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Archive for ottobre 2006

donne divise si ricompongono come pulviscolo (Dalì)

 L’Ora In Più era dentro un vasetto di terracotta, chiuso. S’agitava con un rumore di acque.
La Donna Divisa chiese: “E’ questa, allora?”.
L’Uomo Delle Stagioni rispose con un cenno. Sì.
 L’autunno intanto s’era cacciato chissà dove. Era giugno fatto.
“Ma è il 29 ottobre” obiettò la Donna Divisa, però debolmente, ché tanto lei era avvezza all’impossibile. Lo praticava tutti i giorni, anche due volte al giorno.
Lei, per esempio, dall’inizio di quell’autunno estivo era più divisa del solito: una parte frequentava il liceo, alcuni giorni di fine anno. C’era la luce di certi pomeriggi fuori dalla scuola, pietra gialla e labbra, e dipinti di Caravaggio e versi alessandrini: le sere si schiudevano lentissime, piene di passioni future, sillabe, alberi di magnolie secolari dalle foglie come piccole barche.
Lei stava lì, traduceva col vocabolario di greco – che era il Rocci, ed era la cosa più assurda che avesse mai sfogliato: una lingua dissezionata, distesa e trafitta da migliaia di piccoli spilli, come una sfilata di falene, come un futuro già morto.

 L’autunno intanto era nascosto a duecento chilometri sotto il mare e la terra, e sul suo capo incoronato passavano le navi larghe dello Stretto.
Ogni mattina lei scrutava il cielo, e non c’era niente.
“Sono molto lente, quest’anno”, diceva all’ Uomo delle Stagioni, che rispondeva solo con un cenno. Sì.
Lei si rammaricava di nascosto. Avrebbe voluto sentire la venatura di rame che scorreva all’incontrario dalla terra al cielo, spargendosi per le foglie – come un veleno, come certi amori prepotenti, distruttivi, belli a guardarsi di lontano. 
Lei avrebbe voluto ricomporsi un poco: le capitava, qualche volta, nella stagione fredda. I pezzi di lei si ritiravano, dalle terre, dai giorni, dalle cose. Poteva stare un pomeriggio intero rannicchiata sul divano, addosso la coperta scozzese, sul grembo un gatto, caldarroste, un libro. Senza memoria, come l’autunno di ogni anno.
E invece no.

 Le sere avevano un odore sbagliato: lei s’affacciava sul terrazzo, a occhi chiusi inspirava forte promesse, spiagge, giovinezze, ciottoli caldi, polline, infiorescenze, possibilità. L’aria suggeriva che tutto fosse possibile, anzi necessario.
I colori non aiutavano: al nero azzurro e cristallino di settembre s’era sostituito un oro rosa diffuso, una curvatura del cielo che sfumava nel cremisi, nel corallo, nell’incarnato delle pietre senzienti che recingono l’estate.
“Ma questo è l’odore di giugno” esclamava, voltandosi verso l’Uomo delle Stagioni. Lui, invariabilmente, annuiva. Sì.
 Lei restava a lungo sul terrazzo, a respirare ampie boccate, e parti di lei si staccavano a caso e volavano all’indietro, dove potevano restare per un mese o un anno. Una casa al mare sulla costa viola: la vigna blu chiudeva l’orizzonte. Il due novembre al cimitero, con la nonna: le cerimonie necessarie perché i morti restassero al loro posto, dentro di noi.
“Nonna, io non li sento” diceva la bambina toccandosi il petto. “”Nonna, per me non ci sono. Ma poi ci saranno? Ci saranno anche per me?” .
Lei la guardava col suo sguardo d’acqua celeste, e poiché aveva sottoterra, e dentro, un figlio e un marito e una madre e una sorella, sorrideva soltanto, desolata e sapiente. Sì.

