Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Genny Savastano’

 

Amici gomorroici, diciamocelo: la quarta stagione di “Gomorra – La serie” è già fenomenale, col suo sapiente intreccio di arcaico e avveniristico, di feroce e lucido, di locale e globale (lo so, sembrano le definizioni di due cose precise: la mafia e il capitalismo, a volte indistinguibili tra loro).

Siamo oltre la morte di Ciro, che è un punto nel tempo e nello spazio: infatti Genny e Sangue Blu ci tornano in pellegrinaggio, sulla barca, perché questo mondo è costellato di cose sacre, a loro modo. Tipo giuramenti di sangue, vendette, legami: inviolabili, a loro modo. E affascinanti, come può essere affascinante un pitone che fissa un coniglio, o un Genny Savastano col maglioncino di cachemire che in ascensore, dietro le lenti fumè, fissa la bionda Leena, maga della finanza internazionale spregiudicata.

Ci sono ben altri orizzonti, in questa stagione: tanto la terza era claustrofobica, cupa, chiusa in scantinati e angoli ciechi, murata persino nel dialetto più impenetrabile, quanto questa è di vetro e alluminio anodizzato, si spalanca sui parchi londinesi e i panorami di cristallo della City, o anche i bar alla moda e le terrazze eleganti di Bologna. Metà della quarta puntata è in inglese (ma tanto non cambia niente, visto che tre quarti degli spettatori usano i sottotitoli) e stavolta le riprese non sono da sopra ma da sotto, e il mondo appare chiaro e luminoso, con la luce diffusa ed elegante di uno studio di Piccadilly. Dimenticatevi lo squallore delle Vele di Scampia, o gli stucchi napoleonico-psichedelici delle case dei boss: qua ci sono soldi veri, eleganza antica. Ma, come dice Genny, “a merda sta ovunque, sulu che tiene culuri diversi”. Magari grigio perla o rosso regimental o biondo glam.

Così la schianata (sarebbe l’ascesa per noi meridionali) a Londra di Genny – il quale mica vuole cambiare vita (non avrete creduto a tutte le scemenze dei giornali?), ma solo vestito e pettinatura (ed era pure ora che lasciasse la cresta mohicana che portava da quando era tornato dall’Erasmus in Honduras) – che doveva trasformarsi in una epica di sfatta e nella truffa del secolo (con tanto di simil-Banksy che irride i truffati), si rovescia nell’ennesima vittoria del Metodo Savastano: sospetta di tutti, parla poco e osserva molto, ricattali con quello che hanno di più caro, e soprattutto uccidili quando non se lo aspettano. E bye bye, Leena.

Si pensavano, i signori della City, di avere a che fare con quello che obiettivamente Genny sembra: un pitecantropo incapace di esprimersi se non in napoletano gutturale (in effetti, ci accorgiamo, non senza sorpresa, che comprende benissimo l’inglese, ma gli sentiamo dire solo due frasi, tipo “where is my gold?” o “where is the key?”, ma con l’accento secondiglianese), che non saprebbe distinguere un manager vero da un truffatore in doppiopetto. Ma sbagliavano, perché Genny i propri simili li sa riconoscere benissimo, sempre e ovunque (“non è coi curriculum ca si conoscono ‘e persone”). Così, quando il suo “ingegnere” Alberto Resta – inquietante esempio di quella classe di professionisti magari molto abili che fanno da anello di collegamento tra i gruppi criminali e i grandi affari, e sono in effetti dei traduttori simultanei, traducono un mondo in un altro e viceversa (procurano commesse miliardarie, sanno come confezionare un progetto, e poi lasciano che la mano criminale spiani le difficoltà, elimini la concorrenza e soprattutto procuri i capitali) – lo porta negli studi foderati di moquette e boiserie, e interloquisce flautato con gente che ha studiato economia a Oxford, lui non si fa mica incantare. Noi, ci facciamo incantare.

Noi, che abbiamo persino creduto che lui – che ha lasciato il reame in mano a Patrizia, ufficialmente bossa e protettrice di Secondigliano, Prima del suo nome, Signora dei muccusilli, Guagliona Scetata Assai, Distruttrice di catene, Tramite di don Pietro, Assassina di Scianel – volesse uscire dal crimine, quando invece voleva solo spostarlo su un piano più ampio. Non una piazza di spaccio ma una pista d’atterraggio. La più grande d’Italia. Ma finanziata, costruita, gestita con gli stessi sistemi della piazza di spaccio: coi soldi sporchi, i metodi assassini, la corruzione in alto e la paura in basso.

