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Archive for maggio 2014

Alexis Tsipras

In realtà questa cosa dell’Europa a me m’ha sempre turbata. Da quando ero bambina e nell’istituto di suore psicolabili in cui m’avevano rinchiusa ogni tanto scattava la tremenda giornata del “disegna l’Europa”, e noi disegnavamo solo quello che dell’Europa conoscevamo, ovvero simboli, bandiere, loghi, nulla. Io già da allora avevo qualche difficoltà col Nulla: non sono attrezzata per il Nulla, sono calabrese e c’ho l’horror vacui semiautomatico e il complesso cosmico della farcia. Poi sono pure di sinistra, che è un’altra tipologia di horror vacui su cui non sto a intrattenervi, perché temo la conosciate pure voi, non calabresi compresi.

Insomma, a parte il fatto che l’Europa era un luogo imprecisato ma molto grande dove tutti erano fratelli e sventolavano bandiere, non è che avessimo capito nulla, noi piccole Gertrudi di provincia. Tanto che poi, quando l’Europa s’è fatta sul serio, c’è toccato dare un senso e un contenuto, anzi mille, a quelle tragiche giornate di vuoto creativo. Non bandiere e parole ma proprio facce, strade, paesi, leggi, addirittura monete. I “fondi europei”, anzitutto, misteriosi danari destinati a piovere su campi da coltivare scrupolosamente selezionati e indicati dai nostri governanti, poi quasi sempre – almeno quaggiù – “non spesi”, o “sprecati”, o “mannaggia richiesti in ritardo” e “mannaggia comu ‘ndi capimmu mali”, o fatti piovere su discariche, mari aperti, deserti o tasche compiacenti. E poi lui, l’euro, la moneta fratella e sorella che ci avrebbe resi più popolo che mai.

Amo la verisimiglianza, benché corretta da robuste dosi di surrealismo magico; saprei disegnarvi passabilmente un gatto, un tavolo, una matita, persino il senso di colpa, l’abbandono, la iancura o i baronti. Saprei disegnarvi una delusione elettorale (devo solo sceglierla nella mia sterminata collezione), vent’anni di berlusconismo coatto e mia cognata vista di spalle a un buffet nuziale (tanto per restare nell’horror), ma continuo ad avere difficoltà a disegnare l’Europa. Mi vengono in mente cose incongrue: Parlamenti indecifrabili; editti sulla pesca e le arance tarocco; cazziatoni continentali; banche centrali e periferiche; parole come “jawohl”; l’euro, la moneta fratella e sorella, che nelle mie mani e nel mio portafogli diventa traditora; bandi entusiasmanti e poi silenzi assordanti; cugini che partono per l’Erasmus; mappe geografiche che si ristrutturano (ognuno c’ha il suo mappamondo, dentro, e le distanze sapete bene che s’allungano e s’accorciano continuamente). Qui dietro passa il vicolo del mio albergo al Marais di Parigi; lì accanto c’è quello scoglio dell‘Algarve; entro in quel portone di Vienna pieno d’ombra; pago con una moneta che è la mia ma non proprio la mia, perché ha la faccia di Mozart, o una civetta con gli occhi di Atena, o un’arpa celtica. E lì si riattiva il mio vecchio senso – o addestramento conventuale, non so – per i simboli, e mi commuovo perfino perché ognuno è scemo a modo suo.
Insomma.
Pur portandomi dentro tutto questo caos emotivo e sostanziale disorientamento nei confronti dell’Europa, io voterò a queste elezioni.

Primo, perché io intendo non sprecare mai (MAI) il mio diritto di voto, dal condominio all’Europa all’Impero Galattico, nel caso (e vorrei vedere Salvini che campagna farà per uscire dall’universo). (ma della faccenda dell’astensione come scelta attiva e del gandhismo elettorale, che io vitupero, parleremo un’altra volta).

Secondo, perché l’Europa unita è un’idea bella davvero: io, l’arpa celtica e la civetta e le baguette e persino i wurstel coi crauti (ma solo ogni tanto: fresella col pomodoro vince dieci a uno). Il che non vuol dire che debbano piacermi gli ultimatum, lo strapotere delle banche e la monetizzazione delle nostre vite, il neoliberismo concentrazionario che, lo capisco, non è un problema europeo ma cosmico, però da qualche parte dobbiamo pure cominciare ad aggredirlo e rifiutarne le premesse.

