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Archive for the ‘cronaca vera’ Category

curde

Noi calabresi, sentendo magnificare le donne dell’Est proprio per quelle cose contro cui lottiamo da anni, tipo considerare l’uomo un essere superiore, perdonargli tutto e fare di tutto perché possa sentirsi sultano di un harem privato, dove circolano solo cose marmoree in perizoma ma capaci di fare un ragù di capra che levati, abbiamo cominciato una ricerca, come dire, cardinale.
La Calabria dell’Est è soprattutto Crotone, e l’avamposto di Capo Colonna che scruta il mare verso Oriente. A Crotone una volta c’erano le fabbriche, ora ci sono i call center: le operaie sono diventate operatrici, poi precarie. Come, d’altronde, in tutta Italia. No, non sono quelle che proponeva la Perego.
Passato il mare, più a Est ci sono le donne greche: le abbiamo viste scendere in piazza Syntagma e fare la fila ai bancomat. Ora sono impegnate: devono sopravvivere, ma al modo delle donne, che comprende far sopravvivere tutti – mariti, figli, genitori, parenti stretti e non, amici, gatti, cani, ogni specie di creatura domestica o selvatica che faccia parte della famiglia. No, non ci siamo.
Salendo, in effetti c’è un vasto mondo di donne dell’Est: le ceche, slovene, moldave, polacche, russe, ucraine, o almeno quelle che non si sono spostate all’Ovest per lavorare, o quelle che non hanno sposato Donald Trump. E no, anche loro non sono proprio quelle di “Parliamone sabato”. Lavorano, studiano, portano pesanti eredità del passato; e lì le nonne non sono state angeli del focolare ma cittadine dell’impero sovietico trattate come uomini. Probabilmente è più vicina a quella balorda idea della cucinatrice sfornatrice di figli compiacitrice di maschi mia nonna, di una qualsiasi nonna ucraina.

Non abbiamo scelta: andando ancora a Est arriviamo dritti in Asia, e lì sono cose amare. In Arabia, Yemen, Iran, Afghanistan, Pakistan le donne combattono con la schiavitù da secoli: le donne che sono ultime degli ultimi, in luoghi in cui gli ultimi sono tantissimi. Le donne velate e violate. Velate dagli stati teocratici, dove il velo è segregazione, esclusione dallo spazio pubblico. Le donne violate e assassinate nell’India misogina e repressa. Le donne che appartengono all’uomo, anche giuridicamente, e hanno bisogno d’un guardiano o un tutore. E d’essere invisibili, per mostrare modestia e non turbare l’autocontrollo del maschio (che, follemente, è “superiore” alla femmina ma poi fa tanta fatica a controllarsi e quella che deve controllarsi fino a sparire è lei. Boh: nelle questioni dei diritti civili femminili l’ossimoro è una figura chiave). No, non sembrano le spensierate dee marmoree in perizoma.
Non parliamo poi delle combattenti curde: belle, forti, guerriere. Pari, soprattutto (bisognerebbe organizzare seminari maschili da qualunque Paese a Kobane, per dire: tornerebbero redenti, e il pianeta migliorerebbe).

Non resta che andare ancora a Est.
Le donne cinesi, dopo secoli di decimazioni (le neonate venivano soppresse, e persino negli anni 80 la legge “del figlio unico” ha mietuto milioni di vittime. Femmine) e mutilazioni (sapete cosa significa “Loto d’oro”? Probabilmente nessuna Paola Perego ne parlerà mai. Googlatelo), sono arrivate allo status di cittadine. Schiave anche loro, prima del comunismo, ora del capitalismo turbo (capitalismo capto ferum victorem cepit, diciamo): quelle non uccise alla nascita sono spesso solo braccia (ma non gambe e piedi, sempre per quella faccenda del “Loto d’oro”) da lavoro.
Certo, forse le giapponesi piacerebbero nella trasmissione di Paola Perego: ma non tutte, le giapponesi. Le geishe giapponesi. Loro sì che sembrano proprio quelle del vademecum: compiacciono, sono sexy, non frignano, non pretendono, perdonano. Peccato che siano (state) delle professioniste, e quindi non vale.

