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Archive for gennaio 2009

anna, anche lei

 “Chi sei tu, una comparsa?” L’uomo con gli occhiali e la barba quasi bianca abbassa il megafono e si rivolge impaziente alla ragazza avvolta nella coperta militare.
 “Comparsa? No, anzi. Sono scomparsa per un sacco di tempo” fa lei. E’ molto giovane e stanca, ma gli occhi sono scuri come un noce di mille anni, come certe notti di poche luci. S’accomoda attorno la coperta, siede a gambe incrociate sul margine della strada, dove la neve s’accumula fra le traversine. Non smette di guardarlo.
“E cosa fai qui?” dice lui sospettoso, dando un’occhiata rapida all’orologio: altrove, il tempo scende nella clessidra in forma di denaro.
“Guardo” risponde, semplice, lei. “Magari mi ricordo qualcosa – aggiunge, e un lampo scuro viene dagli occhi – Non serve a questo, ciò che stai facendo?”
 “Sì, serve a questo” si ferma lui, perplesso. Si guarda attorno: nel vasto campo, circondato dai riflettori e dalle cineprese, camminano tutti assieme gli internati con le divise a strisce, i tecnici, i soldati con la svastica, gli aiutoregisti, i kapò coi canini luccicanti.
Un grappolo di microfoni cala in un angolo, i carrelli slittano nella fanghiglia. La neve intanto segna le pause, le righe bianche, il tempo rapido e lento della memoria che va all’indietro.

 “E cosa ti ricordi?” dice ancora l’uomo, avvicinandosi d’un passo. Ora la guarda meglio: la ragazza ha il segno d’una fossetta sul mento, le labbra secche, qualcosa d’inconsolabile sulle guance. Ma gli sorride.
“Niente, non mi ricordo niente – scuote il capo sconsolata – Mi ricordo un retrocasa, pareti di fòrmica marrone, odore di cavoli, un gatto”.
Qualcuno, alle loro spalle, urla qualcosa, forse "si gira": gli internati con le divise a pezzi corrono da un lato, una raffica di mitragliatrice disegna righe precise, fuoco rosso sulla neve, un volo di corvi si scatena da un punto imprecisabile dell’est, aggiunge altri ricordi, come vortici di polvere nel cielo dei camini.
La ragazza sussulta, spalanca gli occhi e inghiotte la neve, il campo, i passi, il fuoco, i corvi. “Sembra un film – dice poi parlando piano – Mi piacevano, i film. Si dimentica ogni cosa, coi film”. Torna a guardare la spianata del campo.
“No, si ricorda ogni cosa, coi film – fa, secco, l’uomo – Anche quello che non conosciamo, possiamo ricordare”.
A dieci metri da lui, una donna col fazzoletto in testa cade nella neve, un foro rosso e perfetto nel mezzo della nuca.

“Ti sbagli – il viso rotondo della ragazza s’increspa di decisione, le labbra tornano brevemente rosse – possiamo distrarci, possiamo consolarci, possiamo… dimenticare”. Le piccole mani stringono il bordo della coperta, che in un angolo s’è inzuppata di neve e ha preso un colore di piombo.
Una fila di prigionieri cammina con le mani sulla testa fino al plotone d’esecuzione, tre bambini strisciano in silenzio verso il filo spinato, da lontano vengono i suoni ammaccati d’una marcia militare stonata. In una baracca, qualcuno sta nascondendo una stola ricamata con simboli religiosi in un pagliericcio; un altro scambia un diamante con un pane; un altro ancora scrive lentamente una lista: l’inchiostro è denso come sangue nero. Nel paese accanto, la gente cammina con la testa bassa, e ripete che la guerra è lontana.

“No, questo non me lo ricordo – dice ancora la ragazza – mi ricordo le fotografie delle stelle del cinema che appiccicavo sul muro: loro mi aiutavano a sognare, che è un modo per dimenticare”.
La neve riprende a cadere, sul mondo di prima e di dopo.