Terzo, io sono per la nascita di un nuovo umanesimo (che fu, appunto, un fenomeno europeo), basato sulla condivisione ma anche sulla diversità, sulla cultura come fenomeno virale, sulla traduzione come meccanismo vitale di “trasferimento” tra lingue, culture, popoli, cercando le affinità e sorprendendosi a vicenda sulle differenze, solo per scambiarsi esperienze e farsi vicendevolmente intravvedere possibilità.

Quarto, sono per un‘Europa di sinistra. La sinistra quella vera, quella che difende i lavoratori e lo Stato sociale. Quella che è interessata a un progetto davvero umano, ecologico, sostenibile, non fondato sulla divinizzazione del consumo e la finanziarizzazione dei rapporti. E l’austerità che vorrei non è quella di chi taglia alla gente per dare alle banche, non è quella economica ma quella dei comportamenti, del rispetto delle risorse e non del loro spreco. Vorrei sobrietà, serietà, lungimiranza. Orrore del compromesso. Laicità. Sacralità dei diritti. Tutte cose che non vedo nella sinistra che in questo momento ci governa (assieme con la destra, quella stessa destra, o quantomeno una sua parte, che ha fatto strame dell’Italia negli ultimi vent’anni, e soprattutto, semplicemente, non condivide nemmeno un pezzetto delle idee che ho io e del senso che io do alle cose).

Quinto, ho terrore di chi urla, e di chi urla cose come “chiudiamo le frontiere” o “usciamo dall’euro” perché il suo vero desiderio è barricarsi nel fienile e sparare a tutto quello che si muove lì davanti. Non mi interessa l’euro come braccio armato dell’Europa malvagia: mi interessa l’euro come possibilità di realizzare quell’Europa fratella e sorella che forse è possibile e a me piacerebbe.
Ho il terrore di chi vuole sparare agli immigrati sui barconi: mio nonno, mille anni fa, era su un altro barcone, e piangeva guardando Ellis Island. Non mi risulta che gli Stati Uniti siano stati travolti dalla carica di nonni come il mio che scappavano con la miseria alle calcagna e la nostalgia ficcata nel cuore come un coltello. E adesso non mi dite: che fai, li ospiti tu a casa tua? Beh, l’Italia è tutta casa mia, risponderei (a parte certe zone della Padania, immagino, dove non mi rilascerebbero mai il passaporto perché sono calabrese e non ho nemmeno diamanti da scambiare), e sarei lieta di pagare le tasse anche per questo, per costruire politiche di accoglienza degne e anche, prima dell’accoglienza, di intervento nei Paesi da cui la gente vuole fuggire perché, semplicemente, non ci si può vivere.

Infine, io voto Tsipras.
Perché è l’unica formazione che dice le cose che vorrei sentire.
Perché è di sinistra.
Perché non propone di chiudere i battenti ma di rifondare l’Europa.
Perché Alexis Tsipras mi piace: è giovane, serio, persino austero dell’austerità che piace a me.
Poi, che io abbia un debole per la Grecia e i greci è una cosa solo mia, ma ci deve entrare il fatto che ogni trenta parole ne uso una greca, che vedo nasi e nomi greci tutto attorno a me, compreso il mio, che ho sempre sentito la fratellanza e sorellanza con quella terra magnifica e sfigata (come noi, ha costruito la sua stessa rovina mantenendo una classe politica corrotta, famelica, incompetente), che continuo a credere che “Graecia capta ferum victorem cepit”, e sarei felice se la riscossa dell’Europa, la sua possibilità d’essere davvero quell’utopistica e magnifica costruzione che le suore cercavano invano di farmi disegnare, passasse per il suo membro oggi più debole, estenuato, sottomesso.

Capovolgiamo l’Europa e pure la Storia: voglio un governo di umanisti e non di banchieri. Capo-vogliamo l’Europa, daccapo.
E alle elezioni europee dico Tsì (pras).

Ps: non è secondario che nelle liste Tsipras ci siano persone che voterei (e alcune le voterò) con entusiasmo: Franco Arminio, Tonino Perna, Barbara Spinelli, Ermanno Rea, Olga Nassis, Moni Ovadia, Ivano Marescotti.

Ps: vorrei tanto che la madre superiora mi leggesse. Lei mi stracciava tutti i disegni. 

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