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Archive for dicembre 2007

andammo per gustare gardenie, e ci toccarono gigli inodori (Cuca Garcia)

  Dovrebbero vietarli per legge, i film coi protagonisti che in due ore invecchiano di cinquant’anni. Dovrebbero vietarli per legge, i film tratti da romanzi straordinari.
Dovrebbero vietarli per legge i film tratti dai romanzi di Gabriel Garcia Marquez. Quantomeno senza chiedere prima il mio parere.
 "L’amore ai tempi del colera" non è un libro. E’ un gioiello di famiglia. Un parente stretto. Florentino Ariza ha singhiozzato per ore sul mio sofà, con le sue spallucce strette e il vestitino miserabile, che non puoi capacitarti come possanno accogliere un’anima talmente estesa, e un amore così indefettibile. Fermina Daza ha familiarizzato con le zie, dal momento che – visibilmente – appartiene alla stessa specie di donne d’acciaio lavorato a punto croce: s’è scambiata ricette con zia Enza, maledizioni con zia Mariella e collane di turchesi con zia Rosalba (che indossa solo pietre del colore dei suoi occhi, e si cura la tristezza con questa cromoreficeria). Qualche volta l’ho pure incontrata io, nel corridoio, e ci siamo scambiate uno sguardo fuggevole ma diritto (non siamo donne da sguardi obliqui), proseguendo ciascuna per la sua strada.
 Perché, si capisce, nelle storie d’amore per qualcuno bisogna parteggiare: o lui o lei. Tutti e due non si può.
  E di fronte a lei che ha un colpo di sfulmine (il contrario del colpo di fulmine: ti viene quando guardi qualcuno e di colpo lo vedi davvero, o lo vedi come non puoi comunque sopportarlo. E’ una botta di disamore puro, un black out traumatico che, di solito, non si perdona a nessuno), lei che si sposa col dottor Urbino, lei che domina la realtà pur possedendo un intero portico di gardenie (cosa che, si sa, predispone alla metafisica in modo quasi irreversibile), di fronte a lei, lui con la sua pazienza da contabile, lui col suo sesso classificatorio (cataloga tutte le donne con cui va a letto per ingannare l’attesa di lei, e arriva a 622), lui con la sua capacità di sopportazione (una delle cose meno sopportabili, nella gente), lui non può che vincere.
  Insomma, ho ospitato lei perché dovevo, ma ho scelto lui.
 Ne sono stata ripagata con l’odore delle mandorle amare, un migliaio di aggettivi a testa in giù – un poco perché disperatamente australi, un poco perché nei libri di Gabo hanno quella funzione lì:
 capovolgono – colombe tropicali e il convincimento precoce che è la vita, e non la morte, a non avere limiti. Non è poco.
  Capirete che dovevo andare al cinema, a ogni costo.
Siamo andati, io, Florentino, Fermina, America Vicuña, Transito, Olimpia. Aironi azzurri, orchidee, ibischi, un pappagallo. Io portavo un cesto di gardenie, per ogni evenienza. Florentino aveva delle pergamene e un inchiostro violetto. La miciazza è rimasta a casa, ché lei ama solo i film d’azione o l’operetta.
Abbiamo occupato due file intere (ma c’era una folla di fantasmi che non hanno pagato il biglietto e si sedevano direttamente sulle ginocchia degli altri spettatori: io a vent’anni, io a venticinque anni, io a trent’anni, io come potevo, io come sapevo, io come non volevo, io in quell’androne, sola col libro ad aspettare quanto, tre ore, cinque ore?, io sul letto ormeggiato lento, io sulla spiaggia delle uova di dinosauro a chiedermi le ragioni misteriose della persistenza dei sentimenti e della loro sparizione improvvisa).
  Ma si capiva da subito, dalla locandina col fiore.
Era un pot-pourri aromatizzato al frutto della passione.
Era una cartolina esotica mandata per scherzo a una vecchia signora del Regno Unito.
Lui, Florentino, aveva la faccia del mio ex caposervizio, e pure la sua forfora, se non sbaglio. Lei, Fermina, aveva gli occhi da mucca di Giovanna Mezzogiorno.
Molto fiume, molti tramonti, molti fiori. Zucche, mercati.
Nessun odore.
Il colera sembravano le cinque giornate di Milano, i battelli sembravano Eurodisney e l’amore, l’amore sembrava yogurt scaduto. E poi le scritte erano tutte sbagliate: in americano di Hollywood. Persino quando Florentino, avvezzo a tutti i disordini dell’amore e non solo alla sua disciplina, intinge il dito nella vernice rossa e scrive sulla pancia di Olimpia: "Questa è mia". Lo scrive in americano. Probabilmente lo pensa, in americano.
  Evvabbè, lo capisco che non si può, proprio non si può tradurre una scrittura che quando cade a terra fa spuntare foreste tropicali, che bisogna stare attenti quando si muove il libro perché ne esce fuori di tutto (mappamondi, cuori di gesù trafitti, veli da sposa, gardenie, ossa, piume di colomba, polvere triste, eucalipti, rossetto). Che poi ti ritrovi i personaggi in giro per casa per anni, e ci parli, e gli chiedi cose e loro rispondono.
No, non si può.
  Il regista, che era quello di "Quattro matrimoni e un funerale" – e infatti era un inglese che guardava un sudamericano e gli parlava in yankee, per sicurezza – ha fatto del suo meglio, senza dubbio. Ha cucito cartoline "Saluti dal Rio del Plata" e musiche false (Shakira che canta finti Gardel). Ha appiccicato mustazzi bianchi e sparso segatura sui pavimenti. Poveraccio. Forse ha pure distribuito – verso la fine, quando lui e lei hanno quasi ottant’anni e si amano come sempre si dovrebbe, senza ragionevolezza né futuro – pannoloni e tazze di tisana.
  Noialtri, in platea, per lo più sghignazzavamo, a parte quando Florentino, colto da uno dei suoi accessi, sfogliava le gardenie e e gettava i petali indietro sul pubblico, stimolando nostalgie vaghe, ricordi, ribellioni incomprensibili, persino ferite.
  Poi siamo tornati tutti a casa, e Fermina ha fatto le tortillas.
"Domani ci facciamo restituire il biglietto" ha detto quella donna pratica e segreta.

