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Archive for the ‘Senza categoria’ Category

Il giorno dei morti

 

Entro nella stanza, mia madre solleva gli occhi: buongiorno, figlia.
Mia nonna chiude con un gesto la tenda dello sgabuzzino del sottoscala. E’ un luogo stretto, che finisce a punta e contiene solo meraviglie: alloro, limoni, angeli, noci, rocce di luna, sale grosso, prìncipi, castagne secche, aglio, chiavi, un macinino da caffè, estati, collane di sorbe, tintura di iodio, fantasmi, formaggio pecorino, coltelli, pepe nero, vendette, rosmarino, ciccioli di maiale, terracotta, armi da fuoco.
Mio padre prende il sole sulla panca, sotto la vite americana che allarga foglie aperte come mani.
Mio nonno pulisce il fucile, pensoso e metodico, allineando i pezzi sul tavolo di noce.
Mio zio Francesco, che fu ucciso a colpi di lupara in una strada aspromontana, si toglie il fango dalle scarpe, nell’entrata, e chiama sua moglie con un richiamo di cerbiatti, o foglie o uccelli di passo.

Il paese raddoppia, nel giorno dei morti. In tutti gli angoli c’è qualcuno intento a qualcosa, perché la vita è talmente indivisibile che nemmeno la morte ce la fa. Hanno portato castagne per la sagra, fiori per le lapidi, bottiglie per la fontana, pietre per i filari, ciocchi per la stufa, dolci di mandorla per la tavola: i vivi, che cercavano i morti, i morti, che aspettavano i vivi.
S’incontrano senza darlo a vedere, come assorti gli uni negli altri, percepibili solo in brevi trasalimenti, in spifferi di freddo, in pensieri improvvisi e trasversali.
Fa freddo, che non è un freddo strettamente terreno, in quest’autunno tropicale e confuso, dove i glicini si sentono autorizzati, e persino i tigli alzano la testa dal letargo, sobillati nelle loro profondità odorose di tarda primavera. E’ un freddo interamente montano e nitido, con l’effervescenza speciale dell’aria secca e sottile, asciugata dai castagni che si muovono mormorando orazioni. Più su, al Bosco delle Fate, i faggi scendono fermi e sottili verso il limitare della strada, sigillando il confine tra i mondi.

La cugina Càtera m’ha baciata sulla fronte: “Il mio cuore ti voleva vedere” m’ha detto, cogli occhi azzurri di certi laghi segreti della montagna. Poi è uscita, passando attenta tra le ginocchia dei morti vestiti a festa, seduti in silenzio nelle sedie del tinello, il cappello in mano.
Le zie, intanto, preparavano il sugo e le coste di capretto con le olive nere, e la nonna vecchia, bella come una colomba di centocinque anni, passava ad assaggiare col cucchiaio di legno, leggera come il fumo del braciere.
I morti si mettevano in posa per uscire nelle foto, dove apparivano come un disturbo d’argento, un’ombra della vite scontrosa, un sasso per terra, una trasparenza nella rete del cielo. Qualcuno mangiava lentamente i dolci: le ossa di albume e zucchero, la frutta di pasta di mandorle, i pasticcini di castagne. Non facevano briciole.
Il sugo sobbolliva, e dalla campana della chiesa pioveva un suono di metallo rotondo che s’allargava nell’aria cadendo a valle, entrando nella boscaglia impenetrabile sotto la quale si nasconde l’età sconosciuta della montagna. I morti scalavano le pareti di roccia, scendevano lungo i torrenti asciutti, attraversavano con calma i sentieri, portavano orci, sacchi di juta, canestri, reti per le olive. Gli ulivi rabbrividivano sotto la pelle secolare, stanchi da mille anni, pazienti da mille anni. Per loro siamo tutti morti.
“Ma siamo, tutti morti” diceva Catera seduta a capotavola parlando con nonna Vincenza, il bel viso ancora pallido per le febbri. Le zie si passavano la teglia di polpette, chiocciando. Zia Mariella tagliava il pane dopo aver benedetto il coltello, e posava le fette sulla tovaglia, come una comunione. Le mani si allungavano, dei vivi e dei morti, a prendere il pane e le benedizioni.
Eravamo tutti lì attorno, vivi e morti, con pensieri e dolori e gioie che c’attraversavano a casaccio, e nessuno sapeva dire di chi fossero, o da dove venissero. Fuori, il buio s’andava raccogliendo fin da mezzogiorno – come fa sempre (c’è quest’inganno della luce nascosta sotto il buio, e del buio rivestito interamente di luce, che non sappiamo capire) – spandendosi sotto la pelle delle contrade, raccogliendosi piano nelle conche, infilandosi sotto i cespugli bassi. Non lo sapevamo, ma ce lo sentivamo tutto attorno, come un cerchio attorno al cuore.

