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Archive for the ‘cronaca vera’ Category

FRANCE-MONACO-ART-SOCIETY-SURREALIST-DINNER

Care sorelle,
non sapete con quanto gusto uso questa parola così vasta, tanto da comprendere le suore dei conventi (che si chiamano così), le combattenti laicissime di un’altra epoca (quando la “sorellanza” era un legame politico, anzitutto), le consanguinee vere ed elettive, nell’enorme illusione d’essere tutte imparentate, le donne, un unico ceppo di segno XX, la doppia incognita che ha sempre segnato la vita di chi è nata femmina su questo pianeta maschio.

Care sorelle, non posso fare a meno di riflettere sull’ultimo contrappello collettivo lanciato appena ieri. Quello delle cento francesi, di cui la più rappresentativa è Catherine Deneuve, non solo perché la più famosa, ma perché – anche – in qualche modo esemplare: bellissima ma anche molto brava, di quelle creature fantastiche ma il cui splendore non è soltanto un gioco di forme o di luci su lineamenti perfetti.

Ebbene, m’ha lasciata un po’ perplessa.
Perché vedete, mie adorate, se condivido senz’altro l’idea che un femminismo odiante e castrante sia una sciocchezza (oltre al fatto, ben noto, che se vai per castrare sarai castrato, anzi lo sei già, nel cervello, e questo credo non ci debba appartenere), e che i climi da caccia alle streghe (anzi, in questo caso agli stregoni) siano sempre i peggiori per l’umanità, purtuttavia non posso accettare una semantica così poco accorta da forgiare lo slogan “libertà d’importunarci”.

In italiano corrente “importunare” – che presumo sia letterale traduzione del verbo francese corrispondente – vuol dire “disturbare, infastidire qualcuno in modo assillante”. Cioè molestare.
Io non do a nessuno il diritto di molestarmi. E vorrei che qualcuno mi spiegasse in quale punto del rispettivo campo semantico “importunare” e “corteggiare” coincidono o si toccano (anche fuggevolmente, anche con una mano sul ginocchio, anche con una strusciata rapida)(esempi, manco a dirlo, di “atteggiamenti importuni” e giammai di “corteggiamento”).

Care sorelle, se può essere giusto e forse necessario (si sa, anche gli uomini più complessi restano creature semplici) precisare “uè, ragazzi, mo’ mica ci dovete diventare imbranati e per la paura di essere denunciati di chissà cosa non ci dovete provare”, purtuttavia ciò non corrisponde, e mai potrà corrispondere, a un “vabbè, molestateci, poi sapremo riconoscere quelli buoni”.
No, sorella Catherine, quell’ “importunare” non mi piace, non mi va giù, non funziona. Non è proponibile. Soprattutto, non è spendibile in questo momento, in questo clima finalmente, sanamente reattivo e consapevole. Con tutto quello che i momenti consapevoli e reattivi portano con sé.

Né mi piace una frase come: “La donna, oggi, può vigilare affinché il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per tutta la vita se qualcuno le si struscia contro nella metropolitana”. Per tutta la vita no, ma fino alla fermata, il tempo di stanare lo strusciatore ed esporlo quantomeno al pubblico ludibrio magari sì, però.
Perché vedete, care sorelle, sorella Catherine, il nostro mondo è ancora talmente diseguale, e mica solo negli stipendi, per noi, e tutto comincia proprio da lì, da quel furto di pochi secondi di autonomia sessuale, da quel riaffermare, in pochi centimetri (di solito, considerando chi sono gli strusciatori, veramente pochissimi), una delle leggi non scritte che hanno fatto girare tutto il mondo fino a pochissimi anni fa, e tuttora fanno girare una sua enorme parte.
Chi si struscia contro una donna, in metropolitana, sta riaffermando l’antico, odioso pregiudizio, l’antica, odiosa inferiorità del corpo e del sesso femminile, l’antica, odiosa supremazia del maschile. Anche la faccenda degli stipendi, sorelle, viene da lì.

Certo, sorella Catherine, voi dite bene denunciando la campagna di delazioni e accuse senza possibilità di replica, e gli schizzi di fango che stanno colpendo un po’ ovunque. E’ ovvio che non basta che una donna accusi un uomo purchessia (di solito un uomo di potere e una donna che in qualche misura da quel potere è stata danneggiata) perché le sue accuse siano valide, anche se in questo momento sembra accada per tutti e indiscriminatamente. Ma vi ricordo che viviamo nello stesso mondo in cui per millenni è stato così al contrario: bastava essere un uomo e accusare di qualunque cosa una donna (adulterio, stregoneria, libertà di pensiero, satanismo, sessualità, ostentazione di caviglia o di capelli, bizzarria, ribellione) per essere creduto. Ancora ciò succede – oggi e qui – in un numero di Paesi sconcertante.

Io sono certa, sorelle, che tutte noi vogliamo un mondo migliore. Quello in cui gli uomini ci corteggiano, o noi corteggiamo loro, e non c’è violenza da nessuna parte. Quello in cui sono chiari i confini tra le cose (tra i campi semantici delle cose), in cui lo stupro è un crimine e basta e la molestia non è un corteggiamento goffo ma un abuso di potere, in cui se accusi qualcuno, uomo o donna, devi provare le tue accuse, in cui nessuno si struscia addosso a qualcun altro in metropolitana, in cui le relazioni sessuali (le più primordiali tra tutte quelle che sperimentiamo nella vita) sono armoniose e consensuali in qualunque aspetto, anche il più selvaggio. Ma ci dovremo arrivare, e a occhio e croce ci dobbiamo pensare noi, perché i maschi non sono portati.

Quindi pesatele bene, le parole, se dovete dire qualcosa in questo magico momento. Questo momento in cui qualcuno ha paura delle donne, finalmente. Perché non mi dispiace, un mondo in cui hanno paura delle donne – sì, di tutte le donne, indiscriminatamente – gli uomini come Weinstein, o come gli assassini delle donne, o gli stupratori, o i molestatori, o tutti coloro che ancora oggi ci mutilano, ci rinchiudono, ci coprono di veli fino agli occhi, ci impediscono di studiare e di ballare, di ridere e di guidare.
Purtroppo, siamo ancora dentro quel mondo lì, quello della metropolitana, quello dell’accappatoio, quello del cedolino di stipendio che segna cifre diverse.

