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Archive for novembre 2006

la memoria cubista del caffè

Il mio ex marito beveva caffè alla turca, ma ne aveva pieno diritto perché sua nonna era turca, mica perché era di moda, allora. Anzi, erano incompresi da tutti, dico lui e la sua famiglia, perché volevano il caffè macinato fine fine, no, ancora più fine, e non avevano mai posseduto una moka.
Certo, a casa loro – tra le altre cose – mancava quel profumino domestico di caffettiera, quell’infuso di tinello, anni sessanta, corridoi semiaddormentati, stoviglie, tendine a godet. Mancava il sottofondo delle mattine di domenica, o dei dopopranzo, quando il pomeriggio è già la lampadina gialla, il muro di catrame della casa di fronte che si fa più nero, i quaderni.
Forse questo potrebbe spiegare tante cose.
 Non che non fosse un centro, quel pentolino col manico lungo, d’alluminio vissuto: una parte della famiglia si riuniva attorno alla sua coda sporgente, al sobbollire dell’acqua zuccherata, dove si versava la polvere di caffè – che era proprio polvere, tanto che una parte se ne svaniva all’insù nell’aria, tra i fantasmi del caffè, o della casa, o delle famiglie concentriche che sempre abitano le case, di nascosto. Tuttora, quel che resta della famiglia si raccoglie attorno al pentolino, fissa con attenzione l’acqua che “spacca il bollo” – sì, lessico famigliare: ammetto di fare collezione dei lessici altrui (forse la vita è una raccolta di lessici usati)(avete presente quando dicono: a parole tue? ecco, io cerco sempre le parole sue) – poi in un gesto solo la polvere che cade, il movimento del polso per girare il pentolino, e un’attesa non misurabile – almeno non con gli strumenti del tempo, semmai con un bacio sulla guancia, due note di una canzone, una giravolta sul posto, uno sguardo dalla finestra –  mentre la polvere si condensa, attraversa il corpo dell’acqua, si deposita come un limo nel fondo della tazza, come il destino in fondo al futuro (e infatti lì la nonna I. leggeva il “camacco”, l’avvenire che si disponeva in macchie, segni, simboli pastosi).
Fanno il caffè come ci si guarda allo specchio, per riconoscersi, visto che di quella Turchia favolosa e remota hanno conservato solo piume di pavone, mitologie e parole francesi truccate. Oltra alla scienza divinatoria del camacco, si capisce.
In effetti, io – che non bevo caffè, mai, di nessun genere – una volta l’ho pure provato, ovviamente. M’è sembrato una broda pazzesca, con una consistenza di fanghiglia e un’asprezza indomabile: m’è sembrato un esercizio spirituale, più che un caffè.
Capisco che forse lo fanno per questo: ogni famiglia coltiva la sua propria metafisica, senza saperlo.

A casa mia il caffè era anzitutto la maiolica spessa e armoniosa delle tazzine gemelle dei miei, marroni fuori e bianche dentro, come nei bar d’una volta. Mia madre tutte le mattine svegliava mio padre – lei che era in piedi dalle cinque a ricreare ogni giorno il mondo mentre noi dormivamo – col caffè in una di quelle tazzine. Era un caffè di moka, la bialetti spaziale che avevano tutti, con la gonna a pieghe cromata, e il rumore un po’ storto che faceva quando s’avvitava. Mio padre s’occupava della guarnizione, che andava cambiata, di tanto in tanto, quando s’era fatta sottile e marrone anche lei, perché il caffè ha questa proprietà d’intridere le vite.
 Ho portato con me quelle tazzine – perché ho portato con me tutti i punti sensibili della casa vecchia – e le tengo lì, imbevute di caffè domestici, di riti minimi, di legami impossibili a dirsi e forse pure a sapersi. Come il misterioso legame del caffè con l’acqua, e delle cose con noi, e di noi con noi stessi.

ps: tutto è nato, ovviamente, da qui. invidio le vite che sanno di caffè, visto che nella mia non ce n’è per niente. era come alle medie, quando invidiavo le altre che si mangiavano le unghie, mentre a me non piaceva affatto, non ne sentivo il bisogno. mi dispiace non poter mai condividere un caffè, una ritualità minima di quelle che amo, nella polifonia nascosta dei nostri alveari umani. chissà, a volte un post è come un caffè, o rosicchiarsi un indice. bello.