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Della patonza

Quando il dibattito politico si fa duro, allora occorre farsi una doccia fredda e riflettere (no, non ricoricarsi nel lettone di Putin).
Signori, la patonza è una cosa seria, serissima. Tutta la mia generazione, e un paio d'altre dopo (come sapete, le generazioni sono ormai velocissime: in dieci anni ce ne sono anche tre in fila)(no, non dietro la porta del Papi) credeva di aver cambiato, a se stessa e al resto del mondo, la percezione della patonza.
Da bene-rifugio a bene condiviso. Da bene familiare trasmissibile con regolari sponsali e/o compravendita a libero bene in libero amore. Da moneta di scambio e occulto progresso sociale a moneta del Monopoli, ovvero spendibile a scopo unicamente ludico e ad alto tasso di reciprocità, comprando gli unici beni, per definizione, senza prezzo (dunque di solo valore): amore, piacere, gioia, condivisione, scambio.
A cavallo delle patonze liberate siamo volate davvero per ogni dove, e anche da nessuna parte: siamo rimaste a fare le fidanzate, le mogli, le madri. Ma una patonza libera è libera per sempre, e dà lezioni di libertà. A chiunque.
E la sua – la nostra – vittoria principale era stata proprio l'abolizione del mercato. La patonza per noi è letteratura, sentimento, emozione, corpo, conoscenza, ironia, immaginazione, passione, gioco, bellezza, identità, valore. Qualunque parola che non sia "mercato". E non c'è mercato per il non-mercato. Per fortuna.
Ma la lezione di libertà (e non di liberismo) della patonza non è arrivata ovunque, o forse i tempi maledetti dalla tv e dal mercato – l'orrido mercato globale che ci avvolge, anche qui mentre crediamo di scrivere su liberi tasti in libero web, il mercato totale a cui questo mondo di Borse e caimani tende asintoticamente – hanno lavorato contro le cose per definizione più fragili e colossali di questo mondo: le cose senza prezzo. Le cose che bisogna sudarsi e non comprarsi.
Ora quell'individuo che alligna a capo del nostro governo ha pronunciato, senza saperlo, la parola (perdonatemi per il campo semantico) chiave: patonza. Ma l'ha pronunciata nella sua lingua disgustosa, non nella nostra.
La lingua del prezzo, degli affari, degli interessi. La lingua di suoni gutturali e gestacci. La lingua degli esercizi di sottomissione, della prostituzione intellettuale e fisica. La lingua che non avvicina, non comprende, non immagina.
Caro premier, la patonza gira. Meglio, la patonza si gira, quando Lei passa, e fa una smorfia di disgusto. Lei non capirà mai la patonza, si rassegni. Penserà di comprarla, ma sarà solo una finzione. Lei, signor premier, mi fa molta pena: vincendo tutto, o credendo di vincere tutto, non sa quello che si perde.

 

Una patonza libera

 

 

 

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L'ultima casa resisteva a ogni vento, ma cigolava fin nelle ossa. Era inclinata come certi alberi, con le radici di fuori, che l’onda quando batteva forte gliele bagnava d’acqua salata, e poi il sole le sbiancava come dita. L’ultima casa non ci poteva niente, ad abbatterla o anche solo a scoraggiarla.
Teneva gli occhi quasi sempre chiusi, con le persiane a mezzo e le tende che gli restava uno spiraglio, una linea scarsa ma tanto la luce di ferro dello Stretto entrava tutta in una volta, e s’allargava per le stanze.
Aspettavano solo che la vecchia morisse, e anche la casa aspettava: che si stancassero, o che il mondo finisse. Tanto, il tempo cambiava, sulle rive del mare, e nelle stanze circolavano varie specie di passato e futuro, senza incontrarsi per forza.
Qualche volta si vedevano le trivelle scendere sui fondali e incastrarsi nelle rocce, e poi restare lì e diventare tane di murene, alberi di corallo nero o pezzi del palazzo reale degli dei. Oppure passavano le navi-città, lente e incastellate fino al cielo, e le auto e i negozi si specchiavano fuggendo nei vetri della casa. I ruderi del Ponte, o forse erano i piloni immensi in costruzione, lunghi fino alla luna, larghi centomila miglia marine, non crescevano mai. Gli operai non si vedevano più, e nemmeno i pescatori che allineavano le canne sugli scogli.
Più spesso erano i bambini a tuffarsi, bambini di cento o duecento anni, perché da molto tempo nessuno camminava sulla spiaggia, da quando i bidoni s’erano corrosi col sale dei due mari, e avevano lasciato uscire i vapori radioattivi.
La vecchia nemmeno se ne ricordava: continuava a vedere bagnanti col cappellino, e aerei futuristi che venivano a bere poco prima del tramonto, le carlinghe scintillanti che scomponevano la luce nei colori primari, e arcobaleni perfettamente ortogonali che tagliavano l’orizzonte. La vecchia era talmente vecchia che non distingueva più ciò che ricordava da ciò che aveva immaginato. Tale e quale a dio.
L’ultima casa sospirava solo in certe serate arancioni, quando sirene morte tornavano a cantare, e le stelle marine con otto o nove punte risalivano dal fondo, o forse erano le stelle del cielo, che erano dure e bagnate, a scendere roteando, e chiunque avesse sentito quelle voci avrebbe provato come un fastidio, una nostalgia, come una piega rigirata lì, dove nessuno aveva più un cuore.

