Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for giugno 2006

la città sogna se stessa (Pedro Cano)

 La città onirica non ha nulla a che fare con la notte.
La città sogna di giorno, immersa nella caligine e nel malanimo dei quaranta gradi. La città – che già d’inverno è torpida e scontrosa – sprofonda lentamente nel cerchio inevitabile dell’afa, sospendendo poco a poco i suoi battiti vitali.
Chiude gli occhi, la città, ma non come chi non vuole vedere: rivolge piuttosto lo sguardo in dentro, e di fuori vediamo solo il suo profilo assorto, le palpebre di tapparella schiacciate sulla cornice liberty, le ciglia stese come panni attorno alla bifora, le palme spioventi come ciocche di capelli. Sentiamo il suo sonno come una nota bassa, profonda, quasi inavvertibile sotto i rumori consueti, che pure risultano ovattati e lontani: al porto l’acqua assorbe gli stridori del metallo, e gli uomini spontaneamente stanno zitti. Fiaccati a loro volta, camminano piano, si passano le gomene in silenzio. Il traffico scorre senza strepito, attraversa le cortine di nebbia in cui si trasformano le strade – perché quando la città sogna niente resta al suo posto, ma tende a scivolare indietro nel tempo, o di lato dove nessuno sa cosa accada, o avanti dove nessuno vuole saperlo.
 I numeri civici, che di solito sono pochi e confusi, si mescolano ancora, e se qualcuno volesse leggerli – ma quando la città sogna ciascuno perde memoria dei numeri e delle direzioni – non capirebbe nulla, perché la città, dormendo, distende le membra, e le strade s’allungano a dismisura.
 Negli innumerevoli cantieri – cantieri miserabili, dove s’aprono buchi nel terreno e macchine antiquate spargono fumo, cantieri terribili, che sollecitano la roccia profonda e tenera con mascelle d’acciaio, cantieri finti, dove mattoni rotti s’inzuppano nelle pozzanghere e sugli attrezzi abbandonati cresce la malerba – la polvere si mescola alla nebbia del sonno, e i luoghi restano immobili, né vecchi né nuovi, né distrutti né ricostruiti, solo infinitamente violati.
 La città forse sogna altre file di case, come i palazzi dalle costole bianche visibili dalle navi traghetto, che annunciano il litorale e le sue opere mostruose fin dal mezzo dello Stretto. Forse la città vorrebbe ritrarre di colpo le dita attorno alle quali sono cresciuti i villaggi dai nomi arabi, e osservare il terrore di formicaio della gente. Forse vorrebbe invece raccogliersi di nuovo in alto, sui colli rotondi contesi dai venti, dove adesso guardano con occhi ciechi solo i vecchi forti militari in rovina, pieni di siringhe e cacca d’uccello.
 I miraggi salgono dall’asfalto, avvolti in un’aura gialla che dà il mal di capo.
Palazzine, carrozze, fontane d’acqua, chioschi, cavalli bianchi: ogni cosa sorge dal sogno spesso della città, resiste un poco nell’aria tremolante e si dissolve, mentre la gente ci passa in mezzo cogli occhi stretti, mostrando di non farci caso. Specialmente nella piazza delle magnolie, dove la luce filtra in angoli imprevedibili attraverso le foglie millenarie. Sul pavimento bianco si disegnano ombre sghimbesce, che sono solo le ombre dei sogni (la città sogna anche attraverso le palpebre rugose delle magnolie, il loro ininterrotto mormorìo di disapprovazione, la loro animale immobilità e resistenza). Passando in mezzo alla piazza la vita si trasforma, catturata dalle ombre irregolari scappa verso esiti imprevedibili: la signora si fidanza col barbone, il cane porta il palloncino, la bambina mette i tacchi alti e il giovane uomo decide di partire per sempre. Le magnolie sognano verso il basso, sogni densi e opprimenti il cui odore misterioso e floreale s’avverte a ondate. La città esala vapori di sogno verso l’alto, attraverso le grate e i disegni del marciapiede, i buchi dell’asfalto, le commessure del cemento.
 Le navi inutilmente tentano di staccarsi dal tremendo potere d’attrazione del sogno e della costa: il sogno le avvolge fino all’altra sponda, che pure è immersa nel suo sonno. Le montagne con le spalle curve portano sogni d’altopiano, nuvole, pensieri cupi lungo le dorsali scure. Sognano villaggi lungo le strade, pietre miliari attorno a cui s’avvolge il silenzio, macchie bruciate dagli incendi. Sognano la città di fronte, in una manifestazione di intonaco e catrame vecchio e pensiline. Sognano marmi, vasche foderate di muschio, tralicci sottomarini a cui s’attaccano le alghe.
 Ciascuna sponda sogna l’altra, come da sempre.

