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Archive for maggio 2006

come si urla qui, in silenzio

 Io l’ho chiesto all’operaio del cantiere abusivo sotto casa mia, dove lavorano di notte, di domenica e durante le feste. La ruspa vecchia si mangia pezzi di muro di contenimento, tubi, pareti, il fianco sabbioso della collina, e qualche giorno verrà giù tutto – lo sappiamo tutti ma non ce lo diciamo. Gli operai sono sempre diversi, e nemmeno sempre italiani: ci sono facce di qualunque colore, perché qui mica sono razzisti, e anzi il nero gli piace moltissimo. E’ il colore del lavoro, qui.
Io, comunque, quando l’ho visto gliel’ho chiesto.
 Poi l’ho chiesto al portiere Masino, che prima era muratore pure lui e queste palazzine le conosce da quando erano solo collina, ginestra, scirocco radente e una pratica nell’ufficio della commissione edilizia, nella pila di quelle che dovevano passare. Lui che non va mai in vacanza perché ha paura di perdere il posto, e trovare, al suo ritorno, un videocitofono invece del suo gabbiotto con la bandiera del Milan e i cacciavite di tutte le misure con cui risolve ogni cosa: tapparelle, litigi in famiglia, perdite di gas, randagi e risse tra condomini per il parcheggio. 
 

 Poco dopo, facendo la spesa, l’ho chiesto alla fornaia, una deliziosa signora con la cuffietta e gli orecchini di brillanti, che sta attenta ai centesimi e non ti dà mai una busta di plastica, se può. Ha appena comprato quattro appartamenti, nei dintorni, e li affitta agli studenti, in nero: tre per stanza, trecento euro consumi esclusi.
 L’ho chiesto anche al salumiere, un tizio mellifluo che si dice presti denaro con l’interesse del duecento per cento – che non è male, tutto sommato – , al macellaio, alla signorina della lavanderia.
 Al cancello dell’Orto botanico c’era uno degli impiegati precari stabili, non assunti dieci anni fa ma stipendiati da allora, tra alti e bassi, e trasferiti a tutti i servizi. L’ho chiesto anche a lui. E a uno dei pensionati sulla panchina – ha solo 52 anni, ma ha avuto uno scivolo. E a una mamma con la bambina, in piazza: lei è in malattia per depressione post-partum, anche se la bambina ha sette anni. Non era a scuola perché tre giorni fa è crollato un soffitto, ma per fortuna non c’era nessuno.

 L’ho chiesto alla fermata del tram, dove erano in tanti perché la corsa era in ritardo: il caldo aveva fatto allargare le traversine e una vettura era uscita dai binari. Forse c’era un ferito, ma non si sa, perché il 118 non era arrivato, e comunque non c’era posto, negli ospedali cittadini.
 L’ho chiesto all’ausiliare del traffico, che controlla i ticket dei parcheggi, anche se è laureato in ingegneria nucleare.
 L’ho chiesto all’addetto al distributore, ma non mi ha capita: è albanese. E poi, comunque, il distributore era chiuso: lui si offre di fare benzina col self-service, quando non c’è nessuno. Forse dorme sotto la pensilina, perché in un angolo c’è una busta piena di calzini e camicie vecchie, e una scarpa. Una volta l’hanno ricoverato al policlinico, perché sembrava stesse morendo, però nemmeno i medici lo capivano, e lui continuò a farsi venire le convulsioni per un pezzo, così almeno dormiva in un letto vero, e mangiava tre volte al giorno.
 La cingalese magra, invece, in ospedale ci stava morendo, perché s’era presentata per un aborto e nessuno le aveva detto che doveva essere a digiuno. A lei non l’ho chiesto, comunque: l’ho guardata passare come un fiore sciupato e chiuso, vestita come la prima comunione di qualcun’altra, timida e zitta, e non le ho chiesto niente.
 Invece l’ho chiesto alla signora della boutique, al preside, al canonico. Al mio collega che ha tre figli da sistemare, alla mia collega che ne ha sistemati due. Al mio collega letterato, che dice che, in fondo, i Borboni non erano poi così male…
 All’impiegato della Provincia che fa pure l’istruttore di knick-boxing. In orario d’ufficio.
 Al disinfestatore con la maschera antigas, perché quest’anno le zanzare sono grosse come calabroni e i pappataci infestano tutti i cespugli e pure i gerani domestici. Sono i tombini otturati, dicono, e il regime delle acque bianche e nere confuso. E poi il buco dell’ozono, ovviamente, e il disboscamento dell’Amazzonia e la tropicalizzazione. E i comunisti.
 Al fruttivendolo che vende nespole spagnole, pompelmi israeliani e noccioline turche.
Al panificatore abusivo che appoggia le pagnotte sul cofano della macchina, ma la gente tanto se le prende lo stesso. Una volta ne arrestarono un paio, perché spargevano sul pane polvere di marmo. Però era buonissimo, e andava a ruba. Un vero peccato.
 All’autista dell’autobotte, che va ogni giorno nei quartieri dove non arriva mai l’acqua, perché se la rubano nel tragitto, e ci riempiono le piscine, o ci annaffiano gli ortaggi coltivati nei terreni del demanio. Ogni tanto li scoprono, e li mettono dentro: allora si può fare la doccia, fino alla libertà provvisoria.