Il Paese si sgretola, e il Ponte è lì, immenso, a campate in aria, proprio dove non si campa più, le attività si spengono, il cemento s'è mangiato le spiagge e i mutui il cemento, le famiglie sono salvagenti del Titanic, a galla ma in mezzo agli squali, a galla ma in mezzo al niente. Il Paese si sgretola e loro continuano a lanciare bandi, pubblicare editti, espropriare e inappropriare. Loro continuano, proprio come l'orchestrina del Titanic.  Loro continuano, e il Ponte che non c'è getta comunque ombre, di qua e di là e sopra e sotto lo Stretto. Loro continuano, e il Ponte di bugie, nero come il futuro, si disegna nell'aria, persistente come un male.

Oggi Repubblica ne parla, qui.

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Dov'ero l'11 settembre

Quell’undicisettembre lì io avevo in corso un complicato lovaffèr a due sponde forse tre. Quando squillò il cellulare pensavo fosse una delle due (sponde), forse tre. Invece era mia madre, che mi diceva una cosa apparentemente priva di senso.
In verità, mia madre diceva spesso cose apparentemente prive di senso, e io di solito rispondevo perfettamente a tono, perché è un fatto genetico, l’illogica insiemistica, e si trasmette di generazione in generazione. Così ¬- tanto per dire – alla domanda: “Dov’è il pistarangio ch’avevo lasciato a stabulare dallo scoiattolo, che non lo trovo?” io rispondevo subito: “Avevi l’anello verde, oggi”. E non c’era bisogno di dire altro: era ovvio che, avendo l’anello verde, non aveva voluto sporcarsi le mani toccando il sacco delle noci dove molti anni prima s’era rifugiato uno scoiattolo, sul balcone, e dove spesso finivano gli oggetti di risulta che vagavano per la nostra vita: i pistarangi, appunto.
 Ma quando mi chiese: “Sai che uno s’è schiantato su una torre delle due torri?” nemmeno io, che ho la mente allenata e geneticamente predisposta all’assurdo, avevo capito bene.
“Quali torri? Quale uno?” replicai.
“Uno!”
“Ah”.
  Mia madre era eccitatissima: diceva che un areo volando era finito contro una torre, in America, che per mia madre era un posto così piccolo che a tirarci una sola sassata avresti colpito Bush e i nostri misteriosi cugini americani, tutti assieme.
La sassata era arrivata, sottoforma d’aereo che s’era infilato nella torre come nel burro. E tutto il mondo l’aveva vista, compresa mia mamma nella sua cucina, a quell’ora regno degli avanzi, dei gatti e di “Sentieri”, ovvero i nostri parenti della tivvù che vedevamo sempre a quell’ora, ed eravamo piuttosto intimi, dopo diciotto anni di colloqui quotidiani.
  Io ero per strada: stavo ritirando un documento falso. Cioè una patente rinnovata senza nemmeno guardarmi in faccia: il medico m’aveva detto “ci vede e ci sente bene?” e io, che senza occhiali non distinguo zia Mariella da una delle Due torri, gli avevo risposto, un poco offesa: “Ma certamente”.
 Ero ancora per strada quando il telefonino ha squillato di nuovo. Piena di speranze (ma non so esattamente se speravo nello psichiatra disturbato o nel minorenne megalomane) ho risposto. Era ancora mia madre: “Di nuovo, di nuovo!”.
“Cazzo mamma, e come lo hai saputo” stavo per dirle – che c’avevo il senso di colpa semiautomatico, con mia madre. Ma non era la voce giusta. La sua, intendo: non mi stava rimproverando qualcosa.
“Di nuovo, un altro aereo”.
“Sempre nella torre?”
”No, in quell’altra”.
“Ah”.
  E allora ha abbassato la voce, e m’ha detto: “Come Kennedy”.
Lei venerava Kennedy, come altri Padre Pio. Tra i santini multiformi di casa mia, Kennedy stava pressappoco tra il nonno, Che Guevara e San Gerardo (mia madre aveva una strana devozione per cose sconosciute ai più, come San Gerardo o la crema per le mani Mavala o i soldati di Senofonte).
“Ma che dici!” mi sono indignata io, che ho sempre sottovalutato il suo assoluto senso delle cose, e poi ero frastornata dalla protratta assenza delle mie sponde e dal prezzo del documento falso.
 “Vedrai” m’ha detto lei con sfida. Poi ha chiuso: aveva da fare, doveva rigovernare la Storia, e pure alcune geografie.