Read Full Post »

LEGGERE

esercizi di lettura (Vermeer)

 Leggero come la pietra, pesante come l’acqua.
Bianco come la notte, nero come il mezzogiorno, odioso come l’amore.
Nella casa d’angolo si cresceva così, con convinzioni rovesciate e strampalate che però spiegavano i mondi. Gli angeli camminavano in soffitta, s’andava a trovare dio dietro la cortina dell’aria sottile, nel palazzo di pietra che galleggiava nel cielo, eppure il cuore di chi era vicino restava lontanissimo, in qualche aldilà dove non si poteva raggiungere mai.
 Nonna Carmiscina c’insegnava a leggere ragnatele, malumori e nuvole da sud, e invece diffidava di ciò che era scritto sui libri, che poi i libri erano il codice civile e il breviario del signor parroco: due libri nemici, due armi. Si potevano combattere, però: col sale e gli scongiuri uno, con la roncola l’altro.
 Leggevamo l’acqua, che aveva un sapore vecchissimo ma qualche volta cambiava, e allora voleva dire che arrivavano matrimoni o sciagure, o tutti e due. Leggevamo nella camminata del ragno sul davanzale, nell’inclinazione della vite di famiglia – quella che era una parente stretta e un oracolo, e annuiva, appesa e blu, ogni volta che aprivamo la porta, aspettandoci al varco: io ne avevo paura, sapevo che, semplicemente, voleva prendere il nostro posto. Leggevamo nella farina, nel granturco, nei ciocchi di legna accumulati dietro la casa, dove facevano il nido certi topolini bianchi e pure gli scorpioni neri, che lottavano tra loro l’eterna lotta del mondo. Leggevamo nel carbone, persino. 
 

 Un giorno, facevo le elementari, presi un pezzetto di carbone, quasi una matita, ma irregolare e d’un nero che sporcava le mani, e scrissi sul muro della casa, lettere gigantesche che mi suggeriva il carbone, che voleva dire da tanto tempo, quando andavamo a frugarlo nel suo sacco. Lui dettava e io scrivevo, sul muro imbiancato a calce, un messaggio buono per gli occhi dei giganti – che a Mezzagosto scendevano dalla montagna per andare alla festa.
 Gli altri bambini, i miei cugini e mio fratello, i figli dei vicini di casa, i figli dei compari e delle commari, i figli dei nemici, erano spaventati: ora la nonna t’ammazza. Io pure ero spaventata, ma il carbone non mi lasciava andare. Così non avevo scelta: continuai a scrivere finché non finì il muro, e allora il carbone mi disse di scrivere sul muro del baracco della legna, che pure non era bianco ed era pieno di chiodi e di muffa. Scrissi fino a quando finì il carbone, si trasformò tutto – che comunque il suo destino era trasformarsi, diventare fuoco, braci, diamanti, parole – in lettere storte e nere ed enormi.
 Ero lì, confusa, a rileggere, quando arrivò di corsa la nonna Carmiscina, tenendosi le gonne con la mano. Stai bene? mi disse, preoccupata, e mi sentì la fronte – lei leggeva le fronti.
Non le risposi, e lei mi guardò dentro gli occhi – perché leggeva le anime.
Vieni, vieni, figlia, mi disse e mi portò via, e gli altri bambini erano sicuri che m’avrebbe ammazzata e gli dispiaceva non vederlo.
 A casa mi portò nell’ombra chiusa a chiave del salotto buono, e mi diede un dito di vino dolce – che era dorato e vecchio, e potevamo leggervi chiaramente una storia di legno, attesa e miele profondo – confortandomi, con parole d’affetto e di scongiuro.
Non sei arrabbiata? le chiesi, un poco esitante.
No, figlia, mi rispose, meravigliata.
Ci pensò un poco e aggiunse: però stai attenta. Le cose più pesanti che esistono sono le parole. E batté un colpo sulla tavola di noce – dove si potevano leggere venature ammorbidite, lavoro a cera, striature del tempo, il cerchio d’un bicchiere.
Annuii, e bevvi ancora il vino. Ce ne restammo in silenzio, poi.

