustrofobie e tormenti, e da qualche parte sta covando un cambiamento, un’esplosione di dolori meravigliosi, come un ciliegio dalle parti di giugno.
Probabilmente è più giugno di quanto vogliamo ammettere.
C’è una diffusa giovinezza, nell’aria, un riverbero continuo.
  La casa cresce di notte quando non possiamo vederla, e al mattino c’accorgiamo delle stanze che ha progettato, trasparenti nell’aria semiliquida: un soggiorno foderato di libri, con una ballerina di latta sulle punte e stelle marine vive posate sui mobili. Una collezione di cuori di vetro sulla scrivania. Un nido di gatto pieno di piume. Un corridoio di venti chilometri e penombre, con mensole e scarpiere piene di pantofoline di cristallo.
  La casa ha ancora fame di specchi, e non posso darle torto. Ha immaginato un armadio intero foderato di specchio, e sento che sta per produrlo, per farcelo trovare, appena nato, una di queste mattine d’estate invernale inoltrata.
Forse dovremmo dipingere tutti i soffitti, che hanno una precisa intenzione di stelle: in camera da letto, dove abbiamo il letto volante e il comò dei cassetti segreti e un faro con un lumino dentro per quando non riusciamo a tornare da un sogno o da molti, ho appiccicato una per una centosette stelle fosforescenti, e di notte le guardo prima di dormire e qualche volta anche mentre dormo. Ma non bastano: ci vuole un soffitto d’un nero blu, e costellazioni e comete a intervalli regolari. La casa mi suggerisce di comprare colori acrilici, mi fa sentire il sapore dei vasetti, le confetture di colori. Pane burro e blu cobalto. Pane burro e verde oltremare. La casa vuole mangiare.
  Sento un bisogno di tappeti, di balconi, di lampade, di vimini.
Un giorno mi alzerò e cambierò tutta la disposizione delle stanze, rivolterò la casa come un guanto, coi polpastrelli sensibili in fuori, verso lo Stretto, e dentro i suoi segreti di piuma d’oca, pelo di gatto, miele di limoni, argento fotografico, carta, fosforo e cioccolata fondente.

Perdonatemi le assenze, ma è (ormai era, quasi) gennaio, che è uno strano capolinea del corpo. A gennaio sto sempre male, ho oscure collezioni di sintomi che s’allargano alla casa e alla micia. Dopo tanti anni forse credo di capire: io somatizzo l’anno nuovo. Il solstizio, il cambio di data, il capofitto della luce sono una specie d’affezione, di sindrome che devo riparare coi soliti mezzi psicosomatici e con l’attesa. Domani è febbraio, infatti.

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le esplosioni di notte io le sento.