 Al gelataio, un bravo ragazzo di settant’anni amareggiato perché gli chiedono gusti tipo "ferrerorocher", "ovettokinder", "bacioperugina", "caramellamou", mentre lui sapeva fare solo "ricotta", "cremaregina", "pistacchio" e "mandorla di Avola", ma tanto ormai i gusti si somigliano tutti, perché bisogna metterci solo panna e zucchero, tanto zucchero. Pure suo cognato, che ha aperto un agriturismo senza licenza nel letto secco d’una fiumara, la panna ce la mette dappertutto: nella pasta con i carciofi, nello spezzatino, nelle braciole di pescespada. E ci va un sacco di gente, specie la domenica: parcheggiano tutti nel giardino di zagare e limoni, sotto le altalene, che diventa difficile passeggiare, e conviene stare in macchina, a sentire i cd taroccati nell’autoradio.
 Al venditore di limonate col sale, che vive tuttora nell’Ottocento, visto che ha una cosa come il sifone del selz e sta dentro un chiosco liberty e si fa pagare settanta centesimi (e qualche volta devo guardarle meglio, le monete del resto: forse c’è il profilo del re).
 Al pescivendolo, che mi fa segno d’allontanarmi dal pescespada – "è del Giappone" mi sussurra quando non lo vede nessuno, e d’altronde è ovvio: nello Stretto non si può più pescarli da un pezzo, a parte quelli presi di nascosto e pagati sessanta euro al chilo. Pure le cozze, mi fa segno di no: sono spagnole, o forse vengono dal lago tossico e salino fuori città, dove scaricano i complessi abusivi. Le vongole nemmeno, e soprattutto le spigole: le allevano in vasche piene d’antibiotici, dalle parti di Pachino. "Si mangiasse un panino col tonnostar" mi sussurra ancora, protettivo.
 Al venditore di souvenir nella piazza del Campanile, dove alle dodici si raccolgono i croceristi coi bermuda e i calzini corti ad ascoltare l’orologio meccanico, nel quale il gallo ruggisce e il leone gratta, perché è lo stesso nastro messo al contrario. Tanto, sono sballati anche i carri dei pianeti, i cicli lunari – disegnati in oro sul fianco della torre – e i giorni della settimana, ma nessuno se ne accorge.
 All’assessore di un piccolo comune sui colli, che prima era nella Dc, poi è passato all’Udc, poi all’Udeur, poi ad An, poi a Fi, poi alla civica "Il campanaccio per la libertà".  Al ragazzo che sta andando di fretta alla selezione del personale di un’importante ditta nazionale (non mettiamo il nome, sennò è pubblicità): cercano tour operator, broker, top manager, top model. Costa solo cinque euro, ma ci sono prospettive sicure.

