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Archive for novembre 2013

Saverio La Ruina in Dissonorata.

Saverio La Ruina in Dissonorata

Pasqualina, vittima designata, bada alle pecore, bada alle vacche, bada al podere. Pasqualina tiene la testa bassa, conta le pietre per terra. Una, una, una, una. Pasqualina sa poche cose, il sì per lei è sì e il no è no, e il resto viene dal diavolo. Il diavolo è bellissimo, abita di fronte alla sua casa, ha un completo scuro e una macchina. Lei lo ama. Trascinando la corda delle sue giornate – dentro il podere e fuori il podere, dentro la stalla e fuori la stalla, su in terrazza e giù in terrazza, su in cucina e giù in cucina – Pasqualina, che nella mente ha poco spazio e nel corpo pure, ma ha un’anima talmente grande (sono tutte grandi, forse, ma forse no) che copre la vallata petrosa, scavalca la montagna e passa il confine, dove la Calabria diventa Basilicata, Pasqualina, che cammina a testa bassa, contando le pietre per terra, una una una una una, Pasqualina, che non sa nemmeno se la sua faccia è brutta o bella, Pasqualina, che vive sola con un padre una madre due sorelle e un fratello, Pasqualina si lattarìa per la voglia di sposarsi, per la paura di restare zitellona, caduta di guerra, milite ignota come tante che gli partirono gli uomini e manco tornarono, e le lasciarono morte in vita, zitellone.
Pasqualina incontra il diavolo tre volte, in qualche ruzzolaserpi dove le pecore seminano lana e olive di cacca, in mezzo alla ginestra spinosa e gialla come la paura. Il diavolo dice: stai tranquilla, spusamu, spusamu. E se ne parte per l’America, il diavolo, senza dire niente a nessuno. Pasqualina resta sulla terrazza, a guardare la casa di fronte, a guardarsi la pancia.
Prega, forse, Pasqualina, non si sa bene quale divinità diabolica che coincide coi sassi, col vestito nero di màtrima, con la faccia nera di pàtrima, con le lettere colle strisce celesti, quelle che vengono dall’America, ma non per lei, non per lei.
Per lei c’è una latta di petrolio, e un cerino, un giorno che tutti sono usciti dalla casa ma suo fratello no, suo fratello che deve fare una cosa importante: lavare col fuoco l’onore di tutti.
Brucia, Pasqualina, di colpa, di vergogna, di dolore. Brucia di petrolio, di disonore. Brucia di cerino, di focolare, di padre e madre e sorelle e fratello. Brucia di diavolo e d’america. Brucia di Calabria.
Brucia sotto la fontana, brucia dentro l’acqua, nel letto d’ospedale. Brucia nella stalla dove la nasconde zia Stella, come le stelle che stanno in cielo, che la nutre con briciole d’amore (che l’amore è potente e pericoloso, guardate come ne basta una goccia, e nascono figli, ne basta una briciola, e uno non muore, bastardo amore potente e pericoloso che rovini e salvi le vite).
Il 24 dicembre, nella stalla, di nascosto agli uomini ma non alle stelle, tale e quale a Gesù, il santo più forte di tutti (ma forse non dell’amore, non del diavolo, non del disonore, forse), nasce il bambino di Pasqualina e del diavolo: si chiama Saverio.
Saverio ora è un bello giuvini, alto. Pasqualina brucia ancora, con la pelle del mento attaccata al petto, per sempre, la testa china per sempre, a guardare in basso, a contare le pietre per terra. Una, una, una, una.

E’ la seconda volta che incontro Pasqualina, è la seconda volta che mi percia il cuore. Nello stesso teatro, il teatro negato nella città teatrale dell’isola teatrale che, per paradosso, spalanca i suoi sipari dappertutto, le sue recite tragiche o grottesche (indistinguibili, di solito). L’isola dove non si può suonare cantare ballare e recitare perché i soldi sono finiti, e sappiamo pure dove.  Ma sappiamo allo stesso modo che non si potrà smettere mai di suonare, cantare ballare e recitare, perché sono cose indispensabili, e senza soffocheremmo o moriremmo d’inedia.
Saverio La Ruina – calabrese di Castrovillari, pilastro di “Scena verticale”, scrittore e inveratore di “Dissonorata”, “La borto”, “Italianesi” – non è un attore e non è un drammaturgo: è una specie di miracolo tutto umano. Lui pensa personaggi come Pasqualina, la vittima designata, piccola calabrese della Calabria delle montagne, minuscola sconfinata calabrese persa in una vita secca come le pietre della strada, feroce come i lupi. Ma non li pensa soltanto: lui li scrive e poi li diventa.
Pasqualina dissonorata, Vittoria squartata dall’aborto, Tonino il sarto recluso. Corpi sacrificali, tutti perciati in qualche modo, tutti feriti, col cuore e le carni a cielo aperto: prendete e mangiatene tutti (come si suol dire in scena da mille e mille e mille anni).
Che poi oggi si chiama “femminicidio”, questo far male alle donne, punirle di esistere e di scegliere, ma in Calabria, e nel Sud, si chiamava delitto d’onore, una volta, e a volte nemmeno si chiamava: si viveva, giorno dopo giorno, nella vita secca e feroce che puniva le donne, uguale a una morte, peggio d’una morte. Quelle stesse donne magnifiche e sacerdotesse che contrabbandavano l’amore, che crescevano i figli e mandavano avanti il mondo, con la testa china. Quelle stesse donne che insegnavano l’amore ogni giorno, agli stessi figli le cui mani si armavano contro le donne, e perpetuavano la catena di dolori (ogni creatura un dolore, è questa la catena della vita).
Chi la capisce, la Calabria: mamma e carnefice nello stesso volto, nella stessa creatura. Chi la capisce, la madre che punisce la figlia, il fratello che uccide la sorella. Come nella storia di Pasqualina, agnella sacrificata.
E noi, noi ieri sera – pubblico fragile e responsabile, pubblico consapevole e volitivo, pubblico che vorrebbe andare a teatro ogni giorno e la domenica due volte ma non può – noi, alla Sala Laudamo di Messina, dietro il Teatro Vittorio, che ci dava le spalle sdegnoso e un po’ offeso, abbiamo steso le mani e preso pezzi di Pasqualina, e mentre li mangiavamo ci colavano le lacrime.
Piangevamo, io e la sorellina Elisabetta vicino a me, piangeva il vecchio politico in disarmo che non ha mai vinto una sola battaglia e porta in faccia l’orgoglio dei perdenti giusti, la studentessa fattucchiera, il professore senza studenti. Piangevamo e mangiavamo Pasqualina, e Saverio, che una volta in scena contiene Pasqualina e la sua casa minuscola nella curva del muro, e il diavolo che abita dirimpetto e se la prende nel prato nascosto e tutta la montagna, che alla fine è un corpo di donna, immenso e martoriato, percorso da bestie e uomini, a volte senza che si possa distinguerli. 

Alla fine dello spettacolo, un’anima bella ha avuto l’idea di portare una torta con la faccia di Saverio quando è Pasqualina, per farci fare la stessa cosa che avevamo appena fatto: mangiarceli vivi, piangere con loro e mangiarceli, con la gola stretta e gli occhi pieni. Lo stesso Saverio ha rifatto quel che aveva appena fatto sulla scena: si è tagliato a fette e si è imbandito.
E noi, noi lo abbiamo mangiato. Sapeva di cuore, di lacrime, di panna, di bellezza mortificata e vittoriosa, di amore doloroso, bruciato, immortale.
Certi dolori sono meglio delle gioie. 

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