Lo so, oggi è la Giornata della memoria, che è una cosa infida e bifida. Ma Anna Frank è stata una di famiglia, molto tempo fa, e volevo ricordarmela. Questo post è stato pubblicato, mille anni fa, nel defunto blog "Incontri impossibili" – gli dei abbiano in gloria il suo ideatore, Herzog. L’incontro impossibile, come è evidente, è tra quel truffaldino di Steven Spielberg e Anna Frank. Ma esistono davvero incontri impossibili? Non li mettiamo continuamente in scena, nella nostra immaginazione che è bulimica e sincronica, come l’inconscio, come lo stomaco?
Memoria e oblìo a tutti voi, in parti rigorosamete diseguali.

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Interno con zia

Le zie erano pronte dalle undici e mezza. Avevano piazzato i divani coi cuscini ricamati a forma di Venere di Milo (ma coperti con un telo doppio di cellophane da esterno, non si sa mai), due file di sedie e qualche sgabello per i ritardatari. Zia Enza friggeva crocchette fin dal mattino, che non si sa mai, le cerimonie fanno venire fame. “E poi là ci sono trenta gradi sotto zero, come minimo” interloquiva zia Pina, che c’ha l’empatia planetaria e s’immedesima. Così s’erano coperte ben bene con tutte le scorte di pile casalingo, e zia Enza s’era pure fatta lo scaldino, non si sa mai.
Alle due erano sedute al loro posto, con tutte le invitate: le commari del basilico, Franca di sopra (le vicine si dividono in Franca di sopra, Tota di sotto, Ciccia di lassopra e Melina di lassoprona, superlativo assoluto di sopra), Consolata e la figlia Jessica, Teresa la gigantessa nana, Lina la sorda, la cugina Marisa, la fidanzata del prete. Mangiavano crocchette e ripassavano politica estera: “Certo ch’è bello, Osama”.
“Zia, si chiama Obama”.
“Ma Obama non significa niente”.
“Guarda che Osama si chiama il suo nemico”.
“Chi, quello col turbante e la scimitarra?”.
“Commare, quale scimitarra, quello c’ha le bombe nucleari”.
“Non dite fesserie, le bombe nucleari le tiene Obama nella valigetta. Oggi gliela passa Bush, e lui se la deve incatenare al braccio”.
“E la porta sempre così?”.
“Per quattro anni minimo”. Brusìo della folla.
“Povero Osama” diceva zia Enza ogni tanto scuotendo la testa.
All’inizio della cerimonia avevano parlato a lungo di come farsi la doccia con una valigetta incatenata al polso, pure radioattiva, e zia Maria aveva proposto molte interessanti soluzioni tecniche. D’altronde, lei – da sola – ha trasportato cavalli morti giù per le scale, ha fermato treni in corsa, ha smontato e rimontato fucili a pompa, ha tesserato centocinquanta persone per il Pd: cosa volete che sia una valigetta nucleare al polso?
E tuttavia non riusciva a quietare i timori segreti di zia Pina: “E se esce pazzo e fa scoppiare il mondo?”.
“Ma non può, l’altra chiave ce l’ha l’ammiraglio”.
“Ah, meno male. E chi è l’ammiraglio?”
“Quello sulla sedia a rotelle” faceva zia Maria, che sa praticamente tutto; “E’ stato ferito nella guerra del Golfo”.
Brusìo della folla.