Questo a chiosa delle interminabili discussioni dei giorni scorsi su letture e scritture, leggerezze e pesantezze. Forse è leggero ogni atto di scrittura, toglie peso al mondo e lo trasferisce altrove, su qualsiasi specie di carta, che diventa allora pesantissima, per quanto possa essere sottile. Forse viceversa, il pianeta è appesantito a ogni atto di scrittura, e allora occorre leggere, leggerlo tutto – fogli, foglie, fronti, frontespizi, retrovie, muri, specchi e tomi – per togliergli peso, e farlo respirare. Non so. Nel dubbio, scrivo: è leggero e pesante. E si può sempre lèggere…

Read Full Post »

nave-isola-scrittura (Savinio)

 Zio Totò scriveva poesie.
Poesie fiammeggianti e dannunziane, con tramonti che colavano porpora fuori dal foglio, amori disperati e persino bicchieri d’assenzio, che lui non aveva mai visto nemmeno dal farmacista (in realtà era astemio, beveva solo l’acqua della Fontana Medicinale e la sera mangiava provola e pastina scondita “per non appesantirsi”).
 Era un omino mesto, angusto, col dono dell’invisibilità: non usciva nemmeno nelle foto dei matrimoni. Per quanto si sforzassero – lo mettevano in prima fila, gli aggiustavano il cappello sulla fronte liscia, gli chiedevano di sorridere, almeno per una volta – niente, l’occhio veritiero della macchina non lo vedeva mai. Infatti, in tutte le foto di famiglia – matrimoni, comunioni, battesimi, pasquette, funerali – in prima fila c’è solo zia Mela, la nana senza denti e con la parrucca bionda. Di zio Totò nessuna traccia.
 E dire che lui si portava dappertutto il quaderno delle poesie, sperando segretamente di poterne declamare una o due, con la sua vocetta sottile che faceva pensare ai graffi sulla lavagna, o ai gattini piccoli che duravano due giorni, e poi venivano lasciati in campagna, o annegati, ma con misericordia (e noi piangevamo ogni volta, e mia nonna diceva che, tanto, dovevamo fare esperienza dell’ingiustizia ed era bene che ci abituassimo).
 Invece non lo lasciavano mai parlare, zio Totò: lui era troppo educato, e poi era invisibile. Quando lo cercavano, non si trovava mai, anche se era seduto lì, al tavolo a ferro di cavallo, ingombro di tiane di polpette e peperoni ripieni e maccheroni col sugo di capra.
 Lui agitava il braccio, qualche volta mostrava pure il quaderno, diceva “sono qui” con la sua vocina da gattino e da vittima, ma non lo vedeva e non lo sentiva nessuno.
Quando morì, a stento se n’accorsero. Lasciò detto che voleva con sé, nella bara, il quaderno delle sue poesie. Naturalmente nessuno lo trovò, anche se cercarono in tutta la casa: la sua scrittura era invisibile, come lui.