Poi, giorni dopo, non sono riuscita a liberarmi dall’ossessione di quella foto senza fuoco né fumo: la caduta piena di rassegnazione di quell’uomo, la sconfitta vera. E continuo a chiedermi della scarpa slacciata (stivaletti, anche di moda), della camicia, dei pensieri giù per cento piani.

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La Padaniaconfina con la Cretinia, con la Polentonia, con la Babbionia, con la Mamifacciailpiaceronia.
Me lo spiegava la zia che c’ha tutta una sua geografia immaginaria,  da Busto Arsizio ai Giardini pensili di Babilonia (che qualche volta chiama “i Giardini di Pennsylvania” e non credo che sia propriamente un errore: l’America dopotutto è distante dalla Calabria quanto l’impero assiro e qualche volta anche di più), dalla punta del muro (dove politicamente finisce il paese e si tengono le riunioni serali dei maschi) a Lilliput, da Superga (che per le zie è una collina carnivora che mangia campioni e speranze, così come la fabbrica s’era mangiata il cugino Bartolo) al Paese dei balocchi (le zie prediligono da sempre la vena sadico-pedagogica di Pinocchio), da Paperopoli a Mosca (l’Eden dove il nonno, comunista originario, aveva sempre desiderato andare, anche dopo morto). 
“Ma quindi esiste, ‘sta Padania?” le ho chiesto io, preoccupata.
“No, sono loro che ci credono”.
“Loro chi?”.
“I cosi, i leghisti, povere anime”.
“Ma come povere anime, zia! Lo sai quanto ce l’hanno con noi, e manco gli piace l’Italia, il tricolore, l’elmo di Scipio…”.
“Sono creature di dio anche loro, solo più sfortunate. Quando noi qui andavamo a teatro, loro si dipingevano di blu. Ora si dipingono di verde, che pure li ingrassa e li fa sembrare sciupati”.
“Ma sono al governo, hanno un sacco di ministri, anche immaginari, anche ripetuti, e progettano il federalismo razziale e il Muro sotto Ancona…”.
“Ma no. Fanno solo spumazza. Si sentirebbero soli, se noi facessimo la Terronia e li lasciassimo”.
“La Terronia? E dove la dovremmo fare?”.
“Dicevo per dire: siamo troppo intelligenti, noi. Abbiamo inventato Sibari, Siracusa, la Città del sole e il Santuario di Polsi. Abbiamo ricostruito città intere ogni centocinquant’anni. Certe città ce le inventiamo ogni giorno. Figurati se facciamo una cosa cretina come la Terronia, o la Padania”.
Una cosa cretina, davvero.

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Zio Nino era stato in Africa, prigioniero.
In una fase imprecisata della guerra l’avevano fotografato, grosso, coi baffi a manubrio e un riverbero di sole spietato dentro gli occhi. Aveva con sé quella foto, e un uovo di struzzo, quando tornò.
 Tornò a piedi, magro e appeso, con lo sguardo che strisciava per terra di stanchezza, un’uniforme cachi dalla quale uscivano gomiti e ginocchia, e la foto e l’uovo in una bisaccia. Il tifo gli aveva battuto il corpo, il buonumore di tuono, la fede fascista, i baffi, l’indole carabiniera ed entusiasta. Gli aveva raggrinzito il cuore, che era una noce secca.
 Lo videro arrivare dalla polvere, camminando forse da Cosenza, o da Roma, o da Addis Abeba. Non lo riconobbe nessuno, e quando attraversò il paese – con uno sguardo di polvere e le mani piene di nodi – s’allinearono tutti lungo la strada, a guardarlo passare, incerti se fosse amico o nemico, soldato o prigioniero, vincitore o vinto. Era tutte queste cose.
 Avrebbe passato l’argine e il paese, se il parroco non l’avesse fermato, perché s’era accorto che non sapeva dove stava andando, e avrebbe camminato diritto fino alla curva della terra, e si sarebbe ritrovato in Africa, o quattro anni prima, o chissà dove. Così gli prese un braccio, il parroco, e zio Nino lo guardò senza vederlo, ma si lasciò portare in sagrestia, dove gli aprirono la borsa e trovarono la foto e l’uovo di struzzo.

