Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for settembre 2007

candela retroversa (Magritte, La fata ignorante)

  Qui sta succedendo qualcosa. O forse no, qual è il contrario di succedere? Insuccedere, abcedere, retrocedere, retroaccadere?
 Le lampadine si fulminano una dopo l’altra, con un lampo, una capriola all’indietro, un flash di buio: cammino nel corridoio e mi sento una fata ignorante, con la candela che fa buio e le ombre rovesciate. I filamenti di tungsteno s’assottigliano di colpo ed esplodono, con un fragore di mondi appena smorzato dal vuoto del bulbo e del pomeriggio.
  Il forno, invece, tende all’incandescenza: carbonizza qualunque cosa. Non ragiona più, le manopole girano a vuoto e mi sembra di riconoscere l’accanimento di famiglia, a bruciare senza riflettere. In compenso, lo specchio ha una macchia proprio al centro, come una distorsione, un fuoco opaco che corrode le immagini, le sprofonda verso gli abissi marini degli specchi, il delirio intrappolato dalla lastra d’argento, dal muro, dalla convenzione d’uso che stabiliamo con loro.
  Il cavatappi s’è spezzato nel collo d’un syrah, il suo passo di ballerina d’acciaio – che pure sembrava illimitato: pochi oggetti sono rassicuranti quanto un cavatappi – interrotto, inservibile. La tenda è morta di consunzione, logorata dallo scirocco: il filo s’è dissolto, l’incannucciato è precipitato con un rumore d’angeli caduti, d’ali perse, di sgomento.
  E i sogni, i sogni – governati dalle lune di settembre, che sono terribili – si sono fatti insostenibili. Sogno corridoi, ascensori, cimiteri. Sogno i morti (e pure Garcia Marquez, che qualcuno dice che è morto da almeno quindici anni e forse è vero: tutti gli ultimi romanzi sono decisamente postumi)(e comunque, se lo sogno vuol dire che lui pure è un oggetto terminale, con fili e manopole e lastre d’argento prossime a fulminarsi). Sogno me stesse come lampadine bruciate, forni irragionevoli, specchi spalancati e tende precipitate. Sogno morti addomesticate che mangiano dalle mie mani e s’acciambellano sul sofà.
  “E’ l’autunno” mi dice il coro greco delle zie, senza crederci.
Io credo sia piuttosto qualcosa che si congeda, ma non so leggere cosa. Perché siamo analfabeti, certe volte?

E mentre io mi balocco con queste morti striscianti e domestiche, con infime tragedie da veranda, nel mondo accadono cose vere.
I monaci birmani, per esempio.
Loro camminano per le strade della città occupata, sussurrando mantra, le tuniche rosso volontà ben strette attorno al corpo. Non fanno caso alle pallottole. Il punto non è morire.
Ho spiegato a mio figlio la bellezza straziante di questo coraggio, e la natura delle prove che certe volte, a certe comunità umane, vengono chieste. Gli ho parlato d’un sacco di parole maiuscole, quelle che non uso mai mai: l’Uomo, la Libertà, i Diritti, la Verità. Mi fermavo un attimo e raccoglievo il fiato, prima di pronunciarle. Le maiuscole si devono usare solo nei casi necessari.
Gli ho parlato dei monaci che percorrono, avanti e indietro, la capitale defunta e assassinata, e i loro passi che battono ritmici ne risvegliano il cuore, che prova a pulsare, rosso volontà e poi rosso sangue, una due volte, una mille volte.
Un’eco del battito arriva fino a qui, pensate. In mezzo alle lampadine esplose, alla morte minuscola che dorme sul balcone, rivolta allo scirocco o alla luna, sotto la tenda crollata.

Annunci

Read Full Post »

nani, ballerine, cavalli da sella e da soma: è la TV! (Henry de Toulouse Lautrec)

