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Archive for giugno 2011

Immagine 017
E chi se lo poteva immaginare che anche Torino, la compassata, ortogonale, positivista Torino, la moderata, composta, sabauda Torino potesse non bastare mai, scatenare bulimie come una Roma, una Firenze, una Napoli (buonanima, prima che finisse seppellita nei suoi stessi rifiuti, corpo vivente dell'Italia marcita di bugie e malaffare, vittima sacrificale e orribile metafora del governo morto che cammina). Chi se lo poteva immaginare, il mal di Torino, un male tricolore come una piccola coccarda all'altezza del cuore, proprio sotto il Po che è un confine vivo della città rettilinea.

  Invece questa Brioscia ha preso bauli e cappelliere e c'è tornata, nemmeno un mese dopo, a vedere se i parmigiani cagliavano bene, se il monsone passava puntuale e se era vero che pure lì esistono tigli infiammati che cantano forte al crepuscolo, come quaggiù (solo che qui il crepuscolo viene molto molto prima, secondo il paradosso e la beffa della luce del Sud).

 

La casa biancodorata

 

La casa biancodorata ha muri a volta, una profusione di gessi e ante verniciate, libri leggiadri appoggiati con noncuranza negli angoli, un baldacchino diritto sulla linea dei sogni. Ha cornici, tendaggi e lampade. Niente va perso, nella casa biancodorata: i suoi mille specchi conservano ogni gesto.
  La casa biancodorata, soprattutto, sorge proprio sopra i forni del Paradiso, dove ogni cosa viene tradotta in fior di farina: focacce, pensieri, tortine, ricordi, pandolci, dubbi, grissini (quelli torinesi che sembrano tutti fassino ma più tormentato). Onestamente, una Brioscia si sente davvero a casa.

 

La mappa di Torino (o l'ortoagonia)

 

  Nel centro di Torino, lo sanno tutti, non si perde neanche un bambino. Ma una Brioscia sì. Perché, vedete, Torino è troppo rettilinea e uniforme. Come un cubo di Rubik, ma con più negozi. E se c'è una cosa incompatibile con una Brioscia, cresciuta in certe strade storte che riportano solo indietro, o dove comunque non volevi andare (non consapevolmente, almeno), è un cubo di Rubik.
  Anche perché un luogo tutto ortogonale è, in realtà, solo una diversa specie di labirinto. Basta non capire la direzione (e non c'è direzione che non sia perfettamente equivalente), e sei già altrove.
  La Brioscia ha passato tre giorni cercando di capire quale altrove fosse, in quella selva di altrove confezionati per angoli retti. Poi, quando incontrava un torinese, o anche un mezzo torinese (ché Torino si può apprendere, ho visto, e praticare come da autoctoni, mentre ci sono città irriducibili, che non ti faranno entrare mai davvero nella loro mappa intima), lo guardava affascinato per la sua capacità di calcolare a mente gli incroci e spostarsi economicamente verso la meta.
  Forse ci sono città in cui non ci si può muovere, senza una meta. O forse non sono città, sono vite.


Parlapà!

 

Tecnicamente vuol dire “non parlare”, nel senso di “ma non mi dire!”, con tanto di esclamativo e allitterazione e francesizzamento sabaudo.
In effetti, è roba da non credersi.
 Io non ci volevo credere a cose come il tonno di coniglio, o i tajarin trombette e lavanda. Non ero preparata, al roastbeef di fassone. Non avevo strumenti, per sostenere la mocetta, o la borragine dentro ai ravioli.
 Quando mi sono seduta – e ci avevano apparecchiato nel separè guardato a vista dalle bottiglie, la vera stanza degli spiriti dove è possibile ogni commercio metafisico (perché Torino la positivista e rettinlinea ha tutto un rovescio oscuro e infernotto, tutto un camminamento incappucciato e ipogeo) – ho capito subito che ero circondata e dovevo arrendermi. Ci vuole un coraggio da leoni, ad arrendersi.
  Mi sono arresa alla misticanza, alla carne lavorata al coltello. Mi sono arresa alle macchine meravigliose esposte, anzi composte, in sala (una calcolatrice meccanica e caparbia, un'affettatrice luccicante che sembrava disegnata da pininfarina, severissimi sifoni del seltz). Mi sono arresa alla religione dello chef, che crede nelle materie prime come altri in San Gennaro, e loro, come San Gennaro, ricambiano la fiducia. Mi sono arresa alla famiglia dello chef, nebbioli barberine figli coltelli fassone mauretti cervelle davidi barbareschi dolcetti scherzetti e baroli.
  Ho persino chiesto che mi assumessero, o al limite che mi adottassero. Forse mi chiamano a ottobre. Parla pa.