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un natale storto: il giorno di notte

   Non capita spesso che dicembre cada di marzo, ma qualche volta sì.
E io lo dovevo capire, che era un Natale storto, da quando, l’altro giorno, l’antivigilia dell’antivigilia, s’è manifestato un cielo assolutamente improponibile. Alto, concavo, enorme, conteneva l’isola e la calabria dirimpettaia intere, e spazi non misurabili oltre le colonne d’ercole elettroniche (i piloni gemelli che chiudono lo Stretto), almeno fino alla torre saracena di Bagnara, fino al Capo che spartisce i venti ionici, fino agli entroterra arrampicati e chissà fino dove altro. E perfettamente chiaro, col fondo piatto che ci poteva viaggiare qualunque nave celeste, galeone spagnolo o transatlantico emigrante o barca fatata di re artù, ulisse o chiunque altro. Con le nuvole giuste, pure: candide, fioccose, la cotonina del cielo profusa. Ma proprio al centro, un centro minaccioso e vorticante che ruotava sopra la città e ci seguiva ovunque andassimo, c’era un nuvolone nero, pieno di grandine, fulmini imprigionati e natali storti.
  La gente continuava a guardare in alto e non si capacitava (come, si dice, un tempo avessero guardato un’assurda stella viaggiatrice controvento, con una coda piena di presagi), perché il cielo era così basso e privo di speranze, nel centro, sopra la città, al centro esatto della tua vita, che si spostava ogni volta che ti spostavi. 
  Dicembre quando cade di marzo fa così: la luce della primavera, ma un azzurro duro a cui s’appoggiano le punte ghiacciate della calabria. Il sole liquido su cui viaggiano le navi bianche di mattina presto, e poi, alle undici in punto dell’orologio meteorologico, una tempesta che fa esplodere gli ombrelli e cancella ogni navigazione presente e futura.
  Insomma, io dovevo saperlo.
Specie quando ho forato la gomma per quattro volte di seguito. Vabbè, la prima era certo la storia di Pasqualina, che lasciava ovunque bruciature come di sigaretta, col bordo che continuava ad ardere per conto suo. Ma le altre no, le altre erano il Natale storto che si manifestava.