Non ci resta che continuare a cercarle, queste donne dell’Est. Passato l’Oceano, ci troviamo in America. Pardon, nelle Americhe: quelle delle brasiliane che passano ballando il samba e quelle delle argentine che passano ballando il tango e quelle delle messicane che passano il confine per fare da colf nelle case delle protagoniste di “Sex and the City” (tanto per restare nel target di “Parliamone sabato”). No, niente da fare: questo Est non ci convince.
Non resta che proseguire: c’è un Atlantico di mezzo, lo stesso mare che le navi degli emigranti (si chiamavano così un secolo fa quelli che oggi si chiamano “migranti economici”) percorrevano al contrario: verso Ovest. Ma siamo tutti l’Ovest o l’Est di qualcun altro.

Infatti, di Est in Est, torniamo nella nostra parte del mondo: è l’occipite dell’Africa che ci viene incontro. L’Africa carica di dolori, di schiavi, vecchi e nuovi, di donne mutilate, di donne zittite, di donne cancellate: seppellite vive nella miseria, nello sfruttamento, nella colonia assoluta. Sì, quel tocco di schiavitù che il “decalogo” pereghiano raccomandava c’è senz’altro, ma non è proprio quello.
E ci ritroviamo al punto di partenza, di Est in Est, senza aver trovato nulla: è molto strano, ma a volte i luoghi comuni non stanno né in cielo né in terra.

Firmato: una donna dell’Est, Sud, Nord, Ovest

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Vennero di notte, e bruciarono le palme, perché erano africane. Il loro capo, agitando un pollice poco opponibile, aveva inneggiato alla motosega, ma il fuoco è più semplice: anche quelli che sapevano solo scheggiare la selce erano capaci di accenderlo. Gli altri, che ancora non erano scesi dagli alberi, applaudivano da lassù.
Poi toccò alle piante grasse: “fanno deserto”, disse quello che voleva fare il deserto per chiamarlo pace.
Così qualcuno aggiunse che anche cappero e rosmarino erano meridionali, anzi africani, e allora sparirono dagli orti, dai balconi e dalle tavole (ma tanto, i più osservanti già non mangiavano caponata e taralli, cannoli e persino pizza Margherita). Una commissione apposita vigilava sui mercatini e nelle dispense. Alcuni ristoranti dovettero chiudere: servire una Napoletana poteva voler dire trascorrere la notte sotto interrogatorio.
Fu allora che si puntò il dito contro le arance, che pure con quei nomi, santoiddio, “tarocco” e “portogallo”, facevano Sud assai. Una strage di pompelmi e cedri, limoni e clementine. Persino la vitamina C diventò sospetta, e avere lo scorbuto fu quasi un vanto, per i più ortodossi.
E allora la macchia mediterranea?” chiese a un certo punto quello della Padania, che di verde diceva di sapere tutto: in fretta, in una sola notte, tagliarono lentischi e ginestre, oleandri e carrubi, sugheri e lecci. I più zelanti eliminarono pure le parole (che a tagliare e bruciare sono buoni tutti, ma se cancelli le parole finirai per cancellare le idee): Leopardi e Montale, e non solo, ne furono sfigurati. Ma ormai anche studiare Lettere – e persino quel passatempo bizzarro, leggere – era considerato un vezzo da comunisti perdigiorno amici degli invasori (li cacciavano dappertutto, e urlavano loro: “Tu quanti ne ospiti a casa tua?” prima di rieducarli con un bastone. Di abete). Che poi, per lavorare alle ronde, o alla guardia del muro, o nelle fabbriche di filo spinato – era la prima volta che nel Paese la disoccupazione era scesa sotto l’1 per cento (o almeno così dicevano “La Patata Bollente” e “Bollettino dell’invasione”, gli unici giornali sopravvissuti) – non ci voleva mica la laurea. E nemmeno la maturità, a dirla tutta. Infatti nelle scuole si insegnava soprattutto Tecnica Militare, Canto Corale, Tiro al Bersaglio sugli Invasori e Botanica Ortodossa.
Gli abeti furono piantati ovunque, come le stelle alpine: la loro morte precoce, in certe piazze siciliane d’estate, fu considerata un crimine di Stato e molti vennero arrestati e poi costretti ad andare in giro con una stella bianca cucita sul vestito.

