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Archive for febbraio 2009

Ambasciatori della fame 1893-94

Non siamo maggioranza da almeno quindici generazioni, forse venti o anche trenta. I disperati che se ne partivano facendo l’unico viaggio che potevano, all’indietro, dalla costa alla montagna, per sfuggire ai signori spagnoli e ai pirati saraceni (quasi indistinguibili tra loro), erano una minoranza stracciona e terrorizzata, disposta persino a vivere come le capre o i lupi d’Aspromonte. Ma allora la minoranza era la maggioranza: maggioranze così divise da essere meno d’una minoranza, meno di uno per ciascuno.
L’abbiamo ereditata, questa cosa della minoranza maggiore: siamo sempre stati la maggioranza minoritaria, quando ci terrorizzavano gli spagnoli, gli arabi, i normanni. I Borboni. Non contavamo niente, e stavamo nelle nostre case come se fossimo stranieri sott’assedio, con la paura che ci faceva mozzicare la punta del cuore.
Abbiamo ereditato un sacco di cuori mozzicati, infatti: il male della minoranza maggiore che si trasmette di padre in figlio, dentro le linee del sangue scuro e vecchio che corrono fitte sotto la pelle di foresta e spiaggia e montagna e roccia della Calabria Citra et Ultra.

Fiumana 1896

Sì, c’erano sempre alcuni di noi che volevano essere la minoranza maggiore. E lo potevano volere solo in due modi: dalla parte giusta e dalla parte sbagliata. I primi diventavano rivoluzionari, bracconieri, agitatori, briganti e martiri. Gli altri diventavano guardacaccia, guardaspalle, sicari, mezzadri e preti.
Ma restavano sempre quello che erano: la maggioranza minore, infima.
Nessuno di noi è diventato principe. Qualcuno re, ma per un giorno solo.

Quando c’erano le camicie rosse eravamo spaventati: erano tanti, almeno mille, una maggioranza. Indietreggiavamo, noi che eravamo pochi, centomila, un milione, una minoranza. Ci hanno ripresi da dietro, mentre sbarravamo gli usci e ci nascondevamo sotto il letto: uscite, venite a lavorare, ci dicevano i padroni. Loro erano la maggioranza.
Come i Savoia: una minoranza così maggiore che prendeva mezza Italia, una mezza Italia talmente grande che noi, quaggiù, eravamo piccoli piccoli. Minori.

Il cammino dei lavoratori 1898

Con le camicie nere la maggioranza era uno solo: noi, la maggioranza minore, lo applaudivamo quando appariva nei cortili squadrati, in testa ai cortei, sui balconi, alto sulle medaglie e le nuvole. Tanti eravamo, tanti come se fossimo, noi, uno solo: e uno solo è una minoranza, no?
Fu dopo i bombardamenti e la fame, dopo la pioggia di cioccolata e cingomma, dopo che ci lavarono la testa ben bene col ddt (che poi ci doleva da morire, la testa, e pensavamo che ci volevano ammazzare, perché eravamo la minoranza, noi maggioranza che avevamo perso la guerra come prima avevamo perso la pace): allora andammo a fare il referendum, quando la maggioranza scelse quella cosa nuova, la Repubblica. La maggioranza, mica noi. Noi avevamo votato per il sindaco, il prete, il farmacista, il signor barone. Siamo sempre stati la minoranza, noi coi cuori mozzicati e il mal di testa.

Ora la maggioranza ha scelto, anzi continua a scegliere senza fermarsi un attimo. Hai voglia a dirgli: aspetta, fermati un momento, ragiona. Zitta tu che sei in minoranza, dicono. La maggioranza vuole quella determinata minoranza che ama moltissimo la maggioranza e continua a farle regali: la tivù di maggioranza, il premio di maggioranza, il sanremo di maggioranza, il Grande Fratello di maggioranza. La maggioranza dice che è felice così.

Ma io mi ricordo, mi pare di ricordare che la maggioranza che, allora, decise che doveva essere la maggioranza a decidere, era convinta che la maggioranza doveva comportarsi come una minoranza, cioè farsi un sacco di domande e capire perché è una minoranza e cosa vuol dire e avere presente la differenza che esiste nell’essere una minoranza, una differenza che in sé non è né buona né cattiva ma solo una differenza e la democrazia consiste nell’armonizzare le differenze, perché mai nessuna maggioranza sia una dittatura per le minoranze, come prima erano le minoranze ch’erano dittature per le maggioranze. Le minoranze devono studiare da maggioranze. E le maggioranze, beh, loro dovrebbero educarsi da minoranze.

Il Quarto Stato, 1901

Ma la maggioranza di ora mi sembra come certe minoranze di allora: vuole essere tutto, e non vuole differenze.
Io oggi non voglio essere la maggioranza: continuo a essere quello che sono sempre stata. Una minoranza che vorrebbe essere la maggioranza e allora si educa come se fosse una maggioranza e più si educa meno è maggioranza.

Ridatemi i saraceni e gli spagnoli.