 La storia di zio Totò l’ho sempre sentita come un mostruoso avvertimento: non scrivere, o ti cancellerai tu. Oppure: non scrivere, tanto siamo tutti illeggibili, siamo tutti invisibili, siamo tutti d’inchiostro simpatico. Non scrivere, che tanto nessuno ti vuole leggere.
E così mi sono trovata un felice compromesso: scrivo quassù, su questa lavagnetta elettronica che si cancella un poco ogni giorno, dove ogni scritto scalza via il precedente, e tutto precipita nel buco nero della memoria onnivora del web, che è solo l’altro lato dell’oblio profondo del web e della vita.
Sono una specie di zio Totò, ma con meno gattini morti.
Per non parlare dell’Amazzonia: chi ha un minimo di coscienza ecologica dovrebbe pensarci, al danno che gli autori, gli scriventi, i testuanti fanno in ogni istante a questo povero pianeta. Troppa carta, in giro, gran parte della quale invisibile, come quella – vergata a fatica, in inchiostro seppia e decadentismo – da zio Totò.
Tutta questa premessa (sono donna di premesse: è un altro dei trucchi per scrivere, per contrabbandare righe, per illudermi di non essere nipote dello zio Totò) per raccontarvi che ho follemente accettato la folle proposta dei miei folli amici Giovanni Monasteri e Anna Setari, ovvero la redazione di  
Feaci Poesia. Ho accettato perché non è strettamente una casa editrice: è piuttosto un’isola mitologica dove chi sta peregrinando senza sosta e senza approdo si può fermare per un poco a raccontare il suo racconto, essere rifocillato con pane e vino e poi ricominciare a vagare, con un ricordo in più. Ho accettato perché ci sono altre parole che mi piacciono, lì (quelle di Giovanni  e Anna , anzitutto, quelle di Colfavoredellenebbie  e di brianzolitudine ).
Ho lasciato, come moneta assurda e fuori corso, le
mie parole  di nipote di zio Totò (in effetti, le cose meno “narrative”, come s’addice ai banchetti), e loro le hanno accettate. Sono folli, e la follia – si sa – è un dono degli dèi.

ps: non dovete credere a una sola parola della prefazione. Giovanni aveva esagerato con la malvasia.

Read Full Post »

Il mondo di Brigida (Guttuso- Natura morta)

 Noi, in effetti, non sapevamo in quale lingua parlasse, Brigida.
Le parole, masticate dal suo unico dente – almeno l’unico visibile – ruminate nella sua immaginazione, digerite male e risputate fuori, erano sempre avventurose, incerte, contraddittorie.
 Lei stessa, pronunciandole, spalancava gli occhi e ci metteva un’inflessione interrogativa, un vento dubitativo, come per dire: mah, forse.
Mio padre, per lei, era “l’ancignieri”. Mia madre era più facile: “dittoressa” (sì, mia madre era proprio una dittoressa – dottoressa e dittatrice – e le parole di Brigida portavano ben più verità di quanto lei stessa potesse sapere). Mio fratello si vergognava quando lei lo chiamava “issignorino”, io adoravo che lei mi chiamasse “’nnuzza”, con uno dei suoi rari, terrificanti sorrisi.