Ciao, sorelle.

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Miei adorati, che brivido guardare Gomorra cinque e sei al mattino d’un giorno di pioggia. Ricordatevi; come al solito se non vi piace Gomorra non abbiamo più niente da dirci. Se vi piace, vi farò una proposta che non potete rifiutare. In ogni caso: attenzione spoiler. Poi non dite che non vi avevo avvisati, che vi mando Genny.

Le puntate cinque e sei si possono considerare tutt’uno: un manuale di economia politica gomorrese. Ovvero come le cosche diventano imprenditrici. Che forse vale per il capitalismo tutto: un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sull’etica del profitto assoluto e sulla deregulation selvaggia, con una ‘nticchia di Hunger Games.

Nella puntata cinque avviene quello che avevamo capito sarebbe successo, prima o poi: Genny, umiliato e offeso, ridotto a un nullatenente e congedato con disonore dalla tavola rotonda dei boss, non può che cercare il suo mentore e il suo pig-malione, nonché sterminatore della famiglia, ovvero Cirù l’ex immortale, appena diventato l’idolo del clan camorrista teen di Sangue Blu e dei suoi, i principini hipster di Forcella che se si affacciassero al tavolo dei boss si sentirebbero dire: “Sciò, guagliò, andate a giocare da ‘nata parte!”.

Cirù, guardando amorosamente la foto della moglie morta (anche se il romanticismo ci vacilla, quando ci ricordiamo che l’ha strangolata lui), glielo dice: minchia, allora ‘e femmene tenevano ragione, a volerci fermare. Ma ormai è tardi, e si ritrovano assieme, Genny e Cirù, soli contro tutti (“Dopo tutte chell che ciamme fatte stamme angora ccà io e te, Cirù”). Ma non sono più quelli di prima: Cirù ha ammazzato la moglie e perso la figlia e il regno; Genny non avrà mai più un taglio di capelli guardabile, e mo’ c’ha pure una cicatrice in faccia che fa tanto scarface. Il tema, d’ora in poi, è “come ti trapianto Edmond Dantès a Gomorra”. Ovvero, la vendetta è un piatto che si consuma al dente. Coi pomodori do’ piennolo.

E qui cominciano le istituzioni di economia. Ovvero: come sviluppare la tua idea d’impresa, trovare finanziatori e fare crescere il tuo business. Il problema chiave del mondo moderno, in un certo senso.

Si comincia con un momento Steve Jobs, commovente assai. Genny lo dice chiaramente: “So’ comme me e te, Cirù: chini e raggia e fame”. La traduzione napoletana di “stay hungry, stay foolish”. Stei angri, stei fulisc e stei senza penzieri.

E così Genny e Cirù, con invidiabile energia e a dispetto di ogni avversità – un vero esempio per la loro generazione – fondano la loro start up, “Arripigliamoci chell’ ch’è nuost”.

Ora, il problema, come sanno tutti, sono gli investitori. I capitali di partenza. Che l’idea può essere buona, ma senza soldi niente cche ffà. E qui arriviamo agli hipster di Forcella, che di solito sbarcano il lunario con modeste rapinette di carichi di Tir, senza versare sangue, anzi dando una mancetta all’autista perché dica che non ha visto in faccia nisciuno (che poi, caro Enzo Sangue Blu, se ti ostini ad andare in giro con la barba roscia, la cofana e numero tre – tre – croci tatuate sul collo, sei come dire un identikit già pronto). Anche questa è una startuppina carina: rubare merce cinese che copia quella italiana, sostituire il packaging, rivenderla in nero agli albanesi spacciandola per vero prodotto italiano. E se non è movimentare l’economia globale questo, non so cosa possa esserlo. Roba che dovrebbero chiamarli a fare un seminario alla Bocconi.

Ma, come sapete, la startup grande ingoia la startup piccola, e Cirù va a proporre a Sangue Blu il salto di categoria, lo startuppone pure citazionista: una rapina in banca, ma come i “Soliti ignoti”. Col buco.
Gli hipster di Forcella devono passare da uno stabile fatiscente, addentrarsi per imprecisati cunicoli nel ventre molle di Napoli e sbucare dove? Davanti alla cassaforte di una banca all’orario di chiusura.

Ora, non vorrei dire, ma io li ho guardati bene questi hipster di Forcella. Sono bravi. Li ho visti scaricare, sconfezionare, reimballare e ricaricare un Tir in dieci minuti; li ho visti ristrutturare e insonorizzare una catacomba in mezzora. Roba che se li vede Jeff Bezos li assume per dirigere il magazzino Amazon di Seattle, o se li vede Fuksas gli fa costruire la prossima Nuvola in un mese (o anche, più modestamente, li possiamo sempre assumere noi per fargli completare DAVVERO la Salerno-Reggio).

Ecco il problema di oggi: la manodopera qualificata che non trova lavoro. E dire che le avevano provate proprio tutte. Pure l’agricoltura. Sangue Blu aveva organizzato una piantagione di maria in una chiesa sconsacrata sotterranea (che la maria in chiesa è puro situazionismo dadaista, eh). Sissignore. Con luce e acqua e timer per tutto. Roba che nemmeno a Matt Damon in The Martian era riuscita. E proprio Sangue Blu c’aveva pure un sentimento, per quelle piante. Lui lo chiama “investimento emotivo”, perché è economia pure quella sentimentale, che diamine (che poi l’inquadratura più bella è quella lì: le piante alte di maria, le sagome di Cirù e Samgue Blu, piccole nel verde, e in fondo l’abside con un dipinto sacro, il cui rosso – in quel mondo buio e verdastro – resiste come una piccola fiamma lontana).

Comunque, con la visita dei soliti ignoti hipster di Forcella alla banca i capitali ci sono, e si può partire.

