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Archive for ottobre 2005

L'ANGELO TRISPITO

lui, l'angelo trìspito disegnato da Mario Bianco

 Non somigliava a nessuno, quell’angelo. Ma che roba è? chiedevano gl’arcangeli inciampando nelle sue giunture di metallo. Le comete, poi, lo snobbavano soffiandogli in faccia il loro fiato di polvere e di ghiaccio: gli si disegnavano lacrime di ruggine, che sembrava piangesse.
 Quando cercava un posticino, nella gloria dei cieli in circolo, lo scambiavano per qualcos’altro e lo spingevano in un angolo, dietro la tenda, o nel sottoscala. L’angelo socchiudeva il suo unico occhio, e i giunti delle sue ossa lunghe cigolavano, come violini in trappola.

 Un giorno si presentò all’ufficio missioni, e si mise in fila con gli altri. Angeli coi boccoli, angeli con le piume, angeli guerrieri, delicati angeli d’annunciazione, angeli di morte dalle ali gotiche. Lo guardavano strano, e più d’uno provò a scavalcarlo, ché sembrava piuttosto una transenna, un congegno elettronico, uno spartitraffico.
 Allo sportello non volevano dargli nulla: “Qui non c’è nulla per lei!” cinguettava l’impiegata guardandosi le unghie laccate di celeste, ché guardarlo troppo, in quella faccia dimezzata, le dava il capogiro.
Ma l’angelo rifiutava di muoversi, e la coda era lunga già mille anni.
Tanto che venne persino Lui, il capufficio.
Lo guardò bene, si grattò il testone candido e infine ebbe un’idea.
Lo mandò diritto da mia nonna, ad annunciare che Michele sarebbe tornato dall’America, povero peggio di prima ma vivo (avrebbe salvato, da quell’immenso naufragio di speranze, solo una tazzina col manico dorato, ben avvolta nel suo unico paio di calze: la conserviamo ancora come un cimelio e un mònito. Lui, poi, visse cent’anni, con una salute da squalo e una malinconia lunga un oceano).
 L’angelo strinse la pergamena e s’alzò in un volo sbilenco, il motore a scoppio che borbottava sotto le ali, un lieve odore di gasolio nell’aria fina.

 Mia nonna se lo vide apparire in cucina, facendo rotolare le pentole d’alluminio con un rumore da fine del mondo. Per un pelo non fece cadere il sale, persino, e sarebbero stati guai seri.
“E chi saresti, tu?” gli chiese, aggrottando appena la fronte.
“Sono… un angelo” rispose lui con voce di grattugia.
“Ah, un angelo trìspito” convenne la vecchia, ché niente poteva sorprenderla. “Mettiti lì” aggiunse serena, ché dare un posto ai trìspiti non è cosa di dio ma di donne.

 Da allora, l’angelo vive con noi.
Qualche volta qualcuno c’inciampa, lo fa cadere in pezzi e lo riaggiusta con un po’ di colla, un po’ di saliva e un cacciavite. Poi lo mette da parte, dietro la tenda, o nel sottoscala.
Lui, è felice.

ps: ok, impossibile sottrarsi alla caccia al trispito, come dice untitled io, ma questo – proprio quello che vedete, a china e colori e giunture di ferro – che m’aveva mandato Mario Bianco meritava d’essere visto (e riconosciuto) da tutti. E’ indubbiamente un angelo trìspito. Amen.

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trìspiti incasellati, vanamente

 Mia madre lo chiamava “trìspito”.
Qualsiasi cosa s’annunciasse difficile da ricordare, o da descrivere. Qualsiasi cosa fosse chiaramente impossibile. Una fragola d’inverno (ché allora non esistevano i fragoloni ormonali e perenni), un politico senza bugie, un gatto con due teste. Ma soprattutto le cose perdute, le cose che si smarrivano – telefoni, chiavi, anelli – nell’eterno tramestìo d’oggetti della vita, ed era come se perdessero anche il nome, trasformandosi in trìspiti viaggiatori, capaci di percorrere anche grandi distanze nello spazio e nel tempo, avanzando a testa bassa controcorrente nei corridoi, tra gli scaffali, lungo anni bisestili, sotto tavoli sedie e stagioni.

 “Guarda, era qua il trìspito” mi diceva di colpo, estraendo uno sciammisso color caffè freddo da una balla di borse di plastica: il trìspito aveva navigato, per suo conto, diversi anni, sottraendosi alla sua natura di sciammisso, e soprattutto alla nostra volontà di sciammisso.

