Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘cronaca vera’ Category

La notte di San Lorenzo

Nel mondo al contrario – tra l’altro – i fascisti si fanno difensori della libertà e i maschilisti si ergono a fieri protettori delle donne. Lo abbiamo visto, lo vediamo accadere di continuo, complice il modo in cui il dibattito pubblico è veicolato dagli slogan social, dove ogni affermazione è la verità, e ogni affermazione serve a mobilitare una fazione, e armarla.

Cosa che accade, tristemente, soprattutto a proposito di vicende orribili, recenti come gli stupri di agosto, antiche come quella di Giuseppina Ghersi. Curiosamente, entrambe a proposito di crimini contro le donne. Che, qualunque sia la guerra, sono sempre le sconfitte, le vittime, la (letteralmente) carne da macello.

La vicenda di Giuseppina, la tredicenne trucidata nel 1945, è diventata esemplare d’un modo di comunicare che non vuole trasmettere informazioni, ma eccitare passioni contrapposte, e con lo scopo – a mio avviso chiarissimo – di concorrere allo strisciante revisionismo che il fascismo di ritorno (posto che se ne sia mai andato) persegue, e sempre con maggiore forza (vi ricordo che lo sdoganamento è arrivato fino all’organizzazione di una nuova “marcia su Roma”, e se non è un segnale inquietante questo, non so cosa può esserlo).

Ora voi – e certo qualcuno nei commenti lo chiederà subito – mi chiederete: ma non è schifoso l’omicidio, pure brutale, di una ragazzina? Certo che sì. Più che schifoso: inaccettabile, mostruoso. Sono la prima a pensarlo e dirlo.

Ma non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione – come si è tentato, come si è fatto, come si continua a fare sulle più disparate tribune online (e come temo si farà nei commenti qui sotto) – per screditare una cosa che fu nobile, necessaria, eroica come la lotta per la Liberazione.

Non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione per condannare i partigiani (che gli dei li benedicano sempre), né tantomeno per assolvere i fascisti (che gli dei li maledicano sempre), o per tentare equazioni del tipo “atrocità furono commesse da entrambe le parti” (anzitutto non è proprio così, numericamente, e poi vi ricordo che fu la dittatura e l’infame guerra a precipitare il Paese dentro l’atrocità, da cui i partigiani tentarono di liberarci), oppure “i caduti sono caduti, da qualunque parte lottassero” (pietà per tutti i caduti, ma non posso mettere sullo stesso piano chi difendeva un dittatore liberticida, le leggi razziali, l’asse con Berlino, e chi ci ha liberato da tutto questo).

Inoltre, entrando nel merito della vicenda della povera Giuseppina, con tristezza devo constatare che il suo povero corpo è usato una volta di più come bandiera, strumentalizzato dai “fieri combattenti” (vi ricordo, maschilisti e sopraffattori come pochi: le donne sotto il fascismo vennero allontanate dalle scuole e dall’istruzione, perché la loro unica missione era figliare e allevare italiani) per le loro ragioni, che passano sopra i corpi di tutti, ma delle donne di più. Perché anche la costruzione narrativa di questa vicenda non è diretta allo scopo di rendere omaggio a una povera vittima.

Apro qui una parentesi per rimarcare che, chiunque fosse Giuseppina, era una bambina. Certamente sono esistiti bambini sfruttati dai fascisti e dai nazisti: bambini che hanno denunciato i loro compagnetti e le famiglie, che hanno collaborato ai peggiori crimini. Restano bambini, per definizione innocenti. La foto che ho scelto, appunto, è un fotogramma de “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani: il bambino fascista che, durante la “battaglia nel grano”, inganna uno dei combattenti per stanarlo. Quel bambino è odioso, e fa una cosa vigliacca e criminale, ma resta un bambino, al quale non possiamo imputare le colpe degli adulti, ovvero il padre che lo ha indottrinato e condotto a combattere con gli uomini. Pagheranno entrambi, nella scena: nella vita, questa secondo voi sarebbe stata “un’atrocità da assegnare a entrambe le parti” o piuttosto  “un’atrocità che si sarebbe risparmiata, se non fosse esistito il fascismo e un fascista così cieco e criminale da coinvolgere il figlio bambino”?