  Sono stati giorni metafisici, di colloqui col gommista Musumeci Stefano – una cara persona con cui siamo diventati ottimi amici e che certo ieri, stappando lo champagne francese, m’ha pensata – e d’approvvigionamenti coatti per la cena di vigilia. Il menù l’aveva scritto di suo pugno il mio ex marito, che odia le feste comandate e, visto che non può sopprimerle, cerca di farle diventare eventi situazionisti. Voi obietterete che le feste comandate sono già eventi situazionisti, e avete ragione.
Ma lui non lo sa.
  Abbiamo mangiato cose invereconde, terrine di fagiano, tagliatelle limone e vodka e cappone ripieno di qualunque cosa (pistacchi, tavolini, tritato, stilografiche, fodere di velluto, crema di latte, plaid scozzesi). Una batteria di tartine caviale-pomodorisecchi-camembert-tartufo-carote e impermeabili da donna, marrone. E bevuto, anche. Un margarita cadauno (sì, vi pare normale cominciare una cena di magro con un margarita?), traminer aromatico, un Beaune in omaggio a certe gioventù scomparse, un distillato impronunciabile che faceva vago odore di muffe, raffinerie e grotte di salnitro. Alla fine, una torta setteveli falsa.
  Io ho mandato il mio clone.
C’era una brioscia seduta a mangiare, e soprattutto bere, compiacendosi del fagiano e del bitume e raccontando aneddoti d’epoca, e una brioscia esiliata dentro il suo stesso Natale storto, che ricapitolava le assenze e si piangeva addosso, con tutte le gomme a terra.

  Così non avevo scelta. Ho dovuto mangiare un cenone immaginario, quello che avevo raccontato a Musumeci Stefano, alle zie, ai colleghi, al portiere.
Vongole lasciate a spurgare dentro il vaso marmorizzato, ghiotta di stocco con le olive e senza, col cavolfiore e senza, con le patate e senza. Carciofi, caponatina, tortelli di magro. Mia madre che dimentica il servizio col bordo dorato, i cesti di clementine senza semi. Il pane coi nastri rossi. Mio padre che cura il capitone come se fosse il padre d’Isacco. Le scacce. Persino mia nonna, il suo insopportabile rollò che sa di scantinato, di prosciutto, di dopoguerra. Le crocchette di besciamella della prima zia civilizzata, zia Rosalba. L’insalata russa col doppio segreto di zia Enza. Il risotto sperimentale di zia Paola. Il cavolfiore bollito che ci dividiamo tacitamente io e zio Renato, nelle retrovie. Le olive col formaggio di capra. Il vino pessimo, aspro e acetoso pieno di strade di campagna e seminterrati col tappo a corona. E poi panettone con canditi e uvetta, fichi secchi imbottiti con le noci, torrone duro con le mandorle e il miele scuro dei fiori d’aspromonte.
  Tutto l’amore di quei natali pieni di odio, di sopportazione. Io che stavo seduta a mangiare e il mio clone immaginario che frugava vari futuri, tutti inverosimili, scavalcava lo Stretto, mangiava in gran segreto natali di fagiano e bitume e fuga e camembert.
  I finocchi arrivavano alla fine, per togliere il sapore (ma non era vero: era per introdurre una cosa bianca che nettasse, ripulisse via tutto il sugo, gli eccessi di pomodoro e condimento e rancore della grassa vigilia di magro; era per fare una comunione pagana e vegetale, scambiatevi un segno di tregua e mangiatene tutti).
Non si può mangiare il cenone immaginario, ma è molto nutriente lo stesso.


  Sono stata molto infelice, ieri sera. Stamattina faccio colazione col cavolfiore e stabilisco che non accetterò mai più di mangiare un cenone immaginario. E che a Capodanno voglio zampone, lenticchie e tortellini. E mia madre e mio padre.
E il mio albero obeso di due metri. E mia nonna coi suoi rollò. E il vino cattivo. E D.