Ieri qui è spuntato un gelsomino. Ci siamo riuniti tutti a guardarlo e poi ci siamo guardati negli occhi.

 

Alla memoria della sventurata palma bruciata ieri notte da dementi (certo appena scesi da un abete lì intorno, ovviamente) in piazza Duomo a Milano. Si comincia con una palma, poi si bruciano i libri, infine si bruciano gli esseri umani. Lo abbiamo già visto. Facciamo attenzione. 

 

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Gemelli
Lo sappiamo, vi infastidite quando vi dicono che non riescono a distinguere, tra voi due, chi sia Matteo e chi Paolo. Ma il 2017 dimostrerà con chiarezza che la differenza è una sola: Matteo era quello sempre in tv, Paolo è quello che se la telecamera l’inquadra, si vede solo lo sfondo.

 

Grillo
E’ il vostro anno, senza dubbio. In pochi giorni avete già cambiato idea sull’Italicum e gli avvisi di garanzia, e non è che l’inizio. A giugno proporrete gli 80 euro e a settembre una riforma costituzionale che cancella il bicameralismo perfetto e il Cnel e inventa il Senato ibrido delle autonomie. Infine un comico fonderà un movimento di opposizione che vi chiamerà grillidioti e vi subisserà nei sondaggi. Poi non dite che non ve lo avevo detto.

 

Bilancio
Siete talmente in rosso che qualcuno ogni tanto vi scambia per la sinistra. Ma per alcuni di voi quest’anno risolverà tutto. Solo se siete nati a Siena e siete una banca il cui nome comincia per M.

 

Gufo
Eravate gli ultimi dello zodiaco, i vituperati, i perdenti. Poi avete addirittura vinto un referendum e fatto dimettere il vostro principale nemico. Nell’anno in cui morivano le rockstar, i kamikaze si facevano esplodere dovunque e il Pil precipitava. Dovrebbe bastarvi almeno fino al 2025.

 

Cancro
Siete decisamente nati nel posto sbagliato. Sembra incredibile, ma il ministro della Salute è ancora la Lorenzin.

 

Leone
Generosi, esuberanti, energici, sempre sulla breccia: non c’è posto per voi in questi tempi ipotèsi. Suggeriamo uno zodiaco Gentiloni in cui siate spostati dal Leone ai Pesci. Fidatevi: non se ne accorgerà nessuno.

 

Raggi
Lo sappiamo, avete avuto un anno difficile, di incomprensioni e attacchi ingiustificati, per non parlare dei transiti ostili di Saturno e dei frigoriferi, ma il 2017 sarà migliore. Completerete la squadra entro ottobre, e la mattina del 31 dicembre riuscirete a scrivere per intero una delibera che non sarà bocciata da nessuno.

 

Vergine
Sì, vabbè.

 

Trump
Un po’ Toro, un po’ Capricorno, un po’ Toupet un po’ Extension. Ma per le previsioni che vi riguardano forse meglio che vi rivolgiate a Nostradamus o ai Maya.

 

Lavoratore
Niente da fare per voi nemmeno per il 2017. Avete contro Marte, Mercurio, Merkel e tutti i Mercati. Un vero anno di M

 

Salvini
Da quando avete proclamato l’indipendenza zodiacale le cose si sono fatte molto più difficili. Giove, pianeta benefico e ricco per eccellenza, si rifiuta di accogliervi nella sua influenza e ha detto che semmai dovete essere aiutati a casa vostra. Venere dice che portate malattie e ha chiuso le frontiere. Potete provare solo con Plutone, che di solito è talmente lento che non lo vuole nessuno, e non riuscirebbe a prendere una laurea nemmeno in Albania.