La ricostruzione narrativa della vicenda di Giuseppina, a partire dallo stupro – che pare sia solo un dettaglio aggiunto ad arte per rendere più sconvolgente la narrazione – , e proseguendo fino ai nostri giorni, nel delineare le figure protagoniste (il consigliere comunale che ha proposto il monumento a Giuseppina, l’Anpi locale, il professore di estrema destra che ha scritto un testo per il monumento), è pesantemente manipolata e viziata da superficialità e approssimazione – oltre a essere corredata spesso da una foto falsa –  come hanno dimostrato le severe ed encomiabili ricostruzioni di Valigia Blu   e(http://www.valigiablu.it/giuseppina-ghersi-fascisti-partigiani/) e Wu Ming e(https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/09/il-caso-giuseppina-ghersi-1/) . 

Ma questo – direte voi – toglie qualcosa alla vicenda di Giuseppina? Certo che no, all’atrocità della vicenda di Giuseppina non toglie nulla, ma toglie molto alla serietà di chi vuol farne un falso simbolo di rappacificazione e riconciliazione nazionale. Toglie molto a chi se ne sta servendo per farne una bandiera al contrario.

La rappacificazione, la conciliazione non possono passare attraverso la falsa memoria, la manipolazione o l’assenza delle fonti, la superficialità della ricostruzione. E soprattutto, rappacificazione e conciliazione non possono voler dire che un bagno di sangue (forse) dovuto a chi diceva di militare da una parte (perché non è chiarissimo nemmeno questo: se gli autori del crimine fossero davvero partigiani) serve a screditare quella parte e assolvere o nobilitare l’altra, che di nobile non ha e non avrà mai nulla, e potrebbe avere – sta alle coscienze individuali – il perdono, giammai l’assoluzione.

Riposi in pace Giuseppina, vittima innocente delle guerre di ieri e di oggi. Ma non riposi in pace la verità, mai.

Annunci

Read Full Post »

FullSizeRender (1)

 

No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

Read Full Post »

Salvini a Messina

protesta messina

Ciao Salvini,
bisogna capirlo, che la vita oggi è dura, con tutti quei grillini che si mostrano molto più bravi di te a parlare con le pance e altre frattaglie del Paese, e per racimolare i tuoi futuri voti devi fartene, di giri, in tutti i laghi e in tutti i luoghi, e così oggi sei sbarcato persino a Messina, dove mai la tua fantageografia ti avrebbe condotto se non ci fosse il progetto di un hotspot che qui preoccupa tutti e dove c’è odore di paura dello straniero, si sa, tu arrivi baldanzoso.
Peccato, caro Matteo, che oggi ci fosse soprattutto polizia, ad aspettarti. Gli agenti erano molti di più dei tuoi sostenitori e probabilmente anche dei ragazzi che hanno dato vita a una pacifica protesta, in quell’angolo assurdo dove sorge il Palacultura e che oggi era l’Angolo della Sciangazza (per non messinesi, la Sciangazza è una corrente fredda e maligna che ti viene a stanare anche nel cuore della più calda giornata d’aprile: questo per dire che pure la natura partecipava, del nostro sgomento).

Tu, egregio Matteo, dovevi fare una conferenza stampa, ma in realtà è stato un piccolo comizio a porte chiuse e a inviti, ben asserragliato dentro il Palacultura (sì, lo so, tu non cogli l’ironia della cosa: qualcuno, ancora più ironico, ti ha persino regalato un libro, dal titolo “Anticristo”, e tu lo tenevi lì davanti a te), presenti solo noi della stampa (ma le domande ce le siamo strappate alla fine, quando mangiavi l’arancino, che poi è stato onestamente uno dei momenti più dialetticamente qualificanti della mattinata) e una cinquantina di tuoi sostenitori, che ti avrebbero applaudito qualunque cosa tu avessi detto. E infatti lo hanno fatto.