Genny che, quando i compagni di scuola del figlio Pietro gli boicottano la festa di compleanno, occupa la scuola con pagliacci e animatori, perché l’unica regola per la famiglia Savastano è che le regole non valgono

Semmai, le sorprese sono femmine, stavolta. Patrizia, il boss del cambiamento, con la strategia di accogliere tutti, anche i guaglioni che sbagliano, ma non devono scassare il cazzo e sbagliare troppo; Patrizia che ha la “famiglia” più grande di Napoli ma non ha più famiglia; Patrizia che ci prova, a cambiarsi d’abito e stare dall’altra parte della boutique (lei che faceva la commessa a Posillipo), ma resta la ragazza goffa dalla camminata sgraziata, la ragazza con la coda di cavallo, il chiodo striminzito, i jeans troppo stretti. Azzurra, il vero mistero antropologico della serie: una donna bella, istruita, intelligente e persino fine (l’unica che porti capi eleganti e non solo costosi), che per misteriose ragioni è davvero innamorata di Genny, rischia la vita per lui, rinnega suo padre, si rinchiude nei quartieri fatiscenti, lei che viveva negli attici romani, parla un inglese perfetto, sa come condurre una trattativa d’affari, eppure sembra non volere altro che il ruolo di regina consorte.

In verità, Gomorra non è un paese per donne. Per esseri umani, anzi.

La scena più bella, però, è il folgorante incipit della quarta puntata: la madonna d’oro che viene squagliata e rifusa in lingotti, per comprare la società inglese che serve da copertura per l’areoporto Savastano. La madonna dal manto celeste, identica a quella che Donna Imma aveva fatto rimpiazzare al centro della piazza di spaccio. La madonna dalle braccia allargate, bianca e celeste. La madonna che è un altro dei simboli sacri dissacrati. La vernice che viene lavata via, prima di fondere la statua, è la metafora perfetta: è solo un sottile strato di trucco, che Gomorra usa per fingere che ci sia qualcosa di sacro, ma serve a nascondere la realtà dei suoi soliti traffici, il suo oro sporco, la sua impudicizia nel servirsi di qualunque cosa.

La stagione quattro segue le diramazioni di Gomorra, oltre i quartieri concentrazionari che ormai abbiamo girato in lungo e in largo (anzi in stretto): le infiltrazioni nei palazzi comunali, negli studi professionali, nelle banche. I sindaci eletti a cinquanta euro a voto, i professionisti di prestigio che chiudono affari ma chiedono l’ “aiutino” di una bomba o un’intimidazione (salvo poi ricevere anche loro una scatola con una mano mozzata, tanto per fare capire chi comanda), le seconde e terze generazioni di criminali che studiano fuori ma tanto poi tornano, e non sono cambiati. Gomorra come magma che sta sotto ogni crosta, come melma di ogni fognatura, come fuoco di ogni terra dei fuochi. E la vicenda del terreno che il padre di famiglia, la cui moglie ha un cancro devastante (come tanti che vivono nella terra dei fuochi), non vuole vendere ci commuove, almeno fino a quando non scopriamo che è stato lo stesso padre di famiglia a interrare, dietro compenso, quei fusti di veleno che probabilmente hanno causato il cancro alla moglie. Perché l’economia malata è un circolo vizioso, la moneta cattiva scaccia sempre la buona e l’azione cattiva azzera sempre quella buona.

E Gomorra è anche fuori città, nelle campagne, dove i Levante allevano cardellini e commissionano omicidi: è la figura più narrativamente consueta, quella del boss antico, Gerlando Levante, zio di Genny, che passa tutto il suo tempo tra le gabbiette, a sussurrare agli uccellini e accoppiarli, mentre fuori i suoi passano il tempo a sussurrare ai sudditi e accopparli. Il miscuglio di vecchio e nuovo stavolta è potente, perché Gomorra si estende nello spazio e nel tempo, e tutto è Gomorra.

Quando accusano questa serie di disegnare un universo totalizzante fanno un solo errore: non è la serie, non è la narrazione. E’ la realtà.