Sono giorni strani: ho paura di quello che sceglieranno per me. La democrazia, se si svuota da dentro, è più pericolosa d’una dittatura. Se viene seminata a menzogne, a pessima televisione, a informazione drogata, a culture scadenti e ad "aiutini" diventa un’altra cosa, ma restando, di fuori, la stessa.
Sanremo è lo specchio di quest’Italia: un tritarifiuti dove mescolare il bello e il brutto, il sacro e l’orrido, Alda Merini e il Grande Fratello, Puccini e i Puffi. E tutto è legittimo, se consacrato dalla maggioranza.
Ma che scelta è, quando non si sa più scegliere?

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   Il corpo dello Stato è sdraiato: conserva tutti i segni della vita, respira, apre gli occhi, si fa attraversare da cicli di sonno e veglia. Ha un bell’aspetto: sembra una giovane donna in buona salute, il corpo morbido, le membra calde, la corona turrita sui capelli corvini. Potrebbe persino partorire decreti legge, e leggi, e persino nuove Costituzioni.
   Ma è uno Stato vegetativo permanente: cannule e sondini s’infilano nel bel corpo disteso. Sondaggi, pessima televisione, bugie istituzionali vengono pompati di continuo nelle vene, scendono nei polmoni in forma di bolle, viaggiano nel sangue, passano laboriosamente nello stomaco, s’infiltrano in profondità nei tessuti.
   Il perfetto cervello giace nella teca d’avorio del bel cranio, inerte.
Il brusìo elettrico che l’animava s’è spento molto tempo fa, alle precedenti elezioni o qualcuno dice ancora prima, in seguito a un grave incidente: lo Stato viaggiava, un po’ incosciente, sulla sua auto nuova (si chiamava Seconda Repubblica ed era appena uscita di fabbrica), quando, per cause che sono ancora al vaglio degli inquirenti, s’è scontrata con un mezzo che procedeva in direzione uguale e contraria. Alla guida c’era lui, Silvio Bonaparte, che trasportava il suo bagaglio di spazzole e collant e specchietti per le allodole.
   Il corpo dello Stato è scivolato dolcemente, da allora, nella vita vegetativa. Mantenendo il suo bell’aspetto, tessendo relazioni internazionali, defecando a orari convenuti grazie al sondino, assistendo ai telegiornali tre volte al giorno e a Porta a Porta a intervalli regolari, espellendo mestrui e clandestini, comunicandosi una volta a settimana, stringendo il pugno (riflesso d’aggrappamento, controllato dal tronco encefalico) sui più deboli, assumendo le sue dosi quotidiane di menzogna, pessima stampa, reality per endovena.
   Perché Silvio Bonaparte ci tiene molto, al corpo dello Stato: se lo è fatto liftare e liposuggere e bulbotrapiantare. Ora ha il Parlamento staminale che gli produce quel che vuole lui. La tintura all’hennè copre di colore uniforme qualsiasi informazione. I muscoli pellicciai del volto sono stirati in un sorriso perenne: le brutte notizie son cose da iettatori e comunisti. Il corpo dello Stato è bionico e indistruttibile. Basta che respiri.

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gemelle e predatrici

  La prima volta che stava per morire, mia madre era incazzata nera con la vita e con dio e pure con noi. La prima notte d’agonia, col suo cervello che continuava a spegnersi e accendersi, la sentivo imprecare con tutta la sua forza di albero, di torrente, di roccia quaternaria, di gramigna.
 La vita d’altronde s’era sempre manifestata in lei come una forza spaventosa, che distruggeva almeno quanto poteva creare: quando partorì la prima volta restò aggrappata per diciannove ore alle sbarre del letto, lottando contro la vita, contro il dolore della vita, e contro la paura della morte. Io sola so che non lottava per assecondare, ma per opporsi a quella vita che lei sentiva esattamente com’era: vasta, potente, distruttiva, spaventosa. La vita era quella tempesta che lei poteva leggere nei fulmini anche una notte prima. La vita era quell’enigma che lei, da medico, affrontava con gli strumenti degli sciamani, delle veggenti, delle guaritrici. 