 Pezzettini piccolissimi della Donna si distribuivano a caso nello Stretto. Una cenere rosa come quella delle palpebre di giugno.
L’autunno, intanto, sprofondava nel silenzio delle vene di roccia pura, sotto le correnti, sotto le isole: nessuno riusciva a chiamarlo fuori, nemmeno il terremoto. Aveva scosso ben bene le coste, giovedì, mentre il pomeriggio agonizzava, arancione, e le magnolie stavano quasi ridestandosi, come i gerani: il loro tormento vegetale si poteva percepire chiaramente, come un ruminare sommesso che invadeva le piazze.
 La Donna Divisa si lasciò dividere anche dal terremoto: ricordò la fuga, di notte, in braccio a papà. Tutti correvano verso lo spiazzo piatto dove ora c’è il Palazzo della Regione, e allora solo una fila di baracche di lamiera, e i caseggiati torvi in lontananza. Passammo a prendere la nonna, che lottava col suo busto di cento ganci, e cercammo la zia ch’era fuggita in vestaglia con uno dei figli in braccio, dimenticandosi tutti gli altri: “Non sapevo dove scappare, e speravo mi spuntassero le ali” ci confidò dopo, mentre bevevamo caffè e i maschi studiavano il modo di uscire dalla città, se il terremoto fosse tornato a prendersela.
La Donna Divisa restò a contare le oscillazioni, ondulatorie e sussultorie, mentre l’autunno s’aggrappava con dita di rami al centro della terra. 

 E intanto stava per arrivare novembre, coi suoi segreti funerari di zucchero, i suoi vialetti, i suoi interstizi di silenzio. "Finirà, tutto questo?” chiese la Donna Divisa, mentre sul terrazzo respirava un’altra sera sbagliata e aromatica.
L’Uomo delle Stagioni, al solito, annuì. Bugiardo.

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una non-pipa secondo Magritte

 C’avevo un fidanzato, duemila anni fa, che amava i giochi di parole. Divideva le persone in “allitteranti” e “non allitteranti”. No, non è questo l’unico motivo per cui l’ho lasciato, però non era uno degli ultimi.
In effetti io all’inizio lo trovavo affascinante, devo ammetterlo. Mi scriveva sms cifrati dei quali non capivo una cippa, se non che ci doveva aver messo ore, a pensarseli. Il che è già una bella prova d’amore, no?
No, in effetti. Ma io allora mica lo capivo.
E’ che venivo da una famiglia, anzi due, dove si diceva pane al pane e vino al vino. Poi, che si vivesse in un vortice di segni e presagi, dove ogni cosa stava per un’altra, era una faccenda diversa. Ma le parole non si discutevano, semmai si usavano. Come bicchieri, porte girevoli, forchette, tavoli, forcine, coltelli, per lo più coltelli. Le parole ci sono sempre servite per scambiarci cose, per pettinarci i capelli, per nasconderci dentro, per oltrepassarci, per dimenticarci, per tradire, per farci coraggio, per attraversare le strade, per scaldarci i piedi, per abbottonarci, per picchiare qualcuno.
 Parliamo per graffiare, per mordere, per accanirci. Parliamo per starci lontani.
Qualche volta parliamo per consolarci, ma accade di rado (nonno Basilio s’era pure inventato una lingua, e se la parlava da solo, per darsi conforto: era fatta di sillabe che duravano ore, e riempivano tutta la casa. Al mattino, certe volte ce n’erano così tante, tutte aggrovigliate sul pavimento, che mia nonna doveva buttarle fuori con la scopa): siamo gente di gesti, o di guerra, per lo più.
Parliamo per usare e piegare il mondo, e gli scongiuri, i sortilegi sono solo parte di questo potere, né più né meno d’un certificato d’invalidità civile, d’un libretto della pensione, d’una bolletta del gas.