A parte i poveri medici del “118”, che hanno esposto il problema (vero e drammatico) dei tagli selvaggi (ma pare che la trattativa al Ministero della Salute sia andata bene, quindi speriamo che non ti prenda tu il merito di aver risolto alcunché, come è stato ventilato da qualcuno stamane), abbiamo sentito i tuoi slogan preferiti: basta invasione, prima gli italiani, basta la vecchia politica (eppure in sala ce n’erano, di sostenitori della vecchia politica. Pensa, la stessa che ha portato la città nel baratro dove si trova da anni…).

Ah Matteo, le cose migliori sono state quando hai indossato la maglietta “Messina” e quando hai mangiato l’arancino, per mostrare che noi meridionali mica ti stiamo antipatici come dicevi una volta: una volta, pensa, gli stranieri, i drenatori di risorse, gli sperperatori e la rovina d’Italia eravamo noi. Io ho provato a ricordartelo, e tu mi hai risposto – come nei film di fantascienza fanno gli androidi rotti, che ripetono le frasi fatte, o come fa Siri quando si confonde – che ci sono 7 milioni d’italiani in povertà, e quindi prima loro. Pure se sono meridionali, quindi. Mi hai detto “Tutti cambiamo”. Che ci voleva la colonna sonora di Morricone.

Poi mi hai chiesto, tu a me: “Ma la Lega ha mai governato Messina?”. Veramente, Matteo, avete governato l’Italia, e molto a lungo. Se ora il 118 è a pezzi, e Messina è a pezzi (come tutta la Sicilia, dove il tuo centrodestra vinse 61 a zero), e il lavoro non c’è e i giovani se ne vanno (come hai detto tu), forse qualcosa c’entrano, i governi degli ultimi vent’anni.
Ma non si sfugge alla ferrea legge della supercazzola, e della smemoratezza.

Quindi ciao Matteo, è stato bello vedere che sei esattamente come in televisione: un indossatore di magliette

Read Full Post »

curde

Noi calabresi, sentendo magnificare le donne dell’Est proprio per quelle cose contro cui lottiamo da anni, tipo considerare l’uomo un essere superiore, perdonargli tutto e fare di tutto perché possa sentirsi sultano di un harem privato, dove circolano solo cose marmoree in perizoma ma capaci di fare un ragù di capra che levati, abbiamo cominciato una ricerca, come dire, cardinale.
La Calabria dell’Est è soprattutto Crotone, e l’avamposto di Capo Colonna che scruta il mare verso Oriente. A Crotone una volta c’erano le fabbriche, ora ci sono i call center: le operaie sono diventate operatrici, poi precarie. Come, d’altronde, in tutta Italia. No, non sono quelle che proponeva la Perego.
Passato il mare, più a Est ci sono le donne greche: le abbiamo viste scendere in piazza Syntagma e fare la fila ai bancomat. Ora sono impegnate: devono sopravvivere, ma al modo delle donne, che comprende far sopravvivere tutti – mariti, figli, genitori, parenti stretti e non, amici, gatti, cani, ogni specie di creatura domestica o selvatica che faccia parte della famiglia. No, non ci siamo.
Salendo, in effetti c’è un vasto mondo di donne dell’Est: le ceche, slovene, moldave, polacche, russe, ucraine, o almeno quelle che non si sono spostate all’Ovest per lavorare, o quelle che non hanno sposato Donald Trump. E no, anche loro non sono proprio quelle di “Parliamone sabato”. Lavorano, studiano, portano pesanti eredità del passato; e lì le nonne non sono state angeli del focolare ma cittadine dell’impero sovietico trattate come uomini. Probabilmente è più vicina a quella balorda idea della cucinatrice sfornatrice di figli compiacitrice di maschi mia nonna, di una qualsiasi nonna ucraina.