 Oppure eravamo noi a esclamare, sopraffatti: “Mamma, il trìspito!”, e sollevavamo un pistarangio ch’era finito, non si sa come, non si sa quando, nella cassetta delle arance vaniglia (aveva segrete affinità con gli agrumi, io sospetto, e, invece che al disordine, aveva obbedito a un intimo bisogno d’ordine e di raziocinio).

 Una volta, mentre la banda passava dietro alla processione e io temevo segretamente il basso-tuba (ero convinta ch’avrebbe inghiottito il mondo, prima o poi), lei se ne accorse – fiutava la paura nell’aria come un fumo nero, come un odore di tartufo – e mi disse: “Non fare la scema, quel trìspito non può farti nulla”.
 E una volta mi raccontò d’un tale, uno col malocchio, che la “guardava male. Uno strascinafacendi, uno scugghiabuffi. Ma, in effetti, un trìspito”. Senza dubbio.

 “Ma com’era, questo trìspito?” si sollevava, raramente, mio padre, ch’era uomo d’archivi e casellari, e infatti s’era ritagliato una porzione di casa perfettamente nitida, un occhio nel ciclone, resistente e impermeabile al caos di trìspiti che migravano tra le pareti e i giorni. “Mediòcolo” diceva in genere lei, dopo una profonda riflessione, scuotendo un poco la testa.
 “Ah, mediòcolo” annuiva quell’uomo d’ordine, sconfitto da subito.
“Ma di che colore?” tentava a volte, aristotelico.
 Lei storceva la bocca – che i colori sono tutti un po’ trìspiti, a guardarli – e gli faceva: “Scipitàgnolo”.
Lui comprendeva che non c’era traduzione, fra i loro mondi, e richiudeva sollecito la porta.

 Trovammo e perdemmo, negli anni, centinaia di trìspiti, senza poter arrivare a un inventario sufficiente della nostra vita, e nemmeno dei nomi che avevamo a disposizione per definirla.
 Oggi guardo la casa vuota, sempre più fredda, e scopro che nomi invisibili si sono andati raccogliendo nelle intercapedini, tra gli infissi, lungo le modanature, sotto il battiscopa. Ci passo in mezzo, li sento sussurrare, per nessuno.

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ELOGIO DEL FICODINDIA

carretto che raffigura la sicilia che raffigura un carretto che raffigura...

 Perché è un frutto impossibile: nessuno ci crederebbe.
Ha una buccia fatta di spini e centinaia di noccioli duri. E’ selvatico, ostile, non chiede che d’essere lasciato in pace a covarsi colori inconcepibili: zafferano, violetto, bianco di pistacchio e guerra civile, verde borraccia e limatura d’isola.

 Lui sta lì, aggrappato in alto, gli occhi semichiusi nella vampa d’eterno mezzogiorno, sognando latitudini arancioni perfettamente asciutte, e intanto i succhi profondi della terra – che comunicano misteriosamente con le correnti sottomarine, i sali sommersi, i bracieri del cuore del pianeta – si mescolano ribollendo e prendono la rincorsa verso l’alto, verso la morsa zuccherina che promette di sbocciare, estrema e incoronata di spine, sugli angoli imprecisati dell’isola.

 Lui dirompe all’improvviso da una crepa del tetto, dal muro, dalla base arida dell’armacere. Lui segna il dolente cammino delle trazzere, le stazioni della via crucis perenne che il sole e gli uomini compiono di secolo in secolo, da un capo all’altro della giornata, dell’isola, della storia.

 Lui s’accorda spontaneamente alla frenesia intermittente delle cicale e persino alla mano di calce che il profondo silenzio di mezzogiorno stampa sulle cose.
Non s’esprime in odori o allettamenti, non cerca nient’altro che non sia il proprio sforzo interno, la camera segreta nella quale nutre di zucchero i gialli zolfati, i porpora, gli smeraldini, i vinaccia.

 Rifiuta il concime, perché tutto gli è concime: gli strati della terra seminati a sudore, le ossa, la polvere di città e nomi distrutti, le spighe dei remoti granai, il greco e poi il latino dei conquistatori, il bronzo vecchio delle monete col profilo dei tiranni, i carri degli dei, l’orlo di ruggine delle battaglie consumate, il grano saraceno, le bifore, il malocchio, i piedi di Cristo, le alghe e i relitti portati dalla corrente, la peste, la dottrina, i galeoni spagnoli, gli agrumi che ripetono il sole, il falcetto sofista, portella della ginestra, l’uva blu delle vigne, la fatica, due colpi di fucile nell’assordante rombo della canicola, gli scuri chiusi, i santi dagli occhi fosforescenti, i morti di pasta di mandorle, gli agnelli di pasta di mandorle, i morti agnelli che belano in tutti gli angoli dell’isola.