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 Pasqualina, vittima designata, bada alle pecore, bada alle vacche, bada al podere. Pasqualina tiene la testa bassa, conta le pietre per terra. Una, una, una, una. Pasqualina sa poche cose, il sì per lei è sì e il no è no, e il resto viene dal diavolo. Il diavolo è bellissimo, abita di fronte alla sua casa, ha un completo scuro e una macchina. Lei lo ama. Trascinando la corda delle sue giornate – dentro il podere e fuori il podere, dentro la stalla e fuori la stalla, su in terrazza e giù in terrazza, su in cucina e giù in cucina – Pasqualina, che nella mente ha poco spazio e nel corpo pure, ma ha un’anima talmente grande (sono tutte grandi, forse, ma forse no) che copre la vallata petrosa, scavalca la montagna e passa il confine, dove la Calabria diventa Basilicata, Pasqualina, che cammina a testa bassa, contando le pietre per terra, una una una una una, Pasqualina, che non sa nemmeno se la sua faccia è brutta o bella, Pasqualina, che vive sola con un padre una madre due sorelle e un fratello, Pasqualina si lattarìa per la voglia di sposarsi, per la paura di restare zitellona, caduta di guerra, milite ignota come tante che gli partirono gli uomini e manco tornarono, e le lasciarono morte in vita, zitellone.
Pasqualina incontra il diavolo tre volte, in qualche ruzzolaserpi dove le pecore seminano lana e olive di cacca, in mezzo alla ginestra spinosa e gialla come la paura. Il diavolo dice: stai tranquilla, spusamu, spusamu. E se ne parte per l’America, il diavolo, senza dire niente a nessuno. Pasqualina resta sulla terrazza, a guardare la casa di fronte, a guardarsi la pancia.
Prega, forse, Pasqualina, non si sa bene quale divinità diabolica che coincide coi sassi, col vestito nero di màtrima, con la faccia nera di pàtrima, con le lettere colle strisce celesti, quelle che vengono dall’America, ma non per lei, non per lei.
Per lei c’è una latta di petrolio, e un cerino, un giorno che tutti sono usciti dalla casa ma suo fratello no, suo fratello che deve fare una cosa importante: lavare col fuoco l’onore di tutti.
Brucia, Pasqualina, di colpa, di vergogna, di dolore. Brucia di petrolio, di disonore. Brucia di cerino, di focolare, di padre e madre e sorelle e fratello. Brucia di diavolo e d’america. Brucia di Calabria.
Brucia sotto la fontana, brucia dentro l’acqua, nel letto d’ospedale. Brucia nella stalla dove la nasconde zia Stella, come le stelle che stanno in cielo, che la nutre con briciole d’amore (che l’amore è potente e pericoloso, guardate come ne basta una goccia, e nascono figli, ne basta una briciola, e uno non muore, bastardo amore potente e pericoloso che rovini e salvi le vite).
Il 24 dicembre, nella stalla, di nascosto agli uomini ma non alle stelle, tale e quale a Gesù, il santo più forte di tutti (ma forse non dell’amore, non del diavolo, non del disonore, forse), nasce il bambino di Pasqualina e del diavolo: si chiama Saverio.
Saverio ora è un bello giuvini, alto. Pasqualina brucia ancora, con la pelle del mento attaccata al petto, per sempre, la testa china per sempre, a guardare in basso, a contare le pietre per terra. Una, una, una, una.