Non abbiamo scelta: andando ancora a Est arriviamo dritti in Asia, e lì sono cose amare. In Arabia, Yemen, Iran, Afghanistan, Pakistan le donne combattono con la schiavitù da secoli: le donne che sono ultime degli ultimi, in luoghi in cui gli ultimi sono tantissimi. Le donne velate e violate. Velate dagli stati teocratici, dove il velo è segregazione, esclusione dallo spazio pubblico. Le donne violate e assassinate nell’India misogina e repressa. Le donne che appartengono all’uomo, anche giuridicamente, e hanno bisogno d’un guardiano o un tutore. E d’essere invisibili, per mostrare modestia e non turbare l’autocontrollo del maschio (che, follemente, è “superiore” alla femmina ma poi fa tanta fatica a controllarsi e quella che deve controllarsi fino a sparire è lei. Boh: nelle questioni dei diritti civili femminili l’ossimoro è una figura chiave). No, non sembrano le spensierate dee marmoree in perizoma.
Non parliamo poi delle combattenti curde: belle, forti, guerriere. Pari, soprattutto (bisognerebbe organizzare seminari maschili da qualunque Paese a Kobane, per dire: tornerebbero redenti, e il pianeta migliorerebbe).

Non resta che andare ancora a Est.
Le donne cinesi, dopo secoli di decimazioni (le neonate venivano soppresse, e persino negli anni 80 la legge “del figlio unico” ha mietuto milioni di vittime. Femmine) e mutilazioni (sapete cosa significa “Loto d’oro”? Probabilmente nessuna Paola Perego ne parlerà mai. Googlatelo), sono arrivate allo status di cittadine. Schiave anche loro, prima del comunismo, ora del capitalismo turbo (capitalismo capto ferum victorem cepit, diciamo): quelle non uccise alla nascita sono spesso solo braccia (ma non gambe e piedi, sempre per quella faccenda del “Loto d’oro”) da lavoro.
Certo, forse le giapponesi piacerebbero nella trasmissione di Paola Perego: ma non tutte, le giapponesi. Le geishe giapponesi. Loro sì che sembrano proprio quelle del vademecum: compiacciono, sono sexy, non frignano, non pretendono, perdonano. Peccato che siano (state) delle professioniste, e quindi non vale.

Non ci resta che continuare a cercarle, queste donne dell’Est. Passato l’Oceano, ci troviamo in America. Pardon, nelle Americhe: quelle delle brasiliane che passano ballando il samba e quelle delle argentine che passano ballando il tango e quelle delle messicane che passano il confine per fare da colf nelle case delle protagoniste di “Sex and the City” (tanto per restare nel target di “Parliamone sabato”). No, niente da fare: questo Est non ci convince.
Non resta che proseguire: c’è un Atlantico di mezzo, lo stesso mare che le navi degli emigranti (si chiamavano così un secolo fa quelli che oggi si chiamano “migranti economici”) percorrevano al contrario: verso Ovest. Ma siamo tutti l’Ovest o l’Est di qualcun altro.

Infatti, di Est in Est, torniamo nella nostra parte del mondo: è l’occipite dell’Africa che ci viene incontro. L’Africa carica di dolori, di schiavi, vecchi e nuovi, di donne mutilate, di donne zittite, di donne cancellate: seppellite vive nella miseria, nello sfruttamento, nella colonia assoluta. Sì, quel tocco di schiavitù che il “decalogo” pereghiano raccomandava c’è senz’altro, ma non è proprio quello.
E ci ritroviamo al punto di partenza, di Est in Est, senza aver trovato nulla: è molto strano, ma a volte i luoghi comuni non stanno né in cielo né in terra.