“Osama, Osama” si sono messe a gridare quando il Presidente eletto è stato inquadrato, snello e fascinoso, appena acceso dal rosso della cravatta.
“Certo ch’è bello, Osama” continuavano a dirsi zia Enza e la fidanzata del prete, che c’ha la fama di sconcicatrice e ha l’occhio lungo per gli uomini.
“Ma pure la moglie non è brutta” stava principiando a dire zia Maria, che è l’anfitriona e la sacerdotessa e sa tutto di politica estera, quando Michelle è apparsa in tutto il suo splendore, vestita da Titti il canarino ma con scarpe e guanti verde Shrek.
“Pare una ciocca” hanno gridato scandalizzate, all’unisono. La ciocca è più di una gallina, è una gallina e mezza, anzi una chioccia.
Michelle avanzava dondolando, le piume tutte arruffate dai venti gelidi della Capitale e della Storia, verso la platea di zie e commari molto molto contrariate. Non doveva farglielo, questo.
Quando Aretha Franklin ha cantato per Obama, però, sono state tutte d’accordo: la somiglianza era stupefacente. Con zia Pina, si capisce. Cappello compreso. La zia è rimasta in silenzio, un poco vergognata, un poco contenta, che stava quasi per mettersi a cantare pure lei, con voce da baritono leggero.

Lina la sorda non aveva capito bene, però, e continuava a chiedere chi era quello nero che era entrato nella casa. La Casa, anzi. Quella del Grande Fratello.
“E’ il presidente” le rispondevano a turno.
“Il non vedente” ripeteva Lina, “E io che ho detto?” aggiungeva. E strizzava gli occhi per vedere meglio, "vedere pure le parole", come dice zia Enza.

Le crocchette però erano quasi finite quando Obama ha cominciato il discorso, e zia Maria ha dovuto schiacciare un poco di noci, consare due pomodori secchi, aprire una schiocca di fichi, scartare due torroncini, tagliare un pandoro e un capicollo, che i discorsi fanno venire fame e poi non si sa mai.
Osama ha parlato in un silenzio irreale, rotto soltanto dai gusci delle noci che si frantumavano tra le mani di zia Maria (lei apre le noci, le bottiglie e anche le sicure delle bombe a mano a mani nude, ammazza le galline con un dito solo, e probabilmente fa cadere le cose solo col pensiero, ma questo non è sicuro), dagli sms del telefonino di Jessica, che è troppo giovane per essere sensibile alla Storia, dai singhiozzi di zia Enza che si commuove a tutti i matrimoni, i funerali, le elezioni e le incoronazioni.
“Preciso identico al matrimonio di Lady Diana” ripeteva infatti, sopraffatta dall’emozione.
“Però speriamo che a questo non lo ammazzano” ha pure aggiunto, come colpita da un improvviso pensiero. Per sicurezza, ha fatto le corna sette volte e ha sputato dietro la spalla sinistra.
Teresa la gigantessa, che è astrologa sensitiva e cartomante e sente nelle ossa il maltempo e la sfortuna, però, diceva che no, non c’è pericolo: “Osama non ha le orecchie piccole”. Che, si sa, sono sempre segno di morte precoce.
“E’ vero, Kennedy ce le aveva piccole” ha interloquito zia Pina che ha sempre avuto un debole per Kennedy. Ma tutte, a sentire quel nome, si sono segnate, pure Lina: nel pantheon familiare John Kennedy sta tra San Sebastiano e Padre Pio, appena dietro Che Guevara e Madre Teresa.
“Tutti i Kennedy ce le hanno piccole” ha convenuto zia Maria, che è la più preparata. “E infatti… ”.
Poco dopo, Ted Kennedy, colpito dalla potenza dell’esorcismo calabro, è crollato mentre cenava con Obama, e se l’è portato un’ambulanza. “Lo dicevo io che ha le orecchie piccole” ha commentato zia Maria.
“Ma gli hanno fatto la nominèscion?” chiedeva di nuovo Lina la sorda, che non seguiva bene dalla quarta fila.
“No, è già stato eletto” le spiegava zia Maria, che sa tutto sui meccanismi elettorali. E poi aggiungeva: “Speriamo che non lo ammazzano, tutte le forze oscure e reazionarie”. Perché certe volte parla come il nonno, zia Maria, e lo sa. Il nonno, col fazzoletto rosso al collo, dalla cornice d’argento faceva piccoli cenni d’approvazione che poteva vedere solo lei, e si potevano pure scambiare per i guizzi della fiamma del lumino sempre acceso.