  Sì, c’ero anch’io nella giuria. Con zia Maria, zia Enza, la portiera e la gatta. Non abbiamo avuto dubbi di sorta: Miss Italia è Pippo Baudo. E anche lui, quando ha sollevato la corona, sembrava proprio Napoleone che s’incorona da solo. Era Napoleone (d’altronde, per una bella rimpatriata tra coetanei, all’edizione di quest’anno del concorso più amato dagli italiani mancavano giusto Napoleone, Achille Togliani, i senatori a vita, Pitigrilli e i fratelli Lumiére).
 Io, che ero in redazione, sono andata a svegliare il capo, che dorme nello sgabuzzino, vestito, come i dottori di E.R.
“Capo, capo, è finita, l’hanno eletta…” la mia voce trasmetteva deferenza eppure giusta partecipazione.
  Lui, riemergendo da chissà quale sogno (di solito sogna di fare l’inviato alle Maldive, in gommone e cappello da commodoro), gli occhiali storti sul naso, il riporto scompigliato, ha balbettato: “Chi, chi ha vinto… è una delle nostre?”.
 Le nostre sono siciliane e calabresi. Quest’anno pochine, tra cui una con un nome e due occhi da fattucchiera e le forme di polena, quindi decisamente troppo per i giurati.
“Di più, capo… ha vinto il nostro…”.
“Ah, lo dicevo io… Pippo è sempre il migliore”.
 Specie con i capelli mogano ramé e i denti d’avorio circasso.
“Coso, invece… come si chiama… Morandini, Miraglioni… quel ragazzo…”:
“Capo, Mirigliani è morto trentacinque anni fa, quello in smoking lamè è solo un ologramma”.
“Ah, ecco perché si mantiene così bene…” replica, con una remota invidia nella voce (lui a cinquantadue anni ha tre menti, tre pance e una ventina di metri di diverticolite).
“E quella – m’ha fatto stropicciandosi la faccia – quella bionda, a che posto è arrivata… lì, la cosa…la cantante, imitatrice… Lorella, Lella… Nilla, sì, Nilla Pizzi”.
“Niente, terza dopo Fabrizio Del Noce, capo, che era tanto carino e poi ieri in diretta ha sferrato un gancio destro a quello delle Iene…”.
“Ah bravo, bravo… quest’anno le ragazze dovevano dimostrare di saperci fare pure nello sport… bravo, sono proprio contento…”.

Alla scrivania, intanto, i telefoni squillavano: le zie, la portiera e la gatta erano furiose: “Ma insomma, tutte quelle galline di mezzo, non potevamo verderci in pace Pippo”.
“Eh zia, la tivvù…”.
“Tivvù e tivvù, faccio bene io che non pago il canone dal cinquantadue”. Zia Maria possiede otto televisori, di cui due in bianco e nero, uno a valvole e quattro senz’audio (nei giorni di pioggia è rilassante guardarli, come un acquario).
“Bello bello però” s’è intromessa zia Enza, in vestaglia da combattimento (lei vive in pigiama e vestaglia: la chiamiamo da sempre “reparto maternità”) e mèches platino arrotolate sui bigodini (che con le miss non si scherza, una dev’essere all’altezza, mica sono le tizie del tiggì). Zia Enza adora Mike Bongiorno, perché “uno che fa tutte quelle domande sa tutto”.
“Zia, guarda che non capisce nemmeno quello che legge”.
“Zitta tu che sei invidiosa. E poi gli hanno appena dato la laurea. E uno importante ha scritto un libro su di lui, un tale Edo… Epo.. Ero… un professorone… uno di Superquark. Più bravo di Marzullo, ti dico”.

“Comunque le ragazze erano tutte ‘ntipatiche, ‘mpituse e brutte” è la conclusione corale delle zie, come ogni anno. La gatta principessa era d’accordo. La portiera – Brigida viene da un paese estinto della Sila Piccola, ha duecentoquindici anni e un paio di baffi a manubrio molto ben tenuti, la barba invece se la rade – non tanto: a lei piaceva Loretta Goggi, da sempre. Anche ieri, coi capelli a pechinese e i pantaloni a zampa d’elefantessa (ha lo stesso stilista esclusivo di mia cognata). Se la ricordava da quando faceva la Freccia nera (lei, Brigida, non Loretta: nascondeva nel reggipetto i messaggi dei partigiani d’Aspromonte)(lei dice partigiani, in effetti erano latitanti che si nascondevano da molto prima della guerra)(la prima guerra).

Le zie e Brigida stavano intonando in coro “Maledetta primavera” quando il capo è riuscito a uscire dallo sgabuzzino (a volte non trova la porta, e resta lì fino all’edizione del sabato mattina, quando  le donne delle pulizie entrano a prendere il mocio) ed è arrivato alla scrivania. “Allora… dicevamo… quale canzone è arrivata prima?”.
“Capo, non era Sanremo… era Miss Italia… a Salsomaggiore… ”.
“Vabbè, Sanremo, Salsomaggiore… è uguale… c’era sempre Pippo Baudo, no?”:
“Sì, ha pure vinto…”.
“Appunto – ha inforcato gli occhiali e s’è piazzato alla tastiera – e allora avanti, non perdiamo tempo: titolo e autore della canzone…”.
“Sì, capo”.