 

Almaviva
Nel quadro di un progetto di ristrutturazione zodiacale siete stati licenziati con effetto immediato. I segni resteranno dunque undici fino alla prossima trattativa. Il mercato cinese è interessato all’acquisto, per far confluire i segni nell’Oroscopo Cinese: Topo, Bufalo, Tigre, Lepre, Drago, D’Alema (ops, scusate, volevo dire Serpente), Cavallo, Sgarbi (ops, scusate, volevo dire Capra), Scimmia, Gallo, Cane, Silvio (ops, scusate, volevo dire Maiale).

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Io la Salerno Reggio non ve la posso spiegare. Perché dove voi vedete un’autostrada, anzi una specie di autostrada, io vedo tutte le Calabrie che conosco e che ho attraversato.
La Calabria di quando andavamo a Bagnara, che è un paese anfibio: mezzo di riva e mezzo di colle, come ce ne sono tanti, che non si capisce se s’arrampicano o scivolano, non si capisce se il movimento è verso le ossa grosse dell’Aspromonte, in alto eppure nascosti, come ci si nasconde solo in Aspromonte,o in basso e verso le villette a pelo d’acqua, coi mattoni forati bene in vista e i pilastri già pronti per la prossima soletta – che abbronzature, in quelle terrazze spudorate, affacciate dentro il mare che, per vendetta, depositava il suo broncio salino dappertutto, e ci ossidava i tubi i metalli e un poco l’anima. La Calabria dei sapituri che ti dicono “no, qui esci e tagli e poi ritorni da lì”, perché la Calabria è fitta di sottopassaggi e vie misteriose che non coincidono mai coi tracciati, le mappe, le intenzioni.
La Calabria di quando dovevamo andare a Tropea e guidavo io, e con mio figlio ci siamo persi per ore e ore in mezzo a un nulla sterminato dove di vivo c’erano solo gli incendi che covavano tra la stoppie, certi insetti preistorici che si stampavano sui finestrini lasciando ali e antenne e cotenne spesse un dito, certi viottoli strani che solo Siri poteva prendere per strade percorribili (ma in Calabria è così: solo chi segue le mappe non può percorrerla, nemmeno capirla da lontano, sapere la cosa fondamentale: dove non puoi andare, cosa non puoi fare). Una Calabria non misurabile, dove non ci sono nemmeno i pali della luce e la notte dev’essere quella materia di pece che era centomila anni fa, quando l’Aspromonte era giovane ma già più vecchio di gran parte della Terra, come la sua acqua canterina e gelida. La Calabria dei paesini dalle consonanti greche, abitati da popoli estinti.
E dove voi vedete gallerie buie, angoli storti, pendenze, ponti sospesi su valli senza fondo io vedo la Simca Mille di mio padre che arranca carica di ottimismo e boom economico, e assapora tutto quell’asfalto e quei chilometri tesi verso il futuro, che allora puntava a Nord, dove c’erano le meraviglie meccaniche e finanziarie e industriali.

Dove voi vedete viadotti pericolosi io vedo una sfida ai venti ma soprattutto all’indole pietrosa di noi calabresi – c’è questa contesa della natura che non si rassegna e dell’uomo che rischia, anche se è calabrese e piuttosto tende a ripararsi, a chiudersi e diventare una pietra, su cui la ruota della Storia può passare ma che non si rompe, lascia solo lividi ben nascosti, per pudore e decoro antico.

Dove voi vedete erbazze che crescono a ciuffi sulla carreggiata o nascondono i cartelli, io vedo l’imperio originario che non si può chetare, quella mansuetudine che spacca il cemento solo con la propria forza di sopravvivenza.

E dove voi vedete cartelli coi fori dei proiettili (se ce ne sono ancora) allora, forse, lì vediamo la stessa cosa, ma io un po’ di più e un po’ peggio, perché lì mi vergogno, perché so chi circola su quei tornanti, e a chi appartengono quei camion che spostano terra, attrezzi, persone. Tutte merci di un’economia sfuggente, invisibile, che è assolutamente perfetta per quel luogo sfuggente, invisibile, non misurabile.