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Russello con se stesso piccolo. O viceversa (Rocco e suo figlio, Guttuso)

Prendete una distanza (o un’assenza, o una mancanza).
Prendete molte, molte parole. Parole di prima, soprattutto.
Prendete un luogo fatto di nebbia e acqua, rimpianto e forse pianto.
Prendete un modo di leggere le cose tutte capovolte, rovesciate, esatte d’una geometria impossibile.
Prendete un modo di sentire le cose rovente e definitivo.
Prendete fichidindia, rocce laviche, zolfo, pani tagliati con una croce, treni col fumaiolo, arance, tombe fresche, santi vecchi, filo di ferro, maioliche, gramigna, armi da fuoco, sesamo, calce viva, uva, roncole, occhi sul piatto d’argento, pupe di zucchero, seni di ricotta, ossa di bianco d’uovo, ciliegie di marzapane, pecorelli di pasta reale.
Prendete Elio Vittorini, la Medusa, gli anni Sessanta che crescevano per la penisola alti come grano, o tralicci.
Prendete gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, che cadevano dall’albero come foglie secche, piene d’una dimenticanza d’oro: il viale era in breve ingombro, e a camminarci faceva rumore di pagine morte.
Prendete una mattina di maggio del 2001, a Castelfranco Veneto, paese di suoni soffici, eccetto il rosso del manto della Madonna nella  
Pala di Giorgione: qualcuno se n’andava in punta di piedi, le orme subito confuse dall’acqua, dalla dimenticanza, dalla nebbia.
Prendete sei libri dallo scaffale in alto. I manoscritti no, lasciateli lì, nel cassetto. 

Mescolate, aggiungete un filo d’olio d’oliva – quello amaro – , una risata, uno stupore, peperoncino intero e un cucchiaio di miele segreto: ecco  Antonio Russello .

 Ho scoperto Antonio Russello per caso, grazie all’editore che lo sta ripubblicando – il veneto Santi Quaranta – perché è giusto così. A volte succedono, questi piccoli miracoli: qualcuno viene ripubblicato (o pubblicato, voglio sperare) perché è giusto. Io l’ho trovato giusto. Ne è venuta fuori una pagina di giornale, perché di certe cose – ovvero dei miracoli – si deve dare conto. La trascrivo qui sotto, perché non so dove metterla e chiuderla dentro un link. Ma non dice molto di più di quel che ho detto sopra. Il resto, e ciò che conta veramente, fatevelo dire da lui. Non è un consiglio, è un imperativo categorico.

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Riedita da Santi Quaranta la raccolta "Siciliani prepotenti" dello scrittore agrigentino, e poi veneto d’adozione, Antonio Russello

La parola che brilla, ritrovata  

La parola siciliana. La parola siciliana che cresce, si solleva, s’inerpica, s’arrampica, si dilata, mette rami, foglie, frutti. Si fa nome, cosa, corpo.

La parola siciliana che arde, come l’isola fiammeggiante nel mezzo dei mari, illuminata e tormentata dai suoi stessi fuochi.

La parola siciliana è quella di un autore dimenticato e riscoperto – ché la Sicilia ha la memoria corta, pure se non è capace di oblio – la cui opera viene recuperata e ristampata da una benemerita casa editrice del Nord (e il Nord è il necessario polo negativo, in questa storia).

Antonio Russello, agrigentino d’agosto e di Favara, venne scoperto negli anni Sessanta da Elio Vittorini, che pubblicò nella celebre collana "Medusa degli italiani" il primo romanzo, "La luna si mangia i morti". Nulla in comune, eh, con altri autori agrigentini di cui sono pieni i supermercati, e le bocche, di false parole siciliane: quella è televisione spalmata di confettura ai fichidindia, parodia del dialetto e manualetto di conversazione per turisti della sicilitudine. Invece la lingua di Antonio Russello è una specie di miracolo. Un miracolo alla rovescia, s’intende: incoronato di spine, scomodo, perturbante. Come la Sicilia.

In comune, con altri siciliani e magari agrigentini, Russello ha la strada percorsa, semmai: il Nord, precisamente la Marca Trevigiana, le nebbie di Giorgione di terre molto diverse dalle sue (dove morì nel maggio 2001); un mestiere – insegnante di Lettere – che gli consentiva d’annusare di lontano ciò che aveva lasciato, e ritrovarlo – e predicarlo – sparso per gli esametri di Virgilio, per le rime di Cielo d’Alcamo o Jacopo da Lentini. Con le lettere siciliane che gli brillavano davanti agli occhi, nella memoria, tra le mani, Antonio Russello – immerso nelle nebbie e in un altro dialetto, tra altri alberi e altre radici che si facevano nomi diversi – s’è reinventato la Sicilia sua, se l’è cercata e ricostruita per intero. Capita sovente, ai meridionali. Forse è un percorso necessario, una successione obbligata di stadi alchemici dell’anima: le parole hanno bisogno di distanza e di un certo dolore, per fiorire vive e presenti, per incarnarsi.