Ieri sono stata a teatro. Un teatro piccolissimo, sia pure nella città teatrale dell’isola teatrale che spalanca i suoi sipari dappertutto, le sue recite tragiche o grottesche (indistinguibili, talora).
Sulla scena, uomo con sedia.
Questo uomo.
Un uomo che diventa, da subito, col tuppuliare del pieduzzo, con la manina fessa, con la testa china, diventa
Pasqualina. Diventa la montagna che divide la Calabria dalla Basilicata, il qui dal lì, Pasqualina dal diavolo, il diavolo dalla sorte.
Oh come piangiamo tutti, in platea, sprofondati nelle nostre poltrone. E non so perché ho pianto, o a che punto. E’ stata una reazione incontrollabile del corpo, che reagiva al corpo di Pasqualina, al corpo vivo e caldo del sopruso, della sorte, del diavolo, del dolore. Non era pianto, era piuttosto un chiamarsi di fluidi. Mica si poteva resistere.
Piangevo io, piangeva il mio guerriero medievale e motociclista accanto a me, piangeva suo fratello attore sotto i sopraccigli grossi, piangeva l’attore famoso coi mustazzi arrivato alla chetichella, piangeva la mia amica del tango con la sorella bionda che lei pure piangeva.
E si andava aprendo, per tutto il tempo, come un foro, qui nel petto dell’anima, un foro rosso: potevo vederlo distintamente, appena chiudevo gli occhi o forse nemmeno. Come una bruciatura.
Son uscita perciata, con questo buco grande, dai bordi rossi, qui nel petto dell’anima, e per tutta la sera e buona parte della notte lo sentivo che bruciava un poco, e attraverso ci passavano cose. Ci sono passati pensieri, interi fantasmi, alcuni morti, alcuni vivi, cioccolatini, nostalgie, grandine, oggetti. Quando sfioravano il bordo facevano un poco di fumo, un fumo leggero che mi dava le lacrime.
Più tardi ho forato, la gomma posteriore destra. Ma io lo sapevo che era quel buco che si manifestava. E poi ho tirato un filo del maglione, con la spilla: s’è aperto un foro. Era quello, era la storia di Pasqualina che mi restava dentro come un malessere, un magone, un buco di bruciatura sulla pelle dell’anima.
Certi dolori sono meglio delle gioie.

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una stanza del caos, forse mia (Mario Bianco)

  Custodiamo il caos in una stanza.
In effetti, lo custodiamo in un sacco di posti diversi, non tutti necessariamente fuori dalla nostra persona, ma la stanza ha questo uso da tempo immemorabile. Forse ce la trasmettiamo geneticamente: mia madre aveva una stanza del caos, mia nonna pure, la mia bisnonna anche. E ce l’hanno tutte le mie zie. Le mie cugine non so, perché pure se parlano farfallino e hanno variamente ereditato le ossa sensitive e i sogni premonitori vivono troppo lontano da qui, qualcuna pure in certi Nord piatti e premuti dalla nebbia o sommersi dall’acqua alta. Ma sono certa che il caos ha il posto che si merita, anche da loro.
  Ieri mi sono addentrata nella stanza per cercare l’albero di Natale. Faceva freddo, e scansando i mucchi di cose – cose estive, cose dismesse, cose consumate, cose indecifrabili – m’è venuto il solito groppo e sconquasso di quando entro nella stanza del caos.