 Così, ho dovuto scoprire tutta da sola la bellezza, l’ombra e l’inutilità delle parole. Mi ricordo pure quando avvenne: avevo undici anni e lessi, in un’antologia altrimenti inutile, “Vocali” di Arthur Rimbaud.
Fu come spaccare il cielo e scoprire che, dietro, c’erano altri mille mondi in fila. 
 Col fiato corto, andai dalla prof d’italiano e le dissi: “Per piacere, possiamo leggere “Vocali” di Rimbaud?”. Lei mi guardò e rispose: “Meglio questa”. E mi porse “Il 5 maggio”.
E’ chiaro che era prezzolata dall’Ufficio Soppressione Amore per la Poesia E Non Solo. E’ chiaro che aveva profondissime turbe sessuali, e non solo. E’ chiaro che aveva paura degli aggettivi: immaginava aggettivi nascosti nell’ombra che l’aspettavano per spalancare l’impermeabile, forse. Forse i periodi ipotetici le facevano telefonate piene di sospiri. Forse gli avverbi di modo – i miei preferiti, ma allora non lo sapevo – la toccavano sotto la gonna, quando passava, e lei doveva difendere la sua virtù. Forse pensava ch’avrebbe perso il paradiso. Certi paradisi somigliano sputati all’inferno, viene da pensare.
Insomma, è stata dura.

 Ed è stato uno dei motivi per cui lo scemo allitterante mi piaceva tanto: era uno dell’altro lato del mondo, uno che percepiva le parole come sono, ibridi mitologici, fenici, chimere metà cosa e metà idea. Macchine del tempo, trabocchetti, bauli col doppio fondo. Ne assaporava la consistenza propria e squisita, la capacità mimetica, il lato ludico, potente e mostruoso.
Però era scemo, presuntuoso e pure sessualmente inetto.
Ma io, agnella, non ne sapevo nulla, allora, di sessualità e metonimie, di libido e onomatopee, d’orgasmi e ossimori. Ignoravo le mie zone erogene: avverbi di modo, ablativi assoluti, ellissi, paronomasie, gerundi, litoti. Ignoravo le più comuni gioie orali: al primo reading di poesia assistetti che avevo vent’anni abbondanti, e mi imbarazzava, essere vergine. Non sapevo nulla neppure di contraccezione: non sapevo come ci si preserva dalle conseguenze emotive d’un aggettivo, d’una paratassi, d’uno hysteron proteron.

Ora, ammetto, ho una pellaccia, e per incantarmi ci vuol altro che un’allitterazione. Per esempio  zop. Di lui ho già parlato, e diffusamente, qui: vi ho messi tutti in guardia dai suoi folli esperimenti – sappiate che fuole tifentare patrone di web, sì – e dalle sue trovate pirotecniche.
Sappiate che, dopo, non c’è più scampo. Non ne uscirete più.
Ora, per esempio, vuole trasformarci tutti in stupratori.
Con me, ovviamente, c’è riuscito. Il futuro della letteratura, si sa, è nella perversione.

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le sette peccatesse tropicalesse danzano come muse ("Concerto" di Casorati)

Premessa, nonché avvertenza: trattasi di famigerato post di sant’antonio, ovvero catena alla quale, per imprecisati motivi a cui la genetica non è estranea ma nemmeno l’apprendimento, non riesco a sottrarmi. La colpa, nel caso, è di atvardi, altrimenti detto sensasenso, altrimenti detto L’uomo nella mezzina: andateci e ditegli il fatto suo (e approfittatene per leggervi qualche post, magari: vale la pena, vale il peccato). Ma si sa, in questi casi le colpe sono bibliche: Strahad generò atvardi e atvardi generò brioche eccetera. E vorrebbero persino che io continuassi la catena di colpe ed espiazioni (in caso, sapete ormai tutti che mi riescono molto meglio le seconde che ho detto), investendo di una nominèscion tre blogger nel mio mirino. Ora, io storicamente non azzecco un’elezione manco per sbaglio, manco per statistica, manco per stocastica: scelgo sempre chi perde – Inter, sinistra, donne, ecc. ecc. – quindi non m’aspetto di scegliere felicemente nemmeno stavolta – nel senso che probabilmente rifiuteranno, e mi toglieranno pure il saluto –  designando fuoridaidenti (che c’ha un che di sulfureo, non possiamo negarlo), Giocatore (che invece c’ha un che di biblico) e demetrio (che ha tutti e due). Vorrei nominare pure Herr Effe, che secondo me coi peccati se la cava egregiamente, ma non so se le blogstar c’hanno l’elettorato passivo.