Così, dalla Marca Trevigiana Russello ha scritto la sua Sicilia, che è fosca, mirabolante, densa, odorosa, irredimibile, santa, pagana, redentrice, spaventosa, magnifica, eccedente.

Ecco, l’eccesso – che è croce e virtù dello spirito meridionale, e più ancora nell’Isola, dove non perde mai il suo cerchio di ferro, il suo senso del limite e dell’impossibile – è la materia di Russello. La sua immaginazione è sempre eccedente: non esistono, non in Sicilia almeno, vicende minime.

Chi ama le scritture di bozzetto, e pensa la storia come i quadretti sulle fiancate d’un carretto siciliano, idilli campestri arrossati da tramonti, arance o sangue, resterà deluso. Chi s’aspetta la solita Sicilia di trazzere, lupare e colonne sonore da sceneggiato resterà deluso, dalla raccolta di racconti "Siciliani prepotenti" (edizioni Santi Quaranta, pp.158, 11,00 euro), la cui prima edizione fu del 1963, con Ronchitelli, e che l’editore Quaranta, benemerito, ha appena ripubblicato nell’ambito d’un recupero di tutta l’opera di Russello (sei romanzi, di cui uno finalista al Campiello, cinque testi teatrali; ma esiste tuttora un gran numero di manoscritti inediti).

Né bozzetti, né voci minime: i sei racconti del libro raccolgono solo storie vaste, enormi, bibliche. Tutte curiosamente capovolte: come quella di Gesù che viene per nascere in Sicilia, e rifà tutta la sua strada, raccoglie apostoli che gli insegnano molte verità (e uno gli muore e risorge, persino, e lui lo incontra e non ci crede.), muta il vino in acqua, moltiplica il pane ma s’accorge che il miracolo non l’ha fatto lui, bensì la dignità dei poveri zolfatari che quel pane gli avevano offerto, accarezza cogli occhi una collina di calvario, ma niente, non trova in alcun luogo un giuda capace di tradirlo e alla fine deve scapparsene in Palestina, con gli occhi pieni di lacrime e di rimpianto, persino lui.

Tutte storie sbilenche, che mutano forma mentre avanzano, come certi ulivi secolari, certe facce secolari, certe mosse dell’anima secolare. La storia di don Carluccio, angelo custode dei treni, la storia, la vera storia, dello sbarco americano, o della guerra che si combattè a Palermo, non tra americani e fascisti, men che meno tra americani e siciliani, ma tra taxi e carrozze per aggiudicarsi i clienti americani, quei conquistatori ridotti all’impotenza da un’Isola imprendibile come una schiuma, pure se densa come pietra lavica, impossibile da vincersi o da occuparsi davvero («Sullivan stava zitto e osservava come tutto era un crescere, un farsi, e tutta la loro stagione di vincitori, affermarsi sulla stagione dei vinti come per sussulti, per rimpiazzamenti, come d’un autunno che rimpiazza l’estate e gli costa di perdere i frutti»). Un’aria di guerra impasta l’Isola, di continuo: una guerra sorda, silenziosa, perenne. Ma non è la guerra che pensano gli altri.

Come la prepotenza dei siciliani non è quella che pensano gli altri, visto che è nutrita di dolore, di un’ironia profonda e nera, di un gusto dell’assurdo che sfuma nel sacro (il caos geometrico di Pirandello nasce nelle stesse terre, si nutre dello stesso sconcerto).

Russello non cerca giustificazioni nell’orgoglio, o scorciatoie nella miseria antica di sapersi oppressi, e nemmeno indulgenza, quell’indulgenza meridionale che è la malafiglia della sottigliezza e della pietà (vera, invece, questa, e profonda quanto le radici dell’Isola). Non è un atto di contrizione, né uno scatto d’orgoglio, la sua scrittura: è semplicemente vera quanto un ulivo, un muro che s’attacca alla montagna, un’alba di ferro sul mare. Quanto un pane («E scoprì che l’atto d’ingoiare quella mollica antica e profonda era quello dell’uomo che parla all’altro uomo e gli dice pane del pane e uomo dell’uomo. E non era quello del bianco che parla col negro col linguaggio del bianco. Ma era il miracolo d’un pane che parla da pane a un altro pane»). Non cerca condanna e nemmeno perdono, Russello.