Read Full Post »

Cicatrici

la boccia dei pesci-cuore (Matisse)

 Un dito, il mio primo amore m’aveva tagliato solo un dito. Non era troppo.
Lui era un caro ragazzo con la frangetta, mani da suonatore di chitarra e pochissime pretese. S’era accontentato d’un mignolo. Io avevo aperto la mano – la sinistra – sul tagliere, e lui – che era emozionato: anche per lui era la prima volta – aveva sollevato la mannarina, tutta nuova e luccicante. S’era fermato solo un attimo, e una domanda era passata, leggerissima, nei suoi occhi nocciola: non sarebbe stata più opportuna la destra? Per una volta, forse l’unica della mia carriera di femmina e lettrice di scritture sgrammaticate degli occhi, di domande impossibili e di geroglifici dell’anima, ho ignorato la domanda, e ho aperto ancora di più le dita sul legno grasso del tagliere.
La mannarina ha fatto un breve volo curvo e scintillante, s’è abbattuta con un rumore sordo.
  Il dito c’ha messo quasi due anni, poi, a ricrescere. Ora nemmeno si vede, la cicatrice.
E dire che, in quegli anni, ce le confrontavamo fra noi: guarda, da me si vedono i punti; la mia è più grossa, e scavata; sì ma a me ha preso anche l’altra falange.
Per non parlare di M., alla quale mancava un braccio intero, il destro.
La guardavamo passare, con la gonna corta, il reggiseno, l’aria di femmina vera. Noi eravamo bambine, ancora. Avevamo appena cominciato.

 Mia madre si prendeva spesso pezzi di cuore. Infilava la mano, la sua bella mano dalle unghie curate, in qualche tasca segreta, e si prendeva un pezzetto di cuore. Non solo il mio.
 Li teneva in una boccia di vetro, sul frigorifero. Una polpa rossa che ancora s’agitava, batteva, pulsava contro le pareti trasparenti: erano pesci-cuore dentro un acquario, piraña domestici da nutrire di briciole e gamberetti, squali minuscoli che si nascondevano tra le alghe.
 Dentro di noi, i cuori ricrescevano (ricrescono sempre), capricciosi, con qualche cosa che mancava, o qualche cosa in più, di troppo. Alcune volte i segni restavano (restano sempre), certe unghiate le sento ancora adesso, quando venti, o parole, o nuvole, o voci s’infilano nei corridoi segreti del cuore, nei suoi canali sconosciuti scavati negli anni.
  Una volta ho fatto un’ecografia: tra le onde grigie, il mio cuore aveva una forma strana.
Il medico era perplesso, poi me l’ha chiesto, così a bruciapelo: “Quante ricrescite ha avuto?”.
“Oh beh, dottore, nemmeno me le ricordo tutte… “ ho minimizzato.
Il mio cuore, a guardarlo, sembrava proprio la boccia sul frigo.

E’ che a settembre ho sempre questa sensazione di arto fantasma: mi dolgono un sacco di cuori perduti. Mia madre mi duole, con la sua vestaglia d’autunno dalle tasche prodigiose (conteneva bioccoli di nuvole, piume di diavolo, unghie, monete, paradisi). Mio padre, con la sua saggezza incomprensibile, la sua somiglianza dissimile, impossibile da accettare. La mia casa, che pure è così reale, se mi volto a guardarla, galleggia trasparente nell’aria, mattoni e pentole e tutto, appena mossa dal vento.  E gli anni, le foglie morte, quelle vive. La scuola, persino. Da non crederci. Mi dolgono portoni, scale, muri. Sarà il cielo azzurro corvino, sarà il mare che si congeda con lunghi richiami salini e nuvole di rame. Sarà l’uva bianca, saranno i fichidindia. A me fanno male i cuori che non ho più, e tutti quelli che ho ancora.

Read Full Post »

sedie, bicchieri, ricordi: Guttuso

“L’abbiamo svuotata” ha detto l’operaio.
“L’abbiamo svuotata” ha confermato zia Maria.
“L’abbiamo svuotata” ho pensato io ma non l’ho detto.