Ora, voi vi direte, ma qual è esattamente il bissinìs? Eh, miei cari. Non è la droga, non solo. C’è una cosa molto più redditizia, che non delude mai, che si può sfruttare fino all’ultima goccia. Una cosa che esiste in quantità smisurate, anzi più la sfrutti più aumenta – e questa è la vera legge del mercato criminale totale, o forse del mercato e basta – : la fame. L’economista Genny lo dice chiaro: “O meglio business che ce sta a Secondigliano nun è a droga, è a ffame. E nui chista fame l’ame a fa’ fruttà”. Chapeau. Anzi, coppola.

Il piano è semplice: anzitutto coi capitali di partenza (quelli degli hipsters Amazon) ti compri in parti uguali politici disponibili e aziende in crisi. La parte più interessante della puntata sei è quando l’AD Genny va a trovare il prossimo sindaco e futuro presidente della Regione Campania. Un ragazzetto secondo l’ultima moda degli impresentabili: faccina pulita, congiuntivi a posto, doppiopetto slimfit, motto col tricolore e la parola Italia (“L’Italia che avanza”)(ogni riferimento è puramente immaginabile).

Poi occorre rastrellare tutto: tutti quelli che, strozzati dalla crisi e dalle tasse, stanno chiudendo. Pompe funebri, servizi mensa, lavanderie. Qualunque cosa. E lì avviene la sostituzione. L’invasione degli ultracorpi. Un’economia che prende il posto dell’altra, uno Stato che prende il posto dell’altro, senza che da fuori si veda nulla. L’invasione dell’ultraStato. 

Tutto viene replicato. I bandi per le assunzioni: vuoi essere assunto? Versaci 15mila euro e ti diamo un posto. E glielo danno veramente. Certo, senza previdenza sociale (ma, se glielo chiedi, ti dicono che LORO SONO la previdenza sociale), senza sindacati, senza diritti, ma non stiamo a guardare il capello. I contratti e le commesse: ce penzamme nuie, gli faremo proposte che non potranno rifiutare (esemplare l’accordo col custode del cimitero, che farà entrare solo certe ditte di pompe funebri. E infatti, quando arriva un funerale della concorrenza, la cappella – di famiglia – è chiusa col catenaccio. E’ la libera concorrenza, bellezza!). Le questioni contabili: “Ma sulla busta paga c’è scritto 1300 euro, e questi sono solo 850!” “E che vuoi, non le devi pagare le tasse?”.
E se ti ribelli, ti ammazzano. Ma niente paura, se anche non sei forza lavoro mica esci dal ciclo produttivo: la tua cara salma entra nel business dei becchini, e la filiera si completa. Non si butta via niente, a Gomorra. Diteglielo, a Padoan.

Certo, l’altra faccia della medaglia è quella: gli occhi febbrili della donna con la giacchetta striminzita e la fame ‘ncuollo, che va a comprare un posto di lavoro per il marito (“Ci mancano 200 euro per arrivare a 15mila. Abbiamo chiesto al cielo e all’inferno, ma nun c’è stato verso”); il marito in questione, ucciso sotto gli occhi del figlio disabile, da Sangue Blu al suo battesimo come killer (sarebbe un avanzamento di grado attraverso concorso interno per titoli ed esami); la piccola parte di silenzio assenso, o di reale fiancheggiamento che tutti – dall’infermiere dell’obitorio al camionista, dal direttore di banca all’ambulante – danno, perché tanto non c’è scelta, e l’ultraeconomia globale è questa. 

E qui, a chi fosse sfuggito, c’è il senso di tutto questo. Il senso di questa rappresentazione che taluni trovano troppo estrema per la loro sensibilità (e dunque mi aspetto che fuggano la realtà con altrettanta cura), o addirittura offensiva. Il senso di questa denuncia – quella di Saviano, e di altri – che qui viene narrativamente rappresentata, ma non perde un’oncia della sua verità.
Ecco quello che accade ai nostri territori. Ecco l’ultraeconomia vasta pervasiva che regge tanti nostri mondi. Eccola, cazzo, la vedete?

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ciro assassin creed

Miei adorati gomorroici come me, sento irrefrenabile l’istinto di commentare le puntate tre e quattro di Gomorra -La serie.
Se vi piace e non volete spoiler, saltate il post.
Se non vi piace, state senza penzieri: vi faccio contattare da un amico mio, Genny Savastano.

Puntata tre

Dove scopriamo che forse tutta l’Europa, o persino tutto il mondo, è una Scampia, ma con meno friarelli.
Cirù l’Immortale sta scontando la sua pena facendo il picciotto d’un bulgaro feroce, tale Valentin il Butterato, che passa il suo tempo in una palestra allenando lottatori, che poi sarebbe la metafora di quello che in effetti tutte le mafie fanno dappertutto: tengono schiavi che aizzano a combattere per riscuotere le scommesse, ingrassando sul sangue altrui e fingendo che in quella lotta ci siano regole e persino sportività.

Cirù parla bulgaro come se fosse nato a Sofia, e sa essere feroce quanto e più d’un mafioso bulgaro medio, ma la tesi qui è che in fondo gli affari sono affari, e tutta quella crudeltà gratuita ed epicurea che ci mettono ‘sti slavi non sta bene, infatti Valentin e suo figlio, Mladen (che ricordano tanto don Pietro e Genny prima versione, ma Genny invero molto più babbasonazzo, che in siciliano vuol dire scemone, e pure un poco mammato), sembrano i veri cattivi – ma qui si tratta, come mi venne detto da uno gruosso, di cogliere l’eterna lotta tra cattivissimi e pessimi.
Dunque il cattivissimo Ciro, uccisore persino della propria amata moglie (che s’era miessa into’ miezzo), di fronte ai pessimi bulgari ci fa pure una bella figura. Anche perché loro mica si limitano a un onesto narcotraffico e a una civile rete di estorsioni:  fanno cose ancora più nauseanti, tipo il traffico di clandestini (Cirù quasi si commuove quando quello morto durante il trasporto nel vano ruota di scorta del suo Tir viene cremato, forse addirittura cromato, in un altoforno) e la tratta delle bianche, mostrando la superiorità etica del camorrista rispetto al mafioso dell’Est.