Forse pre-potenti lo sono stati, i siciliani: potenti prima, in qualche età dell’oro remota, di cui resta traccia in una natura ardente e piena di doni, nell’attitudine imperiale di certi cieli, di certi pezzi di mare, dei frutti – i fichidindia di velluto, gli agrumi che, lo sappiamo tutti, sono il sole che si può mangiare a spicchi, i fichi, le mandorle. Lo sono stati, continuano a esserlo in un loro modo oscuro persino a se stessi.

Il giorno che invaderanno l’Italia – dice Russello nella paginetta d’introduzione che non è introduzione, ma una minaccia capovolta, un ironico avvertimento (visto che l’attitudine dei siciliani è conoscere la verità ma non dirla, quantomeno non dirla in modo che sia comprensibile ad altri, o pure a sé) – quel giorno la Storia correrà al rovescio, e porterà non distruzione ma "eredità di splendore". Il contrario della guerra, il contrario della miseria, il contrario dell’abbattimento, del degrado. Un contrario che la Sicilia coltiva in sé, oscuro, magnifico, succoso e incoronato di spine.

La verità sembra proprio un ficodindia, vista da qui.

 

Gazzetta del Sud, 12 novembre 2006

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Da Tom Cruise? Io c'ero

gli sposi secondo Chagall

 Ho partecipato al matrimonio di Tom Cruise.
No, non ci sono andata. Scherziamo. Mica mi chiamo Jennifer, o Brooke, o Veltroni. Però sono stata inchiodata, come centinaia di colleghi, alla sedia della redazione, ad aspettare i flash Ansa che nemmeno Radio Londra quando si doveva seguire lo sbarco in Normandia.
La mobilitazione era uguale, l’attesa planetaria. Mia zia Gioconda mi chiamava ogni cinque minuti per chiedere: novità? E io: zia, ancora non hanno preso la collina. Ma la contraerea è pronta.
 Infatti, dal castello di Bracciano – uno dei luoghi più tristi d’Italia, e pure pieno di sfiga finalizzata: pare che chiunque si sposi lì sia destinato a una vita matrimoniale breve ma infelice (il record, comunque, ce l’ha una coppia di calabresi molto molto facoltosi, che, ahiloro, avevano deciso di sposarsi nel maniero: tra i due clan è scoppiata una rissa prematrimoniale che ha bloccato definitivamente le nozze. Ancora sono lì a scambiarsi carta da bollo e ufficiali giudiziari, e le bomboniere se le sono rivendute su E-Bay) – arrivavano notizie fondamentali: tutte le scale d’alluminio sono state vendute (segue servizio d’agenzia sulla giusta soddisfazione dei proprietari dei negozi di ferramenta); tutti i davanzali sono stati venduti (segue servizio d’agenzia sulle dichiarazioni del sindaco di Bracciano: “Non m’hanno invitato, e Veltroni invece sì, ditemi voi se è giusto, però io ho affittato le terrazze di mio cognato a 2500 euro cadauna, ho imposto il pedaggio e il bollo auto a chi entra nel paese, maggiorato per le limousine e i push-up, e ho alzato di dieci centimetri l’orlo della gonna delle vigilesse. Qui mica si dorme”).
 La fibrillazione cresceva, le stampanti battevano a raffica notizie sconvolgenti: “E’ arrivata Kate con la bambina. La bambina è avvolta in una coperta bianca”; “Ora è arrivato pure Tom, ha un maglione chiaro, un giubbotto e gli occhiali scuri”. Accidenti, roba forte. Questa è informazione militante.
Infine, “E’ arrivata pure la nipote di Armani col vestito della sposa: da come è arrotolato, sembra abbia un lungo strascico. Da indiscrezioni, pare pure che sia bianco”. Un abito bianco e con lo strascico: praticamente uno scoop.
E la zia a telefonare: novità? Hanno portato il vestito, zia, è bianco e con lo strascico. Ah, però.
 Intanto, nel castello, il fantasma d’Isabella de’ Medici – una mantide che sprofondava gli amanti nella calce viva dopo una sola notte – preparava la sua, di contraerea, mentre i domestici preparavano i centocinquanta tavoli, con una decorazione sobria ma efficace: rose rosse e bianche su tovaglie damascate oro e rosse, posate d’argento, cristallerie e centinaia di candele profumate, il cui olezzo si sentiva fino nella piazza, dove i fans giustamente reclamavano qualcosa: un cenno, un sorriso, un autografo, un osso.