 E’ un frutto onnivoro, persistente, insondabile.
Occorre un sapere speciale, per sbucciarlo: devi conoscere l’arte dei tagli in croce, devi avere l’occhio per vedere dove finisce la corazza e comincia il paradiso. Non devi avere paura delle spine. Ci devi credere. 

La verità, se esiste, è un ficodindia.


 Questo per ricordare che quaggiù – che non è solo la Sicilia ma pure la Calabria, perché i fichidindia con gli occhi stretti, che ti sfidano di silenzio per strada, sono pure in Calabria, eh – è un esercizio continuo, credere nell’incredibile. Ma è l’unico modo.

Pezzo dedicato a paroledisicilia , un sito dove si mette la Sicilia in parole, o si viene messi in parole dalla Sicilia (un rischio da correre).

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FO-LON

dove si va, dopo la morte o anche prima

 “Ci sono morti impensabili: Groucho Marx, le ragazze sulla copertina di Vogue, la mia”.
E quella di Folon pure.
 Non che ci credessi sul serio, all’esistenza di Folon. Tutto sommato, devo ammettere che pensavo che quegli acquerelli, quei mondi sospesi, pieni di cielo, con un metallo d’alba o tramonto a ossidarli impercettibilmente, oppure notti perfettamente turchine, apparissero da soli, qua e là, come frutti di carta.
 Ero convinta che la tremenda pressione di mattoni, ferro, lastre, tasti, vetro, acciaio, industrie e guerre e ingranaggi della Terra producesse per forza, di tanto in tanto – similmente a quel che avviene dentro le ostriche – una meraviglia del tutto dissimile: aerea, senza peso, con lunghe dita sottili che ti toccavano di dentro.
Così, mi capitava di vedermi attraversare lo sguardo da qualcosa con le ali, o altre immaterialità. Però non era zio Remo, perché lui non volava nemmeno da vivo, e non erano nemmeno angeli. Erano i disegni di Folon, che conservavano – sia pure nell’incanto acido o pastello, nello sgorgare copiosissimo di sogno dalle vene blu – un bordo d’inquietudine, uno spaesamento che faceva male almeno quanto risanava. Una cosa interamente umana, dunque, una cosa come un’aspirazione al volo. Ma anche qualcosa di più: un incoraggiamento, una convinzione.
 Mi rincuorava, quando l’incontravo tra i manifesti, sui giornali o tra le locandine di qualcosa, meglio se qualcosa di cemento e vetri fumé: ah, ne è spuntato un altro, dicevo. Come certe piante di cappero o di ficodindia che s’appropriano del territorio – basta un seme – e svettano da luoghi impensabili per confermarti la fiducia nell’impossibile, nell’impensabile, nell’inimmaginabile. Senza dimenticare il dolore, beninteso (è quella, la sfumatura arancio di certi cieli di Folon, e persino i riflessi di determinati azzurri).

E poi leggevo: Fo-lon. Un nome con le ali. Una creatura chiaramente impossibile.

Ieri sera, peraltro – perché le cose spesso accadono gemelle – è morto il padre di un caro amico, un altro di quelli che, a incontrarli, ti si risana la fiducia nell’impossibile, nei mondi equilibristi appesi per un filo.

Un cielo particolarmente profondo deve averli accolti, entrambi.