Voi dite Salerno-Reggio e io sorrido perché per voi è uno scandalo, per me un mito. Un mito orribile come Scilla, i Ciclopi o il Vecchio della Montagna, ma un mito fondativo della mia sventurata terra. Voi vedete una strada stramba, che sembra allontanare invece che avvicinare (e in parte è così, per il vecchio paradosso: ciò che guardi e vedi nelle sue esatte proporzioni è lontano da te, ciò che ti avvolge è invisibile), io vedo una spina dorsale di quel corpo dell’Italia che mi avevano insegnato da piccola, e pazienza se è un corpo sbilenco, inadeguato, senza equilibrio: era mio, era nostro, era una promessa.

Io non so se saranno mai chiusi tutti i cantieri: forse non è possibile, dal momento che la Salerno-Reggio è un luogo metafisico e non reale, dove il tempo scorre in un altro modo e le ere geologiche finiscono e ricominciano e non se ne verrà mai a capo.

Io non so se sarà mai finita la Salerno-Reggio, ma mi sembra che, se pure dovesse – nei prossimi duecento anni, non uno di meno – diventare un’autostrada svizzera, io non smetterò mai di vederla com’è, così storta, sbagliata, a picco, cogli occhi socchiusi, omertosa, difficile, interrotta, a strapiombo o infossata, come una cosa viva, una leggenda vivente, come la Calabria che vista dallo Stretto, sapete, sembra un drago azzurro che dorme, e sogna cose di draghi, orribili, meravigliose.

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clinton

Essì, Hillary m’è sempre sembrata simpatica come una colica renale, e non avrei mai voluto essere mmericana, per non avere, ieri, il dilemma: votare un idiota o una stronza? Impressione confermata quando, nel precipitare degli eventi, della credibilità dei sondaggi, delle speranze, delle mandibole dei commentatori, delle palpebre degli spettatori (ma non di gente tipo Mentana o Damilano, che evidentemente hanno uno spacciatore fantastico), la sora Clinton s’era sottratta al suo pubblico e aveva mandato avanti il suo collaboratore: “Stiamo ancora contando, grazie, ci vediamo, casomai chiamiamo noi”.
Ammazza che stronza, avevo ri-pensato io. Che non si fa; ci si presenta comunque, con tutta la sconfitta addosso, col cerone sfatto, la giacchetta spiegazzata, l’incredulità e il panico, e pazienza.

L’ho disapprovata e vituperata, sinceramente. Eppure oggi, quando infine s’è presentata e ha parlato, ho visto in lei – nella sua faccia meticolosamente composta ancorché segnata, nella sua acconciatura perfetta, nel suo tailleur dai petti viola vagamente funebri, nella sua consueta precisione frutto di scelte calibrate, soppesamenti, bilancini di stile, così in contrasto con l’eleganza pacchiana, il rozzo splendore brachicefalo dei Trump – qualcosa, una briciola delle donne che ammiro, le donne del mio mondo, le figure istituzionali del mio sistema politico preferito: il matriarcato calabrese. Una cosa che ha a che fare con la forza, la caparbietà, quella qualità minerale di resistenza, d’irriducibilità.

Ha detto la parola “doloroso”. Ha detto la parola “delusione”. Ha detto “tetto di cristallo” perché la cupola del maschile è sempre lì, l’abside intonsa del potere presidenziale singolare maschile. Ha pure fatto balenare, fuggevolmente, il plurale femminile che poi è, forse, quello che non l’ha riconosciuta, non le ha creduto, non l’ha voluta. Che io stessa faccio fatica a rintracciare in lei, restando istupidita dalla superficie vasta e metallizzata della sua ambizione, dalla spregiudicatezza che non riesco a considerare un pregio, dal trasformismo che non posso giustificare (essì, conservo un’idea “di genere” fondamentalmente sentimentale e un poco integralista).

Ma è stata ferma, intensa, precisa, per nulla piegata dal peso schiacciante di una delle sconfitte più clamorose della storia dell’America e del pianeta. Tutta, davvero, sulle sue spalle impettite, sulle sue rughe nasolabiali particolarmente scavate, sulla frana invisibile che doveva abitarla fin dalla notte.