  Quando partiva per le giogaie diseguali dell’Aspromonte, a dorso di mulo – era medico condotto con indennità di cavalacatura – recitava le sue personali formule, mentre il mulo dondolava e le boccette di vetro, nella borsa, facevano il loro scientifico tintinnìo.
Lei non ci credeva, nella scienza. La scienza la ripagava ignorandola. E lei guariva dove poteva, col tocco delle mani o delle parole, a volte solo aggiustando le uscite imperfette tra i mondi. A volte solo assistendo con le labbra strette a travagli, agonie, decorsi sui quali non c’era nulla d’umano che potesse interferire.
La donna che si uccise legandosi un filo di seta al neo maligno; la famiglia sterminata dai funghi sicuri; la donna con la coda; il bambino ammazzato dalla levatrice che gl’aveva reciso il velo palatale con l’unghio sudicio.
La sua medicina era favolosa, pericolosa. Le sue diagnosi erano romanzi, invettive, lettere a dio.
  Quando toccò a lei non fu diverso. La morte ci provò in un sacco di modi. L’epatite, poi la cirrosi: il fegato secco e duro come una prugna. La pressione che s’alzava e s’abbassava in onde, cavalloni che le riempivano il corpo di liquidi, di malinconie, di urgenze, di letargo.
Il tumore al colon, che chissà da quando aveva cominciato a crescere, come un serpente rosso, e che reagì esattamente con la forza della vita, quando i medici lo scavarono col bisturi: si costruì caverne, giungle, foreste di vita sbagliata, smodata. Era un’altra espressione di quella vita dilagante e distruttiva che lei portava con sè, che lei sapeva sentire dentro la terra e dentro l’acqua.
Noi non capimmo, nella prima notte d’agonia, che lei voleva vivere almeno quanto voleva morire. Che la vita e la morte si equivalevano attraverso di lei, ma col prezzo soprannumerario del dolore.

  Mettemmo quella firma, la condannammo ad altri due mesi di sofferenza. La vita si prese quello che era suo, la morte pure: stavano tutte e due accanto al letto, a schiaffeggiarsi e urlarsi insulti che percepivamo in forma di elettricità, correnti d’aria, cattivi pensieri, temporali di là dallo Stretto. E poi facevano pace e ricominciavano.
Anche l’ultima notte fu così: la vita e la morte erano talmente gemelle che non riuscimmo a distinguerle, quando si misero tra noi e lei, e non riuscimmo più a vederla. Mai più.

Mia madre mi disse che avevo fatto male a firmare per quell’intervento disperato, anche se dopo tre giorni di coma s’era svegliata e venivano a visitarla dall’altra ala dell’ospedale, perché dicevano che era un miracolo, e il chirurgo si guardava le mani e il primario diceva con la sua voce gentile che la speranza è il loro vero lavoro.
Le regalammo altri due mesi.
Io non so se li vorrei, quei due mesi come i suoi. Penso di no.
Voglio fare testamento fin da quella notte, sono ossessionata dal pensiero di chi e come sceglierà per me. Voglio poter scrivere la mia definizione di vita.

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Leda col cigno, appunto

 La donna camminava circondata da uno sciame: erano fiori, o farfalle, o fate molto piccole. Avevano visi stretti dal mento sfuggente, occhi a punta e frinivano in modo riconoscibile. Lei ci parlava ininterrottamente, consigliandosi con loro, o rimproverandole per qualcosa. Era perfettamente chiaro che si trovava a proprio agio.
 Passò davanti all’uomo avvolto nel pitone, che gli rosicava lentamente la base del cranio, senza che lui lo desse a vedere, d’altronde. Nella vetrina si specchiavano tutti e due, l’uomo e il serpente.
La donna delle fate-fiori passò oltre, gesticolando in mezzo allo sciame: non era mai sola, lei.
Viceversa, la donna con la boccia di piranha aveva un’aria afflitta: teneva una mano dentro l’acqua, che nemmeno si vedeva, con tutti quei pesci d’oro terroso e rosso che s’affollavano attorno.
L’uomo coi gatti sembrava sereno: ne aveva due, gemelli, d’angora bianca, che gli camminavano accanto, uno per lato. Avevano un pelo candido che catturava la luce e altre cose. L’uomo sorrideva lievemente. Quando gli passò accanto la donna con la pantera, i felini si sogguardarono e qualcosa d’elettrico corse tra le pellicce degli animali e gli occhi degli umani.
  Per gli animali pesanti c’erano corsie separate: andavano e venivano orsi bruni, elefanti indiani, una giraffa. Due cammelli dondolavano di lontano, ruminando incessantemente e facendo ondeggiare i finimenti dorati: gli uomini accanto a loro avevano visi impenetrabili.
 Una tigre reale passò a grandi falcate, lasciando una scia d’odore muschiato: la donna che portava in groppa era aggrappata al suo collo, i lunghi capelli neri che si confondevano con le strie della tigre.
 Sotto l’arcata del Ponte, lo Stretto era continuamente attraversato da pescespada, orche marine e megattere, accanto a cui qualcuno nuotava o si lasciava portare dalla corrente: non si potevano distinguere le rotte degli uomini e dei pesci, e i loro tracciati argentei disegnavano come una ininterrotta scrittura.

Pensavo alla forma dell’anima, oggi: a volte è una vipera, a volte un moscerino, a volte una cavalletta d’oro posata come una spilla sul risvolto della giacca. Ma a volte è un elefante bianco, a volte un dromedario, a volte una tigre reale. Stamattina m’ero svegliata con accanto un serpente verde veleno. Poi è diventata un gatto pensieroso, una tigre da guerra, una sfinge, una poiana. Dopo aver perlustrato il cielo con gli occhi rapaci e aver riempito le penne d’ossigeno fresco, l’anima è volata giù, s’è accucciata e s’è messa a dormire, il pelo bianco che si muoveva appena al vento.

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