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Archive for aprile 2014

No, dico, come faremo adesso noi?
Noi che conosciamo la strada maestra di Macondo, che ricordiamo quali fiori dilaniavano di nostalgia il patio in cui s’affacciava Fermina Daza, che sappiamo esattamente a quanto ammontava il debito della candida Eréndira con la sua nonna snaturata, che non riusciamo a dimenticare il sogno che fece Santiago Nasar la notte prima della sua morte annunciata, che non possiamo sentire l’odore di mandorle amare senza sentirci stringere alla gola dal destino di tutti gli amori contrastati.

Noi che tutte queste cose pensavamo di portarcele davanti al plotone d’esecuzione, ma ce n’erano molte, troppe ancora prive di nome, tanto che per citarle ci toccava indicarle con la mano, o sperare d’incontrare un Gabo che le nominasse per noi: amore, solitudine, morte, bellezza, guerra, magia, naufragio, lutto, coltello, perdono.

Oggi è il primo giorno del mondo senza Gabriel García Márquez: lo sentite il leggero rumore di marmitta che fanno milioni di malinconie? La sentite Ursula Buendía vagare per casa, bella come una colomba, leggera come il fumo del braciere, aspettando che arrivi lui, Gabo, zingaro e condottiero, cesellatore di pesciolini d’oro, contrabbandiere e naufrago, patriarca e fuggiasco, cercatore di galeoni nel deserto?Lo sentite l’odore della paura che viene dal plotone d’esecuzione, davanti al quale siamo invincibili: abbiamo un libro, anzi tanti, all’altezza del cuore.

Oggi accoglieremo Gabo nella famiglia, quella che ci abita in casa, solo parzialmente visibile: Jane Austen gli farà posto sul sofà, nonna Carmosina gli farà assaggiare il sugo, Chopin, se riusciamo a farlo scendere dall’armadio, gli dedicherà una sonata, il Che gli dirà qualcosa in un castillano tonante e poi tornerà a leggere Goethe, gli anfibi slacciati e un fremito d’asma nel respiro, papà proverà a offrirgli un caffè, miscela arabica, Italo Calvino gli rilascerà il passaporto per Eufemia, che è quasi come Macondo, ma più piccola, e anche lì ci si scambia la memoria a ogni solstizio ed equinozio. Mamma e Wisława Szymborska, colleghe di poesia (ma in una delle due s’esprimeva solo nella vita, nel corpo, nei gesti, nella pericolosità sociale), gli regaleranno la frutta del loro orto e le uova delle loro galline dalle uova d’oro. Lui ringrazierà un poco imbarazzato, cortese come un gentiluomo del sud, leonino e canuto come un generale buono e disarmato solo delle armi inefficaci, e in cambio chiederà un posto per le sue cose, che si sa, i morti viaggiano con milioni di cose, solo parzialmente invisibili: portici, nostalgie, gardenie, fazzoletti, ossa, nidi di formiche, nuvole, telegrammi. E poi con lui vengono José Arcadio e Florentino, Amaranta e Remedios la Bella, Aureliano e Santiago, e bisognerà trovargli posto.
“Il posto c’è già, comare”, mi rammenta Melquíades prima di tornare al laboratorio dove con zio Remo e zio Michele tenta di trovare una pietra filosofale che possa competere con la parmigiana di zia Enza o con il capitolo finale di “Cent’anni di solitudine”.

Entrano tutti, oggi, che è il primo giorno in cui non potremo mai più aspettarci il miracolo d’un nuovo libro che ci racconti il mondo come vorremmo, come dovrebbe, come potrebbe, come è senza che lo sappiamo. Entrano tutti seguendo il passo incerto di Gabo, capitano di illusioni, pastore di mondi, vendemmiatore di cuori.
Si siede nel tinello, tira fuori un foglio bianco, lo liscia, scrive con caratteri grandi, infantili, vividi: “È la vita, non la morte, a non avere confini”.

 

Adiós Gabo, mi lasci col cuore spezzato e bucato, e sto a riempirlo da ieri sera con altre cose che mi hai lasciato tu, perché il cuore è come i tuoi pesciolini d’oro, si disfa e si rifà, e brilla e poi si squaglia di nuovo. 

 

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