E’ stata forte, e la forza femminile m’ispira sempre rispetto. Se ci sarà, prima o poi, una donna presidente degli Usa non si potrà comunque prescindere dal suo tentativo, dalla sua notte di Via Crucis, dalla sua voragine, di cui si parlerà ancora a lungo, sempre, alla quale non potrà sottrarsi mai più. Un mito mostruoso: la notte pazzesca in cui fu eletto Donald Trump.
Quindi onore a Hillary, comunque.

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giulio

Ho pubblicato un post sul blog “Giulio siamo noi”, perché sempre chiederemo #veritàperGiulioRegeni.

Eccolo: https://giuliosiamonoi.wordpress.com/2016/10/17/il-corpo-di-giulio/

Ciao, Giulio.

 

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orroretiziana

Da giorni rimugino il mio rancore, il mio dispiacere, la mia vergogna per la bambina asservita al branco di giovani maschi di Melito. Sono calabrese, e questa cosa schifosa per chiunque, a qualunque latitudine, mi colpisce di più, perché me ne sento oscuramente responsabile: dov’ero io – che per giunta faccio la giornalista nel quotidiano di questa regione – mentre un’intera comunità pur dotata di scuole e istituzioni, persino chiese, pur capace di consumi sofisticati e pienamente collocata in quell’Occidente immaginario che gli agitatori dello scontro di civiltà mi dicono davvero diverso dai mondi cupi dei veli, dei burquini, della misoginia di Stato e di Chiesa, regrediva o forse nemmeno si evolveva – solo ingannevolmente rivestita di modernità – restando posata sul bordo di quel medioevo perenne, invincibile, di cui ha dato prova? Perché non ho capito? Quanto buio infiltra questi nostri paesini pacifici, queste contrade laboriose, questi pii circondari?

Che sono gli stessi della ‘ndrangheta, attenzione. Gli stessi luoghi insospettabili dove quell’altro mostro medievale si nasconde in piena luce, negata da tutti, taciuta da tutti, intenta a farsi i fatti suoi in mezzo a tutti.

Ho grande difficoltà a capire, a spiegarmi, ad accettare che non sia, come ci raccontiamo sempre, una minoranza di cattivi soggetti, ma che un frammento di Male stia ovunque, negli androni, nelle canoniche, sulle panchine, ai tavolini dei bar. E non perché i concittadini della bambina in massa non sono andati alla fiaccolata: per la qualità pervicace, ottusa, ignobile del loro silenzio, della loro disapprovazione per la vittima, della loro comprensione per i carnefici.

Li guardo, i violentatori seriali  (ringraziando gli dei che stavolta, a differenza di tante altre, ci siano facce da guardare, nomi da leggere): facce qualunque, tagli di capelli e barbe leggere di quelli alla moda paesana dei rotocalchi, qualche corruccio, nessuna traccia di timore o vergogna.

Mi chiedo dove abbiamo sbagliato, noi illusi di essere in chissà quale luogo privilegiato del pianeta, così felice, così avanti e sicuro di sé, dove un numero imprecisato di Voltaire e di Simone de Beauvoir, di Montesquieu e di Sigmund Freud ci avevano fatti uscire dalle nebbie, tanto da poterci vestire di orrore davanti alle bambine stuprate e impiccate in India, alle donne seppellite fino alla testa e lapidate in Iran, alle spose di otto anni in Yemen, alle piccole infibulate in Somalia.

E invece no. Anche noi abbiamo un catalogo di orrori accanto a casa – e io di più, perché conosco Melito, ci sono stata tante volte, ho persino amici, lì: io sono cresciuta nello stesso mondo di tanti di loro – e non si tratta solo di un fatto di cronaca, un delitto privato in cui ci sono responsabili e vittima, ma di un fatto potentemente sociale, un delitto pubblico in cui il numero dei fiancheggiatori, attorno ai responsabili, è enorme e forse incalcolabile. Perché, sapete, basta una frase, per rivelarli, per metterli senza appello in quella schiera. “Se l’è cercata”. “Era movimentata”. “C’è tanta prostituzione”. “Sono cose di ragazzi”.