Quella che è certificata è la bruttezza come tratto distintivo dei territori in mano alle mafie, un criterio ancora più certo della scia di sangue: segui il brutto, arriverai al pessimo (questo anche come consiglio alle forze dell’ordine, che in Gomorra non sono presenti nemmeno per sbaglio, come se fosse un mondo invisibile e parallelo, un Mondo Di Sotto del quale, da sopra, si vedono solo incerte tracce, si tenta di ricostruire fatti e passaggi oscuri: eppure la bruttezza è così evidente e clamorosa che fa da assoluto segnale).

I bulgari, però, oltre che feroci, sono pure scemi, e quando tentano di fregare Cirù, coinvolgendo persino una banda di onesti camorristi perdenti che spuntano dalla lontana Forcella con un borsone di soldi falsi (alla terza puntata della terza serie possiamo affermare con certezza che il borsone è un accessorio fondamentale per le mafie tutte, compare in ogni scena importante, trasporta armi, denari, droga e all’occorrenza tranci umani macellati all’Eurospin – cfr. puntata due – e tracciare i borsoni darebbe risultati più concreti che intercettare le telefonate)(poi non dite che non ve lo avevo suggerito, Procure) per comprare droga vera, in un marchingegno talmente contorto e inutile che sembra un emendamento di Calderoli, è chiaro che Cirù s’incazza di brutto e, come è sua indole e suo destino, sovverte una ‘nticchia le gerarchie e li ammazza tutti: Mladen davanti alla Jacuzzi e Valentin sul parquet della palestra.
Ovviamente,  Cirù, che qui è sia bruto (con la minuscola) che uomo d’onore, libera la schiava sessuale di Mladen, la riporta in Albania e in un impeto paterno le dice “Fa ‘a brava”. Un bulgaro l’avrebbe rivenduta subito, per dire. Che tempra morale: o tempra, o mores.

Puntata quattro

Ragazzi, peggio di Scianel ho visto in tv soltanto Cersei Lannister. Sono tutte e due bionde, perfide, assetate di potere e con figli più scemi di loro che regolarmente muoiono per colpa loro. Hanno pure più o meno la stessa età, con la differenza che Cersei è una figa spaziale mentre Scianel subisce l’effetto anagrafico gomorroico (un anno di un personaggio di Gomorra, ma in effetti di tutto il mondo, vero, delle mafie, vale come sette anni di una persona normale), quindi Cersei ha 40 anni e Scianel poco di più, ma ne dimostra 280.
Ora è uscita di prigione, ed è talmente preoccupata della sua piazza di spaccio e dei rapporti con Genny Savastano che lo incontra ancora prima di rifarsi i colpi di sole (e ho detto tutto).

Tanto, ormai come consigliora c’ha Patrizia, che è meglio pure di Tom Hagen nel Padrino (anche perché vive in una casa tutta di piastrelle verde salamandra fino al soffitto, con un tabernacolo luminoso della Madonna che ricorda la sobria scenografia della casa di “Carrie, lo sguardo di Satana“, e quindi c’ha tutta una sua concentrazione ascetica e infallibile).

Ma ora per Genny i nodi vengono al pettine: il suocero Avitabile (che somiglia sempre di più a un Apicella, ma più incazzoso) ormai tiene in pugno il contabile Geggè e si sa, chi ha il contabile ha tutto (vedi Al Capone o Equitalia).
Confermando che il contabile del boss è il mestiere più pericoloso del mondo, il buon Geggè, così studioso e puliticchio, ci lascia le penne, e viene ucciso in modo ineccepibilmente simbolico, oserei dire freudiano: Genny lo uccide a pugni, usando come tirapugni l’orologione d’oro che suo padre Don Pietro Buonanima aveva regalato a Geggè per la laurea (sottotesto: mi era sempre bruciato che tu fossi quello istruito e mio padre a me, a parte motociclette e conti a Panama, non avesse mai regalato nu’ cazzo, e mo’ mi vendico in un colpo solo di lui e di te, sfaccimm’ col congiuntivo e l’orologio).
E quando arriva l’ultimo carico di droga honduregna Genny, che si era presentato all’incontro coi “calabresi” – devo sottolineare, con un moto d’orgoglio, che i “calabresi” costituiscono entità ulteriore e iperurania persino per i gomorresi: c’è sempre un calabrese che compra o vende droga, un calabrese che fa un agguato in Germania (ogni riferimento a fatti o persone è intensamente vero), un calabrese che si può interpellare per risolvere o complicare le cose. I calabresi sono la Suprema Corte, la Cassazione del Crimine. E queste sono soddisfazioni – dunque, Genny viene rapito. Gli ammazzano pure gli ultimi due Ragazzi del Vicolo, il mitico CapaeBomba e O’ Cardillo (che O Principe e O Track erano già morti nella seconda stagione), subito dopo il giuramento di fedeltà brindando con la Peroni.
Bene, voi direte, ma quindi questo cazzo di suocero è un quaquaraquà o uno gruosso? Gruosso, anzi gruossissimo: spuntano con lui tutti i boss di tutti i quartieri di Napoli, praticamente tutt’O’ Sistema. Tutti a sputare su Genny, insanguliato e mullingianato pesante a terra, spogliato di ogni ricchezza, appoggio (gli mostrano pure il compare honduregno decapitato con una foto sul gruppo boss Whatsapp) e signoria. Il suocero gli sussurra che pure moglie e figlio non sono più cosa sua. E viene lasciato come un sacco di monezza in mezzo a Scampia, che pure per il Sistema è periferia.