 All’impiegata dell’anagrafe, che però non è di quest’ufficio e ci tiene a precisarlo, visto che, a giorni, avrà il trasferimento, cosa credete.
 Al giornalaio, alla commessa, all’impiegato delle poste. Al bidello con la Mercedes e l’anello di rubini al mignolo, al fotografo che ciondola sulla porta del suo negozio, davanti alla gigantografia degli sposini seduti sulla benna d’una scavatrice, poi su una barca nella spiaggia piena di sacchetti di plastica, poi nel ristorante a forma di chalet svizzero.
Insomma, l’ho chiesto a tutti. E, non ci credereste.
Questo Cuffaro, qui, non lo conosce nessuno.

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se Van Gogh avesse visto la Lupa, la Lupa l'avrebbe inghiottito

 La Lupa l’annuncia il muggito delle navi. Una mandria di navi vitelle dai fianchi bianchissimi e gli occhi rotondi, invisibili nella nebbia. Le navi hanno paura della Lupa, che ha un abito vaporoso, una fame antica e la proprietà di cancellare la terra e il mare, i punti di riferimento dei capitani, che si ritrovano tutti ciechi a vagare tra i veli della sua veste, disperati e senza sponda.
 "Qualcuno si perde anche per molto, molto tempo" m’ha detto Juan El Capitán guardando dalla finestra: la Lupa si gonfiava da sud sulla città, lentamente, col passo ipnotico delle nuvole, della marea.
"Quanto tempo?" gli ho chiesto, guardandolo negli occhi inafferrabili.
"Anche anni, o più".
E allora m’ha raccontato, il viso latino immerso nella profondità del vetro e della nebbia.

 L’uomo era salito a bordo in Sicilia, o forse in Calabria. Nessuno sapeva dirlo. Anche la Lupa, quella notte, saliva a bordo coi tir e le automobili, seduta sui tettucci, avvolta attorno ai carichi, appesa ai tendoni. I marinai la spingevano dentro a fatica, mangiando pezzi di nebbia e bevendo lacrime e nebbia. L’odore della notte strisciava, buio, al livello del pavimento d’assi, ma la nebbia lo teneva giù, e tutto lo Stretto odorava solo di sale bianco e di vapore. I muggiti lunghi delle navi riempivano lo spazio più in alto, e non c’era un solo millimetro libero, fino al tetto del cielo, che pure era bianco, come una notte profondissima e senza stelle.
 "Capitano, quello non ha pagato" disse il mozzo a Juan, che era stanco d’attraversare avanti e indietro quella notte candida e impenetrabile. Eppure i capitani dello Stretto lo sanno: la loro condanna è non arrivare mai. Ogni volta un’altra sponda li attende, un altro ritorno, e poi ancora. Nelle notti di Lupa è ancora peggio: ogni viaggio è un circolo, una giravolta, un passo da fermi torno a torno, per trovare solo la nebbia che s’è appena lasciata, mentre le terre si scambiano di posto e il tempo gira in tondo anche lui, mordendosi la coda di lupa.

 Era un tizio magro, alto, con una carnagione cotta a fuoco lento e abiti inverosimili. S’aggirava per la nave guardando ogni cosa con attenzione, e qualche volta toccava un corrimano, un salvagente, una gomena, con piccoli gesti delle mani secche, dalla pelle conciata. A volte s’avvicinava, e guardava fisso, con gli occhi d’un nero alabastrino dentro un bianco luccicante come quello della Lupa, o dei cocci di maiolica o della neve della Sila.
 "Capitano, non m’ha nemmeno risposto, forse non ha capito" si lamentò il mozzo con Juan. "Forse è straniero" azzardò.
Juan guardò l’uomo, che ora era affacciato al parapetto, ma non poteva vedere niente, perché erano dentro la pancia bianca della Lupa che si mangiava il mondo, e chissà quando l’avrebbe sputato fuori.
Ma l’uomo non guardava il mare, o la costa, o le costellazioni perdute nel fondo cavo del cielo riempito di nebbia. L’uomo guardava il fianco della nave che rompeva l’acqua e la schiuma bianca che diventava Lupa, in alto e in basso e di lato e prima e ora e sempre, perché la Lupa ferma anche il tempo.