  A casa mia non è mai notte.
Non nel senso che non ci viene, la notte, a casa mia. No, è notte un sacco di volte al giorno e va benissimo così. Piuttosto, non andiamo mai a dormire, non spegniamo le luci e non chiudiamo le imposte, non smettiamo di fare quello che stavamo facendo, anzi cominciamo a fare qualcosa di nuovo e che duri (chessò, i carciofi ripieni, la riforma dello sgabuzzino, un post, una partita a Risiko, una causa di divorzio). La miciazza salta in giro, litiga con gli spiriti e partecipa alle nostre attività. Ma lei parte avvantaggiata, perché è già notturna e nittalope, beata lei.
Noi finché ce la facciamo e il fisico ci regge neghiamo la notte, invece, le indichiamo diversivi. Non che non l’ammiriamo. L’amiamo tanto da costellarne il giorno: ci sono riserve di notte in un sacco di posti, noti a noi tutti, miciazza compresa.
  Mia madre teneva la notte nei mortai, in alcune agende, in certi angoli del corridoio che ancora sono bui e la notte non viene via nemmeno a grattare con la lisciva, e la nuova inquilina ha speso una fortuna in solventi ed esorcismi, niente da fare, la notte macchia, come il sugo di ciliegie, il caffè, l’inchiostro, il dolore.
Io tengo la notte per lo più sulla carta, nella stanza del caos, in un taschino sul cuore, in barattoli di vetro (dove poi dimentico di scrivere la data di scadenza), in alcuni pensieri che non riferirò. Tra i libri, poi, c’è un sacco di notte, come sanno tutti quelli che hanno una libreria, anche piccola. Certe volte cola fuori, e bisogna cambiare disposizione dei volumi, chessò, mettere quelli più chiari, o quelli con più porte e finestre, o quelli coi petali che seguono il sole, vicino al bordo. Ma sono cose molto personali, le librerie. Figuriamoci.
 La miciazza ha le sue provviste personali di notte, la sua notte felina a noi ignota dove striscia e sprofonda nel sonno definitivo dei gatti (il gatto è l’animale che dorme di più: la sua saggezza superiore si rivela anche in questo, suppongo).
  E comunque non è il sonno. E’ il salto, quello che ci spaventa.
Ci spaventa decidere che il giorno è finito, chiuderlo, tagliarlo via con gesti che pure si facevano e si fanno: mio padre chiudeva cerimoniosamente la serratura della porta di casa, facendo schioccare i colpi blindati, in modo che si sapesse; mia madre ritirava il bucato prima che prendesse la brina di sirino, che lo ricamava con piccoli fori di ghiaccio. Ma io mi ritiravo nel cerchio magico della lampada, e schieravo matite e pennini e musica, soprattutto musica, e mio padre si chiudeva nel suo studio, circondato da schemi, scacchi, diagrammi fitti di numeri con un lieve rumore di macina. E le luci erano tutte accese, nel corridoio e nelle camere, e svariate tivvù si parlavano tra loro, e la cucina sbuffava di vapore come una locomotiva.
  Ora è esattamente lo stesso.
 Perché ogni giorno che passa lascia un’ombra, anche piccolissima, e perché la notte ha una bocca enorme e vuota, e potrebbe non lasciare nulla di noi. Perché la notte preme da ogni lato sulle pareti della casa, e non è la notte ingannevole e ingioiellata distesa sullo Stretto, intenta a far navigare le terre attraverso i pescherecci: è sempre la stessa notte originaria del paese di mia madre, una notte di castagni invisibili, di vallate completamente cieche, di richiami spaventosi, di lupi, di futuro.
  Così noi resistiamo finché possiamo, e quando non possiamo più ci addormentiamo di colpo, come per una fucilata, e dormiamo tutta la notte con un’ingordigia che la consuma per intero.
La mattina dopo, infatti, il mondo è nuovo e la notte – se solo siamo bravi, se solo riusciamo a resistere, stasera – potrebbe anche non tornare mai più.

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Calendari

aspettano l'arrivo dell'estate, sulla spiaggia (Boudin)

   Come si misura un anno?
Coi mesi no, che ormai lo sappiamo che dicembre cade di marzo, luglio di novembre, ottobre di giugno e aprile quasi sempre. Le stagioni figuriamoci: non è che non ci siano più, è che ce ne sono troppe. Tutte assieme. Primavere di mattina presto, inverni dopo mezzogiorno, l’estate fra l’una e le quattro, un paio di autunni fino a sera. Oltre a stagioni nuove, che dovremmo prima o poi ammettere a noi stessi e chiamare in qualche modo: Noiosa, Piovosa, Accesa, Incomprensibile, Ricorrente, o anche Giuditta, Malvàsia, Ardenza o Limina o come vi pare. Così si potrebbe dire: ci vediamo ad Accesa meno un quarto. O ad Ardenza e mezzo. O tra Giuditta e Piovosa.
  Nemmeno le ciliegie, o le arance, sono una misura affidabile: ci sono arance invernali, estive e primaverili, tutte uguali con la buccia di plastica rugosa. Le ciliegie il fruttivendolo le porta tutto l’anno, dalla Guyana francese o dalla Costa d’Avorio o chissà, magari da Pachino.
  In un anno ci sono tredici stipendi, dodici rate di mutuo, due bollettini ici, circa ventotto bollette di acqua luce gas e almeno otto scoperti (con o senza sollecito). Le stagioni contabili, però, mi sfuggono: so che due volte l’anno, come per la migrazione dei bufali, gli equinozi o le risalite dei salmoni, i commercialisti diventano intrattabili. E due volte l’anno arriva dalla banca un plico dove, nero su bianco, c’è scritto che non ti potevi permettere nulla di quello che hai fatto, le uscite sono tre volte le entrate e la prossima volta arriveranno direttamente i carabinieri.
 Insomma, non sono misure affidabili.
Così, gli anni sono diventati oblunghi, informi e non facilmente distinguibili. Credo che ancora in giro ci siano pezzi dell’estate 2006 (quella che durò otto o dieci mesi: un pozzo azzurro e sibillino interminabile), e di certo nel mio armadio c’è l’inverno 2004, che quando indosso certe cose mi dà i brividi (non posso mettere più il golfino nero col bordo di pelo, ed è una vera ingiustizia). A volte, lo Stretto restituisce giorni trascorsi: ho riconosciuto un maggio 2003 l’altro giorno, di traverso fra est e ovest, ed è durato almeno quattro ore, tramonto e tutto.
Per non parlare della confusione mentale dei miei gelsomini, che fioriscono una volta al mese e disorientano i calabroni e le rondini.
  Insomma, ho pensato di misurare l’anno con le parole che ho imparato.