Ma intanto, che era successo? La puntata in effetti era cominciata come “Assassin’s Creed“, con Cirù nei panni di Ezio Auditore, o Callum Lynch, o Aguilar De Nerha, che poi sono sempre lo stesso personaggio: un assassino pericolosissimo che gira col cappuccio. Cirù, col cappuccio, torna a Napoli e si presenta a Forcella, dai camorristi hipster perdenti, discendenti del capostipite di tutti i gomorresi, O Santo (“Mio nonno faciva i miracoli come San Gennaro“), ma ridotti a una decina di giovincelli pluritatuati e sostanzialmente ladri di polli.
Il capo, il roscio Enzo, gli fa un’offerta che Cirù può tranquillamente rifiutare (con un momento davvero scespiriano: “Due sule cose cuntano: a sciorte e ‘e cumpagne“), ma sappiamo che non durerà.

Insomma, sono tornati al vicolo corto, passando di nuovo dal via. Cirù e Genny, soli contro tutti. Minchia.

 

(ci vediamo venerdì prossimo. Statev’accuort).

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Minchia, domenica qui in Sicilia si vota e io non so cosa mettermi (in testa). Nella mia pluriennale carriera di elettrice, coincidente quasi per intero con la mia carriera di elettrice delusa, è la prima volta che mi capita con questa nettezza: letteralmente, non ho voglia di andare a votare. Un rifiuto che non viene dalla parte dell’apatia, però; che non s’apparenta con l’inerzia o la delusione, forse neppure la chiusura e il ritiro. Piuttosto, è una cosa attiva e aggressiva, una forma d’astio e di rivendicazione, una voglia di dare un calcio al pallone perché rotoli lontano, anzi, si buchi. Ma la parte di me più ragionevole sa che questi sono puri istinti, e che non si possono bucare, certi palloni (soprattutto quelli gonfiati), e anzi se decidi di non giocare non gliene frega un cavolo a nessuno, meglio, anzi, così sono più liberi di starsene fra loro. Tu verrai derubricato a “partito degli astenuti”, il più sfigato di tutti. Perché gli astenuti ottengono un solo risultato: eleggere TUTTI QUANTI GLI ALTRI. Quelli che ti fanno venire voglia di astenerti.

E voi, miei quindici lettori, mi chiederete come mai, e perché non c’è nessuno che mi faccia considerare possibile e financo utile il mio voto, e io vi rispondo che non lo so, e dovremmo forse partire da Garibaldi, o dalla battaglia di Lepanto, o prima ancora, quando i Greci scendevano sulle spiagge e tastavano la sabbia, e ringraziavano gli dei. Che il mio povero, piccolissimo voto di domenica forse ha qualcosa a che fare con i galeoni spagnoli, i massari mezzo morti di fame, le campagne gialle come la follia dove una cicala ripete una nota sola per sempre, certi morti ammazzati che sanguinano ancora dopo cento anni, o dieci, o mille. Con la bellezza che stordisce, e l’incomprensibile povertà che stordisce di più. Con le case non finite dentro città sfinite, con l’avanguardia che nasce dentro le macerie, o viceversa. Con la presenza della mafia, che è invisibile e dappertutto, come certe divinità feroci che, senza mostrarsi, plasmano la vita di tutti. Con il dolore di chi parte e il dolore di chi resta. Con l’arcaico e il postatomico che sono così vicini da confondersi, e diventare una cosa sola, una sola isola.

Però no, questo non ci aiuta, e quindi ritorniamo al miserevole gioco delle parti. Io sono di sinistra, quindi non ho molta scelta: i centopassi di Fava o (diciamo) il Pd di Micari.
Se Fava mi facesse anche solo un briciolo di simpatia, potrei dire che l’unico motivo per dubitare dell’efficacia di questo voto sarebbe, appunto, l’efficacia di questo voto. Ma questa cosa del “siete piccoli, lasciate perdere” mi è sempre sembrata una scemenza: proprio perché siamo piccoli dobbiamo continuare a esistere. Proprio perché siamo piccoli e quindi marchiamo una differenza grande dobbiamo esistere il più possibile, rammentare a noi e agli altri che esistiamo e abbiamo diritto a uno spazio, anche solo per segnalare che esiste, e costruire più spazio per chi verrà. Testimoniare la differenze e la minorità mi è sempre sembrato un buon programma esistenziale, vuoi che non lo sia in questo caso? (a parte la convergenza di persone – sì, persone prima che politici – che stimo moltissimo, come Tomaso Montanari e Pippo Civati) (peraltro,  Civati è stato qui a spendersi, Renzi è andato da Obama, e se avesse potuto sarebbe andato sulla Stazione Spaziale Orbitante, pur di mettersi a distanza di sicurezza da una batosta che s’annuncia epica). 

Il problema è solo, mi duole dirlo, proprio Claudio Fava. Degna persona, certo, ma io mica gli ho perdonato, ancora, quell’idiozia della cittadinanza ottenuta in ritardo nel 2012, che ci lasciò tutti allo sbando. Voi direte: vabbè, poverino, ma è una minuzia. No, come non è una minuzia il mio minuscolo voto. Come non è una minuzia ogni singola e minima manifestazione di pensiero, di personalità, di esistenza in vita: chi è serio e rigoroso non fa stupidaggini del genere, e si sfila con allarmante superficialità dopo aver preso un impegno (lui ci abbandonò proprio: non buttò la sua persona dentro quella battaglia, pure se lui non poteva più ottenere il seggio). Non pensai bene di lui allora, non lo penso nemmeno ora.

E allora vota Pd – mi fa la mia amica forastica – mica vorrai votare per i fascisti o i grillini?”.
Eh, alleggiu, le dico io in lingua.

Contro il Pd ci sono due enormi motivi, anzi uno gigantesco: il Pd.
Il Pd di Renzi, lo scialacquone che di un consenso ampio, trasversale, miracoloso ed entusiasta ha fatto strame; Renzi che incarna il peggio dei nostri (di noi di sinistra, dico)(ok vabbè, non dite niente) avversari di sempre; Renzi lo sbruffone, Renzi che ha le orecchie per finimento (direbbe mia nonna), e s’inventa il treno per “ascoltare”, figuriamoci; Renzi che ha siglato i patti più inverecondi che io ricordi, e vorrebbe continuare a tenere il Paese sotto lo scacco delle larghe intese, che sono un poco come se il lupo si mettesse d’accordo col cacciatore, e costringessero nonna e Cappuccetto Rosso a preparare la cena per tutti e due, anzi a essere la cena.