ps: un ricordo garbato come un acquerello è qui

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ZIO REMO

l'angelo dei cassetti vi teneva i pezzi d'anima e memoria

 Zio Remo aveva le ali.
Sapeva di poter volare fin dall’infanzia, quando si nascondeva per toccarsi le ali – che allora erano piccole, fitte di piume tenere e incapaci di reggerlo. Non sarebbero state mai capaci, in realtà, ma lui non lo sapeva, e visse tutta la vita aspettando.
Zio Remo era bellissimo, ma non se ne curava: i capelli d’un miele scuro, gli occhi profondi dove l’inquietudine passava come un’ala leggera sopra un mare d’inchiostro blu. E poi il corpo da statua ionica, coi tendini in perfetta tensione sotto la pelle liscia, profumata di sapone di Marsiglia e dopobarba francese.
 Zio Remo, infatti, parlava un magnifico francese, che gli sembrava particolarmente consono a una creatura alata. Qualche volta recitava pezzi interi dei “Fleurs du mal”, nella remota convinzione che aiutassero le ali a fortificarsi. Non recitava mai, però, “L’albatro”, perché quella del volatore impacciato dalle grosse ali, incapace d’essere se non lo zimbello delle ciurme, a terra, gli sembrava una funesta profezia.
 Il giorno che le ali l’avessero sorretto, lui avrebbe spiccato un volo potente e candido, lasciandoci tutti a bocca aperta.
Intanto recitava in francese, disegnava orchidee e scriveva ricette di cucina.
La ricetta dell’ "Uovo alla Remo” la trovammo molti anni dopo la sua morte, accuratamente scritta dietro la fotografia d’un matrimonio di famiglia, dove lui appariva distante e magnifico, bello come una torta nuziale e assorto in un altro mondo.
Le dosi di quella ricetta erano stupefacenti: “mettere olio un po’ più del solito”… “tanta carne quanto basta, o anche di più…”. Perché zio Remo viveva così, molto molto più del solito, e anche di più.
 Non aveva mai lavorato, perché lo sapevano tutti che non era esattamente di questo mondo, e bisognava avere pazienza, con lui. Le donne di casa – che erano tante, con gli occhi di gazzella e il cuore sospiroso, eccetto la madre, donna Rodolfa, una perfetta selvaggia in crinolina, dura come la pietra dell’Etna ma aristocratica fino alle unghie dei piedi, che portava dipinte di cremisi anche a ottant’anni suonati – lo proteggevano, lo viziavano, gli spazzolavano di nascosto le piume, considerando le ali solo un capriccio, una stranezza di quelle sue solite, una burla innocente da tenere ben nascosta agli estranei. Purché non volasse, ovviamente.
Noi nipoti lo adoravamo: disegnava per noi favole e universi, ci raccontava le storie scritte da Edgar Allan Poe, che lui chiamava “Pé” (non ammetteva altra lingua che il francese, in effetti: l’America per lui restava un errore di navigazione). Ci spiegava tutto sui fantasmi e sugli angeli, sui galeoni inabissati e sulla raccolta del rosmarino. C’insegnava la lingua remota delle conchiglie – che solo i semplici scambiano per rumore del mare – e i segreti dei mostri marini.
Zio Remo sapeva tutto, aveva visto tutto. Come se volasse.

 A una certa età, quando il suo segreto delle ali e il suo distacco dal mondo avevano avuto un altro nome, sulla cartella clinica d’un famoso psichiatra palermitano chiamato dagli uomini di famiglia – che erano materiali e inclini all’invidia, del tutto privi di seconda vista – zio Remo cominciò a prendere pillole variopinte, e ad assentarsi per lunghi periodi. Noi non lo sapevamo, ma lo portavano in segreto al manicomio, che secondo loro era il posto di quelli come lui. Quelli con le ali.

 Zio Remo comunque non ci stava male, al manicomio. Aveva una stanza tutta per sé, dove poteva chiudersi, all’imbrunire, per constatare i progressi delle ali in un piccolo specchio. Gli facevano pure leggere i suoi libri preferiti: Baudelaire, e i racconti di Pè. Quando lo portavano nella sala dell’elettroshock, lui si limitava a volarsene in disparte, sulla cima degli aceri del giardino, o lungo la bouganvillea che sporgeva sulla strada, e da lì guardava, sereno, i ricoverati contorcersi sulla branda, in un lieve odore di rame bruciato e ozono.
Poi tornava da noi, e ci raccontava avventure favolose, nella giungla di Salgari o sui mari dei bucanieri: ci raccontava come aveva incontrato la tigre, che usciva da un cespuglio, e s’erano guardati a lungo – la tigre e zio Remo – gli occhi di smeraldo persi negli occhi blu. Era tutto vero.
 Prese pure a dipingere, in quel periodo: quadri furiosi sempre più bui, che alla fine – quando aveva raggiunto il segreto vitale, l’intima ombra d’un’orchidea, d’un volto, d’una conchiglia – copriva d’una mano di nero luccicante. Allora ce li mostrava, trionfante: abbiamo ancora in cantina decine di tele tutte nere. Perfette, a modo loro.

