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Archive for maggio 2008

i clan al lavoro secondo Guttuso

  Il primo non so quando ha cominciato. Forse ieri mattina, forse due notti fa, mentre la spazzatura bruciava in mille fuochi segnaletici che disegnavano il profilo della città dall’altra costa (la città s’è presa invidia di Napoli, e c’è un odore di Napoli, una nostalgia del fuoco e dell’orrore che si avverte chiaramente ad ogni angolo di strada).
 Insomma, quello ha preso un coltello, o qualcosa di affilato, è salito in cima un cassonetto, una catasta di cassette di frutta o un lampione e se n’è tagliato un pezzo.
“Hanno detto che cominceranno da qui – ha spiegato quando qualcuno l’ha visto – e allora io mi piglio questo pezzo”. E ha tagliato, senza troppa precisione, un quadrato di Stretto, affondando bene la lama nell’aria fitta, attraverso la caligine marina, le scie grasse delle navi bianche che, per lo scirocco, filano sotto costa, caute, scuotendosi i fianchi per dolori invisibili. Se l’è messo sottobraccio, e s’è avviato verso qualche condominio occhiuto scavato nella collina, o qualche baracca sotto il cavalcavia, o qualche villetta schierata lungo l’osso dell’autostrada. Ha lasciato un foro quadrato, nero nero, giusto al centro.
Da allora è stato un assalto.
 Arrivano con coltelli, mannaie, temperini. Ognuno se ne taglia un pezzo: “E perché dovremmo lasciarglielo a loro?” si dicono l’un l’altro, annuendo con forza. Intendono i signori degli espropri e dello sbancamento che faranno il Ponte, il ponte delle Due Mafie, con piedi di cemento visibili dal satellite, e profondi fino alla bocca di Cariddi. Enorme come certe bugie grandi quanto dirigibili, paesi o isole intere. Ma le bugie cominciano sempre da qualche parte, e se guardi all’inizio, nel gambo delle bugie, c’è sempre qualcosa di rotto, di sbreccato, di rovinato.
  E qui siamo abituati a non lasciare niente. Siamo cavallette sfortunate, formiche rosse piene di fame, affamati per storia, indole e genetica.
  Così, c’abbiamo dato dentro di coltello, mannaia, temperino. Pure forbici, e persino forcine: pezzetti minuscoli di Stretto che brillavano come stelle marine, e si potevano mettere fra i capelli. Lavoravamo tutti con impegno, staccando questo e quello. Le finestre di Villa Sam Giovanni, che in certi giorni le puoi aprire da qui, o sbirciare nelle case. Gl’incendi sulla dorsale, le ginocchia azzurre della Calabria immerse nell’acqua. Il muro abbagliante d’un complesso penitenziario, sopra Catona, che però si chiama “Conca d’oro”. L’antenna solitaria del pilone, che gratta i cieli e sbriciola le stelle da sotto. Ognuno si staccava quello che voleva. Io ero incerta tra un garofalo che s’era aperto proprio lì davanti – un fiore di mare con petali d’insidia, quando le correnti di Ionio e Tirreno (che hanno un sale diverso e vecchi rancori) si scontrano – e un giro di gabbiani attorno all’albero d’una nave, coi loro stridi preistorici.
  Non c’è voluto molto: dopo un paio d’ore sono arrivati i picciotti con trinciatoi e motoseghe, zappe e picconi, e i camion dei clan ch’erano già pronti per il movimento terra. Hanno cominciato le demolizioni da Capo Peloro, lavorando con metodo, nemmeno fossero le imprese dello Stato.
  Alle nove di stasera non ce ne sarà rimasto per nessuno.
E sai quanto ti costerà, un pezzettino di Stretto, al mercato nero?

Non sto scherzando. La città immersa nella spazzatura (storie di stipendi non pagati, precariati vendicativi e incapacità amministrative) guarda lo Stretto e lacrima, ma forse è la diossina. Sono tutti rassegnati all’idea che, fra qualche anno, avremo qui davanti, dove ora si stende questo mare chiuso e ribollente, questo mare trasversale e antico, solo un enorme spazio nero e quadrato, come un recinto o un cortile di cemento armato. La rassegnazione fa odore di cassonetto, pesce marcio, pannolini, bucce d’anguria. Non si sente altro odore, per ora e forse per sempre.