 Juan andò diritto verso l’uomo, con la sua camminata armoniosa che tanti anni di navi e di passi per mare avevano reso morbida e cauta, come un tango – che è un duello trattenuto, un’offerta e un dominio assieme.
Gli mise una mano sulla spalla, proprio sul nodo che sembrava trattenere la veste – una veste a trama grossa, come una sartìa, che l’uomo portava drappeggiata addosso, eppure come un mantello regale. L’uomo si voltò con calma, e si vedeva che non temeva alcuna cosa, in questo e in altri mondi. Gli sguardi s’immersero l’uno nell’altro. Velluti, cenere, nebbia: non sappiamo cosa riuscirono a dirsi. L’uomo seguì Juan nella sua torretta avvolta dalle nebbie, dove – nei giorni senza Lupa – El Capitán contempla lo Stretto dall’alto, e progetta andirivieni (lo Stretto, e forse la vita, è un sistema d’andirivieni, di ritorni e partenze, e nessuno sa distinguerli).

 Juan e l’uomo s’immersero nella nebbia, che premeva sulle pareti di vetro, guardava dentro con mille occhi, li circondava. Respiravano nebbia e parlarono nebbia, tra loro. "E cosa vi siete detti? Da dove veniva? E come si chiamava?" gli ho chiesto, ansiosa, mentre guardavo la Lupa che, di certo, stava guardando noi, e ascoltava attenta.
"Era un capitano, anche lui" m’ha detto, dopo un certo tempo, Juan "S’era perso nella nebbia".
 Mi sembrò che raccontasse, con una voce lontanissima – oppure era la nebbia, non so: anche i suoni s’inghiottiva, la Lupa – che era capitano di molti uomini, e che molti dolori aveva sofferto nel giro del mare. Il nostro mare pieno di mostri e di dèi ("e nessuno sa distinguerli" aggiunse Juan, quasi sottovoce).
La Lupa l’aveva preso, anche lui. Se l’era inghiottito, e lui aveva continuato a vagare, di ritorno in ritorno, senza sponde.
"Sì, ma chi era?" gl’ho detto ancora, impaziente, mentre la Lupa riempiva tutto lo spazio e quasi non vedevo più il profilo bruno di Juan, e nemmeno gli occhiali d’oro, né la sua espressione intenta, come quando ascolta la musica di Buenos Aires o naviga in mezzo alle correnti dei due mari, che hanno un sale e un passo diverso.

"Chi era?".
Fuori, la Lupa teneva il mondo intero, e noi e la notte, e i capitani perduti, e l’isola e le navi, nella sua gola bianca, chissà dove.
"Oh… Nessuno…" ha risposto Juan. "Nessuno".

perché abbiamo avuto due giorni interi di "Lupa" qui, la signora bianca dello Stretto che copre le distanze e i mondi e confonde il tempo. la signora di ghiaccio e scirocco. e tutto questo è dedicato a Juan El Capitán, capitano e maestro di tango.

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la porta (Clausuras, di Pedro Cano)

 Ci siamo trovati tutti all’orario convenuto. Il portiere Masino, suo cognato muratore, io, la zia Gioconda, la moglie di Masino, il gatto Ciccio.
“Signora, ha portato tutto?” m’ha fatto, professionale, il cognato muratore.
“Certamente” ho risposto io remissiva. C’avevo messo una nottata, a preparare lo zaino, ed ero certa di non aver dimenticato nulla.
“Procediamo” ha detto Masino, che è uomo d’azione.
In fila indiana, con cautela, abbiamo cominciato a scendere. I primi gradini erano alti e squadrati, e le pareti dritte e chiare. Ma subito dopo tutto cambiava.
 “Attenti a dove mettete i piedi” ripeteva Masino, che quel percorso lo conosce bene. Tocca sempre a lui, d’altronde. Anche sua moglie lo sa, e lo accompagna, pure se malvolentieri, con l’aria sospirosa e un vago rimprovero nelle sopracciglia.
Scendevamo piano, e intanto le scale cambiavano: i gradini si facevano consunti, lisci, sfuggenti sotto le suole. Per questo avevamo tutti gli scarponi, eccetto la zia Gioconda e il gatto Ciccio, che si muoveva come un’ombra di pelliccia tra le nostre gambe, zitto e cauto e sicuramente consapevole come solo i gatti. 
 