L’altro motivo è Crocetta e la sua eredità di caos, isteria magna, convulsioni psicopolitiche e inconcludenza. Lo votai, convinta che fosse anche un bel segnale agli omofobi puritani (nostri alleati, grazie a Renzi!). In effetti era un segnale: tipo gli incendi sulle colline che vediamo per tutta la notte, d’estate.

Ovviamente, non potrei mai votare per Musumeci “brava persona” (che qui è una categoria antropologico-politica), disgraziatamente collegato con una corte dei miracoli in cui figurano imputati, condannati o loro parenti stretti e amici entusiasti di boss. Cito solo il rampollo Genovese, che solo per il fatto di appartenere a una intera famiglia implicata in uno degli scandali peggiori che la Sicilia ricordi dovrebbe avere qualche remora a presentarsi agli elettori, per giunta della “nuova” parte politica a cui il padre è approdato, diametralmente all’opposto della sua di partenza, dove non era semplice militante, ma parlamentare regionale e nazionale, e persino segretario di partito (vedi più sopra alla voce StuPd). Un’incoerenza che non so voi, ma io giudico disgustosa, una mancanza di stile e un franco (un francantonio) disprezzo per gli elettori e la loro capacità di giudizio.
Inoltre, vi ricordo che questa fu la terra del 61 a 0: anni di governo berlusconiano che per il Sud segnarono un punto di non ritorno, quando ancora la crisi era lontana e il centrodestra aveva maggioranze bulgare, e avrebbe potuto fare ben altro che un po’ di cene eleganti.

Segnalo appena la sceneggiata di Musumeci sugli impresentabili delle sue liste: “Miiii, comu ndi capimmu mali! E chi ndi sapiva iò di chissi impresentabili? Io u’ liggìa supra i giurnali! Matri mia, ci colpa sta leggi brutta e scunchiuruta! Matri matri, vui vutati a mmia, che poi ci pensu iò”. Metodo Stanislavskij.

Aggiungo solo un rigo: con Musumeci sono collegati anche i salviniani siciliani, perché qui è terra in cui gli ossimori fioriscono bene. Mi auguro solo che si ricordino di quando i negri, per Salvini, eravamo noi.

Infine, i grillini (sì, insisto a chiamarli così perché li definisce meglio: è culto della personalità). Cancelleri e la sua banda di scappati di casa. Intendiamoci, ho molta stima di chi scappa di casa. Io stessa l’ho fatto. Ma poi devi darti una mossa, studiare, comprendere, migliorare. Cancelleri mi pare individuo di rozzezza intellettuale superiore, di modestissimi mezzi e di una tendenza al settarismo che è la vera cosa che mi spaventa nel movimento. Voi direte: ma cosa vuoi che sia il congiuntivo (non arriva ai virtuosismi di Di Maio, ma anche Cancelleri non scherza)? Cosa vuoi che c’entri non parlare un buon italiano con essere onesti e competenti? Forse con l’essere onesti no, certo, ma competenti probabilmente sì. Ho sempre pensato che la politica sia un mestiere intellettuale, e chi non ha strumenti non so come possa esercitarlo. Chi ha un cattivo italiano non è avvezzo a leggere, a studiare, che non sono hobby, sono le tecniche di base, se vuoi capire il mondo talmente da progettare di cambiarlo (qui cito un’avvocatessa della sinistra caviar che quest’estate mi diede della “settaria snob” perché le spiegavo che senza strumenti intellettuali non si fa buona politica. Avvocatessa, stacce).

In questi giorni si discute sull’assessore designato ai Rifiuti, tale Parisi, che sul web si esprime con la finezza di un Napalm51: ecco, quel tipo di “pensiero” – che ha molto a che fare con la mancanza di strumenti intellettuali – mi fa persino più paura della subdola furbizia di un genovese di lungo corso. Quello spreco di uno strumento formidabile come la Rete per esprimere pensierini da bulletto e violenza verbale da vigliacchi è la vera idiozia (ahimé riscontrabile pressoché in qualsiasi thread si sia coinvolti con altri Napalm51). Infine, ascoltate i discorsi di Grillo sulla mafia presentata come una generosa banda di patrioti e volenterosi amministratori di giustizia locale “traviata” dalla finanza globalista e malvagia. Ci sono gli estremi per un TSO, e per un moto di ripulsa, nella terra che gronda sangue di assassinati dalla mafia (non solo uomini: anche idee, imprese, iniziative, paesi interi). 

Però una cosa voglio dirla, una cosa estrema che mi sta facendo litigare con tutti: preferirei Cancelleri a Musumeci. Perché sono convinta che, almeno, i grillini scompaginerebbero le liturgie e i sistemi codificati (un po’ come è stato qui a Messina con Renato Accorinti: la città non si è salvata, anzi probabilmente è peggiorata, ma almeno abbiamo disturbato per un po’ i manovratori, abbiamo messo in fuga le cavallette, abbiamo fatto casino dal basso), sovvertirebbero, almeno per un po’, le regole non scritte, le consuetudini bizantine, i riti e le carbonerie. Non so per metterci cosa, al loro posto, ma almeno sarebbe qualcosa, in quest’isola dannata. 

In conclusione, andrò a votare. C’è sempre tempo, per perdere le elezioni. 