  Sul camion, quattro piani più giù, stavano tavoli a gambe all’aria, sedie spaiate, ante d’armadio spalancate per nessuno. Un tavolino intarsiato col carillon (ma la ballerina di plastica è morta molti anni fa), la poltrona di pelle, la scatola con centosei cartelle mediche, il mortaio di bronzo vecchio.
  Mi sono seduta, sola, al centro di quell’enorme spazio vuoto: le case vuote diventano circolari, le finestre si dispongono tutte intorno, e alcune guardano su passati e futuri. Metà guardavano lo Stretto, che ieri era una fessura celeste assediata dalle palme secolari, dalle scimmie e dagli aironi immaginari. Ma forse era il 1985, forse il 1952, o non so.
Metà davano sulla vecchia via col nome d’un pescatore, metà sul corso cittadino, metà sulle aiuole sterminate della via marina, metà sui castagni aspromontani dalle foglie parlanti. Io, tanto, non guardavo.
  Sotto, il camion carico, con zia Maria e gli operai, m’aspettava, e la bocca spalancata dell’ascensore. Io stavo lì, seduta per terra sui riquadri di marmo posati di sbieco, che ieri partecipavano dell’azzurro soprannaturale dello Stretto: è un marmo vivo come acqua, che si prende tutti i colori attorno. Ma non era perfettamente calmo. La risacca lo spingeva contro le pareti, con uno sciabordìo lento sui battiscopa. Sotto, i fili cambiavano pelle come serpenti, muovendosi diritti nelle intercapedini: l’anima elettrica della casa taceva, gli interruttori immobili, le prese staccate, persino l’orologio del forno – sul quale mia madre aveva regolato capretti, rancori e sospiri – era rimasto fermo non si sa a che ora, o per chi. La casa ondeggiava come una barca, muovendo appena i fianchi immacolati nell’aria celeste. Lo Stretto, cogli occhi chiusi per il riverbero di mezzogiorno, non guardava.
  Io aspettavo, perché doveva succedere.
E a un certo punto un gorgo s’è formato nel centro esatto del centro della casa: il marmo girava vorticosamente, le venature che correvano in tondo, screziavano la schiuma. Le pareti circolari si muovevano sempre più in fretta, e non era possibile distinguere il prima da adesso, o da dopo. Ma questa è una cosa frequente, sulle coste dei mari chiusi. O nelle case vuote.
 Un foro s’è aperto al centro della stanza, l’immensa stanza rotonda che era diventata la casa, tutta la casa estesa nello spazio e nel tempo, dentro ciascuno di noi, uncinata ai ricordi remoti, ai sapori, agli odori sottili, a certi bioccoli di polvere sotto il letto, dietro il canterano, a foglie tenaci delle piante più immortali. La casa sterminata, multiforme e trasparente che ci seguiva ovunque andassimo.
E la casa-mare ha cominciato a restituirci ogni cosa: dal gorgo uscivano unghie, matasse di capelli, conversazioni, gerani da vaso, lampadine, lacrime. La vestaglia di mia madre, le cui tasche contenevano l’universo, è stata sputata fuori con un movimento gigantesco che quasi ha incrinato l’edificio – che per il resto galleggiava nella dimenticanza del venerdì di settembre. L’ho toccata, passando la mano, incredula, sulla stoffa lisa attraverso cui si vedevano trame molto antiche, rossi sbiaditi, feste, pensieri.
  Pantofole, segreti, caffettiere sbrecciate. Piatti, molti piatti dalle fogge differenti: la storia delle case è come la storia dei popoli, scritta col vasellame. Un cappello con la veletta, migliaia di cappucci di penne, molti dei quali masticati. I sogni li avevamo già portati via, ma ce n’erano degli altri: sogni inconfessabili, dimenticati, rinnegati. Sogni seppelliti nel pavimento della casa, sotto i camminamenti del marmo, le soglie disegnate a spigolo, gli stipiti.
  Fogli, moltissimi fogli. Coriandoli. E scritture spaiate: la grafia obliqua e tecnica di mio padre, quella brusca di mia madre, quella cerimoniosa di mio fratello. La mia. Ci scrivevamo di continuo, senza averne l’aria e a volte senza saperlo, e la casa conservava ogni cosa, nei suoi scompartimenti segreti. Fino a ieri.
Fotografie, anche, non tutte riconoscibili (a volte sono altri, i passati che s’incrociano, o sono ignoti a noi stessi): in bianco e nero, soprattutto, di quando il mondo era più piccolo e affollato.
  Quando la stanza s’è riempita – palline di Natale, rami, custodie di dischi, cartoni – il marmo s’è andato calmando, ha ripreso a scorrere lento, impercettibile, col suo mormorìo di fondo quasi impossibile da sentire.
Mi sono affacciata: “C’è ancora roba, risalite”.
“E’ sempre così” m’ha detto l’operaio, entrando. Ha fatto pure un sospiro, contrariato.