 

Il bunet

 

  Dio era stanco, sabato sera. Aveva lavorato come un mulo tutta la settimana, e non era nemmeno troppo contento: alcune cose mica gli erano riuscite bene. Chessò, la pace nel mondo, gli scarafaggi, Calderoli. Le istruzioni per i videoregistratori, l'olio di ricino, gli scorfani, Gasparri, le suocere. Mia cognata.
  Era nervoso, e anche affamato: la Creazione è un lavoro faticosissimo, e nemmeno ben pagato, oggi come oggi. In frigo, poi, non c'era niente. Rovistando la cucina aveva trovato soltanto latte, zucchero, cacao (una grande ispirazione, quella dannata bacca: quasi meglio di quell'altra idea, il sesso). Un pugno di nocciole (belle anche quelle: le aveva piazzate un po' a caso, in Piemonte come in Sicilia, ma funzionavano benissimo. Altro che gli uomini), un pacco di biscotti strani, con un nome che nemmeno si ricordava: amarelli, amaranci, amaretti. Non era mai stato bravo con le parole, a parte quelle che gli erano venute in mente così, sette giorni prima, mentre giocava a lanciare elettroni piatti sul pelo dell'acqua e farli rimbalzare: fiat lux!
 Ma mica gli era ricapitato (quando riprovava: fiat lux! fiat lux! succedevano altre cose, tipo aprivano fabbriche d'automobili e s'alzavano Lingotti e occasionalmente nascevano pure Lapi con gli occhiali da sole e la evve moscia, ma niente di paragonabile).
 Solo che lui non sapeva cucinare. Al massimo due uova, e quasi sempre si bruciacchiavano e doveva buttare la padella (che non era antiaderente: gli sarebbe venuto in mente solo qualche millennio dopo).
  Insomma, decise di chiedere aiuto: non lo aveva fatto per la Cordigliera delle Ande, per l'Antartide o per l'ornitorinco, ma a tavola che diamine, l'orgoglio si può pure mettere da parte.
Chiamò l'unico che poteva aiutarlo: lo chef del Parlapà.
“Dai chef, ti prego, sono stanchissimo, non sai che settimana ho avuto”
“Ma guarda che ho gente, è sabato sera…”
“Via, se mi aiuti ti creo l'Amarone. No, l'Armagnac. Anzi, il Rum Agricolo. Naomi Campbell. L'amicizia. Quello che vuoi”.
“Oh ma dai, sei sempre il solito. Non voglio niente, ti ho detto: non lo sai che ogni cuoco è un po' dio e gli basta? Sta lì, che ti vengo a portare una cosa che ho inventato io oggi”.

Ecco, era il bunet. Quel bunet.

 

(continua)

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luna vera

  Che io ci credo, ai segni. Tutti. Figuratevi una luna rossa che ruzzola, immensa, nel cielo del dopo-referendum. Mi ero detta: bene, un altro festeggiamento. La passione sale fino al cielo e tinge pure la luna, la scettica, mutevole, irresponsabile luna.
 Carica dei miei simboli civili – segni, tutti segni: siamo vocabolari a cielo aperto, ma con le pagine mischiate e di una lingua sconosciuta – me ne sono andata in terrazza, a brindare. Avevo il tricolore garibaldino, l'adesivo senonoraquando con l'aquilone, la spilletta antinucleare. Avevo vent'anni da recuperare, alle scuole serali della giovinezza sfumata; vent'anni di attenta osservazione dell'ombelico, di m'ama-non m'ama (non m'amava quasi mai), di case concentriche (che sono altre forme d'ombelico), di ripiegamenti che sono le sconfitte di chi pareggia. Avevo quattro sì e ventisette milioni di matite copiative che tintinnavano in tasca come un gruzzolo nuovo, avevo un sindaco che a Milano aveva stretto venticinquemila mani senza smettere di sorridere. Avevo un numero imprecisato di amici conosciuti negli ultimi mesi, negli affannosi corsi di recupero in Manutenzione Democrazia, Gestione Risorse Civili, Agraria Costituzionale e persino Storia del Risorgimento A Venire: universitari sui tetti, precari nelle piazze (la peggiore Italia: quella che fa vergognare tutta l'altra mezza solo mostrando la faccia), giovani settantenni animatori della resistenza online, terroristi della gentilezza, kamikaze dell'ironia (si fanno esplodere in risate per tutti i socialnetwork e i blog, lo giuro: attorno a loro piovono le vittime: governanti, gerontocrati quarantenni, analfabeti telematici, nani e olgettine).
  Lo sapevo, erano tutti come me in quel momento, naso all'aria, a vedere pure questa: Santoro e Crozza e la Bindi a tingere col ducotone rosso la luna.
 Ho versato nel bicchiere il vino (rosso), e aspettato. Ma la luna non compariva. Che m'è venuto il sospetto che fosse come in Ecce Bombo (gli dei l'abbiano in gloria): l'aspettavamo da qui, la luna rossa, ed è spuntata dall'altra parte. Come l'alba, l'amore o la rivoluzione (in rigoroso ordine d'utopia).
No, eccola.
Piccola, dura, refrattaria. Camminava precisa nel cielo dello Stretto che era stato tutto il giorno fosco ma sgombro, del colore azzurro cinerino dello scirocco. Alle nove e mezza di sera – ed è un'ingiustizia – il Sud è buio come a mezzanotte, per la solita beffa palindroma della luce.
La luna, di taglia piccola, di bordo tagliente, saliva lungo la curva invisibile del cielo. Invasa come da un fumo scuro, come da un malumore. Mentre lei cambiava di colore, arancio-nero-violetto-porpora-grigio-sanguigno, io sono rimasta pietrificata, di pietra lunare, di pietra di catania, di pietra di sale.