 Zio Nino fu messo a letto e curato a brodo di gallina, scongiuri e preghiere di ringraziamento, perché tutti avevano creduto che fosse morto, nella guerra persa in Africa, in Albania, in Grecia.
Lentamente si riprese, mentre la carne gli ricresceva sul corpo, e gli avevano messo vicino l’uovo di struzzo, su un portafiori, e lo guardavano – che andavano tutti a trovarli, zio Nino e l’uovo, si toglievano il cappello e si sedevano accanto al letto, per una mezzoretta – e si dicevano sottovoce: Minchia delle galline africane.
 Solo che zio Nino non dava soddisfazione, non raccontava niente, non rispondeva alle domande.
“Ninuzzu, e il deserto, com’è il deserto?”
“Eh, il deserto”, ripeteva lui, più per cortesia e obbedienza di malato che per altro, che nemmeno se lo ricordava, il deserto.
“Ninuzzu, e l’Africa, com’era l’Africa?”.
“Eh, l’Africa” , e s'assopiva cogli occhi aperti, dentro sogni sgangherati che lo vedevamo pure di fuori, che non c’era sabbia, non c’erano palme, non c’erano nemmeno fucili.
“E le fimmine, Ninu, le fimmine nere?” gli faceva qualche bello spirito, qualcuno dei compagni di prima che lo vedevano in un fondo di letto, lui che una volta era bello e coi baffi e il fucile luccicante.
“Eh, le fimmine” rispondeva lui, gli occhi che circolavano da soli, chissà dove.
 “Nenti, non s’arricodda nenti” dicevano un poco delusi i paesani, ma almeno avevano toccato l’uovo – che era gigantesco, d’una sostanza porosa e fantasmagorica – e già era qualcosa.
 Ci mise un poco di tempo a tornare tutto, zio Nino, ma poi tornò, grosso e coi baffi e senza alcun ricordo di sabbia e fucili. S’impiegò allo Stato civile, e partecipò a una puntata del “Musichiere”.
 Sul letto di morte, molti anni dopo, mentre rantolava disse di colpo al figlio: “Sai… mi ricordo…”. Tutti si voltarono, pensando che era l’Africa, che tornava.
“Mi ricordo… e tu ti devi ricordare sempre…”.
E tutti trattennero il fiato, e pensarono: ecco, ecco che ce lo racconta.
“Ti devi ricordare sempre…” il respiro era più
sottile, gli occhi di polvere, che tutti pensarono che non ce l’avrebbe fatta.
“Ricordati…” e l’aria era ancora di meno, la polvere cresceva e l’uovo di struzzo, in salotto al posto d’onore, brillava.
“Ricordati, figlio… che sono stato al Musichiere”.
 Zio Nino morì. Era stato al Musichiere, lui.

Per ricordarci che le guerre si perdono tutte, tanto.

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Mi raccontavano della cara salma di Lou Reed che ieri è stata esposta al Teatro Antico di Taormina, suo coevo, in mezzo ad accordi di laminore settima stantìi e loop mannari sguinzagliati tra la folla attonita, che era lì convenuta a walkare ondewallsaid al più presto possibile: quelli del 1960 che lo avevano lambito, quelli del 1950 che lo avevano preso come uno scontro frontale, quelli del 1980 che lo avevano sentito solo nelle cassette, quelli del 1990 che lo hanno trovato su Youtube, come se fosse stato sempre lì (ma l'universo non è forse il YouTube di dio?).
  E invece, niente: da quel palco dove spesso vengono esposte opere liriche mummificate dentro sfarzosi costumi, orchestre di ottoni e attori di princisbecco, la cara salma di Lou non ha mosso un muscolo o una benda, non ha compiuto miracoli (spesso dall'aldilà son soliti farne, i cari estinti molto venerati), non è asceso nel cielo marino ornato di lune e stelle del sud. Semmai loro, il pubblico speranzoso, si sono trovati con un po' di musica inutile e ricordi ancora più inutili, e hanno lasciato lentamente la cavea, i cuscini pagati a peso d'oro, le stelle meridionali particolarmente persistenti, a differenza dei cantanti rock, fuori dal cimitero di YouTube.
Dunque, è chiaro che Lou è morto, anche se a sua insaputa (ma ho il sospetto che, a differenza di tanti altri morti contumaci, lui lo sappia benissimo), il che ci riporta alla nostra antica fissazione: la conta dei vivi e dei morti (come già si disse qui).

Sono indiscutibilmente morti, come si disse (e grazie al contributo degli amici):
   Gabriel García Márquez, Ralph Fiennes, Meg Ryan, Salinger, Juliette Binoche, Gheddafi, Mirigliani, Buttiglione, Moira Orfei, Silvana Pampanini, Maurizio Costanzo. Salman Rushdie (una prece). Loredana Bertè, Pippo Baudo. Eugenio Scalfari. E' morto Andreotti, ma c'è il dubbio che sia mai stato vivo. Biologicamente vivo, intendo.