Annunci

Read Full Post »

ciro assassin creed

Miei adorati gomorroici come me, sento irrefrenabile l’istinto di commentare le puntate tre e quattro di Gomorra -La serie.
Se vi piace e non volete spoiler, saltate il post.
Se non vi piace, state senza penzieri: vi faccio contattare da un amico mio, Genny Savastano.

Puntata tre

Dove scopriamo che forse tutta l’Europa, o persino tutto il mondo, è una Scampia, ma con meno friarelli.
Cirù l’Immortale sta scontando la sua pena facendo il picciotto d’un bulgaro feroce, tale Valentin il Butterato, che passa il suo tempo in una palestra allenando lottatori, che poi sarebbe la metafora di quello che in effetti tutte le mafie fanno dappertutto: tengono schiavi che aizzano a combattere per riscuotere le scommesse, ingrassando sul sangue altrui e fingendo che in quella lotta ci siano regole e persino sportività.

Cirù parla bulgaro come se fosse nato a Sofia, e sa essere feroce quanto e più d’un mafioso bulgaro medio, ma la tesi qui è che in fondo gli affari sono affari, e tutta quella crudeltà gratuita ed epicurea che ci mettono ‘sti slavi non sta bene, infatti Valentin e suo figlio, Mladen (che ricordano tanto don Pietro e Genny prima versione, ma Genny invero molto più babbasonazzo, che in siciliano vuol dire scemone, e pure un poco mammato), sembrano i veri cattivi – ma qui si tratta, come mi venne detto da uno gruosso, di cogliere l’eterna lotta tra cattivissimi e pessimi.
Dunque il cattivissimo Ciro, uccisore persino della propria amata moglie (che s’era miessa into’ miezzo), di fronte ai pessimi bulgari ci fa pure una bella figura. Anche perché loro mica si limitano a un onesto narcotraffico e a una civile rete di estorsioni:  fanno cose ancora più nauseanti, tipo il traffico di clandestini (Cirù quasi si commuove quando quello morto durante il trasporto nel vano ruota di scorta del suo Tir viene cremato, forse addirittura cromato, in un altoforno) e la tratta delle bianche, mostrando la superiorità etica del camorrista rispetto al mafioso dell’Est.

Quella che è certificata è la bruttezza come tratto distintivo dei territori in mano alle mafie, un criterio ancora più certo della scia di sangue: segui il brutto, arriverai al pessimo (questo anche come consiglio alle forze dell’ordine, che in Gomorra non sono presenti nemmeno per sbaglio, come se fosse un mondo invisibile e parallelo, un Mondo Di Sotto del quale, da sopra, si vedono solo incerte tracce, si tenta di ricostruire fatti e passaggi oscuri: eppure la bruttezza è così evidente e clamorosa che fa da assoluto segnale).

I bulgari, però, oltre che feroci, sono pure scemi, e quando tentano di fregare Cirù, coinvolgendo persino una banda di onesti camorristi perdenti che spuntano dalla lontana Forcella con un borsone di soldi falsi (alla terza puntata della terza serie possiamo affermare con certezza che il borsone è un accessorio fondamentale per le mafie tutte, compare in ogni scena importante, trasporta armi, denari, droga e all’occorrenza tranci umani macellati all’Eurospin – cfr. puntata due – e tracciare i borsoni darebbe risultati più concreti che intercettare le telefonate)(poi non dite che non ve lo avevo suggerito, Procure) per comprare droga vera, in un marchingegno talmente contorto e inutile che sembra un emendamento di Calderoli, è chiaro che Cirù s’incazza di brutto e, come è sua indole e suo destino, sovverte una ‘nticchia le gerarchie e li ammazza tutti: Mladen davanti alla Jacuzzi e Valentin sul parquet della palestra.
Ovviamente,  Cirù, che qui è sia bruto (con la minuscola) che uomo d’onore, libera la schiava sessuale di Mladen, la riporta in Albania e in un impeto paterno le dice “Fa ‘a brava”. Un bulgaro l’avrebbe rivenduta subito, per dire. Che tempra morale: o tempra, o mores.

Puntata quattro

Ragazzi, peggio di Scianel ho visto in tv soltanto Cersei Lannister. Sono tutte e due bionde, perfide, assetate di potere e con figli più scemi di loro che regolarmente muoiono per colpa loro. Hanno pure più o meno la stessa età, con la differenza che Cersei è una figa spaziale mentre Scianel subisce l’effetto anagrafico gomorroico (un anno di un personaggio di Gomorra, ma in effetti di tutto il mondo, vero, delle mafie, vale come sette anni di una persona normale), quindi Cersei ha 40 anni e Scianel poco di più, ma ne dimostra 280.
Ora è uscita di prigione, ed è talmente preoccupata della sua piazza di spaccio e dei rapporti con Genny Savastano che lo incontra ancora prima di rifarsi i colpi di sole (e ho detto tutto).