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asia-harvey

Cara Asia Argento,

comincio col dirti che tu non mi eri mai stata particolarmente simpatica. Mi eri sempre sembrata poco più di una starlette, aiutata da un cognome famoso, e disinibita ma soprattutto a favore di telecamera. Sai, la mia generazione – che pure è quella che più ha lottato contro moralismi e inibizioni e divieti – ha sviluppato tutto un suo moralismo e inibizione verso quelle più giovani e disinibite, ma con un sospetto di tornaconto e/o narcisismo che a noi, madri fondatrici della disinibizione, suona inaccettabile. Ti chiedo scusa di questo, ma te lo dico perché forse può aiutare un poco a comprendere questa vicenda, che nasce orribile in America tanti anni fa, ma assume qui, oggi, in Italia, tutta una sua sfumatura marroncina a cui concorrono firme famose, amazzoni del web e testate giornalistiche (sia pure di quelle avvezze alle patate bollenti, più che altro: i loro titoli di prima pagina sono ormai un sottogenere del trash). Ti chiedo scusa anche a nome loro.

Purtroppo, sei caduta anche tu nella famosa trappola che ogni giorno inghiotte tante di noi: il rovesciamento delle responsabilità. La colpa della violenza, della molestia, dell’abuso sono tuoi. E il linciaggio nei tuoi confronti è persino superiore, e di tanto, alla riprovazione nei confronti dell’autore di violenze, molestie, abusi. Peraltro c’avete proprio il fisico: tu bella, sensuale, trasgressiva; lui sfatto, butterato, con la silhouette da cinghiale strizzato negli smoking. Ecco imbastito il romanzaccio che colpisce la fantasia.

E anche la trama perfetta perché ciascuna di noi possa impersonale il ruolo migliore: quella-che-non-l-avrebbe-mai-tollerato. Quella che di fronte al maiale che chiede “un massaggio” (talmente vigliacco da non chiamare nemmeno le cose col loro nome, e sminuirle lì stesso, davanti alla vittima, mentre si apre l’accappatoio, suggerendo l’eufemismo come riparo per entrambi, come paravento) avrebbe messo il mondo al suo posto e fatto giustizia per tutte.

Io di me devo pensare che avrei detto di no, perché ne va della mia definizione di me. Devo pensare che avrei rifiutato il cinghiale e tutto il suo sistema (il solito, antico e consolidato: proprio quello in cui prosperano tanti che oggi ti stanno biasimando, proprio quello in cui tutto l’ipocrita star-system, che oggi è tutto un “ma io non sapevo, io non credevo, io non so perché ho taciuto”, è immerso fino al collo). Ma non ne sono mica sicura.

A 21 anni ero inimmaginabilmente cretina e fragile, e tante fragilità nel tempo si sono solo fatte più furbe. Guardo indietro, a quella me, con indulgenza e un certa tenerezza, e vorrei guardare te così, oggi. Quella di 21 anni che non sa fronteggiare il cinghiale e ci si sottomette, quella di 22 che continua a dargli sesso non desiderato – come fanno milioni di donne che non riescono a dire un “no” che fermi i cinghiali, e poi lo trasformano in tanti altri “sì” senza che questo renda la violenza meno violenta e disgustosa.
Vorrei abbracciare quella ragazza lontana, e tutte le altre: anche, oggi, quelle che – come me per cinque minuti – hanno pensato “ma io avrei detto no, lei perché non lo ha fatto, anzi poi ha continuato?”.

Per milioni di motivi (e se entrate per un solo pomeriggio in un centro antiviolenza – di quelli che esistono ancora – potreste conoscerne un certo numero). Per la definizione di sé, perpetrando quell’inganno di linguaggio che il cinghiale ha messo in scena con quella sua richiesta di “massaggio”, mica di sesso estorto.

Per la fragilità di chi si sente comunque solo, debole e perdente di fronte a un gigantesco sistema (che sì, ha le fattezze di un cinghiale in accappatoio, grande quanto Godzilla) che non gli consentirà di sopravvivere, dopo.

Per la paura di avere paura, di mostrarla, di doverla sostenere, poi, davanti all’istruttoria ininterrotta di media, pubblico, familiari, amici, coscienza.

Per non dover rispondere alle domande irrispettose, oscene, violente quanto la stessa violenza (vi ricordate la sentenza sui jeans? Vi ricordare Jodie Foster in “Sotto accusa”, violentata su un flipper da cinghiali che si erano sentiti provocati dal fatto che lei fosse provocante?).

Per non sentirsi dire “figliuola, ma tu volevi fare l’attrice: se avessi voluto fare la lavapiatti non ti sarebbe successo”. Dimenticando che invece succede anche a tante lavapiatti, che nemmeno vent’anni dopo lo potranno raccontare.

Per non ammettere che si sta aderendo a un sistema disgustoso, ma non si ha la forza di combatterlo e cercarne un altro (per inciso: sono molti anni che lo cerchiamo tutte, con risultati non incoraggianti, ma indispensabili. Ci auguriamo che anche la tua storia serva a questo)(per altro inciso: se anche esistono donne che credono nel sistema maschilista o lo usano per vantaggi personali, questo non assolve il maschilismo o condanna le donne, nemmeno quelle che lo sostengono. Sia ben chiaro).

Sei bella, sei famosa, fai una vita interessante, ma non baratterei nessuna delle tue fortune con una sola ora nel letto del cinghiale, cara Asia. Quindi, se c’è qualcuno ansioso di “farti espiare”, sappia che lo hai già fatto.

Tutta la mia solidarietà, dunque, cara Asia, di sorella maggiore che vorrebbe abbracciare non solo le vittime degli altri, ma anche le vittime di se stesse: a cominciare da quelle che si dicono “io avrei detto no” per rassicurarsi, e attaccano te per tranquillizzarsi, col solo effetto di sminuire le colpe dei cinghiali.
Sorelle, non è necessario. Facciamo un gesto di forza vera: riconosciamo le nostre debolezze e abbracciamole. E fanculo ai cinghiali.

 

 

 

 

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che che che

E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Mariella (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).

 Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c’è partita.

Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – esattamente cinquant’anni fa: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch’erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare mito senza perdere il passato.

FreddyAlbertoChe

E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l’emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell’ epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui. 

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi – mi dicono – è un anniversario, e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l’unica senza copyright, per volontà dell’autore, il benemerito Alberto Korda, che s’incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: “eccheccazzo, il Che detestava l’alcol”. In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell’ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell’esistenza d’una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L’utopia.