E comunque il discorso di Osama è piaciuto a tutte.
“Specie quando ha salutato il sole, il vento e la terra”.
“Zia, non li salutava, diceva che li useranno per l’energia”.
“E non è la stessa cosa? Guarda quanta energia” m’ha fatto la zia, indicando i due milioni di persone che ascoltavano il discorso, a zero gradi centigradi e un ineffabile sole sul volto.
Diavolo d’una zia, c’ha sempre ragione.

In effetti, ci siamo commosse tutte. Perché quando ormai eravamo convinte che non ci sono speranze, che il mondo è dei furbi e dei ricchi, anche se sono nani o incapaci o dabliu, ecco che ti spunta un Obama, nero e figlio di gente povera, e ti diventa l’uomo dello Studio Ovale, l’uomo della valigetta atomica. L’uomo chiamato a parlare in mondovisione di cose tremende come la verità la libertà e la speranza senza usare una sola parola finta, di quelle parole di cartone che davanti sembrano palazzi, grattacieli, fabbriche e bastimenti e dietro non c’è niente, solo tubi e filo spinato. La vita è inesauribile, dice zia Maria. Diavolo d’una zia, c’ha sempre ragione.

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Che io avevo appena letto "L’estate dei morti viventi" di John Ajvide Lindqvist, perché sono una falena con la luce, quando si tratta di storie perturbanti. In realtà – diciamolo – avrei sempre desiderato incontrare un revenant (il che spiega tante cose, per esempio la mia passione per la Fotografia, o il mio primo matrimonio).
 Ammetto: l’ho letto avidamente, come di solito faccio con le storie di Zio Stephen The King, e poi, come al solito, ho avuto un moto di ripulsa. Zio King mi limito a riporlo nel suo loculo (la libreria, dice qualcuno, è un colombario); Lindqvist (oddio, come mi dolgono gli automatismi latini, di fronte a certi nomi di ceppo germanico e alieno) invece l’ho buttato direttamente nella pattumiera.
  Ma non è che non mi fosse piaciuto. Ci ho riconosciuto quella goccia psicotropa che mi spinge verso The King. Sia pure in versione glacé e svedese.
 Il punto è che “Lasciami entrare” non è un film horror, ma un film sugli orrori. Non è un film di vampiri, ma un film sottilmente vampiro.
 Un film che ti punge con un sacco di aghi di ghiaccio, con la bellezza androgina di Oskar, dodicenne di un esiguo sobborgo di Stoccolma, ancor più compresso dall’inverno irreparabile. Un fratellino minore di Tadzio, una creatura angelicata di soave disadattamento. Con due genitori abbandonici, una banda di bulli a tormentarlo (e qui pare che sia tutta autobiografia, quella di Lindqvist).
 Oskar cammina con le coscette di rosa canina nude nella neve, gioca col cubo di Rubik (l’adolescenza è un cubo di Rubik), incontra Eli. Eli ha dodici anni, è pallida, malvestita, acuta. Vive con uno strano figuro (ma quale genitore è normale?), una specie di Robin Williams dopo una bottigliata di acido in faccia e una cinquantina? quarantina? settantina? d’anni d’inverni semipolari. Uno che si mette i guanti di lattice e il grembiule da dottor House per fare la spesa, ovvero procurare sangue fresco a Eli, di cui non si capisce bene se sia il tutore, l’ex amante, l’amante, il fratellino più piccolo irreparabilmente cresciuto: il sesso che manca tra loro pulsa come una vena scura e senza calore, come in tutto il film. In “Miriam si sveglia a mezzanotte” i serventi della vampira finivano in spoglie sottili e croccanti (come il paziente inglese, tali e quali, ma lui era vivo), impilati nelle casse lassù, nella voliera. Qui finiscono macellati sull’asfalto.
Ma non c’è macelleria e non c’è nemmeno sangue, nel film. Gli omicidi sono silenziosi, senza conseguenze e senza dramma. Quasi come la vita.
 C’è, invece, un calore continuamente rinunciato, differito, escluso.
Eli fa meno paura di un qualsiasi adulto del film (i genitori di Oskar, gli sfaccendati del bar, il gattaro, l’alcolizzato, l’amico di papà). Eli fa meno paura del condominio in cui abita, della scuola, del parco giochi.
Eli fa meno paura di qualsiasi solitudine.
Infine scappano assieme, il piccolo Tadzio ed Eli, come il blade runner e la sua preda.
Chi sia preda di chi, non si sa. Ma chi è che lo sa?