Tanto, ormai come consigliora c’ha Patrizia, che è meglio pure di Tom Hagen nel Padrino (anche perché vive in una casa tutta di piastrelle verde salamandra fino al soffitto, con un tabernacolo luminoso della Madonna che ricorda la sobria scenografia della casa di “Carrie, lo sguardo di Satana“, e quindi c’ha tutta una sua concentrazione ascetica e infallibile).

Ma ora per Genny i nodi vengono al pettine: il suocero Avitabile (che somiglia sempre di più a un Apicella, ma più incazzoso) ormai tiene in pugno il contabile Geggè e si sa, chi ha il contabile ha tutto (vedi Al Capone o Equitalia).
Confermando che il contabile del boss è il mestiere più pericoloso del mondo, il buon Geggè, così studioso e puliticchio, ci lascia le penne, e viene ucciso in modo ineccepibilmente simbolico, oserei dire freudiano: Genny lo uccide a pugni, usando come tirapugni l’orologione d’oro che suo padre Don Pietro Buonanima aveva regalato a Geggè per la laurea (sottotesto: mi era sempre bruciato che tu fossi quello istruito e mio padre a me, a parte motociclette e conti a Panama, non avesse mai regalato nu’ cazzo, e mo’ mi vendico in un colpo solo di lui e di te, sfaccimm’ col congiuntivo e l’orologio).
E quando arriva l’ultimo carico di droga honduregna Genny, che si era presentato all’incontro coi “calabresi” – devo sottolineare, con un moto d’orgoglio, che i “calabresi” costituiscono entità ulteriore e iperurania persino per i gomorresi: c’è sempre un calabrese che compra o vende droga, un calabrese che fa un agguato in Germania (ogni riferimento a fatti o persone è intensamente vero), un calabrese che si può interpellare per risolvere o complicare le cose. I calabresi sono la Suprema Corte, la Cassazione del Crimine. E queste sono soddisfazioni – dunque, Genny viene rapito. Gli ammazzano pure gli ultimi due Ragazzi del Vicolo, il mitico CapaeBomba e O’ Cardillo (che O Principe e O Track erano già morti nella seconda stagione), subito dopo il giuramento di fedeltà brindando con la Peroni.
Bene, voi direte, ma quindi questo cazzo di suocero è un quaquaraquà o uno gruosso? Gruosso, anzi gruossissimo: spuntano con lui tutti i boss di tutti i quartieri di Napoli, praticamente tutt’O’ Sistema. Tutti a sputare su Genny, insanguliato e mullingianato pesante a terra, spogliato di ogni ricchezza, appoggio (gli mostrano pure il compare honduregno decapitato con una foto sul gruppo boss Whatsapp) e signoria. Il suocero gli sussurra che pure moglie e figlio non sono più cosa sua. E viene lasciato come un sacco di monezza in mezzo a Scampia, che pure per il Sistema è periferia.

Ma intanto, che era successo? La puntata in effetti era cominciata come “Assassin’s Creed“, con Cirù nei panni di Ezio Auditore, o Callum Lynch, o Aguilar De Nerha, che poi sono sempre lo stesso personaggio: un assassino pericolosissimo che gira col cappuccio. Cirù, col cappuccio, torna a Napoli e si presenta a Forcella, dai camorristi hipster perdenti, discendenti del capostipite di tutti i gomorresi, O Santo (“Mio nonno faciva i miracoli come San Gennaro“), ma ridotti a una decina di giovincelli pluritatuati e sostanzialmente ladri di polli.
Il capo, il roscio Enzo, gli fa un’offerta che Cirù può tranquillamente rifiutare (con un momento davvero scespiriano: “Due sule cose cuntano: a sciorte e ‘e cumpagne“), ma sappiamo che non durerà.

Insomma, sono tornati al vicolo corto, passando di nuovo dal via. Cirù e Genny, soli contro tutti. Minchia.

 

(ci vediamo venerdì prossimo. Statev’accuort).

Read Full Post »