  Ci sono segni che non si possono scomodare, altroché.
M'è presa una paura sicuramente antichissima, mentre lei si faceva così scura da scomparire. Sentivo i cani del quadrivio, le gatte pazze che si muovevano nervose. Sentivo il silenzio agitato, invaso dal fermento sobillatore dei tigli, dalla salsedine che sale ai piani alti, con la tristezza già estiva del mare di notte. Sapevo cose di raccolti rovinati, di controincantesimi, di fratindovini, di sortilegi distesi nella campagna.
  Non era una luna di vittoria: era la luna temibile dalle labbra chiuse, dagli occhi sigillati, dal latte rappreso. La luna remota dell'inizio dei tempi, quando sulla cima angusta della terra stavamo a guardarla pieni di terrore, sprofondati nel buio per sempre.
Mi dolevano tutti i dolori (i miei nel cimitero che guarda la montagna, il vasto coro degli assenti, le cicatrici degli errori, le occasioni mancate, gli oblii e i peggiori di tutti, i ricordi). Il futuro s'era cancellato, e non avremmo avuto che la notte, e il nostro proprio cuore da mangiare.

 

Ma è stato a quel punto che la luce è riapparsa, come un punto acuminato che feriva gli occhi. Dalla coda della luna – che è una sirena rotonda – ha cominciato a crescere. Lenta, veloce, calmissima, equatoriale. Spingeva la linea d'ombra liberando striscia a striscia la superficie di sasso della luna, che era d'osso bianco e sabbia di clessidra.
Il rosso si dileguava come il nero, come la paura.
Allora ho capito: era quello il segno, e il messaggio. Quella luce caparbia che spingeva con centomila mani l'ombra, per quanto potesse essere nera, per quanto potesse essere forte, e antica, e invincibile. Quella luce che splendeva per tutto il cielo, restituendo il futuro palmo a palmo.
C'eravamo tutti: io, le zie, Garibaldi, i tigli impetuosi che si muovono in branco per le notti. I “noi” ritrovati (il mio mi entrava alla perfezione, come se non fossi ingrassata d'un chilo), le bandiere. I figli – tutti i figli, che i figli non sono mai di due soltanto – il vino, le gatte, persino il mare.
La luna s'era quasi liberata tutta, quando ho brindato a lei con la marea del bicchiere, che la percepiva e s'impennava. Come una speranza.

 

Dedicato a tutte le lune rosse che inseguiamo, salvo poi aver paura del buio, come al solito.

 

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E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Mariella (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).
 Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente”, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

 

   In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c'è partita.
 


l'angelo elicottero porta in cielo il che (Chagall)

 

   Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – poco più di quarant'anni fa: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

 

  “Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch'erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare miti senza perdere il passato.

lezione d'anatomia, da Mantegna

   E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l'emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell'epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui. 
Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi – mi dicono – è un quasi anniversario (14 giugno del 1928, a Rosario, sulle rive del Paranà, sotto il segno dei gemelli, nasceva Ernesto Guevara De la Serna, non ancora detto Che), e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l'unica senza copyright, per volontà dell'autore, il benemerito Alberto Korda, che s'incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: "eccheccazzo, il Che detestava l'alcol". In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell'ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell'esistenza d'una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L'utopia.

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