La recinzione scritta oggi per il lato b è  qui (ma se non si apre cliccate qui ), per lettori particolarmente coraggiosi.

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la casa blu per il 2009

Preferisco sottintendere.
Preferisco il pomodoro con il pane.
Preferisco essere smentita da ottime evidenze.
Preferisco il cinema alla tivù, e il teatro al cinema, e la vita quando impara da tutti e due e viceversa.
Preferisco i viaggi nel tempo alle agenzie di viaggio.
Preferisco le parole cariche come nuvole temporalesche.
Preferisco farcire.
Preferisco la prima impressione.
Preferisco i sogni della fine della notte.
Preferisco le bugie vere alle verità bugiarde.
Preferisco ricordare che riuscire a dimenticare.
Preferisco gli usignoli, ma anche i corvi, che cantano sull’albero genealogico.
Preferisco l’odore muschiato delle tigri.
Preferisco conservare le cose, perché le vita ama sprecarsi e non è giusto.
Preferisco giudicare: è quello che ci distingue dagli animali.
Preferisco ridere: anche quello ci distingue dagli animali.
Preferisco i luoghi che ti mantengono giovane e ti salvano dalla banalità, come lo Stretto, i sette mari, i paesi di mezza costa, certe città. Nessuna montagna, però.
Preferisco fare.
Preferisco la bellezza, ma so che costa carissima.
Preferisco coniarmi da me il denaro.
Preferisco i capelli lunghi.
Preferisco gli avverbi di modo.
Preferisco i gatti.
Preferisco considerare le ipotesi stravaganti.
Preferisco essere sorpresa.
Preferisco gli orecchini.
Preferisco le spiegazioni fantasiose: la terra che gira attorno al sole, l’amore eterno, la fata dei denti, la bontà dell’uomo, la letteratura, il cinema.
Preferisco gli esercizi di pazienza della cucina.
Preferisco i rossetti luccicanti.
Preferisco le fate madrine.
Preferisco le zucche che tornano principesse.
Preferisco i piccoli.
Preferisco l’argento.
Preferisco gli angoli acuti.
Preferisco la pizza margherita.
Preferisco le domande.
Preferisco le cose invisibili.
Preferisco le case blu.
Preferisco non saper scegliere tra due cose, e volerle entrambe, e forse anche una terza.
Preferisco le moltiplicazioni alle sottrazioni, e le addizioni alle divisioni.
Preferisco contare su numeri immaginari: millanta e passa, centodì, ottobre, vantanove, trentini, nuvette e candotti, cinquìschio, seibello, eccetera eccetera…

Il presente elenco vale come manifestazione di buone intenzioni per il 2009, tra cui quella di evitare la desertificazione del blog. Naturalmente è evidente che si tratta di una ecolaliste basata sull’immensa poesia di Wislawa Szymborska qui, alla quale l’imbrattapixel di questo blog non è degna nemmeno di temperare le matite, s’intende. Ma la buona volontà c’è tutta. Anche perché, come si è sempre detto, questo blog è per Molly Bloom, la donna che dice sempre sì, piuttosto che per Mr. Bartleby, quello che, comunque, preferirebbe sempre di no… Che sia un anno di farcia e di sì. Sì, sì, sì…

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