Infine, il tema sarebbe "i sette peccati capitali", ma io ho pensato che i miei sono tropicali (sì, come quelli dell’omonima – e introvabile – sceneggiatura di Manuel Puig : non l’ho mai letta, ma non importa. E’ uno di quei casi in cui un titolo contiene tutti i mondi necessari e sufficienti). E ho pensato anche che dovrebbero essercene molti di più, di peccati mortali. E anche peccati immortali, di quelli che vale la pena. Magari la prossima catena è questa: posta il tuo peccato capitale, baby. Vabbè. La smetto di cincischiare, e vi lascio. Peccato. 

1) ACCIDIA

Si sveglia nel centro della notte, che è un centro spostato, tra l’ultima fila di lampioni e la linea del bagnasciuga: non è mai abbastanza notte, quando il mare ti luccica indietro ogni chiarore. Stelle, incendi, finestre inquiete, falò, superstrada.
Lei ci mette alcuni secondi a tornare al suo posto. La stanza c’è, i ricordi pure, persino i vestiti sulla poltroncina sembrano i soliti.
“Che hai?” fa lui, che invece vortica ancora altrove, e ha gli occhi sottili come passerelle.
“Niente” fa lei, ed è una verità, in fondo.

2) GOLA

Lei teneva un pacchetto di caramelle tra le cosce. Lui pescava a caso, ma quelle al limone erano le sue preferite. Era capace di succhiarle per ore.
Poi, dormivano.

3) LUSSURIA

L’aveva baciato, almeno mille volte. E lo toccava, lo circondava con le braccia e sfregava il viso contro i peli del petto, che erano folti e ricciuti. Sapeva di rosmarino, pelle conciata, legno di cedro. Era coriaceo, ma anche morbido al tatto. Lei lo sfiorava con attenzione, il fiato sospeso, la peluria del braccio irta, un allarme diffuso tra i punti sensibili – capezzoli, nuca, lobi, ventre, anima.
Poi lo rimetteva sulla gruccia e lo ricacciava in fondo all’armadio.
“Non fa abbastanza freddo, cazzo” diceva ogni volta, a denti stretti.

4) IRA

Avevano cominciato per telefono, a sussurrargli minacce rosso sangue, e lui non c’aveva dato peso. Poi aveva trovato i proiettili sul davanzale: calibro sette e sessantacinque da otto grammi. Li aveva contati, sei, li aveva messi in una busta, e la busta in un cassetto.
Dopo due mesi s’era presentato uno, con gli occhi bassi e il cappello in mano, e gl’aveva chiesto soldi per gli amici carcerati. Lui aveva risposto che non aveva amici carcerati. Quello, uscendo, aveva sbattuto la porta. Era caduto un vetro.
Quindici giorni dopo, avevano abbattuto tutti gli ulivi della proprietà, di notte. Nessuno aveva visto niente, nessuno aveva sentito un rumore di bosco che cade.
Un mese dopo trovò sul bizzolo una latta di benzina e un accendino, verde. Lui se lo mise in tasca, e regalò la benzina a uno degli operai.
Un altro mese, e gli rubarono gli attrezzi e le macchine: il cantiere rimase un buco spalancato. Qualcuno, la notte dopo, rubò anche i fili di rame dell’elettricità, ma forse non c’entrava niente. I ladri di rame sono una razza a parte. Lui, con una lampada, andava di notte a guardare le pozzanghere e i mattoni rotti.
Intanto le banche gli avevano bloccato i soldi, e gli amici quando lo incontravano cambiavano strada.
Un mercoledì gli fecero trovare due teste di capretto mozzate sul cofano dell’auto.
La notte che la sua casa bruciò – tutta, fino alla punta dei comignoli, fino alle radici di cemento conficcate nella pancia dell’isola – accorsero da ogni parte, ma lui non volle che spegnessero il fuoco.
“Sono stato io” ammise alla fine, quando l’alba di ferro cominciò a spuntare dal mare. “Fanculo” aggiunse, e sembrava sereno.

5) AVARIZIA

L’uomo rantola piano, nel vapore del luminal. Ha gli occhi spalancati, e perfettamente ciechi. La bocca trema da un lato, dove la bava s’è incrostata. Il bip dei monitor è quieto, persistente. Il respiro lo insegue, con una nota bassa, esausta. Il condizionatore non funziona, e l’estate batte dita di catrame sulla parete di vetrocemento.
La donna, seduta accanto al letto, sta leggendo l’oroscopo, sul giornale.