Firmato: una donna dell’Est, Sud, Nord, Ovest

Read Full Post »

palme-piazza-duomo-bruciate-594685-610x431

Vennero di notte, e bruciarono le palme, perché erano africane. Il loro capo, agitando un pollice poco opponibile, aveva inneggiato alla motosega, ma il fuoco è più semplice: anche quelli che sapevano solo scheggiare la selce erano capaci di accenderlo. Gli altri, che ancora non erano scesi dagli alberi, applaudivano da lassù.
Poi toccò alle piante grasse: “fanno deserto”, disse quello che voleva fare il deserto per chiamarlo pace.
Così qualcuno aggiunse che anche cappero e rosmarino erano meridionali, anzi africani, e allora sparirono dagli orti, dai balconi e dalle tavole (ma tanto, i più osservanti già non mangiavano caponata e taralli, cannoli e persino pizza Margherita). Una commissione apposita vigilava sui mercatini e nelle dispense. Alcuni ristoranti dovettero chiudere: servire una Napoletana poteva voler dire trascorrere la notte sotto interrogatorio.
Fu allora che si puntò il dito contro le arance, che pure con quei nomi, santoiddio, “tarocco” e “portogallo”, facevano Sud assai. Una strage di pompelmi e cedri, limoni e clementine. Persino la vitamina C diventò sospetta, e avere lo scorbuto fu quasi un vanto, per i più ortodossi.
E allora la macchia mediterranea?” chiese a un certo punto quello della Padania, che di verde diceva di sapere tutto: in fretta, in una sola notte, tagliarono lentischi e ginestre, oleandri e carrubi, sugheri e lecci. I più zelanti eliminarono pure le parole (che a tagliare e bruciare sono buoni tutti, ma se cancelli le parole finirai per cancellare le idee): Leopardi e Montale, e non solo, ne furono sfigurati. Ma ormai anche studiare Lettere – e persino quel passatempo bizzarro, leggere – era considerato un vezzo da comunisti perdigiorno amici degli invasori (li cacciavano dappertutto, e urlavano loro: “Tu quanti ne ospiti a casa tua?” prima di rieducarli con un bastone. Di abete). Che poi, per lavorare alle ronde, o alla guardia del muro, o nelle fabbriche di filo spinato – era la prima volta che nel Paese la disoccupazione era scesa sotto l’1 per cento (o almeno così dicevano “La Patata Bollente” e “Bollettino dell’invasione”, gli unici giornali sopravvissuti) – non ci voleva mica la laurea. E nemmeno la maturità, a dirla tutta. Infatti nelle scuole si insegnava soprattutto Tecnica Militare, Canto Corale, Tiro al Bersaglio sugli Invasori e Botanica Ortodossa.
Gli abeti furono piantati ovunque, come le stelle alpine: la loro morte precoce, in certe piazze siciliane d’estate, fu considerata un crimine di Stato e molti vennero arrestati e poi costretti ad andare in giro con una stella bianca cucita sul vestito.

Ieri qui è spuntato un gelsomino. Ci siamo riuniti tutti a guardarlo e poi ci siamo guardati negli occhi.

 

Alla memoria della sventurata palma bruciata ieri notte da dementi (certo appena scesi da un abete lì intorno, ovviamente) in piazza Duomo a Milano. Si comincia con una palma, poi si bruciano i libri, infine si bruciano gli esseri umani. Lo abbiamo già visto. Facciamo attenzione. 

 

Read Full Post »

oroscopo2

Gemelli
Lo sappiamo, vi infastidite quando vi dicono che non riescono a distinguere, tra voi due, chi sia Matteo e chi Paolo. Ma il 2017 dimostrerà con chiarezza che la differenza è una sola: Matteo era quello sempre in tv, Paolo è quello che se la telecamera l’inquadra, si vede solo lo sfondo.

 

Grillo
E’ il vostro anno, senza dubbio. In pochi giorni avete già cambiato idea sull’Italicum e gli avvisi di garanzia, e non è che l’inizio. A giugno proporrete gli 80 euro e a settembre una riforma costituzionale che cancella il bicameralismo perfetto e il Cnel e inventa il Senato ibrido delle autonomie. Infine un comico fonderà un movimento di opposizione che vi chiamerà grillidioti e vi subisserà nei sondaggi. Poi non dite che non ve lo avevo detto.