 Cercando l’albero – i viali sono irregolari, la vegetazione sempre diversa – ho trovato una quantità di oggetti che avevo dimenticato, che poi è il motivo per cui esiste quella stanza, e non riusciamo mai a liberarcene.
Solitamente sta nel luogo più buio della casa, ma tanto le imposte restano chiuse, e pure la luce s’accende con difficoltà, ché la stanza non ama essere disturbata: ama restarsene a ruminare anche per anni (va da sé che il tempo, lì, ha una misura e un valore differenti: puoi entrarci e starci due o tre mesi, e fuori saranno trascorsi neanche venti minuti), trattenendo, mescolando, impastando.
  Nella stanza della casa di mia madre c’erano per lo più cassette di liquori e bocce d’amarene vecchissime, bottiglie di pomodoro, bicchieri incartati uno per uno ma spaiati. C’era pure una bicicletta da donna, rosa confetto, che non uscì mai per strada (da noi è impossibile usare le biciclette: le strade sono tutte in salita, anche le discese, e abbiamo due automobili per ciascun abitante, compresi gli infanti, i moribondi e gli emigrati): la stanza del caos, per sua natura, oltre alle cose morte trattiene pure quelle non nate, quelle ipotetiche, quelle abortite, quelle immaginarie.
  Nella stanza della casa di mia nonna l’aria era così fermentata che saziava come la ricotta, o si solidificava spontaneamente in formaggio lunare, costellato di minuscole conchiglie, pietruzze, picciòli, gusci di nocciola.
  Anche nella mia ci sono varie specie di cadaveri, ma non è propriamente un cimitero, essendo in realtà un luogo vivissimo. Non a caso la miciazza ci ha fatto uno dei suoi nidi preferiti, nella vecchia poltroncina di tela bianca dove mio padre sedeva ogni sera, per un numero imprecisato di anni, forse cinquecento, a guardare la televisione. La poltroncina è piena di cuscini ricamati da persone estinte, scialli con le frange e sciammissi fuggitivi: credo che la miciazza se la sia costruita tutta da sola, trascinando col muso, o col becco (la miciazza cambia di specie, ogni tanto), tutti gli oggetti che le piacevano, come si fa di solito coi nidi.
  Sospetto che viva lì anche il fantasma trovatello che s’è presentato dopo la tempesta di cenere, due settimane fa (ma di questo parleremo un’altra volta, che la stanza è suscettibile e non voglio urtarla).
  Insomma, l’albero di Natale non l’ho trovato, ma ho trovato una quantità di lettere d’amore non mie, nastri, graffette, pacchi di fotografie, mascherine di carnevali trapassati, bottoni, galeoni spagnoli arenati, scatole del nulla, collane, un cappotto cammello, sei bottiglie d’olio (oggi si mangia insalata di pomodoro)(ma in effetti si mangia ogni giorno insalata di pomodoro, a casa mia: è la nostra comunione laica ma spirituale anzi terrestre).
  Perché il caos è una cosa viva – qualche volta mi viene il dubbio che dovrei dichiararlo all’anagrafe – con un corpo fatto da tutte quelle parti dei corpi nostri, anime comprese, che si estendono variamente nello spazio e nel tempo, e da cui cadono o rotolano continuamente cose. Mi sembra saggio, che finiscano in quella stanza.
Così, credo, ci mettiamo al riparo dai rimpianti, e da un numero eccessivo di lutti.
  Oggi comunque ci torno, per cercare l’albero.