 La zia Gioconda parte dal presupposto che è il mondo, a doversi adeguare a lei, e devo ammettere che raramente si sbaglia. Forse mai. Il mondo è sicuramente intimidito da lei, come noi tutti. Lei fa i certificati, riscuote le pensioni e veste i morti, ed è in grado di dominare tutte le divinità, dalla morte alla burocrazia. Così, in mezzo a noi vestiti da speleologi, che scendevamo col cuore che ci toccava la gola, lei camminava diritta sui tacchi, la borsetta coi manici che oscillava minacciosa, le labbra granata sotto i baffi leggeri, la faccia di quando lo dice prima: io non ho paura nemmeno del diavolo, è lui che deve avere paura di me.
La zia scendeva come dall’ufficio anagrafe, o dal sagrato della chiesa, mentre noi cominciavamo a soffrire le pozzanghere scure, l’odore di muffe e assenza di cielo, il rumore di tarlo che facevano le pareti. Solo il gatto Ciccio sembrava concentrato e privo di sorpresa, come di solito i gatti. 
 

 Masino, che pure quelle scale le aveva fatte cento volte, sudava copiosamente, e la moglie gli porgeva senza parlare il fazzoletto bianco, come di solito le mogli.
Ora il muro non si capiva più bene di cosa fosse: calce, legno vecchio, sughero, corteccia.
Eravamo nelle radici vive del palazzo, come in una foresta capovolta di cui sentivamo, forte, l’odore di terra nascosta. Richiami echeggiavano, in una profondità non misurabile, visto che eravamo quasi al buio, e dovevamo scendere tenendoci fra noi, ché nessuno aveva cuore di toccare la parete, e il corrimano s’era interrotto molti piani più su, quando eravamo ancora vicini a noi stessi, alla strada battuta dai passi del giorno.
Solo zia Gioconda scendeva senza reggersi a nessuno, seguendo il filo di ferro dei suoi pensieri.

 “Ecco, siamo arrivati” ha detto Masino con la voce strozzata.
Il cognato muratore ha posato di colpo il secchio con la cazzuola e il martello, producendo un rumore cavo e profondo che ci ha allarmati tutti. Il gatto Ciccio ha fatto un salto elettrico, come solo i gatti.
“Signora, li ha portati?” m’ha fatto, formale, Masino, la cui faccia aveva una sfumatura porpora. La moglie lo guardava con le labbra serrate: chissà se s’è ricordato le pillole per la pressione, sembrava pensare.
Io non ho risposto nulla, ho aperto lo zaino e ho tirato fuori la foto dei miei, sorridenti incontro a qualche Capodanno. Un bottone, un biglietto con la grafia chiara di mio padre, una lista della spesa piena di simboli – mia madre scriveva CC per carta cucina, H2O per l’acqua, Kafkè per caffè, nulla per amore – una boccetta di vecchio profumo, un fazzoletto da taschino, una cravatta di seta.
Masino ha preso tutto e ha annuito: “Penso che vada bene”. Cercava d’essere professionale, anche se le orecchie gli fischiavano e i capillari delle guance stavano per scoppiargli.
“La cantina è questa” e m’ha indicato una porta seminascosta nell’ombra perenne del muro. S’è scostato per lasciarmi passare, e lì il coraggio stava per mancarmi, lo ammetto.
Ma ho sentito di colpo, dietro di me, il coraggio di zia Gioconda, la sua fede nella necessità delle cose, la sua aderenza perfetta al mondo, la sua assenza di dubbi, anche se non di dolori, e m’è bastato.  Ho fatto scattare la serratura. La porta s’è aperta lentissimamente, cigolando di protesta.