 Un giorno conobbe un’infermiera. Era una soave creatura bionda, anche lei non troppo di questa terra. Era gentile e d’animo sensibile, e provava una leggera pena per quel bell’uomo invecchiato ma insieme miracolosamente indenne dal tempo terrestre – i capelli gli erano diventati fini fini e s’erano fatti radi, e gli occhi avevano una sfumatura polverosa, ma il corpo era sempre un prodigio di tensione, e le ali erano smaglianti nella luce dell’alba. La ragazza tentava di risarcirlo, per quel volo mancato di cui lui certo non parlava ma che il cuore trepido di lei avvertiva.
Gli riservava il piatto migliore, il primo posto per la terapia, gli elettrodi ben inzuppati: vezzi da ricoverati, cortesie di corsia che lui non sapeva fronteggiare. Così dovette innamorarsene.
A differenza degli altri innamorati, però, zio Remo non voleva uscire dal mondo: lui voleva entrarci. E in un modo che lei e tutti gli altri avrebbero ricordato per sempre.

 Una mattina – una splendida mattina, in cui l’azzurro era d’una nitidezza che faceva male, e gli occhi di zio Remo avevano perso ogni traccia di polvere – salì sul cornicione, in calzoni. Il sole ancora maturo – era settembre – indorava la peluria sottile sul torso nudo, sui muscoli perfetti che guizzavano nelle braccia.
 Remo dispiegò le ali, ch’erano immense, e guarnirono d’un’ombra frastagliata il prato del padiglione A. Respirò forte, e rise quando sentì gli strilli provenire dalla sua stanza, dove s’erano accorti ch’era uscito dalla finestra. Sperò che fosse lei, poi la vide tre piani più in basso, con tutti gli altri che si sbracciavano e s’agitavano.
 Chiuse quegli occhi d’azzurro soprannaturale e si lanciò.

 Zio Remo non morì subito. Mio padre fece in tempo a vederlo, nel suo letto.
“Remo, che hai fatto?” gli disse quell’uomo pratico, ma una nota di pietà gl’inzuppava la voce.
Zio Remo non disse nulla: fece un gesto a mulinello nell’aria con la mano, tre volte, come per dire: “Non sai…”.
No, non sapeva.

 Morì, e le ali erano così grandi che ci volle una bara speciale, molto costosa.

Zio Remo oggi avrebbe compiuto settantacinque anni. Chissà, magari sarebbe pure riuscito a volare.

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FERMATI

allo specchio

Batteva nelle tempie, batteva.
Così: uno-due, uno-due. Carmosina credeva d’essere uscita pazza. Che non bastava che Pietro se lo fossero portato, nel vestito buono e dentro la cassa lucida, di noce. Le dita chiuse, la bocca molle, il suo peso gigantesco d’uomo fermo come la pietra.
Uno-due, uno-due, dentro la testa, giorno e notte.
Non era il cuore e non era il presentimento. Non era nemmeno lo scirocco, ché da quando Pietro era morto soffiava una tramontana che faceva lagrimare gli occhi e allontanava il mare oltre il bordo del mondo. Allora – ed era raro – la montagna prendeva il sopravvento, curva coi suoi uncini e malvagia da mille anni. Ti strappava i vestiti e ti rendeva difficile persino il dolore, colle sue unghiate.

Uno-due, uno-due, uno-due.

Non era il rumore solito del mondo, c’era qualcosa fuori posto, che sporgeva e batteva, come gli assiti malfermi del paese chino sotto la tramontana. Uno-due, e Carmosina si ripassava in mente tutte le cose ch’aveva fatto.
Sì, aveva coperto gli specchi. La morte non doveva trovarsi bella e rimanere, per la pace di dio. La morte doveva fare il suo lavoro e poi andarsene. Poteva restarsene seduta sulle sue piume per tutto il tempo, mentre le donne piangevano e si strappavano i capelli attorno alla cassa spalancata, e gli uomini sedevano zitti nella stanza del lutto degli uomini, con le sedie contro le pareti e gli sguardi fissi. Poteva starsene a lisciarsi i capelli, la morte, mentre le donne raccomandavano a Pietro di incontrare, lassù, questo e quello, e dirgliele, le cose che erano successe in terra, che i morti – si sa – non sanno più niente e soffrono quanto noi.
Ma poi se ne doveva andare, dietro al corteo, con l’abito di cretonne che sfiorava la strada e il medaglione nero che batteva sul petto secco, se ne doveva andare pure lei.

Uno-due, uno-due, uno-due.