 

Bilancio
Siete talmente in rosso che qualcuno ogni tanto vi scambia per la sinistra. Ma per alcuni di voi quest’anno risolverà tutto. Solo se siete nati a Siena e siete una banca il cui nome comincia per M.

 

Gufo
Eravate gli ultimi dello zodiaco, i vituperati, i perdenti. Poi avete addirittura vinto un referendum e fatto dimettere il vostro principale nemico. Nell’anno in cui morivano le rockstar, i kamikaze si facevano esplodere dovunque e il Pil precipitava. Dovrebbe bastarvi almeno fino al 2025.

 

Cancro
Siete decisamente nati nel posto sbagliato. Sembra incredibile, ma il ministro della Salute è ancora la Lorenzin.

 

Leone
Generosi, esuberanti, energici, sempre sulla breccia: non c’è posto per voi in questi tempi ipotèsi. Suggeriamo uno zodiaco Gentiloni in cui siate spostati dal Leone ai Pesci. Fidatevi: non se ne accorgerà nessuno.

 

Raggi
Lo sappiamo, avete avuto un anno difficile, di incomprensioni e attacchi ingiustificati, per non parlare dei transiti ostili di Saturno e dei frigoriferi, ma il 2017 sarà migliore. Completerete la squadra entro ottobre, e la mattina del 31 dicembre riuscirete a scrivere per intero una delibera che non sarà bocciata da nessuno.

 

Vergine
Sì, vabbè.

 

Trump
Un po’ Toro, un po’ Capricorno, un po’ Toupet un po’ Extension. Ma per le previsioni che vi riguardano forse meglio che vi rivolgiate a Nostradamus o ai Maya.

 

Lavoratore
Niente da fare per voi nemmeno per il 2017. Avete contro Marte, Mercurio, Merkel e tutti i Mercati. Un vero anno di M

 

Salvini
Da quando avete proclamato l’indipendenza zodiacale le cose si sono fatte molto più difficili. Giove, pianeta benefico e ricco per eccellenza, si rifiuta di accogliervi nella sua influenza e ha detto che semmai dovete essere aiutati a casa vostra. Venere dice che portate malattie e ha chiuso le frontiere. Potete provare solo con Plutone, che di solito è talmente lento che non lo vuole nessuno, e non riuscirebbe a prendere una laurea nemmeno in Albania.

 

Almaviva
Nel quadro di un progetto di ristrutturazione zodiacale siete stati licenziati con effetto immediato. I segni resteranno dunque undici fino alla prossima trattativa. Il mercato cinese è interessato all’acquisto, per far confluire i segni nell’Oroscopo Cinese: Topo, Bufalo, Tigre, Lepre, Drago, D’Alema (ops, scusate, volevo dire Serpente), Cavallo, Sgarbi (ops, scusate, volevo dire Capra), Scimmia, Gallo, Cane, Silvio (ops, scusate, volevo dire Maiale).

Read Full Post »