6) SUPERBIA

Tiene gli occhi bassi, quando scantona per la via. Lascia come un vuoto nell’aria, e il suo profumo. La odiano tutte, per questo: gli uomini s’accorgono che manca loro qualcosa, quando passa lei. Forse il mese di giugno che si porta nei capelli, il burro del suo incarnato, quella promessa di albicocche, o di granati, o di guerra civile. Si copre il seno, le mani, le caviglie, ma è tutto inutile: splende attraverso gli abiti e i muri, direttamente nell’immaginazione.
La sua finestra è un occhio di fuoco, forse è l’ombelico del mondo. Gli scuri sono chiusi, le tende doppie e tirate, ma tanto è inutile. Lei brucia appena dietro, come un piccolo sole nero.
Certuni le lasciano, di notte, regali dietro l’uscio. Diamanti, topi morti, gardenie. Merletto, bambole, proiettili. Pianoforti, castagne, rose rosse. Non li prende mai: la serva li butta ogni mattina nello sdirrupo.
Certuni si mettono sotto il balcone, ad aspettarla. Ma è inutile. Non s’affaccerà mai, a guardarci.

7) INVIDIA

L’occhio cattivo si disegna nell’acqua al primo tentativo.
La goccia d’olio si fa cadere lungo il mignolo. Si prende dal cucchiaio, l’olio. E la goccia cade lenta nel piatto, che dev’essere bianco e pieno d’acqua pura.
Attorno al piatto ci sono le parole, respirate strette e mezze ingoiate. Attorno alle parole ci sono le donne, attorno alle donne la stanza, attorno alla stanza la casa, attorno alla casa il paese. Ancora attorno la vita, piena d’occhi cattivi che volano nell’aria.
Nell’acqua e nell’olio si vedono tutti.

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una specie di pietà. ce ne sono tantissime

 La sera che seppellirono mia nonna, la cugina Càtera si presentò con cento cotolette, un bidone di polpettine in brodo, due ruote di pane, un capicollo e un fiasco di vino forte.
 Noi, i dolenti, che avevamo digiunato tre giorni – nemmeno l’acqua si poteva bere – mangiammo di buon appetito, parlando di aldilà, di vendette e di ricordi. Scordammo il freddo subdolo della primavera che c’era entrato nelle ossa, al cimitero, dove c’aspettava posato sui cipressi, sulle braccia degli angeli di marmo, sulla pietra. Scordammo la fatica del lutto delle donne, che avevano vegliato la morta e le avevano consegnato cento messaggi da portare con sé – chi s’era diplomato, chi s’era sposato, com’erano cresciuti i bambini e le vigne – perché i morti non sanno niente, e poi comunque gradiscono le imbasciate.
Gli uomini scordarono la noia e il silenzio del lutto degli uomini, che si svolge più lontano, in una stanza quadrata e vuota con una fila di sedie contro il muro, e tutti seduti col cappello in mano che si guardano senza dire niente, per otto o dieci ore al giorno.
 Poi ci spartimmo gli asciugamani ricamati, i fazzoletti con le cifre, l’argento poco, i centrini, le fotografie e gli orecchini di granati e oro giallo. Sedute sul letto, nella festa imprevista e dolorosa che è il lutto, parlammo per ore di quand’eravamo intere, con la porta di fuori sbarrata a quattro mandate, perché dovevamo restare tra noi, e fare posto all’assenza, o stringerci per cancellarla, non so bene.
Attorno, le radici della casa, della vite americana, del basilico e della citronella circondavano le nostre, o forse le erano.
Noi, dentro, contavamo gli oggetti e dovevamo ridistribuirli, perché non si sa mai a chi appartengono, gli oggetti dei morti. 
 Io porto con me la scatola di mentine che aveva in tasca mio padre, la foto di mia madre col cappello da matricola, una nota della spesa.
Zia Maria gioca ogni settimana gli stessi numeri, che il nonno aveva appuntati in un biglietto, nella giacca.
Zia Vincenza ha appesa al collo la fede della nonna, e conosce il suo scongiuro contro il malocchio. Lo recita il venerdì, se glielo chiedi.