Read Full Post »

Lava

il fuoco secondo Guttuso

 C’è una lava sottile dentro le persone, qui. Talvolta è così profonda che non si vede mai: arde, nascosta, solo in fondo a qualche pensiero particolarmente nero. Qualche volta sale in superficie e spacca la terra, con le sue zolle di brace. A volte incendia tutte le cose vicine, quando soffiano venti d’odio particolarmente forti.
 Noi portiamo gli incendi nelle vene. Un istinto di morte totale, definitiva, assoluta, come si può assaporare nel nero dei nostri lutti, nel nostro culto tenace dei defunti, nella caparbietà con cui c’imponiamo di credere alla sopravvivenza delle anime – mentre tutto ciò che sappiamo è la distruttibilità dei corpi.
 Noi mettiamo in scena mille volte la morte, la decliniamo in tutti i nostri cristi dai piedi grandi, i cristi lunghi sulle pertiche di ferro, i cristi dal cuore trafitto, dalla fronte incisa dalle spine. Noi veneriamo agnelli morti rifatti nello zucchero, mangiamo dolci pallidi che si chiamano "morticini", o "ossa di morto", condividendo il desiderio inconfessabile di estinguerci a morsi, di dilaniarci, farci a pezzi e masticarci per amore estremo.
 Noi coltiviamo il sacrificio come un fiore di sangue. Noi annaffiamo i sepolcri, tagliamo ciocche e ritagliamo foto per portarle con noi nei medaglioni che ci battono sul petto, come un altro cuore d’oro o d’ottone.
 Non abbiamo nomi, per certe furie che ci prendono: bruciamo i boschi, continuiamo le faide, apprezziamo il sangue del maiale, riteniamo la vendetta un dovere, attribuiamo ai figli le colpe dei padri, chiamiamo i morti a testimoni. E’ quella lava sotterranea. Chiudendo gli occhi, si può avvertire il suo rombo remoto, il suo scorrere lento e certo, a cui nessuno si sottrae.
 E’ una prontezza del sangue, certe volte, o una linea di collera tra le tempie. E’ un senso capovolto della giustizia che non si può spiegare. E’ qualcosa di feroce, antico, precedente alle parole, alle leggi, alla coscienza.
 Quella lava hanno, per certo, le madri, che sono abituate a smuovere le montagne e ammazzare i lupi con le mani: loro spalano la realtà con grosse pale luccicanti, da sempre. Sanno cosa è giusto, perché la vita e la morte le attraversano.
E non c’è differenza, tra i loro corpi e il corpo vivo del bosco, che scende col suo passo di faggeto fino al limitare della strada. Non c’è differenza coi castagneti, con le rupi, cogli animali selvatici o domestici.
 Noi bruciamo noi stessi: come bruciamo dentro, come bruciamo fuori.

 E’ stata un’estate rossa. Il fuoco s’è mangiato ogni notte una collina diversa: oltre lo Stretto si vedevano torri di fuoco, e paesi di fuoco su versanti di fuoco attraversati da strade di fuoco. Dall’altra sponda, guardavamo la Calabria come si guarda un destino inevitabile: alle nostre spalle, altri paesi di fuoco crescevano nella notte, arrampicandosi con dita di distruzione sulle colline, crepitandosi insulti in lingue sconosciute. I fuochi gemelli si guardavano, lo Stretto in mezzo proseguiva la sua caparbia navigazione: i popoli di lava continuavano a percorrerlo, avanti a indietro, inseguendo vendette, amori, legami, giuramenti. La lava li agitava, profonda, alimentando il loro peggio e il loro meglio, la loro indomabile energia, il loro gigantesco senso della morte di tutto, della vita di tutto, assieme, rossa.

 

Read Full Post »