Parole imparate nel 2007.

Cazzafrullo: è una leggera variante del beneamato cazzerullo, che uso da anni come zeppa semantica, per indicare praticamente qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa è cazzerullabile. La signora cazzerullo, il film cazzerullo, quel cazzerullo lì sopra. E’ un coltellino svizzero, più che una parola.
Cazzafrullo, invece, è una parola più intensamente etica. E’ cazzafrullo ciò che è leggero, lieve, con un remoto frullare d’ali. Ci sono musiche cazzafrulle, odori, libri cazzafrulli. Persino pesone cazzafrulle (le adoro). Sì, è un bel passo avanti. (si ringrazia yukiko, dalla quale ho appreso la differenza tra ciò che è cazzafrullo e ciò che non lo sarà mai).

Scognito: in effetti è una di quelle parole dimenticate, che un giorno, per imprecisate ragioni, risorgono. Scognito è tutto ciò che non solo non si conosce, ma non è in sé conoscibile: certi comportamenti (dei maschi, per lo più, che spesso restano scogniti a se stessi), certi eventi, certi abiti. In effetti è una categoria kantiano-calabra, forse pure kantiano-siculo-calabra.

Zicotelogicon: è una storia troppo lunga per un post. Però fidatevi.

Zaraza: quando l’ho incontrata, non ci potevo credere. Nessuno sapeva cosa volesse dire. Era promessa in un seminario di tango tenuto da due ballerini magnifici,  Julio y Corina, due che li vorresti per parenti, che a lei vorresti chiedere la ricetta del polpettone e con lui vorresti uscire a bere, una notte che sei triste ma cazzafrullo. Due che ti dici: se ballano loro, posso farcela anche io. “Figuras con zaraza” promettevano. Mi sono iscritta. Nell’anticamera (era un luglio assolato nella zona industriale di Siracusa, dove ci sono pietre e raffinerie e nessuno spazio per l’ombra), tutti ci chiedevamo cosa volesse dire, e poi lo abbiamo saputo. Oh se lo abbiamo saputo.

Sciarra: è un parola antica, è il polemos che regge tutte le cose. Ma la mia amica Jolanda me l’ha ricordata, specie in quel mattino di pace in cui passeggiavamo per l’orto botanico parlando di frutti, parole, persone. La sciarra era una specie di clamore lontano, un amarostico che saliva come fumo, forse era l’inquietudine, forse il trapestìo consueto della vita, forse lo sbattere delle onde sulla spiaggia, forse quel lavorìo che non si capisce, qui, all’altezza del cuore.

Daimon: in un imprecisato universo, ciascun essere umano è accompagnato dal suo daimon, ovvero la sua parte di anima che sta fuori, un animale, appunto, che parla con lui, anzi a volte pure ci litiga, e lo conforta come nessun altro può fare. Fino a che sei piccolo, il daimon cambia forma, può essere una falena e un attimo dopo un rinoceronte, secondo i moti irrequieti dell’anima. Poi si stabilizza in qualcosa che ti somiglia (tipo che i cattivi hanno iene, mantidi o lupi siberiani, mentre i buoni hanno lepri, scoiattoli o aironi).
L’ho visto in un orrido film, la “Bussola d’oro”, dove Nicole Kidman ha per daimon un babbuino dorato, tanto per capirci, e i cattivi fanno esperimenti per strappare i daimones ai bambini (che poi è quello che avviene di continuo: ci strappano pezzi e lo chiamano crescere).
Io ho la miciazza, che indiscutibilmente è il mio daimon. Poteva andarmi peggio (tipo una pelliccia di prada, un palmare o un marito).

Sicuramente ne ho imparate altre, ma ora non mi vengono. Comunque non è stato un anno cattivo, a parte l’estate e i cenoni di Natale e Capodanno (non sono nemmeno sicura che siano davvero finiti, tutti e tre). Chissà, magari quest’anno imparo precipitevolissimevolmente.
Un bacio a tutti voi, e un consiglio: ripassatevi le parole. Sono meglio delle clessidre, e pure degli swatch.

(ps: l’immagine è la più bella che ho incontrato nel 2007, anche se qui, rimpicciolita, è diventata una ‘nticchia cubista: si intitola "Crepuscolo sulla spiaggia", ed ha precisa precisa la luce dello Stretto, e quell’aria sospesa in cui tutti attendiamo qualcosa, e ci attardiamo a vedere come finisce).

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