Aveva messo i pugni di sale alle finestre, perché il diavolo si bruciasse i piedi, a entrare. Aveva vestito il morto da sola, sollevando le sue carni di gigante e tenendo stretta coi denti la pietà. Gl’aveva chiuso la bocca legando una pezza di lino bianco, perché ai morti, tutti, viene quell’espressione di stupore, che non ci vogliono credere nemmeno loro, e sono pochi quelli che si rassegnano. Gl’aveva tolto la fede – di quello era sicura, perché quel battito non era l’oro che voleva uscire, e poi la fede se l’era messa al collo, e pesava e scottava come il ghiaccio sulla pelle dei seni. Aveva tolto con cura la croce dal rosario che gl’aveva intrecciato alle dita – che poi le dita dei morti non s’intrecciano più, con niente, restano pallide, svogliate e prive di tocco da dentro, che la morte comincia dalle mani, certe volte, se le prende subito, diventano di cera quando ancora tutto il resto sembra come prima, come qui.

Uno-due uno-due uno-due.

E si dannava, Carmosina. Perché era il rumore sconnesso di quando la terra non gira giusta sui cardini, l’equinozio arriva cigolando, l’olio sedimenta nelle bottiglie e il carbone non brucia. Cercava un appiglio nel cielo, guardando con occhi di falco femmina la strada stellata che la tramontana faceva luccicare, vicina a un palmo. Cercava un appiglio dentro se stessa, nella colata di granito e mele cotogne che era la sua anima, o il suo corpo, che è uguale. Non c’era niente, niente se non quel battito, uno-due uno-due uno-due.

Non dormì e non sognò, e nell’ora di nessuno, attorno alle tre, quando fuori la solitudine della terra era spaventosa e i morti nelle loro celle di pietra erano i più soli di tutti, lo capì di colpo.
Corse al cimitero, dove il battito era fortissimo e faceva pure muovere il cancello, i cipressi, la fiamma dei lumini. Uno-due uno-due uno-due.
Pure le stelle s’accendevano e si spegnevano secondo quel ritmo fuori posto, come alla fine del mondo. E il punto preciso era la tomba di Pietro, l’ossario sprofondato dove l’umidità era una corona di foglie e fango. Uno-due uno-due, Carmosina s’avvicinò alla cassa e quasi cadde, che il rumore spostava l’aria, faceva tremare il lastrico di pietra.
Uno-due uno-due uno-due.
Un attimo prima d’urlare Carmosina si ricordò: non gl’aveva preso l’orologio. Il suo tempo,da qualche parte nel taschino, continuava, e non doveva.

L’alba salì in un arco perfetto, tre ore dopo: Carmosina, tra le mani insanguinate e strappate, stringeva un orologio. Fermo, finalmente.

liberamente as-tratto da una frase del romanzo di Demetrio Paolin "Il pasto grigio", Untitled Editori : "e l’orologio, che scandiva le ore di un defunto", che ha già ispirato Herr Effe qui , e chissà quanto figlierà ancora. Le parole sono anche semi, altroché.

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UOMINI E TOPI

arma letale I

 Qualche volta ho il dubbio, ma qualche volta ne sono assolutamente certa: la vita è superiore a qualsiasi sceneggiatura.

 Per esempio ieri notte.
La baby sitter, appena dopo cena, s’era vista tagliare la strada, tra la cucina e il salotto (mica un salotto buono, diciamo un salotto alla buona, un saloncino con vista, pieno d’oggetti, ché la proprietaria c’ha avuto la sindrome da fine millennio, da piccola, e ha un poco il complesso dell’Arca, di Noè o di Indiana Jones, e così accumula cose, le salva dal naufragio, dal diluvio, le accoppia perché figlino un altro mondo da abitare, un’enclave amica in mezzo ai territori occupati) da un affare su quattro zampe, zampine diciamo. La ragazza, che ha una perfetta compostezza britannica, e questo è uno dei motivi per cui l’abbiamo assunta – noi che siamo una famiglia di tachicardici – e la paghiamo quanto un neurochirurgo, aveva prontamente chiuso la porta del salotto, e aveva preso il telefono.
No, non il 112, e nemmeno il 113. No, non aveva chiamato nemmeno me. Pacata, aveva chiamato il mio ex marito perché la caccia grossa – si sa – è cosa da uomini. Poi s’era accampata in camera da letto con mio figlio, otto anni, tentando d’anestetizzarlo con la somministrazione straordinaria d’una cinquantina di canali Sky.
Naturalmente il mio ex marito – che ieri non lavorava ed era chissà dove con chissà chi (le sue accompagnatrici hanno la vita media delle drosofile della frutta) – con la sua migliore voce da Shane (il cavaliere della valle solitaria, per la cronaca) le aveva detto: tranquilla, pupa, più tardi vengo e sistemo tutto io.
Naturalmente sono arrivata prima io, verso le undici e venti. Tutto taceva, soprattutto la baby sitter, la quale s’è guardata bene dal dirmi alcunché, sperando che non mi venisse in mente d’aprire il salotto, dove lei era sicura d’aver chiuso la bestia. Per fortuna non m’era venuto in mente.