 Le ore passavano, e arrivavano pure i primi scatti: la piazza di Bracciano, i negozi di Bracciano, il sindaco di Bracciano, le vigilesse di Bracciano, i segnali stradali di Bracciano, le transenne di Bracciano. Poi, finalmente arriva un’autoblù. Coi vetri scuri. Un invitato, certo, ma chissà chi. Le agenzie prontamente battono: “Un’autoblù è arrivata al Castello. Pare che sia Jim Carrey”. Però.
Chiamo la zia: zia, è arrivato Jim Carrey. La zia si volta verso il suo pubblico (ha invitato tutte le commari del caseggiato: sapete, mia nipote è giornalista, venite qui che seguiamo praticamente in diretta): è arrivato Jim Carrey. Brusio, domanda dalla folla: com’è vestito? Io, a quel punto, forte di quindici anni di professione, con la voce di Minoli quando racconta l’attacco alle Due Torri o la Presa della Bastiglia (che per lui è lo stesso), faccio, sicura: ha lo smoking, scuro, coi gemelli di brillanti. La folla sospira. La zia sorride e so pure cosa pensa: io ce l’ho la nipote giornalista, e voi no.
Ma arriva un’altra agenzia: “Non era Jim Carrey, erano i fermatovagliolo”. Non telefono alla zia.
Per giunta piove, su Bracciano in festa, sul fantasma d’Isabella, sui lieti pensieri che l’Ansa ci schiude novella. La zia: “Allora sono fortunati”. “Zia, veramente c’è il fantasma, sai, la maledizione del castello…”. “Figurati, questi sono americani, con loro non prende”. Sorrido, e lei sa cosa penso: io ce l’ho, la zia fattucchiera, e voi no.
Intanto il momento fatidico s’avvicina, e il caporedattore m’interroga: Le candele che aroma hanno? Cannella e zenzero. Le fedi? Buccellati. Il crocifisso c’è? Sì, è d’argento. E perché, se non è una cerimonia cattolica? Katie è cattolica, capo. Piove ancora? No, ha smesso. Veltroni com’è vestito? Di scuro. Lui annuisce, e segna sul registro la sufficienza, per stavolta. Fiuuuu.
In compenso, sappiamo tutto sulla cerimonia di Scientology: avviene in silenzio, e lo sposo regala alla sposa un gatto, una pentola e un pettine. Lei ricambia. La zia è perplessa: “Allora io mi sono sposata un sacco di volte” fa. La folla mormora appresso a lei: questi americani.
Intanto Katie appare per due secondi dietro i vetri d’una finestra, agitando la mano: scattano decine di flash, e le agenzie ticchettano impazzite: “La sposa sta facendo asciugare lo smalto”. Accidenti, quando si dice la macchina dell’informazione.
La zia: sì, lo smalto, ma di che colore? Io metto lo zoom, e dopo dieci minuti di perizia concludo: trasparente. “Giusto” approvano la zia e la folla.
Arrivano le nuove foto: il castello di Bracciano da fuori, con le nuvole rosè; il sindaco di Bracciano; la piazza di Bracciano; i ferramenta di Bracciano; le vigilesse di Bracciano; i posti di blocco di Bracciano.
In redazione, il lavoro ferve.
Sappiamo il menù? Tuona il caporedattore. Accidenti, il menù. No, capo, però la trattoria della piazza offre una cena “Top gun” a trentacinque euro tutto compreso, guarda. M’avvicino con un dispaccio d’agenzia caldo caldo. Lui me lo strappa di mano: bene, andiamo avanti. Siamo professionisti duri in una dura notte, che cavolo.

In effetti è tutto vero. Ed è il motivo per cui sono stata così assente a me stessa: sto sperimentando da una ventina di giorni un altro lato della magnifica macchina dell’informazione. Il lato b, diciamo: cultura e spettacoli. Che non dico che non sia divertente, no. Ho visto un concerto di Claudio Baglioni, sono andata al cinema (sì, ho scritto pure due "recinzioni" che però vi ho risparmiato)(ma alla zia no: lei ha fatto le fotocopie e le ha distribuite al vicinato), ho ricevuto alcuni libri per posta (tra cui quello d’un formidabile siciliano dimenticato che dovete assolutamente conoscere, e sul quale, mi dispiace per voi, scriverò un post alluvionale) e ho parlato con alcuni professori universitari disturbati, il che ha il suo fascino. Per non parlare delle travolgenti nozze Cruise-Holmes. Mi veniva tristezza a entrare qui, e sentire la mia assenza che rimbalzava tra i muri e le righe, scusatemi. Ma ora sono tornata, il che è indubbiamente una minaccia. Baci per tutti.

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