 Mi sono affacciata, ho guardato senza vedere. Avevo lo sguardo tutto dentro di me, chiuso dentro.
“C’è tutto?” m’ha chiesto Masino, un impercettibile orlo d’ansia tra le parole.
Sì, mi sembrava ci fosse tutto, anche se non vedevo niente. “Li conti, per favore” ha insistito, con la voce di qualcuno a cui manca l’aria.
“Li conto io” s’è fatta avanti zia Gioconda, spingendomi appena indietro, ma con affetto. 
E’ stata dentro un tempo non calcolabile, mentre Masino sudava, il gatto Ciccio infilava il muso nelle varie specie d’ombra e io tenevo gli occhi bassi, e comunque ciechi.
“Ci sono tutti” ha detto infine uscendo, con una qualche soddisfazione.
“Dolori, risentimenti, litigi, speranze, affetti, ricordi: è sicura che c’è tutto?” ha ripetuto Masino, meccanico come se stesse leggendo un documento.
“E anche il serbatoio del pianto” ha aggiunto annuendo zia Gioconda. “Mille litri” m’ha sussurrato, con occhi indecifrabili, e non capivo se era troppo, o troppo poco.
“Cose dimenticate, cose cancellate, cose ritrovate, cose immaginate” Masino elencava tutto in fretta, con la maglietta incollata al corpo. La moglie, alle sue spalle, gli faceva vento col fazzoletto. Io sentivo freddo.
 Zia Gioconda era serena: “Tutto a posto”.
Masino ha fatto un cenno, e il cognato muratore ha chiuso di scatto la porta, quasi sbattendola. Quindi s’è messo al lavoro, con gesti secchi e rapidi, per fare prima. In un quarto d’ora ha murato la serratura, e ha aggiunto molto cemento, lanciandolo con piccoli colpi del polso. E’ un uomo pratico, a cui il lavoro serve per tenere a posto la realtà. La cura che c’ha messo ha aiutato tutti noi, anche Masino, che si stava squagliando e aveva le vene del collo gonfie.

 
 Siamo risaliti uno dietro l’altro, senza parlare. L’aria c’è venuta incontro, col suo ottimo sapore.

giornatacce, queste. la primavera si ossida velocemente, si tuffa nell’estate, e le cose nascoste fermentano, mentre il mondo nuovo – perché è nuovo ogni volta – reclama la sua parte, la dimenticanza a cui ha diritto. mi sento schiacciata tra inverni e primavere, tra ricordi necessari e indispensabili oblii. vorrei murare le cantine, tutte, e però vorrei svuotarle, e portare alla luce le porte nascoste, circondarle di delizie nuove. così non mi decido, e resto intrappolata tra i mondi, tra gli andirivieni (i desideri sono andirivieni?).

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EROI CONVOCATI

tigre scappata da un racconto, o da molti (Henry Rousseau)

 Pablo, certamente. Ma anche Federico, che sono parenti di sangue – sia pure con l’oceano nel mezzo, e una collezione di polene sul terrazzo cileno. Dall’Est viene Wislawa, con spighe d’ironia tra i capelli, e monetine che tintinnano nelle tasche.
Le camminano accanto Saffo dalla voce viola, Emily col colletto ricamato e api d’oro ronzanti, un giovane gobbo – Giacomo, mi pare – che si rigira tra le dita magre un plenilunio.
 Dietro gli altri, a piccoli passi sulle gambe corte, trascinando un poco le ali spropositate da arcangelo, un romanziere messicano dai grossi baffi a manubrio, che tiene per mano una ragazza di vent’anni con occhi vecchissimi, che – mi pare – si chiama Olguita. Nell’altra mano ha una lattina di cocacola. Li segue un detective guercio, che borbotta qualcosa tra le labbra secche, e zoppica.
 Un tizio pallido si difende dal sole con una paglietta: ha scarpe bianche e nere, redingote e una cravatta di seta fermata da uno spillone. Va a letto presto, solitamente, eppure nelle sue occhiaie si raccolgono innumerevoli tempi perduti, o ritrovati.

 "Vi ho convocati" dico loro, e mi trema un poco la voce, sotto la pensilina altissima dei pini canadesi, dentro  l’Orto botanico che sta dentro il quartiere che sta malamente dentro la città che sta dentro l’isola che sta dentro il mediterraneo che sta chissà dove, tra terre e fondali.
 "Vi ho convocati – ripeto, mentre sole e ombra ricamano qualcosa che sembra avere una forma, un senso – perché ho bisogno d’aiuto".

 Taccio, e nessuno di loro si scompone. Le api d’oro di Emily ci volano alte sul capo, a mezza strada tra il tetto di vetro della serra e la sottana di dio, che non era stato chiamato ma si sporge lo stesso, per guardare.
"Attenti, lassù" gli grida il messicano, e solleva la lattina verso il cielo, prima di bere una lunga sorsata che gli lascia umidi i baffi di gondoliere. Dio gli fa un cenno, e sorride.