 Verso mezzanotte e cinquanta, quando mio figlio dormiva sognando Pokemon e io dormivo appresso a lui sognando finalmente di dormire, squilla il telefono. Era il mio ex marito, che con una cautela da Condoleezza Rice m’informa che abbiamo un problema. Quale problema, faccio io, aspettandomi –chessò – ch’avesse messo incinta una monaca di clausura, o al limite la moglie d’un boss, ch’avesse venduto lo Stretto – con tutto il costruendo Ponte – ad un emiro dando l’indirizzo di casa mia, ch’avesse venduto me all’emiro, eccetera eccetera. E lui: abbiamo un animale in casa. Un animale, che animale? Un animale piccolo. Ah, meno male, una tigre m’avrebbe impensierita. E poi, tu come lo sai? M’ha chiamato la babysitter. Ah, t’ha chiamato la babysitter. M’ha detto che l’ha visto, che non è una lucertola e nemmeno un geco, perché è più grosso. Quanto grosso? Beh quanto un topo, più o meno. Io, preoccupata per gli ippopotami, tiro un sospiro di sollievo. Lui mi fa: comunque sto arrivando, versami un bourbon e apri la porta. Hemingway non avrebbe detto di meglio.
 Gli apro la porta, un poco sconcertata, e dopo un sorso di bourbon cominciamo a vestire il guerriero: guanti di plastica, quelli dei piatti, gialli, la scopa quella grossa. Tu, mi fa guardandomi le pantofoline giapponesi, mettiti scarpe chiuse che non si sa mai. Indosso gli scarponi da montagna sotto il pigiama, che non si sa mai. Preparo pure una scatola, perché lui – che è di cuore tenero, almeno con le bestie – lo vuole catturare ma non uccidere. Figuriamoci.

 Chiudiamo tutte le porte, e mentre mio figlio, nell’altra stanza, sogna di cacciare un Pokemon Leggendario ci mettiamo a caccia.
Il salotto è una stanza grandissima, con una libreria di Babele di sei metri per due, due divani e un sacco d’ammennicoli, quelli dell’Arca de Noantri. E la tigre può essere ovunque.
Dopo quaranta minuti abbondantemente infruttuosi, in cui il mio ex si muove come se lo dirigesse Tarantino in Kill Bill e io lo seguo con la scatola, facendo scricchiolare gli scarponi che ogni volta ci pare sia il topo (cioè, quello che speriamo sia un topo), siamo quasi sul punto di rinunciare, e io sto già pensando a come sigillare la stanza con la ceralacca, in attesa d’ispirazione.
In quel momento chiama il mio fidanzato, che è appena uscito dal lavoro (facciamo tutti e tre lo stesso lavoro, ovviamente). Lo recluto immediatamente.

 Ci troviamo, in breve, in tre, anzi in quattro: io, la tigre, il mio ex marito e il mio fidanzato. I due guerrieri discutono sull’arma: uno sostiene la superiorità della scopa, l’altro scuote la testa, assolutamente no, la scarpa o un oggetto duro, meglio una mazza. In effetti, l’unica esperienza dell’ex sono i film di Clint Eastwood, mentre il fidanzato abitava in campagna. E poi – diciamolo – in un qualsiasi film l’ex marito sarebbe Jack Nicholson, il fidanzato sarebbe James Stewart.