 Così andiamo avanti, facendo posto a chi non c’è, parlando con lui, con loro in altri modi. Certe volte, la mattina presto, quando ti svegli senza memoria, sentendo quel peso di terra umida in fondo al cuore, e non sapendo cos’è per molti, molti minuti.

Non so come spiegarlo.
E’ come inseguire la morte, tallonarla in giro per la città, dentro le case. Evapora, lei, si fa sottile e inconsistente, si sarebbe tentati di dire che non c’è. E invece no, è lì, dappertutto.
Nella settimana scorsa sono morte due persone che conoscevo un poco: un ragazzo di 34 anni, fratello minore d’un mio antico fidanzato, e un vecchio amico dei miei. Un incidente d’auto, un tumore. Ordinaria amministrazione funebre.
Ma io non riesco a non pensarci. Da quando sono morti i miei, in qualche misura ogni morte m’appartiene. Lo scandalo di questa sparizione, di questo gioco di prestigio alla rovescia mi colpisce ogni volta.
Voilà, e G., lo splendente G., la parte migliore di suo fratello, forse della sua famiglia, sparisce.
Voilà, e M., l’amico anziano dell’isolato accanto, dagli occhi d’un azzurro insostenibile, sparisce.
Il tessuto si smaglia, si strappa, e poi si ricuce velocemente, aiutato da tutti i riti della morte. Il licenziamento, il consòlo, l’omelia. La vestizione, i fiori, le letture. Il corteo, i lamenti, la benedizione. Poi la conta degli oggetti, la restituzione di collane e dentiere. Il cristo sfilato all’ultimo momento dal rosario. La fede dall’anulare sinistro. Gli occhiali.
E poi, chiusa la porta, riposto l’ultimo telegramma, comincia la conta silenziosa, interminabile. Si conta ciò che non c’è, ed è un calcolo senza fine, al quale s’aggiungono altre assenze, vicine e lontane. Contare coi numeri alla rovescia, all’indietro.
Non credo che finirò mai.

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Il libro sembra nascosto dal ramo, ma forse il ramo nasce dal libro (Van Gogh, Ramo di mandorlo in fiore con libro)

 Ne era gelosissimo. Lo teneva sotto il letto, e ogni sera controllava che nessuno l’avesse toccato, nemmeno per raccogliere le fuline di polvere, nemmeno per aggiustare i materassi, ch’erano pieni di foglie di granturco e facevano un rumore d’autunno e ogni tanto s’immaginavano d’essere una pianta, e cambiavano di forma e bisognava sbatterli perché tornassero al loro posto, nemmeno per spargere un orlo di sale grosso, che col malocchio non si sa mai. Lo prendeva, lo spolverava, se lo guardava tutto e lo rimetteva lì, soddisfatto e confortato come se avesse fatto una preghiera. Era la sua preghiera.
 Ogni tanto ne parlava, diceva: “Ieri era seccato”, oppure: “Lui lo sa, quello che deve succedere”. E annuiva, con la bocca stretta di chi sa, ma non dice. Poi tornava a guardarselo, anche se non era l’ora, ma tanto la camera da letto era sempre al buio, col freddo fermo della notte sempre lì attorno, l’aria spessa come acqua medicinale, gli occhi fosforescenti dei santi, il legno della tavarca che faceva odore di chiesa e chiodi vecchi.
 Sì, era il suo tesoro, più dei figli, più della lupara caricata a pallini, più del rispetto, più del quadretto con l’acrostico che lo zio di Milano gli aveva regalato quando s’era sposato. Più del legname dei boschi aspromontani, più dell’acqua della fontana, più dei morti, più del banco della chiesa.
 Lui ci credeva.
“Lì dentro – diceva ogni tanto, col suo sorriso mezzo e misterioso – c’è tutto”.
 Non so chi gliel’avesse dato. Sospetto il parroco, che pure con lui litigava ogni domenica, nella piazza dei maschi, e finiva che se ne tornava alla canonica rosso in faccia, coi bottoni della tonaca e le vene del collo che stavano per saltare. Glielo aveva dato perché si ravvedesse, o quantomeno si spaventasse, e invece lui aveva trovato, di colpo, tutte le risposte, anche quelle che Lenin o Cristo non erano riusciti a dargli.

