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Archive for marzo 2015

Greeks

Siamo greci da almeno centoventotto generazioni, da quando nel Mediterraneo circolavano ceramiche a figure rosse e nere, la notizia del giorno era che una donna (Kyniska di Sparta, per la cronaca) aveva vinto una gara olimpica («signora mia, non ci sono più le olimpiadi di una volta») e lo spread era fra il tetradramma di Atene e il decadramma d’argento di Siracusa.
Abbiamo nomi greci, usiamo parole greche e ancora di più – e persino a nostra insaputa – concetti greci, idee greche, sia astratte che concrete, in forme di colonna, di anfora o di divinità. C’è talmente tanta Grecia diffusa per ogni dove che oggi ci duole tantissimo il suo stesso dolore. Specie alle zie, che questa parentela la vivono come qualunque altra: con empatia e senso del sacro.

«Che poi non capisco – faceva zia Enza, da sempre portatrice del dubbio metafisico (che è un’altra parola e un’altra idea greca) – come fa a fallire un Paese? Può fallire un’impresa, una bottega, un progetto. Ma come fallisce un Paese intero? E di chi è, in quel caso, la colpa? Chi sono, i greci?».
«E perché – la incalzava la sorella, che c’ha il pragmatismo idealistico fin da piccola – allora chi sono gli italiani?».

E lì la cosa si faceva davvero – come è giusto, e in Meridione di più – roba da sofisti. Che erano quelli che portavano alle estreme conseguenze la logica, fino alla curva dell’assurdo, dove di solito finisce la logica e pure la finanza mondiale.
«È colpa dei greci, se la Grecia affonda? Di tutti i greci? E se ora l’Italia fallisse, sarebbe colpa mia? Siamo anche noi greci?» s’interrogava, in accanimento metafisico, zia Mariella.
«Sì – le ha risposto, ieratica, zia Enza – Tutti i popoli sono greci, i greci perdono, tutti i popoli perdono».
Si chiama sillogismo. Indovinate chi lo ha inventato.

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