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libri gonfi di scrittura (Botero, appunto)

  Si può secernere una quantità limitata di scrittura, io credo. Come gli ormoni, l’adrenalina o il malumore. C’è una ghiandola apposta, da qualche parte. No, non nel cervello. Lì ci sta lo stomaco dei pensieri, i delicati processi di ruminìo, assimilazione e fotosintesi delle cose che c’arrivano dal cuore, dalla pancia, dai polpastrelli e persino dagli occhi, quei bugiardi.
 Io credo che sia piuttosto tra il ventre e il petto, magari un organo mobile, con radici che va affondando qua e là, spostata a caso dalla malasorte, dallo scirocco, dai fidanzati e persino dai parti. Comunque c’è, e produce quantità variabili di scrittura, leggera o pesante. Ma questo non si può prevedere.
 Anche a metterla ogni sera in una caraffa con le tacche, e scrivere sul taccuino quanta se n’è fatta, i conti poi non tornano mai, i numeri si confondono o si cancellano, non corrispondono mai con le righe, i moduli, le colonne. Né col metro viene meglio, o con la squadretta. E nemmeno col contachilometri, l’orologio e il barometro. La scrittura si misura con se stessa, e a volte nemmeno: ci sono una quantità di scritture trasparenti, che si scrivono chissà dove addosso a corpi e cose, e uno nemmeno se ne accorge, ma sta scrivendo. Sarà per questo che, a volte, appaiono in controluce pensieri bellissimi su qualche pezzo di cielo, su muri, portoni e persino guance, incavi del collo o del braccio, angoli dell’occhio. Chissà chi li ha scritti.
 Insomma, la quantità è quella, e non si può farne di più. Nemmeno se te lo chiedono, nemmeno se ti pagano.
Certe volte io verso tutta quella che ho, che è densa come budino di cioccolato, o sanguinaccio, dentro stampini da forno, nella rotativa rovente che profuma di toner e metalli pesanti. Scrivo, chessò, di Guareschi e poi di Marquez (che ha scongelato un altro romanzo d’amore, e io sono terrorizzata da questo fatto, perché la scrittura a volte funziona pure all’indietro, e si mangia le scritture precedenti, e se questo romanzo, putacaso, si rimangia "Cent’anni di solitudine", e "L’amore ai tempi del colera", e persino "Cronaca d’una morte annunciata" come facciamo?), poi di falsi premi letterari affollati di befane e saltimbanchi, e mi trovo con la caraffa vuota, e attorno tanta scrittura leggera che evapora subito, o si sbriciola.
 Invece io volevo qualche parola di quelle pesanti, che cadono sul fondo con un rumore di pietra sott’acqua e restano lì a prendere muschio. O volevo scrivere un post sulle scritture che fanno a botte tra loro e ti riempiono di lividi, che nemmeno puoi toccarti dentro e ti fa male quando respiri (ma così sai per certo, che respiri). Perché loro sono rissose, le varie specie di scrittura, e sgomitano per uscire: io, io, prima io, gridano e si agitano, e tu pensi che è insonnia, colite o cattiva digestione.  

  Solo una piccola parte di scrittura, per fortuna, se ne va in note della spesa, ghirigori mentre parli al telefono, firme sulle cambiali, segni sul calendario.
Ma bisogna stare attenti, e farsela durare fino a fine mese.

Si ringrazia l’ineffabile ispiratore trash, che sta dietro questa scrittura (tipo la peperonata che sta dietro una notte di incubi, o Prodi che sta dietro la sparizione della sinistra dalle specie conosciute).

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abbracci, figli, ritorni (Pedro Cano)

  Quelli radioattivi li tengono nelle “stanze calde”, dove stanno seduti su panche interminabili (due o tre chilometri di panche, duecento chilometri di panche) con gli occhi bassi e le mani intrecciate. Intanto, la capsuletta gli viaggia nel sangue, un grano scintillante ma solo per gli occhi degli dèi, gli dèi fosforescenti della Tac e dello scintigrafo. E loro aspettano che tutto diventi chiaro, che si possa leggerli come libri aperti.
 Il medico non voleva lasciarmi entrare: signora, sono radioattivi.
 Mi ucciderà, per cinque minuti?
 No, certo.
Ma si vedeva che non aveva idea di cosa sia capace di uccidere.
  Così ho varcato la soglia, e sono andata verso le stanze calde piene di panche e dita intrecciate, dove nessuno parlava, e tutti si covavano quell’uovo radioattivo, e una preoccupazione che a volte era solida e visibile, come una forma di formaggio, una luna o anche un muretto di mattoni drizzato davanti alla panca.
M’ero portata arancini e biscotti di mandorla, per confortare zio L. , il fratello più piccolo di mio padre, che ora, nella malattia, gli somiglia in un modo che m’impressiona. Tutti e due dritti, combattivi, affatto rassegnati. Tutti e due precisi, grandi guardatori d’orologi e organizzatori di tappe forzate. Tutti e due convinti che la scienza può diradare i dubbi, accertare le verità e persino diradare lo scirocco.
  Il grano radioattivo nel suo sangue splendeva come un piccolo sole positivista, che quasi mi pareva di vederlo, o forse lui era troppo magro, e in qualche punto è andato sbiadendo, proprio come mio padre.
Io non sapevo cosa fare: non ho i poteri di guarigione delle zie. Non conosco il buio che consola, non so leggere la camminata del ragno o i lampi. Così l’ho abbracciato forte, lasciando che si sovrapponesse a mio padre, ed è stato un abbraccio che attraversava quattro anni buoni e tutto lo Stretto, e dentro ci ho chiamato tutto quello che conosco: nuvole, affetti, ricordi, voci, viali. Qualcosa gli dev’essere arrivata, perché gli si sono inumiditi gli occhi, o forse era il riverbero dei vetri delle stanze calde, dove l’aria era a ogni minuto più spessa, ed ora sembrava cotone idrofilo.
 Basta così, signora, m’ha detto il medico, inorridito perché stavo abbracciando lo zio radioattivo.
No, il segno ce l’ho già, gli ho risposto, toccandomi il posto del cuore.
Non ha capito.