E mi chiedo quanto tempo ci metterà la mia Calabria ad arrivare in Occidente, se esiste. E come posso fare a svelare la persistenza del medioevo – che è come svelare la persistenza sottile, ubiqua, immanente e sfuggente della ‘ndrangheta – in queste strade ortogonali, tra questi negozi di smartphone, in questi bar alla moda, in queste casette accessoriate, dove le tv alzano i loro gioiosi jingle di riconoscimento, e ci spiegano il Bene di Don Matteo, e nascondono il Male sotto il tappeto, con la scopa.

Ma oggi, su queste furibonde e mortificanti riflessioni, piove un’altra vergogna, che nasce dalla stessa materia melmosa, inequivocabile eppure sfuggente: il tristissimo suicidio di Tiziana Cantone. La donna (perché definire “ragazza” una donna di 31 anni fa parte della malattia collettiva da cui siamo affetti, che tra i suoi sintomi ha anche quest’infantilizzazione programmatica) finita su uno schermo italiano su due per un video hard. Roba di pessimo gusto, senz’altro. Roba francamente cretina, anzi. Che tra amanti tutto è lecito, per fortuna (ancora una volta ringraziando tutti quei signori, da Montesquieu a Freud, ché in alcune regioni di questo pianeta – inclusi gli Stati Uniti antidarwinisti e creazionisti, tanto per mappare il medioevo ovunque si trovi – alcune pratiche sessuali sono vietate e sanzionate per legge), ma resta da capire quale incremento del piacere porti una ripresa su smartphone (a meno che un altro sintomo della malattia collettiva non sia questo: lo smartphone come zona erogena), specie se affidata, la suddetta ripresa, a un vero cretino. Un cretino che dopo, per imprecisati motivi (la cretinaggine non è consequenziale e non è logica: ecco perché è estremanente pericolosa), rende pubblico quel video privatissimo e lo consegna ad altrettanti cretini.

E qui torniamo al problema dei fiancheggiatori: quelli del crimine sono tanti, quelli dell’idiozia sono tantissimi, incalcolabili.

Alcuni giorni fa un collega giornalista ha diffuso tra i suoi contatti un fotomontaggio in cui alla vagina che occhieggiava dall’abito indossato in passerella alla Mostra di Venezia da due tristissime starlette era stato sovrapposto il volto d’un noto transgender: lui (il mio collega), che è cresciuto in una ricca famiglia siciliana, fa il giornalista, è laureato e sembra in tutto una persona normale (pensate l’idiozia che capacità mimetiche possiede), sghignazzava con gli amici per questa cosa francamente al di là della mia capacità di comprendere. Una cosa che denuncia il maschilismo abietto, la volgarità, il disprezzo per l’altro che, come un fondo melmoso e invincibile, evidentemente resta lì, attraverso i secoli, la storia, l’istruzione, il progresso, come un perverso humus alla rovescia.

Idioti lievi come lui, irresponsabili convinti di star facendo una cosa per ridere, una cosa persino innocente, hanno fatto la fortuna del video di Tiziana, che è diventato, come si dice oggi, “virale” (eccola ancora, la malattia collettiva).

Tiziana ne ha avuto la vita rovinata: ha cambiato città e nome, e infine si è uccisa. Perseguitata da eserciti di innocenti idioti, a cui certo si sono uniti, strada facendo, molestatori professionisti, odiatori da tastiera, repressi pericolosi, misogini profondi (che non sono solo maschi: la misoginia delle donne è ancora più temibile, così introiettata e feroce e impossibile com’è) e tutta la fauna che popola il web ma solo perché comunque popola la Terra. Che in altri Paesi magari, invece di cliccare insulti, va a tirare pietre all’adultera.

E io di nuovo, così soverchiata da tutto questo, mi chiedo dove stiamo sbagliando, cosa possiamo fare.

Perché io continuo a credere al web, cioè al pianeta (finché esisterà un filo d’erba sulla Terra, ce ne sarà uno fotografato su Instagram), come luogo dove esiste una linea evolutiva. Dove la tecnologia supporta la conoscenza, e non si fa strumento dell’ignoranza. Dove le comunità crescono più degli individui, meglio degli individui. Dove le ondate di sdegno, e sgomento, e dolore riguardano le lesioni dei diritti, dei corpi, delle libertà. E invece esco di casa, e trovo Melito.

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