Sono incontestabilmente vivi: Marlon Brando, Einstein, Caravaggio, James Stewart, Totò, Che Guevara, Leonardo, mia trisnonna Carmosina, Jane Austen, Osvaldo Pugliese, Alda Merini, Giovanni Jervis, Lucio Battisti, Tina Modotti, Frida Kahlo, Pasolini. John Lennon, Antonio Gramsci, Georges Perec (ma non diteglielo che si vede da fuori: si diverte come una matto a catalogare la morte, e a scriverne le istruzioni per l'uso), Italo Calvino. So per certo che Chopin è vivo, perché abita in soffitta solo con un pianoforte, e non ci fa dormire con le sue malinconie notturne in do minore.
Emily Dickinson ha aperto un blog di cucina, e le sue ricette hanno il potere di risanare. Peppinuzzu Garibaldi vive in Aspromonte, dove non c'è bisogno dell'incognito né della storia. Mia zia Lisabetta ogni tanto lo incontra, e lo saluta col saluto muto della gente di montagna. Gente eterna, in un certo senso, come certa gente di mare.

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Immagine 017
E chi se lo poteva immaginare che anche Torino, la compassata, ortogonale, positivista Torino, la moderata, composta, sabauda Torino potesse non bastare mai, scatenare bulimie come una Roma, una Firenze, una Napoli (buonanima, prima che finisse seppellita nei suoi stessi rifiuti, corpo vivente dell'Italia marcita di bugie e malaffare, vittima sacrificale e orribile metafora del governo morto che cammina). Chi se lo poteva immaginare, il mal di Torino, un male tricolore come una piccola coccarda all'altezza del cuore, proprio sotto il Po che è un confine vivo della città rettilinea.

  Invece questa Brioscia ha preso bauli e cappelliere e c'è tornata, nemmeno un mese dopo, a vedere se i parmigiani cagliavano bene, se il monsone passava puntuale e se era vero che pure lì esistono tigli infiammati che cantano forte al crepuscolo, come quaggiù (solo che qui il crepuscolo viene molto molto prima, secondo il paradosso e la beffa della luce del Sud).

 

La casa biancodorata

 

La casa biancodorata ha muri a volta, una profusione di gessi e ante verniciate, libri leggiadri appoggiati con noncuranza negli angoli, un baldacchino diritto sulla linea dei sogni. Ha cornici, tendaggi e lampade. Niente va perso, nella casa biancodorata: i suoi mille specchi conservano ogni gesto.
  La casa biancodorata, soprattutto, sorge proprio sopra i forni del Paradiso, dove ogni cosa viene tradotta in fior di farina: focacce, pensieri, tortine, ricordi, pandolci, dubbi, grissini (quelli torinesi che sembrano tutti fassino ma più tormentato). Onestamente, una Brioscia si sente davvero a casa.

 

La mappa di Torino (o l'ortoagonia)

 

  Nel centro di Torino, lo sanno tutti, non si perde neanche un bambino. Ma una Brioscia sì. Perché, vedete, Torino è troppo rettilinea e uniforme. Come un cubo di Rubik, ma con più negozi. E se c'è una cosa incompatibile con una Brioscia, cresciuta in certe strade storte che riportano solo indietro, o dove comunque non volevi andare (non consapevolmente, almeno), è un cubo di Rubik.
  Anche perché un luogo tutto ortogonale è, in realtà, solo una diversa specie di labirinto. Basta non capire la direzione (e non c'è direzione che non sia perfettamente equivalente), e sei già altrove.
  La Brioscia ha passato tre giorni cercando di capire quale altrove fosse, in quella selva di altrove confezionati per angoli retti. Poi, quando incontrava un torinese, o anche un mezzo torinese (ché Torino si può apprendere, ho visto, e praticare come da autoctoni, mentre ci sono città irriducibili, che non ti faranno entrare mai davvero nella loro mappa intima), lo guardava affascinato per la sua capacità di calcolare a mente gli incroci e spostarsi economicamente verso la meta.
  Forse ci sono città in cui non ci si può muovere, senza una meta. O forse non sono città, sono vite.


Parlapà!

 

Tecnicamente vuol dire “non parlare”, nel senso di “ma non mi dire!”, con tanto di esclamativo e allitterazione e francesizzamento sabaudo.
In effetti, è roba da non credersi.
 Io non ci volevo credere a cose come il tonno di coniglio, o i tajarin trombette e lavanda. Non ero preparata, al roastbeef di fassone. Non avevo strumenti, per sostenere la mocetta, o la borragine dentro ai ravioli.
 Quando mi sono seduta – e ci avevano apparecchiato nel separè guardato a vista dalle bottiglie, la vera stanza degli spiriti dove è possibile ogni commercio metafisico (perché Torino la positivista e rettinlinea ha tutto un rovescio oscuro e infernotto, tutto un camminamento incappucciato e ipogeo) – ho capito subito che ero circondata e dovevo arrendermi. Ci vuole un coraggio da leoni, ad arrendersi.
  Mi sono arresa alla misticanza, alla carne lavorata al coltello. Mi sono arresa alle macchine meravigliose esposte, anzi composte, in sala (una calcolatrice meccanica e caparbia, un'affettatrice luccicante che sembrava disegnata da pininfarina, severissimi sifoni del seltz). Mi sono arresa alla religione dello chef, che crede nelle materie prime come altri in San Gennaro, e loro, come San Gennaro, ricambiano la fiducia. Mi sono arresa alla famiglia dello chef, nebbioli barberine figli coltelli fassone mauretti cervelle davidi barbareschi dolcetti scherzetti e baroli.
  Ho persino chiesto che mi assumessero, o al limite che mi adottassero. Forse mi chiamano a ottobre. Parla pa.