 "Dobbiamo dare una mano alle parole" aggiungo.
"Ma non lo facciamo sempre?" la voce di Emily è educata.
"Appunto" dico io.

 "Sapete, ieri molti amici miei hanno mandato le scritture per strada, per catturarne altre. Lenzuoli, cocci, mattoni forati: hanno scritto dappertutto, anche col dito sull’aria, sul vetro appannato, sul muro dei desideri. Le parole sono esplose, salite negli strati alti dell’atmosfera, scese a precipizio: alcune navigano, altre rotolano o nuotano ancora". In molti annuiscono, specie il detective semicieco, e un altro cieco che è dietro di lui, la fronte ampia e candida come una nuvola.
"Oggi dovete aiutarmi voi, a mandare per altre strade altre parole".

 Si guardano l’un l’altro – tranne il tizio pallido con la paglietta, che ha qualcosa in un occhio e lagrima, il fazzoletto in mano – bisbigliano qualcosa. Wislawa parla fitto con una donna di nome, mi pare, Alda, che ha un vestito a fiori enormi e occhi pieni di pagliuzze: qualcuna è d’argento puro, qualcuna d’acciaio, qualcuna di vetro. Gesticolano entrambe.

 Federico, bello e andaluso, misterioso come un giglio, fa un passo avanti: "Va bene, ti aiutiamo noi".
Fanno tutti cenno di sì, tranne il messicano che beve ancora cocacola, Olguita che sta sfilando il portafogli dalla tasca di Giacomo, Saffo che accarezza una pianta vellutata, nel giardino delle erbe aromatiche: certe piante hanno desinenze molto antiche, a sfiorarle. Anche Pablo è voltato da un’altra parte: si fa schermo con la mano, guarda il giardino delle piante grasse, in faccia al sole. Alte o accoccolate, le braccia levate, gli spini: le piante grasse sono un teatro immobile, circondato di sassi. Linfe straniere comunicano in modi imprevedibili coi succhi dell’isola, là sotto. Pablo segue attentamente questi dialoghi, annotando qualcosa tra sé e sé.

 Sapevo di poter contare su di loro. Ci sediamo tutti attorno alla fontana vuota, che è un circolo di muschio vivo, e scriviamo, scriviamo, scriviamo. Il giorno passa sulle sue gambe lunghe, posando con attenzione i piedi oltre i pini giganteschi e il leccio e i salici che dicono sempre sì (Molly Bloom, non vista, tenta di passare, ma i custodi la fermano all’ingresso). La notte viene e noi scriviamo ancora. Dio s’affaccia ogni tanto, per vedere a che punto siamo, e lascia penzolare la veste dall’orlo e tiene in mano una lunga piuma d’oca, anche lui.
 Il messicano finisce per primo, e stappa un’altra lattina. Il suo collega romanziere argentino, di nome Julio, si passa la mano tra i capelli lunghi e completa la parola "tigre", che subito prende vita e balza dal foglio, e comincia ad aggirarsi tra i vialetti, con occhi di smeraldo furioso. Un altro argentino, seminascosto nell’ombra, ferma la tigre e le accarezza la testa striata e selvatica. Sorride, e non diresti ch’è cieco e vecchio e profeta.

 Alla fine, lasciamo libere le parole, che si disperdono tutte, chissà dove, infilandosi tra le grate e la città, tra i marciapiedi e le macchine, tra i canali di scolo e le aiuole, tra le stelle e la notte.
Il detective guercio chiude dietro di noi il cancello, che cigola un poco.

Oggi, che sono passati due giorni dalle Scritture di strada, la cosa magnifica messa su da un pugno di indomiti blogger capitanati da Effe, mi unisco artigianalmente a quest’operazione di mescolamento delle acque, di riconversione e inversione delle scritture e delle direzioni: metterò su parabrezza, muretti condominiali, buche delle lettere eccetera eccetera parole a caso, sperando che qualcuno le trovi, e si trovi. Meglio poi, e altrimenti, che mai. 