  La verità è che di quella stanza sono in pari tempo fiera e vergognosa: io so perché c’è, e mi conforta che ci sia. So che raccoglie tutta la follia necessaria della casa, e forse mi protegge oscuramente da certe geometrie domestiche e familiari che mi fanno orrore (tipo i centrini, i cognati, i cassetti). Ma mi viene difficile giustificarla, quando qualcuno se n’accorge, e non si spiega cosa ci faccia, quel sottoscala-cantina-soffitta-magazzino-obitorio, nel cuore d’un civico appartamento. Li sento, pensano che, malgrado la patina di civilizzazione, siamo rimasti barboni erranti in qualche aspromonte remoto. Io, come posso spiegarglielo che hanno ragione?

ps: l’acquerello che illustra la stanza del caos è di Mario Bianco, pittore e dipintore di cose incredibili, impensabili, inimmaginabili. O di cose che saranno. Di cose del caos, insomma.

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natura morta con insanìe (Guttuso)

alla poesia non c’è rimedio
chi ce l’ha
se la gratta come rogna


 La poesia distese il suo corpo per traverso nello Stretto, e si lasciò salire addosso passi e navi per tutto il giorno. Noi la vedevamo di sgrincio, ci veniva di spalle nella sala del convegno, ma in qualche modo ci stavamo anche seduti sopra, coi piedi delle sedie affondati nella sua pelle piena d’escara e croste. Quando cambiavamo posizione, il suo immenso corpo bianco traballava, si sommoveva e produceva tremolizi e anche rumori qualche volta osceni, che stavamo ad ascoltare attentamente.
  Dopotutto, lo scopo del convegno era quello: capire, affondare il bisturi, misurare la pressione e l’atmosfera, valutare il livello dei fluidi, far domande indiscrete sui parenti e gli amici.
  La cosa curiosa era che – a differenza di tante altre volte in cui la poesia è già cadavere, e tutti in sala stanno con guanti di lattice e mascherina antisettica, e parlando lasciano uscire sbuffi di ghiaccio secco e formalina, e qualcuno a volte taglia pure sottilissime fettine di poesia stecchita con un’affettatrice professionale – questa volta la poesia era viva.
   La poesia era quella di
 Jolanda Insana, fattucchiera e mavara, pupara e prestigiatora, che sedeva lei per prima su quel corpo vasto che solo in alcuni punti poteva rassomigliarle, a stare ben attenti. Nel doppiofondo della voce, per esempio, che in basso si sgranava in un catarro spesso di fumatrice, in una parte interamente porosa e oscura che sfuggiva a tutti. Forse qualcosa nel viso, un bel viso di Gorgone che muove eventi solo con gli occhi. Forse qualcosa nell’attitudine assassina del braccio, che sembrava fatto per particolari fendenti, determinate coltellate di bellezza.
  La poesia si stendeva dal ’37 a qui, da Roma ai sobborghi piano piano inurbati di Messina, dal porto di navi bananiere e di emigranti alla carta sottile d’un’opera omnia, un libro spesso che, ad agitarlo, suona di sciare, sciarre, sonagli, barbagli, alchimie, angherie. La poesia si stendeva da un balcone dove si caliavano le cotognate al tavolo ovale attorno al quale erano seduti un tot di critici letterari e professori, però strani anche loro.
  Perché la poesia della mia concittadina Jolanda Insana (e se non è un nome profetico questo, non so quale possa esserlo), per sua natura, essendo così estranea a fanfare, bignami e pannicelli caldi, soffre d’incompatibilità assoluta coi tromboni accademici, colle madonnine infilzate e i pii languori.
  Perché per togliere le croste a questa poesia, per sopportare il suo carico di pessimo umori, per farsi battezzare col sale grosso e la rema morta, per seguire gli alterchi di vita e morte che si sciarrìano tirandosi tozzi di pane, meraviglie, aggettivi greci, grano saraceno, monete di bronzo, pescespada disamorato, boccali di follia, ci vuole stomaco, ci vuole fegato. E ci vuole anche occhio.
  Sicché tutti si drizzavano come potevano, sul corpo della poesia, e ci camminavano coi tacchi e i bastoni, e lei, Jolanda, diceva "fate, fate pure", e loro lì a tirar fuori dalle ferite sorbe, malebolge, puntesecche, madri universali, archetipi, pescestocco, poeti arabi, tenebrìe, colate laviche, voragini prime e seconde, rose fresche aulentissime, cacca, martòri, onomatopee. E lei, Jolanda, a dire: sì, quel frammento di sonetto ce lo avevo messo, ma il prezzemolo no. Sì, quella è un parola greca, si legge vogliadesìo, oppure amaroscuro, lo sapevo, ma quella no, quella è cresciuta da sola, e indicava un sostantivo a forma di agave, spinoso, di colore arraggiato, dolcissimo a mangiarlo, a masticarlo come si fa con la poesia, che alla fine è sempre un "prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpus".
  Io stavo seduta in platea, accanto a una sacerdotessa cogli occhi bovini, a commuovermi per la millesima volta su un poemetto dedicato alla madre: “non ci sarà non ci sarà e ci sarà finché c’è la parola che la dice”.  Più ci frusta più ci rende lagrimosi, la maledetta poesia, fottiverso e picchiacuore e gabbalessemi e scannaparole com’è.
  Sono piovute sillabe sulla città per due giorni interi, e noi camminavamo senza ombrello, e lei, la poetessa – che quando le ha finite appende le poesie, una per una, con le mollette, ai fili, perché prendano aria e s’asciughino, perché la circondino col loro respiro e lei possa sentirne ogni dissonanza, dal suono di foglie che fanno – la poetessa mavara e pupara stava sotto la sua stessa pioggia, seduta sulla sua stessa poesia, con un’aria di miracolo e tenerezza che, di solito, nasconde molto bene sotto la polvere da sparo.

  Io ho letto tutte le poesie di Jolanda (gerundio del verbo jolandare) Insana (presente indicativo del verbo insanire, o del verbo insanare, o più probabilmente tutti e due), e non mi sazio. M’ha passato – la passa sempre a chi la legge – la sua forza più bella. La fame.

Questo per raccontarvi che ho conosciuto una poetessa formidabile, una mavara vera, che aveva scritto nella lingua che qui parliamo senza saperlo, la koinè dello Stretto, e io infatti non lo sapevo ma ho rimediato. Una poetessa che scrive foramalòcchio, mìzzica, intrasàtto. Criatùra, lisciabùsso, ruzzolasèrpi. Che scrive cose che ubriacano come vino nero. Ci sono stati due giorni di convegno accademico, un recital, una paginatrè (questa). Ma soprattutto una frattura, una frattura che quel corpo smisurato ha aperto qui, in riva ai due mari.

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