 

Il bunet

 

  Dio era stanco, sabato sera. Aveva lavorato come un mulo tutta la settimana, e non era nemmeno troppo contento: alcune cose mica gli erano riuscite bene. Chessò, la pace nel mondo, gli scarafaggi, Calderoli. Le istruzioni per i videoregistratori, l'olio di ricino, gli scorfani, Gasparri, le suocere. Mia cognata.
  Era nervoso, e anche affamato: la Creazione è un lavoro faticosissimo, e nemmeno ben pagato, oggi come oggi. In frigo, poi, non c'era niente. Rovistando la cucina aveva trovato soltanto latte, zucchero, cacao (una grande ispirazione, quella dannata bacca: quasi meglio di quell'altra idea, il sesso). Un pugno di nocciole (belle anche quelle: le aveva piazzate un po' a caso, in Piemonte come in Sicilia, ma funzionavano benissimo. Altro che gli uomini), un pacco di biscotti strani, con un nome che nemmeno si ricordava: amarelli, amaranci, amaretti. Non era mai stato bravo con le parole, a parte quelle che gli erano venute in mente così, sette giorni prima, mentre giocava a lanciare elettroni piatti sul pelo dell'acqua e farli rimbalzare: fiat lux!
 Ma mica gli era ricapitato (quando riprovava: fiat lux! fiat lux! succedevano altre cose, tipo aprivano fabbriche d'automobili e s'alzavano Lingotti e occasionalmente nascevano pure Lapi con gli occhiali da sole e la evve moscia, ma niente di paragonabile).
 Solo che lui non sapeva cucinare. Al massimo due uova, e quasi sempre si bruciacchiavano e doveva buttare la padella (che non era antiaderente: gli sarebbe venuto in mente solo qualche millennio dopo).
  Insomma, decise di chiedere aiuto: non lo aveva fatto per la Cordigliera delle Ande, per l'Antartide o per l'ornitorinco, ma a tavola che diamine, l'orgoglio si può pure mettere da parte.
Chiamò l'unico che poteva aiutarlo: lo chef del Parlapà.
“Dai chef, ti prego, sono stanchissimo, non sai che settimana ho avuto”
“Ma guarda che ho gente, è sabato sera…”
“Via, se mi aiuti ti creo l'Amarone. No, l'Armagnac. Anzi, il Rum Agricolo. Naomi Campbell. L'amicizia. Quello che vuoi”.
“Oh ma dai, sei sempre il solito. Non voglio niente, ti ho detto: non lo sai che ogni cuoco è un po' dio e gli basta? Sta lì, che ti vengo a portare una cosa che ho inventato io oggi”.

Ecco, era il bunet. Quel bunet.

 

(continua)