 Amava il cinema, Brigida. La domenica pomeriggio si metteva la cappottina e partiva – un poco caracollante sulla gamba più corta – per la Sala Aurora, a piangere nel fazzoletto da uomo bordato di nero. Il suo attore preferito, ovviamente, era “Pecory Gec”: di Gregory Peck aveva pure una fotografia, ritagliata da un giornale, in bianco e nero, com’era tutto il mondo negli anni Sessanta.
Brigida, in realtà, non era nemmeno uscita dagli anni Cinquanta, che quaggiù erano stradoni spelacchiati invasi dalle erbacce e dalla polvere di cemento, con le note della radio e qualche volta i ciclisti del Giro, o una Seicento color verdeacqua.
Mai un fidanzato, Brigida, e una famiglia lontanissima, o forse inventata, come una parola.
Come la “carta spagnola”, il “frigorifero da svenare”, la “carne Sentimental”.
 Mai una ceretta – aveva baffi d’un bruno intenso, e i peli delle gambe eternamente schiacciati nelle calze ortopediche – mai un compleanno – e chissà quanti anni aveva, se venti o settanta o niente del genere, piuttosto un’età calcolabile in raccolti, vendemmie e sostituzioni del tubo del gas.
 Mai un’amica, un abito, una collana che fosse diversa dalla croce d’oro finto che portava al collo, e la baciava, qualche volta, quando io o mio fratello dicevamo qualcosa di molto sacrilego, come “non voglio bene a Gesù” o “i fagiolini mi fanno schifo”, “non voglio baciare la zia perché puzza”, “gli angeli non esistono” o “da grande voterò per i comunisti”.

 Però un giorno io lo capii di colpo: Brigida parlava in latino.
Non erano gli anni Cinquanta o Sessanta, che la circondavano come un’impenetrabile barriera linguistica: Brigida veniva dal medioevo, anzi era rimasta nel medioevo.
Un giorno bussò alla porta un amico di famiglia, Silvestro, detto Silver perché aveva qualcosa di luccicante e straniero, e i nomi – si sa – portano in giro le verità dei corpi.
 Brigida entrò nel tinello (allora esistevano anche i tinelli, eternamente immersi in penombre con un lieve odore di broccoli e cera per pavimenti) e annunciò: “Est Silvius”. Allora io, che ormai facevo le medie e sillabavo rosa-rosae-rosae come fosse un sortilegio (lo era), compresi: Brigida era rimasta presa in qualche piega del tempo, nella Calabria Ulteriore.

 Eppure era felice, a suo modo. Aveva un’esistenza piena di cose – i bottoni, le pentole, le pattine, i gerani – che la rassicuravano ben più delle parole. Il resto era – tutto – un territorio mutevole e ostile, dal quale s’era difesa per sempre chiudendosi nella nostra casa, dietro il muro incerto delle sue parole.
Brigida se n’andò di colpo com’era venuta, trascinandosi la valigia di cuoio pesante.
Sono certa d’aver sentito che, sulla porta, ci diceva : “Vale”, e feci l’errore di chiederglielo. Mi guardò coi suoi occhi sporgenti e mi disse, ma con gentilezza: “No, ‘nnuzza, non vali nenti…”.
 Latinista e pure filosofa, Brigida.

Read Full Post »

giugno dorme alle isole

 Sì, sono stata alle isole, addormentate da un autunno fuori stagione.
Lo racconto qui, e ancora prima qui  (perché i cerchi si chiudono sempre).
Giugno ha una veste fiammeggiante nella quale ama raccogliersi a dormire. E io faccio come lui.

Read Full Post »

ANNIVERSARIO

a passeggio con te e i papaveri (Claude Monet)

 E’ passato un anno, oggi.
Ogni mese ti ha dato e ti ha preso qualcosa.
Forse è stato verso novembre, quando è venuto a trovarmi quel gesto, quello che facevi quando volevi dire: vabbè, è inutile. Chiudevi gli occhi, stringevi le tue spalle rotonde, ti sottraevi. Perché non era una resa, no. Non era contemplata, una resa. Era piuttosto una piccola catastrofe: facevi finire il mondo in quel preciso momento. Lo lasciavi lì, fuori da te, che avevi gli occhi stretti e il viso, il tuo bel viso di principessa repubblicana (il tuo naso greco delle montagne, il tuo incarnato di giglio nero, i tuoi occhi di brace marina, le tue collane di sì che erano no).
Forse l’ho rifatto, quel gesto, senza saperlo. Anche io voglio cancellare il mondo, certe volte, e serro gli occhi e stringo le spalle.