 

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La notte di San Lorenzo

Nel mondo al contrario – tra l’altro – i fascisti si fanno difensori della libertà e i maschilisti si ergono a fieri protettori delle donne. Lo abbiamo visto, lo vediamo accadere di continuo, complice il modo in cui il dibattito pubblico è veicolato dagli slogan social, dove ogni affermazione è la verità, e ogni affermazione serve a mobilitare una fazione, e armarla.

Cosa che accade, tristemente, soprattutto a proposito di vicende orribili, recenti come gli stupri di agosto, antiche come quella di Giuseppina Ghersi. Curiosamente, entrambe a proposito di crimini contro le donne. Che, qualunque sia la guerra, sono sempre le sconfitte, le vittime, la (letteralmente) carne da macello.

La vicenda di Giuseppina, la tredicenne trucidata nel 1945, è diventata esemplare d’un modo di comunicare che non vuole trasmettere informazioni, ma eccitare passioni contrapposte, e con lo scopo – a mio avviso chiarissimo – di concorrere allo strisciante revisionismo che il fascismo di ritorno (posto che se ne sia mai andato) persegue, e sempre con maggiore forza (vi ricordo che lo sdoganamento è arrivato fino all’organizzazione di una nuova “marcia su Roma”, e se non è un segnale inquietante questo, non so cosa può esserlo).

Ora voi – e certo qualcuno nei commenti lo chiederà subito – mi chiederete: ma non è schifoso l’omicidio, pure brutale, di una ragazzina? Certo che sì. Più che schifoso: inaccettabile, mostruoso. Sono la prima a pensarlo e dirlo.

Ma non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione – come si è tentato, come si è fatto, come si continua a fare sulle più disparate tribune online (e come temo si farà nei commenti qui sotto) – per screditare una cosa che fu nobile, necessaria, eroica come la lotta per la Liberazione.

Non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione per condannare i partigiani (che gli dei li benedicano sempre), né tantomeno per assolvere i fascisti (che gli dei li maledicano sempre), o per tentare equazioni del tipo “atrocità furono commesse da entrambe le parti” (anzitutto non è proprio così, numericamente, e poi vi ricordo che fu la dittatura e l’infame guerra a precipitare il Paese dentro l’atrocità, da cui i partigiani tentarono di liberarci), oppure “i caduti sono caduti, da qualunque parte lottassero” (pietà per tutti i caduti, ma non posso mettere sullo stesso piano chi difendeva un dittatore liberticida, le leggi razziali, l’asse con Berlino, e chi ci ha liberato da tutto questo).

Inoltre, entrando nel merito della vicenda della povera Giuseppina, con tristezza devo constatare che il suo povero corpo è usato una volta di più come bandiera, strumentalizzato dai “fieri combattenti” (vi ricordo, maschilisti e sopraffattori come pochi: le donne sotto il fascismo vennero allontanate dalle scuole e dall’istruzione, perché la loro unica missione era figliare e allevare italiani) per le loro ragioni, che passano sopra i corpi di tutti, ma delle donne di più. Perché anche la costruzione narrativa di questa vicenda non è diretta allo scopo di rendere omaggio a una povera vittima.

Apro qui una parentesi per rimarcare che, chiunque fosse Giuseppina, era una bambina. Certamente sono esistiti bambini sfruttati dai fascisti e dai nazisti: bambini che hanno denunciato i loro compagnetti e le famiglie, che hanno collaborato ai peggiori crimini. Restano bambini, per definizione innocenti. La foto che ho scelto, appunto, è un fotogramma de “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani: il bambino fascista che, durante la “battaglia nel grano”, inganna uno dei combattenti per stanarlo. Quel bambino è odioso, e fa una cosa vigliacca e criminale, ma resta un bambino, al quale non possiamo imputare le colpe degli adulti, ovvero il padre che lo ha indottrinato e condotto a combattere con gli uomini. Pagheranno entrambi, nella scena: nella vita, questa secondo voi sarebbe stata “un’atrocità da assegnare a entrambe le parti” o piuttosto  “un’atrocità che si sarebbe risparmiata, se non fosse esistito il fascismo e un fascista così cieco e criminale da coinvolgere il figlio bambino”?

La ricostruzione narrativa della vicenda di Giuseppina, a partire dallo stupro – che pare sia solo un dettaglio aggiunto ad arte per rendere più sconvolgente la narrazione – , e proseguendo fino ai nostri giorni, nel delineare le figure protagoniste (il consigliere comunale che ha proposto il monumento a Giuseppina, l’Anpi locale, il professore di estrema destra che ha scritto un testo per il monumento), è pesantemente manipolata e viziata da superficialità e approssimazione – oltre a essere corredata spesso da una foto falsa –  come hanno dimostrato le severe ed encomiabili ricostruzioni di Valigia Blu   e(http://www.valigiablu.it/giuseppina-ghersi-fascisti-partigiani/) e Wu Ming e(https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/09/il-caso-giuseppina-ghersi-1/) . 

Ma questo – direte voi – toglie qualcosa alla vicenda di Giuseppina? Certo che no, all’atrocità della vicenda di Giuseppina non toglie nulla, ma toglie molto alla serietà di chi vuol farne un falso simbolo di rappacificazione e riconciliazione nazionale. Toglie molto a chi se ne sta servendo per farne una bandiera al contrario.

La rappacificazione, la conciliazione non possono passare attraverso la falsa memoria, la manipolazione o l’assenza delle fonti, la superficialità della ricostruzione. E soprattutto, rappacificazione e conciliazione non possono voler dire che un bagno di sangue (forse) dovuto a chi diceva di militare da una parte (perché non è chiarissimo nemmeno questo: se gli autori del crimine fossero davvero partigiani) serve a screditare quella parte e assolvere o nobilitare l’altra, che di nobile non ha e non avrà mai nulla, e potrebbe avere – sta alle coscienze individuali – il perdono, giammai l’assoluzione.

Riposi in pace Giuseppina, vittima innocente delle guerre di ieri e di oggi. Ma non riposi in pace la verità, mai.

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