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luna vera

  Che io ci credo, ai segni. Tutti. Figuratevi una luna rossa che ruzzola, immensa, nel cielo del dopo-referendum. Mi ero detta: bene, un altro festeggiamento. La passione sale fino al cielo e tinge pure la luna, la scettica, mutevole, irresponsabile luna.
 Carica dei miei simboli civili – segni, tutti segni: siamo vocabolari a cielo aperto, ma con le pagine mischiate e di una lingua sconosciuta – me ne sono andata in terrazza, a brindare. Avevo il tricolore garibaldino, l'adesivo senonoraquando con l'aquilone, la spilletta antinucleare. Avevo vent'anni da recuperare, alle scuole serali della giovinezza sfumata; vent'anni di attenta osservazione dell'ombelico, di m'ama-non m'ama (non m'amava quasi mai), di case concentriche (che sono altre forme d'ombelico), di ripiegamenti che sono le sconfitte di chi pareggia. Avevo quattro sì e ventisette milioni di matite copiative che tintinnavano in tasca come un gruzzolo nuovo, avevo un sindaco che a Milano aveva stretto venticinquemila mani senza smettere di sorridere. Avevo un numero imprecisato di amici conosciuti negli ultimi mesi, negli affannosi corsi di recupero in Manutenzione Democrazia, Gestione Risorse Civili, Agraria Costituzionale e persino Storia del Risorgimento A Venire: universitari sui tetti, precari nelle piazze (la peggiore Italia: quella che fa vergognare tutta l'altra mezza solo mostrando la faccia), giovani settantenni animatori della resistenza online, terroristi della gentilezza, kamikaze dell'ironia (si fanno esplodere in risate per tutti i socialnetwork e i blog, lo giuro: attorno a loro piovono le vittime: governanti, gerontocrati quarantenni, analfabeti telematici, nani e olgettine).
  Lo sapevo, erano tutti come me in quel momento, naso all'aria, a vedere pure questa: Santoro e Crozza e la Bindi a tingere col ducotone rosso la luna.
 Ho versato nel bicchiere il vino (rosso), e aspettato. Ma la luna non compariva. Che m'è venuto il sospetto che fosse come in Ecce Bombo (gli dei l'abbiano in gloria): l'aspettavamo da qui, la luna rossa, ed è spuntata dall'altra parte. Come l'alba, l'amore o la rivoluzione (in rigoroso ordine d'utopia).
No, eccola.
Piccola, dura, refrattaria. Camminava precisa nel cielo dello Stretto che era stato tutto il giorno fosco ma sgombro, del colore azzurro cinerino dello scirocco. Alle nove e mezza di sera – ed è un'ingiustizia – il Sud è buio come a mezzanotte, per la solita beffa palindroma della luce.
La luna, di taglia piccola, di bordo tagliente, saliva lungo la curva invisibile del cielo. Invasa come da un fumo scuro, come da un malumore. Mentre lei cambiava di colore, arancio-nero-violetto-porpora-grigio-sanguigno, io sono rimasta pietrificata, di pietra lunare, di pietra di catania, di pietra di sale.

  Ci sono segni che non si possono scomodare, altroché.
M'è presa una paura sicuramente antichissima, mentre lei si faceva così scura da scomparire. Sentivo i cani del quadrivio, le gatte pazze che si muovevano nervose. Sentivo il silenzio agitato, invaso dal fermento sobillatore dei tigli, dalla salsedine che sale ai piani alti, con la tristezza già estiva del mare di notte. Sapevo cose di raccolti rovinati, di controincantesimi, di fratindovini, di sortilegi distesi nella campagna.
  Non era una luna di vittoria: era la luna temibile dalle labbra chiuse, dagli occhi sigillati, dal latte rappreso. La luna remota dell'inizio dei tempi, quando sulla cima angusta della terra stavamo a guardarla pieni di terrore, sprofondati nel buio per sempre.
Mi dolevano tutti i dolori (i miei nel cimitero che guarda la montagna, il vasto coro degli assenti, le cicatrici degli errori, le occasioni mancate, gli oblii e i peggiori di tutti, i ricordi). Il futuro s'era cancellato, e non avremmo avuto che la notte, e il nostro proprio cuore da mangiare.

 

Ma è stato a quel punto che la luce è riapparsa, come un punto acuminato che feriva gli occhi. Dalla coda della luna – che è una sirena rotonda – ha cominciato a crescere. Lenta, veloce, calmissima, equatoriale. Spingeva la linea d'ombra liberando striscia a striscia la superficie di sasso della luna, che era d'osso bianco e sabbia di clessidra.
Il rosso si dileguava come il nero, come la paura.
Allora ho capito: era quello il segno, e il messaggio. Quella luce caparbia che spingeva con centomila mani l'ombra, per quanto potesse essere nera, per quanto potesse essere forte, e antica, e invincibile. Quella luce che splendeva per tutto il cielo, restituendo il futuro palmo a palmo.
C'eravamo tutti: io, le zie, Garibaldi, i tigli impetuosi che si muovono in branco per le notti. I “noi” ritrovati (il mio mi entrava alla perfezione, come se non fossi ingrassata d'un chilo), le bandiere. I figli – tutti i figli, che i figli non sono mai di due soltanto – il vino, le gatte, persino il mare.
La luna s'era quasi liberata tutta, quando ho brindato a lei con la marea del bicchiere, che la percepiva e s'impennava. Come una speranza.

 

Dedicato a tutte le lune rosse che inseguiamo, salvo poi aver paura del buio, come al solito.

 

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E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Mariella (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).

Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.

Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente”, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

 

   In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.

Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c’è partita.

l'angelo elicottero porta in cielo il che (Chagall)

 

   Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – poco più di quarant’anni fa: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

 

  “Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch’erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.

Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.

Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.

Bisogna diventare miti senza perdere il passato.

lezione d'anatomia, da Mantegna

E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l’emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell’epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui.

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi – mi dicono – è un quasi anniversario (14 giugno del 1928, a Rosario, sulle rive del Paranà, sotto il segno dei gemelli, nasceva Ernesto Guevara De la Serna, non ancora detto Che), e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l’unica senza copyright, per volontà dell’autore, il benemerito Alberto Korda, che s’incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: “eccheccazzo, il Che detestava l’alcol”. In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell’ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell’esistenza d’una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L’utopia.

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