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era comunque una festa, era comunque un funerale (Guttuso, i funerali di Togliatti)

 Il Primo maggio sapeva di sudore e panini con la mortadella. Al tempo di mio nonno comunista c’era il corteo con le bandiere, e qualche volta pure la banda municipale, che non si capacitavano ancora, d’avere una democrazia intera da festeggiare, oltre che da litigarsi fino alle mani, davanti ai seggi o sul sagrato della chiesa o sulla porta della sezione.
 Era un tempo ancora greco, in cui si discuteva in piazza, ogni passo una parola, e mio nonno non lo sapeva, che aveva la quinta elementare, anche s’era uomo acuto dall’anima piena di spazio, ma “agorazein” era esattamente quello che facevano, girando in tondo settanta volte sette per sviscerare il problema delle lotte contadine e del Meridione e delle gabbie salariali e della villa del podestà e della fontana pubblica e dei nuovi vespasiani.
Il Primo maggio, all’alba, passavano i camion a prenderli per portarli tutti in città, con centoventiquattro tornanti nella pancia e polvere di ricostruzione addosso. E il fazzoletto, rosso.
Cantavano e marciavano per tutta la mattina, e poi si raccoglievano sotto il palco, coi loro avambracci e mustazzi e panciotti operai di una terra senza opere.
 Dal balcone dirimpetto, dietro le tende a mantovana, i mammasantissima con l’anello di rubini li guardavano sorridendo: “assatili mi iocunu”.

 Il Primo maggio di mio padre aveva il doppiopetto e i giornali sotto il braccio. Ora la piazza s’era già allargata, tanto da sconfinare un poco nella tv, un poco negli stanzoni del sindacato – con le pareti gialline e la sputacchiera all’entrata – un poco negli altri palazzi di pietra grigia che sorvegliavano la piazza, seduti come sfingi. Un poco nelle tessere, che il segretario teneva in tasca, legate con l’elastico, e corrispondevano a una fitta serie di numerini che qualcuno dettava, sillabando piano, al telefono con Roma.
Il corteo aveva striscioni di ogni colore, e noi ci affacciavamo al balcone per vederlo passare, perché era inevitabile, anzi necessario.
Sui muri, i manifesti con gli angoli scollati oscillavano piano alla brezza e all’onda d’urto di quelli che sfilavano, seguendo il megafono che intonava gli slogan e le vecchie canzoni.
Intanto, la prima fabbrica del polo siderurgico già se la mangiava la salsedine, in riva alla spiaggia, e gli uccelli marini nidificavano nelle ciminiere abbandonate di Saline Joniche.
In qualche sottoscala, dietro una masseria che odorava di fieno e latte cagliato, c’era chi oliava – con gesti lentissimi – una mitraglietta di fabbricazione sovietica.

 Nella scuola occupata il Primo maggio era una festa ininterrotta.
Avevamo tutti un immenso corpo collettivo, che pure non ci privava delle gioie e dei dolori del nostro corpo individuale. Però lo sentivamo distintamente, muoversi e riempire tutti i corridoi, le aule con i lenzuoli appesi che ancora gocciolavano vernice, il laboratorio con le scale a picco e lo scheletro di sghimbescio sulla porta, dove qualcuno si nascondeva a fare esperimenti con la lingua. Lo sentivamo agitarsi, fremere nel sonno, che era breve e scomodo, sui banchi uniti per lungo, e affollato di sogni, che erano gli stessi che avevamo da svegli.
La musica entrava per traverso, in quei sogni, ne era la traccia profonda, e poi ci gettavamo dentro ogni cosa: i simbolisti francesi, i beat americani, i giovani Werther, il tempo perduto che ci sembrava di ritrovare noi per la prima volta, e lo tiravamo fuori, così nitido e nascente com’era, così luminoso, che nessuno ci avrebbe potuto convincere che il mondo non era nostro, non era appena nato, non era una parte di noi.

Galleria di primi maggi, in omaggio alla vena e all’arteria proustiana che anima i blog e il mio in particolare. Oggi, che il Primo maggio è un giorno di gite fuori porta e concerti, mi pare un altro mondo,  o anche altri due. Ma quanti mondi riusciamo ad avere dentro?

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