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Archive for ottobre 2015

acqua

Quando misi piede per la prima volta a Messina mi dissero che era una città senz’acqua. Le città si dividono certamente in città con le navi e città senza navi, come diceva zio Gabo, ma anche in città con l’acqua e città senz’acqua. Messina è una città con le navi e senz’acqua.
M’istruii rapidamente e cominciai anch’io a parlare il senzacquese; sapevo tutto di serbatoi zincati, autoclavi a membrana ed elettrovalvole, e sapevo che domandare a bruciapelo “Ma qui l’acqua…?” serviva a ridimensionare il più entusiasta degli agenti immobiliari, e stabilire in partenza che, disgraziatamente, per quanto belle fossero le loro navi, l’acqua che mancava abbassava il prezzo e le pretese di tutto il resto.

M’incantava, non nascondo, la quantità d’espedienti attraverso cui si conviveva con gli orari della condotta, suocera capricciosa che scontentava tutta la città: c’erano i raccoglitori e i cacciatori, i rastrellatori di bottiglie e i professionisti del bidone, i rabdomanti e gli scialacquatori (parola perfetta, nel cui etimo brilla quest’acqua dissipata, fatta scialo), i teorici e i pragmatici, gli scavatori di pozzi e i filosofi piovani. C’erano possessori di serbatoi esagerati, posati su tetti e terrazze in un disordine urbanistico che rasentava la follia e basati sul principio biblico della caduta, altri armati e nascosti negli anfratti, nei ballatoi, nei mezzanini come avamposti di resistenza pratica e poetica alla siccità, che Benigni pensava di scherzare, quando diceva che è una delle piaghe della Sicilia, ma è assolutamente vero. Solo che sarebbe superficiale dire che la siccità è un fatto idrico e basta. Ci sono siccità siciliane che hanno a che fare con sordità, e cecità e persino modi di tacere, non capire, non chiarire: la siccità è sempre la parte finale d’una catena di territori deprivati, di politiche sordide, di elettorati sprecati. Di scelte delegate, di amministrazioni mediocri, di truffe del futuro.

Io venivo da una Calabria ricca d’acque, sia pure isteriche e tormentose come le fiumare, o ieratiche e inaccessibili come i torrenti aspromontani: all’epoca mia gli acquedotti erano una certezza, come i vigili urbani, l’educazione civica e i sette re di Roma (ora no: so che metà Reggio Calabria ha la stessa acqua marrone di Manhattan, il film di Woody Allen, e l’altra metà si fa il caffè con l’acqua salata).

Insomma, Messina scontava da sempre il suo essere città, tra l’altro, pure senz’acqua: si approvvigionava in luoghi lontanissimi, attraverso condotte che passavano persino per altre province, con nomi esotici: Fiumefreddo, Alcantara, Santissima, Un sistema costruito trionfalmente, tubo su tubo, negli anni del sacco di Messina, dell’edilizia predatoria, della convivenza tra il sistema-baracche e la colonizzazione condominiale, gli anni delle cooperative che scavavano i valloni, s’impadronivano degli argini, buttavano solette di cemento sulle colline di sabbia. Il canto delle autoclavi salutava i tramonti micidiali della zona Nord, quando il sole è talmente arancione e basso che certo da qualche parte la tocca, la terra messinese, e certo le comunica il suo micidiale potere prosciugatorio ed essiccante.

Messina città senza falde, tutta friabile e perciata nel suo sottosuolo contraddittorio, Messina tutta intubata e tombata nelle sue acque sotterranee, zittite dal peso dei pentavani termoascensorati con pavimenti in gres porcellanato. Messina scavata fino all’osso eppure senza canali per le acque di scolo, liscia come un’autostrada dai colli al bagnasciuga, piastrellata senza vie di fuga, tombata senza tombini.
Messina che sorge davanti alla sua faglia affamata (18 chilometri nel cuore verticale dello Stretto) con noncuranza, ricordando il 1908 come una favola e continuando intanto a risparmiare sui materiali, economizzare il ferro, alleggerire il cemento. Messina che s’era illusa di non avere più sete – se non di quando in quando, d’estate, e solo in certi luoghi più sfortunati, o solo più diseredati d’altri. Messina incastonata nell’isola franosa e fangosa, dove le colline svengono sotto il peso delle acque che niente più trattiene, perché gli incendi estivi e i loro maestri si sono mangiati tutto. Le colline senza trazzere e armaceri, trincee dove per secoli s’è combattuta la lotta di sempre tra l’uomo e la terra, con la vittoria presunta dell’uomo, convinto d’averla domata, la terra, col calcestruzzo, l’illuso.

Ora, nella Sicilia che frana e ha sete per eccesso d’acqua, acqua sbagliata che diventa fango e non succo, che travolge e non alimenta – sì, Roberto, proprio la siccità, l’hai detto – Messina è l’eroina tragica che riassume su di sé tutti i dolori di un’Isola e di un Paese. Messina dove si torna a vivere tra tinozze e lavamani, di economie poetiche e ingegnose. Dove addirittura si parla di navi cisterna per rifornire la popolazione affranta: come nel 1908 la salvezza arriva da fuori, dalle navi. Come quando la città era in preda alle onde della terra e si rivolgeva alla certezza del mare. Come sempre, quando la città naviga a vista condotta dai suoi pessimi comandanti e spera in un’altra nave, da fuori, che le porti soccorso. Messina infelice a modo suo. Perché tutte le città con l’acqua sono felici, ma ciascuna di quelle senz’acqua è infelice a modo suo.

#Messinasenzacqua è l’hashtag che in queste ore ha navigato controcorrente la rete ed è arrivato dove doveva: sui giornali nazionali e in tv. Sì, guardateci: siamo senz’acqua da 4 giorni e forse lo saremo ancora per 5 giorni. Forse prenderemo i barconi (le navi che possiamo permetterci) e cercheremo di fuggire e salvarci. Pensate: persino l’Italia sembra una salvezza.

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