 Ogni sera toccava le parole scritte su quella copia della Divina Commedia illustrata da Dorè, con le sue dita analfabete, mio nonno, e sapeva che c’era scritto tutto, là dentro. Le illustrazioni tremolavano impercettibili, e pareva che annuissero.

 Mio nonno Stefano, mastro d’ascia e uomo di rispetto, aveva un culto per i libri, e per quello che considerava Il Libro. Sapeva, per la verità ,anche alcuni canti a memoria, che qualcuno gli aveva letto e lui aveva imparato, come si imparano gli scongiuri, le parole che proteggono, che trasformano. Lui credeva davvero che nei libri c’è una sapienza che non puoi raggiungere in altro modo, né col fucile né con l’amore né col timor di dio. Io penso che sia vero.
 Questo per contribuire, in qualche modo, alla conversazione in corso da giorni qui da Remo. Non sono brava con le conversazioni da blog: perdo il ritmo, o me ne accorgo quando i post sono già defunti (che i tempi di decadimento biologico dei post sono rapidissimi, lo sappiamo, e gli archivi sono solo cimiteri inglesi). Mi pare che sia una, più di altre, però, la cosa da dire in questo caso: la lettura è indispensabile. Non conosco altri modi per entrare nei mondi, costruirli, esplorarli. Non è vero che può equivalere ad altro, non è vero che è sostituibile, o non indispensabile. Non c’è altro modo di condurre, alimentare, espandere il pensiero. E il pensiero è tutto quello che possiamo essere. 


  Mio nonno Stefano visse un’esistenza miseranda, ma unse di questo fuoco sacro almeno mia madre, che a otto anni, tolta dalla scuola “perché tanto era femmina e doveva dare una mano alla famiglia” e mandata a fare l’apprendista ricamatrice, si chiudeva nella stanza del figlio della padrona del laboratorio e leggeva, leggeva, leggeva di tutto, romanzi, vocabolari, libri di medicina: ampliò così tanto i confini del suo mondo, che le fu possibile combatterlo e vincerlo. Diventò la prima donna medico della vallata del Gallico. E teneva sempre in casa una Divina Commedia illustrata da Dorè. Era – ormai lo sappiamo – un passaporto.

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una delle case di A. secondo Guttuso (Angolo di studio)