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la vecchia da giovane (Arcimboldo, Estate)

  Oggi sono stata dalle megere. Loro non vendono frutta e verdura, loro sono frutta e verdura. Hanno rami, foglie e certi sorrisi nodosi pieni di semi. Vivono nella capanna in mezzo al bosco, da dove escono, vestite di scialli e gonne di lana morticina, cariche di panieri. Attraversano qualche sentiero fra i mondi, tra funghi velenosi, libellule con occhi di fata, impronte di demoni e strade ferrate, e sbucano in via Tommaso Cannizzaro, al loro negozio senza saracinesca, senza scaffali, senza insegna.  Un giro di lampadine d’un Natale del ’56 è l’unica luce del negozio, che apre a un’ora imprecisata del mattino, tra l’alba e il primo semaforo, e chiude, invariabilmente, alle due e mezzo. 

  Lì cominciano ad allineare zucchine rotonde coltivate a miele, carciofi con le unghie e i denti, pomodori diavolicchi, peperoncini contro la malasorte, teste d’aglio, sorbe, broccoli vivi, basilico dalle foglie larghe come palme. Cavolfiori carnivori, melanzane che profumano di violaciocca. Mele di Biancaneve.

 Quella vecchia a volte resta a casa, a rimestare nel pentolone, o a incantare gli animali, o a seppellire i principi di passaggio, non so. Quella giovane è sempre presa di scirocco, coi capelli arruffati che ospitano nidi di rondine, stracci, fili di rame del vecchio impianto elettrico. Ha occhi d’un azzurro marroncino, d’un azzurro ruggine dove puoi vedere pensieri spostarsi come uccelli, pesci volanti o foglie. Qualche volta brilla oro, o acqua, persino quando si lamenta delle tasse e del freddo e agita le mani piene di bitorzoli rossi, mani di barbabietola, mani di cipolla di Tropea che fanno un tenue profumo di soffritto.
  Quella vecchia litiga col registratore di cassa, ricomincia il conto cento volte, e sbaglia sempre, perché le cose non saranno mai numeri, soprattutto le cose vive. Così i suoi 6 e 9 diventano bisce, e scivolano per il marciapiede fino al tombino. I 5 diventano polvere d’oro. Gli zeri si moltiplicano, sono ceci, uva, meloni bianchi, angurie. Il registratore di cassa non può farcela: si apre con un suono di metallo risentito e rifiuta di continuare. La vecchia pronuncia imprecazioni terribili con una voce di comando che zittisce persino i gelsi. Poi strappa tutto e ricomincia a contare: una zucca, un mondo, un tesoro, un delitto, un segreto… 
  

  Stamattina la vecchia ha raccolto un gatto. Un micio di strada, piccolo e cieco. “Ne ho altri cinque, malanova” m’ha detto con una voce dolcissima, terribile, la faccia di megera tutta illuminata, bella come un noce di cinquecento anni. Allora ho capito: sono allevatrici, loro due. Allevano creature. Che siano gatti, rape rosse, anime, rosmarino, registratori di cassa. O anche clienti come me, che vanno alla bottega delle megere per sentirsi rassicurate, per sapere che qualcuno c’è sempre, a prendersi cura del mondo, a far crescere le cose, i mici ciechi, le albicocche, la fiducia. C’è qualcuno, c’è.

Ehi, a proposito di anime, crescite e vite, c’è ancora vita, qui nella blogsfera? Boh. Sembra lo Stretto bianco in un giorno di scirocco. Però io ho scritto un sacco di post mentali, orali, telefonici, postali. Anche onirici, al limite. Però non valgono. E v’assicuro che mi spaventa, la prospettiva che tutto questo finisca per sparire, inaridirsi e sgocciolare come certe fiumare di qui, diventate di cemento. Io preferisco i sassi e l’acqua. 

Infine, per quelli di voi che abitano a Roma e dintorni: in questi giorni c’è lì, al Teatro India, fino a domenica, un amico mio che fa uno spettacolo bel-lis-si-mo. Lui si chiama Saverio La Ruina, e il suo spettacolo è  Dissonorata. Io ne ho scritto qui , un milione d’anni fa. Se potete, andatelo a vedere. E poi, col cuore perciato (perché si percia sicuro), andate da Saverio e mangiatevelo di baci per me.  

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