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Posts Tagged ‘Amaca’

Caro Michele Serra,

leggendo la sua “Amaca”, rubrica che leggo spesso e apprezzo quasi sempre, del 20 aprile mi sono chiesta: ma qualcuno ha hackerato la firma di Serra? Un infiltrato di “Libero” ha scritto la rubrica in sua vece? Sono stati i sabotatori di YouTube che ora ci riprovano?
Perché, davvero, pur avendola letta diverse volte, anche al contrario – hai visto mai, fossero vere le leggende metropolitane – , e per non incorrere nell’accusa di “fraintendimento doloso” che subito è piovuta addosso a chi, come me, s’era sentito in grave imbarazzo, mi sono accorta che non c’era possibilità di fraintendimento. Era davvero una cosa imbarazzante.

Lei scrive che nel nostro Paese falsamente egualitario (e fin qui sono d’accordo), “c’è uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”.
Partiamo da qui. E’ vero e sarebbe assolutamente cretino negare che esistono grosse sperequazioni e divisioni verticali tra noi che viviamo in questo Paese (ma vale per tutto l’Occidente, e in misura ancora più devastante per il resto del mondo). Ma la divisione è anzitutto, e sempre più marcatamente, una: chi ha i soldi e chi non ce li ha. Cosa che, ahimé, non coincide più, o pochissimo, col sistema di “ceti” a cui Lei fa riferimento e che sembra più quello del libro “Cuore”.

Mio nonno lavorava nei boschi calabresi, era illetterato e non aveva potuto fare che poche classi delle elementari: ha studiato tutta la vita per affrancarsi da quella che, sosteneva, è la vera fabbrica di schiavitù e diseguaglianze: l’ignoranza. Mia madre è stata la prima laureata della famiglia (e di tutta la vallata del Gallico) e una delle sei iscritte donne alla facoltà di Medicina degli anni Cinquanta. Io ho potuto vivere bene, e laurearmi a mia volta, e poi fare la giornalista, ora in bassissima fortuna, da anni in solidarietà e, da ultimo, cassa integrazione. Mio figlio sta prendendo una laurea, ma dal panorama di oggi, qui, sembra che tutt’al più potrà fare il fattorino di Foodora, o l’operatore di call center, o al limite lo stagista gratis. Guadagnando probabilmente meno di quello che alla sua età guadagnava mio nonno. E non so bene dove collocare tutti questi personaggi, nella tassonomia sociale che lei adombra: popolo? Borghesia? Neoproletariato di ritorno?

La Sua acuta correlazione tra “comportamento” e “ceto” cosa significa esattamente? I i nuovi poveri laureati, che sono economicamente proletariato, devono avere modi da prima stagione di “Gomorra”? I loro figli, che magari non potranno laurearsi, o che si iscrivono a un professionale per tentare di lavorare subito, cosa sono, ri-popolo, bis-popolo, neo-popolo? E i nuovi ricchi, magari proprio i Savastano di “Gomorra” (sa, c’è un Savastano in ogni quartiere, qui al Sud), che mandano i figli al liceo classico e i capitali a risciacquarsi in Arno (e Po, e Tevere, e Reno, e Tamigi…), cosa sono, visto che non sono più popolo? E quando lei li vede, o vede i loro commercialisti, i loro avvocati distinti, li identifica esattamente da dove, dal “livello di padronanza di gesti e di parole”? Dal “rispetto delle regole”?

Che il populismo sia una forma di anestesia sociale, che sposta l’attenzione da quella divisione verticale che dicevamo ad altro, è ovvio ed evidente. Ma La informo – qualora non lo sapesse – che il legame tra “populismo” e “popolo” è ormai solo etimologico: il populismo è moneta corrente di quasi tutte le formazioni politiche più retrive che abbiamo sulla scena, e trasversalmente appartiene a tutti gli elettorati e i “ceti”. Il populismo meraviglioso di certa “borghesia” (sto usando le Sue categorie, dottor Serra, si tenga forte) è il nerbo di interi elettorati e partiti, oggi. E la sottocultura che lo alimenta e assieme se ne nutre è altrettanto trasversale, universale e infiltrante.

L’ignoranza, l’aggressività, la tracotanza che Lei menziona come caratteristiche del “popolo” buon, anzi cattivo, selvaggio ahinoi non appartengono ad alcun ceto specifico, perché sono – quelle sì – equamente distribuite nella nostra società, e allignano dovunque la politica, la scuola, le istituzioni abbiano reso le armi (salotti Ikea e case Iacp, “il mio living, la mia cucina” e le baracche, saloni e tinelli, monolocali firmati e casermoni occupati). E sono ancora più impressionanti, in certi contesti. Dove, magari, grazie ai soldi l’istruzione è garantita davvero, ed è ancora più facile l’accesso a una messe di conoscenze come mai si è avuto nella storia dell’uomo.

Poi, che ci sia una correlazione certa tra marginalità e reati penali, tra miseria e disposizione alla devianza, è tutto un altro concetto, per giunta ben noto. Ma la Sua pretesa di tracciare righe col righello, dividere per classi ottocentesche – di qua i Derossi, di là i Franti, un banchetto, ma piccolo, qui in mezzo per i Garrone, che meritano tanto, porelli, ma sempre quelli sono – e ignorare le divisioni drammatiche reali, e la potenza della sottocultura che infiltra e mescola tutto il nostro mondo, è indice di una rozzezza di approccio che davvero non mi aspettavo, da Lei.

Carceri e riformatori sono pieni più spesso di poveri, perché spesso i ricchi riescono a evitarli, e se scippi venti euro a una vecchietta è possibile che tu stia in carcere più di quanto ci sia stato un noto frodatore fiscale che ha scippato milioni a tutti noi. Poi magari lo stesso frodatore ha reti televisive che trasmettono a getto continuo spazzatura, proprio quella che riempie, satura l’ambiente, e rende sempre più facile che ragazzini che non sono né figli di Gomorra né figli d’un arciduca (sto usando sempre le Sue categorie) diventino quelle bestie ignoranti e aggressive che abbiamo visto nei filmini. Poi succede che distinti signori lancino cagnolini dal settimo piano, che mogli e madri esemplari picchino anziani indifesi o bambini dell’asilo, che insospettabili impiegati frodino lo Stato e noi tutti con raffinate forme di assenteismo, o furbettismo, o altre truffe sociali. Ohibò, ma che modi, di che ceto saranno….?

ps: nelle repliche delle repliche delle repliche molti tirano in ballo la sinistra e il fallimento della sua missione. Io credo che il fallimento sia doppio: nell’azione contro le diseguaglianze (che sono cresciute e si sono fatte ancora più estreme, qui e nel pianeta intero) e nel permettere (quando non attivamente colludere) che venisse disperso un preciso patrimonio di consapevolezza, di resistenza, di tensione alla conoscenza e rispetto per tutti i tentativi di abbattere le piramidi sociali con gli strumenti più nobili. In questo, forse, diciamo la stessa cosa, e una cosa diametralmente opposta. Ma per capire, anzi anche solo ammettere gli ossimori e le contraddizioni bisogna avere studiato. Come mio nonno.

ps due: nella replica   del dottor Serra è immancabile il passaggio sul “web che è un brutto posto, pieno di onanisti dell’odio, dove non verrei mai a rispondere” (manco fosse un istituto tecnico industriale). Altra generalizzazione imbarazzante e ingiusta (e poi sì, i 1500 caratteri, per noi che scriviamo di professione, e tanto più quelli bravi come Lei, sono una scusa irricevibile).

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