 Si entra immediatamente, nell’anima di A.
Subito a destra c’è una parete circolare, piena di libri, uova di struzzo, tavole anatomiche dipinte a colori vivaci, litografie, angeli di cartapesta, dagherrotipi. Ma a sinistra, nella prua della casa – che è una casa-bastimento di Palermo, una casa-transatlantico che naviga al ritmo diseguale della città, con la pancia nel mare e le vele nel cielo, i fianchi nel passato e i remi nel prossimo futuro – c’è un sestante alto almeno due metri.
"E’ una macchina di scena" dice A. L’ha trovata in un mercatino dell’impossibile, dove gli scarti di qualcuno sono i tesori di un altro.
Sugli angoli dorati del sestante A. ha attaccato altri angeli, angeli di presepe siciliano, così violenti e ascensionali.
"Anche a me piacciono gli angeli" gli dico, sorseggiando un aperitivo nei bicchieri che lui chiama "bisanzio" perché sono d’un vetro trattato a mosaico, dove il sapore del vino si scompone in frammenti di blu, rosso e verde soprannaturale. Beviamo sorsi d’impero d’oriente, come la luce obliqua e saracena del cielo d’ottobre ci consente. Un Guttuso sulla parete di fronte li corregge con lampi poderosi di colori primari.
L’anima di A. ha anche arredi scompagnati: poltroncine art-deco, divani neoclassici, specchiere barocche.
E’ un’anima avida ed elegante, con preziosi tappeti indiani, vasi in pasta di vetro e una collezione d’orologi. Ticchettano mentre parliamo: "La senti? è la voce diseguale del tempo" mi dice. Mi concentro e non riesco a distinguere i battiti dei meccanismi dalla pulsazione d’isola che viene da fuori: è un sabato frenetico, dell’estate ottobrina che sparge miele arroventato, e il giorno non si rassegna facilmente alla notte. Lottano per ore nei cieli, che hanno un color ficodindia, dolce e granuloso, anche se nella stanza – l’anima di A. non ha anticamere – la porta di noce non lascia filtrare molto, e le finestre con doppi tendaggi appesi alle aste di bronzo.
Però il tempo trasuda lo stesso, dalle commessure del pavimento, dagli stipiti, dalle pagine dei libri che sono allineati, a centinaia, sugli scaffali. A. di mestiere disseziona corpi e parole, e poi li ricompone in un disegno che gli suggeriscono il sestante, i soggetti dei quadri impressionisti che sono appesi dappertutto, gli angeli drammatici dei presepi paesani, i bambinelli di cera distesi a due a due nei piatti di portata.
 L’anima di A. ci circonda compiutamente mentre sgranocchiamo pistacchi di Bronte e pepato vecchio: "E’ come mangiare chicchi di melagrana nell’Ade" gli dico sorridendo, e so che è vero. I grani di pepe grosso sono belli come perle nere, o proiettili. Li raccolgo nel cavo della mano. L’orologio batte un quarto, o un terzo, di qualcosa – un’ora di polvere di qualche arazzo disteso sulla parete accanto, un minuto di un secolo fa, due giorni del prossimo inverno, un’infanzia raccontata da qualcuno sotto una copertina rosso fiamma – e il tempo nella stanza cambia di posto, si riassesta impercettibile.
 Mi sembra di cogliere un cambiamento, nell’acquaforte che ho davanti, sotto il tabernacolo restaurato, accanto al tavolino liberty: le linee incise si fanno più lievi, o più forti. Fuori, la morsura del tempo preme sull’isola, la corrode per farne brillare il metallo profondo, che di lontano si può scambiare per dolore, pericolo, morte. "E’ tutte queste cose" ammette A. leggendo con chiarezza i miei pensieri.
 Migliaia di chilometri sotto di noi, sotto nove piani di condominio, sotto il piano stradale, sotto il cantinato, sotto il basamento del palazzo, sotto gli strati di roccia e marna attraversati irregolarmente da vene nascoste, il mare si stende acido, avido, nero.
 Siamo una lastra di rame, o ottone, o zinco, immersa in un buio liquido, mentre punteruoli giganteschi, aghi comandati dal polso degli dei, tracciano linee, ghirigori, disegni incomprensibili: “Lo chiamiamo destino – dice A. – e qui più che altrove”, sorride.
 Intanto la casa di A., l’anima di A. – ché la casa è l’anima esterna a noi, e l’anima una casa interiore – fila attraverso la notte.
A. ogni tanto guarda fuori, si sporge e porta dentro qualcosa: una campana di vetro con un cristo giallo, una pecorella di pasta reale, un vassoio pieno di tappi di caraffe di cristallo, una torta setteveli, una cassata dipinta da un pittore naif ("ma è uguale a quella vera" gli dico, lievemente scandalizzata, e A. replica, calmo: "ci sono cose intraducibili, o già tradotte").
 Per cena, nel tinello interamente circondato da libri, abbiamo pasta col cavolfiore pinoli uvette e acciughe, involtini nelle foglie di limone, melanzane fritte e mille anni di poesia siciliana: A. strappa lentamente le pagine, le condisce con olio e limone e le distribuisce nei piatti.
A me toccano Jacopo da Lentini, Ibn Hamdis e Vann’Antò. Le mangiamo lentamente, mentre A. fuma la pipa con aria grave e ci guarda.
L’anima è buona da mangiare, lo penso ma non lo dico.
Per mille anni, per mille anni, annuisce lui facendo un gesto col capo, come se brindasse.
Non rispondo, ho la bocca piena.

Sabato sera sono stata a cena da A. e S., la moglie bella. Fuori, e dentro, c’era Palermo.

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