 La ricetta del capretto al forno, quella è sparita. Non mi ricordo più quando mettevi la cipolla, e quanto tempo lo lasciavi a caramellarsi nel forno, girandolo con autentico amore, che non era amore per la cucina, amore per noi o amore per il lavoro ben fatto, ma un amore originario e selvaggio, che si esprimeva pure nel sacrificio del capretto, nel rosmarino, nelle patate tagliate "a scudo", con un’arte che invidiavo, perché il coltello era cosa tua, come il fuoco e il cibo.
L’ho persa, forse, a Pasqua, quando tutto voleva ricominciare, perché sotto la pelle del mondo c’è a ogni stagione un mondo nuovo.
 Però a Pasqua c’eri anche tu avvolta nello scialle, sul terrazzo, che guardavi lontanissimo. Io ero dietro di te, e non capivo se osservavi le nuvole a punta che traghettavano nello Stretto, la Calabria azzurra e rarefatta o la morte seduta sul mandorlo, a mangiarsi le unghie e aspettare. Non vedevi niente di tutto questo, forse. La tua immensa paura aveva spento il tuo talento per le profezie, la tua padronanza del passato e del futuro, la tua coscienza dell’impossibile.

 La tua voce no, è diventata solida. E’ un metallo chiaro che cade in forme argentine qui attorno, ogni volta che la chiamo dentro di me.
 Invece sono spariti un mucchio di anni. Anni ammantellati e neri, in cui sprofondavi piano piano nel lago di te stessa, e non era rinuncia ma una forma di lotta, d’opposizione. Solo che io non c’ero: ti guardavo nello specchio deformante della mia vita altrove e adulta, della mia maternità che ti escludeva invece di ricomprenderti, del mio bisogno di te che era un rifiuto, della mia felicità identica a un malessere.

 Anche il tuo odore va scomparendo. Ho cercato di conservarlo nel fondo degli armadi, nei cuscini, negli abiti. No, non quelli fatti a pezzi dalla malattia, i pantaloni tagliati e le maniche scucite e gli scolli straziati per far posto ai tuoi gioielli di ricoverata, gioielli di plastica e filo di sutura e gocce color porpora e iodio. Piuttosto, i tuoi vestiti di quando eri gelosa di te stessa, conservavi pezzi di giovinezza dentro i cassetti, foulard pieni di vento di mare e scialli ricamati e un profumo di pelle, di speranza, di spighe e di legno nuovo e vecchio.
Ma stai evaporando pian piano, e ora quell’odore è solo nella mia immaginazione, nel mio desiderio, nella mia impossibilità di farti esistere di nuovo solo ricomponendo tutti i pezzi che ho di te.

 I tuoi gesti, invece, lo sapevo che li avevi messi da parte.
M’accorgo di girare la testa da un lato come te. Di muovere le mani come te. No, non di scrivere con la tua grafia veloce e oscura, di medico e di strega: la mia grafia è un lento rito del corpo, un infinito ripensamento. E’ il luogo in cui siamo più lontane: io ho bisogno di dire le cose, tu le eri tutte.
Taglio la verdura come te, mescolo la mollica consata come te, butto la carne a soffriggere come te, giro il cucchiaio di legno come te. Anche se non so fare quel piccolo nodo in fondo al filo per cucire, e non so farcire il pollo e predire il futuro leggendolo nel cielo scritto coi lampi e mettermi la crema sulle mani e far crescere i gerani solo con la forza di volontà e fare le iniezioni e incartare le cose e scrivere sortilegi su biglietti segreti e accarezzare con un graffio e mescolare le uova a ritmo di foxtrot, di taranta o solo di battito del cuore. 

 Ogni mese ti prende e ti regala qualcosa. Ogni mese sei un po’ più dentro e un po’ più lontana, come se i confini tra noi fossero sempre meno chiari, come avviene col tempo: le pareti del tempo sono porose e permeabili, e ci passiamo di continuo, circolando ininterrottamente in noi stesse.
 Ogni mese sei un po’ più irraggiungibile, un po’ più vicina.

Oggi fa un anno, mamma.

Read Full Post »