 James – che, diciamolo, in fondo è l’uomo che uccise Liberty Valance (però io amo di lui soprattutto la sfumatura verde-Harvey degli occhi e dell’anima) – è subito decisivo: è sotto un divano, ne sono certo.
Io e l’ex, che cittadini e libreschi come siamo c’eravamo svuotati tutti i nove scaffali a piano terra della libreria, pensando di trovare l’ippopotamo rannicchiato a mordersi qualche copia di Pirandello o una raccolta di Mafalda (la libreria è orientata secondo i pesi specifici: in basso stanno le immaginazioni molto dense e pesanti, i colori vividi, le favole, le storie senza vuoti: i fumetti, i siciliani, la mitologia, i sudamericani)(via via si perde peso, si passa per inglesi, tedeschi, giapponesi, fino al vuoto zen, anzi proprio all’astrolabio dell’ultimo scaffale), siamo molto delusi. Ma non c’è tempo di recriminare.
Decidono di ribaltare i divani, e al secondo lo trovano. La tigre, in effetti, è un topo. Un topolino di campagna, minuscolo e veloce. Ma non ha fatto i conti coi riflessi da cecchino del mio ex (sbagliatissimo, garantisco personalmente), che riesce a pestargli la coda e lo immobilizza. Qui passiamo da Tarantino, anzi da Woody Allen, a Walt Disney, col topolino che si dimena e sta certamente per invocare Cenerentola (anzi, Cenerella), e due uomini in tenuta da battaglia (per tacer della donna in pigiama, scarponi e scatola) che incombono su di lui, obiettivamente giganteschi (specie il fidanzato, devo ammettere): le loro ombre lunghe si stagliano sulla parete, minacciose.

 Dovevamo intrappolarlo, in origine, e restituirlo non si sa bene a quale campagna, ma l’istinto della caccia è troppo antico e radicato, e in pochi istanti Clint Eastwood pren
de il sopravvento su Greenpeace – per tacer di Greenaway  , che l’ex ha sempre amato come altri amano la Juventus o la cioccolata (no, James ama così soltanto Bach, o al limite me). Così, dopo un breve fermoimmagine – qui la mano è di Sergio Leone, “C’era una volta il West” – mentre l’ex tiene ben saldo il piede (calzato d’una Camper cingolata: lui tende a vestirsi più o meno come Carmelo Bene incrociato con Mr. Crocodile Dundee)  sulla coda, il fidanzato (che, di suo, avrebbe sottili mocassini inglesi del tutto inadatti: lui è tutto camosci e camicie di lino a trama larga) cerca di finire la preda a colpi di scopa, lamentandosi per l’inadeguatezza dell’arma, e che lui l’aveva detto (essì, sempre un uomo è). Infatti la preda riscappa, e ricomincia la caccia.
 Dura poco, però: il topolino è stanco e terrorizzato, e non trova di meglio che nascondersi sotto l’altro divano, dove lo trovano subito, lo immobilizzano e siamo quasi alla fine – si sente pure dalla colonna sonora. Allora il fidanzato mi chiama precipitoso: presto, un’altra arma, non hai una mazza? No. Come, non hai una mazza? No, non ho mai avuto una mazza, altrimenti non saremmo qui in quattro, adesso, cosa credi (in effetti lui ha sempre avuto una mazza da baseball, per gli usi domestici di base: blatte, rumori sospetti, mattoni da rompere, incubi da scacciare. Quando suo figlio – sì, anche lui è al secondo giro – aveva paura d’imprecisati alieni che gl’avvelenavano le notti, gli consegnò, fiero, la mazza, per tenerla vicino al letto. Ecco cos’è un passaggio di consegne)(provò poi a raccontare la cosa a mio figlio, che ha una vecchia questione irrisolta con l’attaccapanni della camera da letto, e lo esortò a munirsi di un’arma da tenere vicino, di notte: dài, su, chiedila alla mamma. Mio figlio, infatti, si voltò verso di me e mi chiese un lanciagranate).

 Va bene, lo ammetto, non possiedo una mazza, ma anch’io ho una preparazione di base: ho visto per una vita Stanlio e Ollio, e soprattutto Tom & Jerry. Così, cigolando sui miei scarponi da neve, vado in cucina e scelgo con attenzione, calibrandola col polso, una padella.
Quando torno con la padella i cacciatori mi guardano storto, ché gli rovino l’estetica dell’impresa. Anche se, faccio, notare, loro hanno, rispettivamente, i miei guanti per lavare i piatti e una scopa. Si guardano sconcertati: credevano d’avere elmi traci, alti schinieri e lance achee.
 Insomma, la padella si rivela la vera arma letale. Mentre mio figlio, di là, immerso nel sonno feroce degli innocenti sogna di catturare un Pokemon drago di sette metri, il topolino riceve tre colpi ch’avrebbero steso l’incredibile Hulk, e giace per sempre sul pavimento del salotto. I cacciatori, ansimanti, si dicono "compare" e battono i cinque. Cioè, fanno risuonare la lancia sugli scudi di bronzo. La donna, con in mano la scatola per la sepoltura, li ammira in silenzio, un poco distante. Sono fiera di voi, ragazzi.

titoli di coda, direbbe il topo.

 

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