salerno_reggio_calabria_lanas_insiste_10740

Io la Salerno Reggio non ve la posso spiegare. Perché dove voi vedete un’autostrada, anzi una specie di autostrada, io vedo tutte le Calabrie che conosco e che ho attraversato.
La Calabria di quando andavamo a Bagnara, che è un paese anfibio: mezzo di riva e mezzo di colle, come ce ne sono tanti, che non si capisce se s’arrampicano o scivolano, non si capisce se il movimento è verso le ossa grosse dell’Aspromonte, in alto eppure nascosti, come ci si nasconde solo in Aspromonte,o in basso e verso le villette a pelo d’acqua, coi mattoni forati bene in vista e i pilastri già pronti per la prossima soletta – che abbronzature, in quelle terrazze spudorate, affacciate dentro il mare che, per vendetta, depositava il suo broncio salino dappertutto, e ci ossidava i tubi i metalli e un poco l’anima. La Calabria dei sapituri che ti dicono “no, qui esci e tagli e poi ritorni da lì”, perché la Calabria è fitta di sottopassaggi e vie misteriose che non coincidono mai coi tracciati, le mappe, le intenzioni.
La Calabria di quando dovevamo andare a Tropea e guidavo io, e con mio figlio ci siamo persi per ore e ore in mezzo a un nulla sterminato dove di vivo c’erano solo gli incendi che covavano tra la stoppie, certi insetti preistorici che si stampavano sui finestrini lasciando ali e antenne e cotenne spesse un dito, certi viottoli strani che solo Siri poteva prendere per strade percorribili (ma in Calabria è così: solo chi segue le mappe non può percorrerla, nemmeno capirla da lontano, sapere la cosa fondamentale: dove non puoi andare, cosa non puoi fare). Una Calabria non misurabile, dove non ci sono nemmeno i pali della luce e la notte dev’essere quella materia di pece che era centomila anni fa, quando l’Aspromonte era giovane ma già più vecchio di gran parte della Terra, come la sua acqua canterina e gelida. La Calabria dei paesini dalle consonanti greche, abitati da popoli estinti.
E dove voi vedete gallerie buie, angoli storti, pendenze, ponti sospesi su valli senza fondo io vedo la Simca Mille di mio padre che arranca carica di ottimismo e boom economico, e assapora tutto quell’asfalto e quei chilometri tesi verso il futuro, che allora puntava a Nord, dove c’erano le meraviglie meccaniche e finanziarie e industriali.

Dove voi vedete viadotti pericolosi io vedo una sfida ai venti ma soprattutto all’indole pietrosa di noi calabresi – c’è questa contesa della natura che non si rassegna e dell’uomo che rischia, anche se è calabrese e piuttosto tende a ripararsi, a chiudersi e diventare una pietra, su cui la ruota della Storia può passare ma che non si rompe, lascia solo lividi ben nascosti, per pudore e decoro antico.

Dove voi vedete erbazze che crescono a ciuffi sulla carreggiata o nascondono i cartelli, io vedo l’imperio originario che non si può chetare, quella mansuetudine che spacca il cemento solo con la propria forza di sopravvivenza.

E dove voi vedete cartelli coi fori dei proiettili (se ce ne sono ancora) allora, forse, lì vediamo la stessa cosa, ma io un po’ di più e un po’ peggio, perché lì mi vergogno, perché so chi circola su quei tornanti, e a chi appartengono quei camion che spostano terra, attrezzi, persone. Tutte merci di un’economia sfuggente, invisibile, che è assolutamente perfetta per quel luogo sfuggente, invisibile, non misurabile.

Voi dite Salerno-Reggio e io sorrido perché per voi è uno scandalo, per me un mito. Un mito orribile come Scilla, i Ciclopi o il Vecchio della Montagna, ma un mito fondativo della mia sventurata terra. Voi vedete una strada stramba, che sembra allontanare invece che avvicinare (e in parte è così, per il vecchio paradosso: ciò che guardi e vedi nelle sue esatte proporzioni è lontano da te, ciò che ti avvolge è invisibile), io vedo una spina dorsale di quel corpo dell’Italia che mi avevano insegnato da piccola, e pazienza se è un corpo sbilenco, inadeguato, senza equilibrio: era mio, era nostro, era una promessa.

Io non so se saranno mai chiusi tutti i cantieri: forse non è possibile, dal momento che la Salerno-Reggio è un luogo metafisico e non reale, dove il tempo scorre in un altro modo e le ere geologiche finiscono e ricominciano e non se ne verrà mai a capo.

Io non so se sarà mai finita la Salerno-Reggio, ma mi sembra che, se pure dovesse – nei prossimi duecento anni, non uno di meno – diventare un’autostrada svizzera, io non smetterò mai di vederla com’è, così storta, sbagliata, a picco, cogli occhi socchiusi, omertosa, difficile, interrotta, a strapiombo o infossata, come una cosa viva, una leggenda vivente, come la Calabria che vista dallo Stretto, sapete, sembra un drago azzurro che dorme, e sogna cose di draghi, orribili, meravigliose.

Read Full Post »

Older Posts »