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Archive for dicembre 2005

natale ammainato, con stocco, zucchero, olive nere, balocchi

 La casa s’aggrappa ai sogni. Spalanca chilometri vertiginosi di corridoi, androni, tinelli, ballatoi. Dovunque sei, ti ritrovi a camminarci dentro, dentro al suo spazio di cantina e cattedrale. Gli sgabuzzini ti trattengono, le maniglie non cedono, la casa non ti lascia uscire mai: l’esterno sono altre stanze, dove cadono piogge controverse, di ghiacci e di petali, soffiano bora e scirocco, montagne reggono con la punta gelata i controsoffitti, il parquet si scioglie nello Ionio (camminando oltre, dopo il bagnasciuga, s’apprezza la durezza traforata, di fossile e conchiglia, degli strati di passi sovrapposti, anno per anno, vita per vita).
 Le finestre danno su altre finestre, la casa dà su se stessa, come di solito i gusci, la vita. Salgo e scendo per i pochi scalini, tiro su le tapparelle con un rumore di consuetudine, tocco tutti i pulsanti, i punti sensibili dell’anima elettrica e suscettibile della casa. Non m’accorgo che sto sognando, o forse sono sveglia dentro al suo sogno interminabile (le case sognano di non essere mai finite? D’abitarsi da sole? Di girarsi, per un attimo o un secolo, dalla parte opposta, dove sono facciate cieche pennellate a catrami, di spalle ad altre cento file di muri senza vista?).

 Infine c’arrivo: la stanza dei Natali usati.
Il mio primo ci dev’essere, confuso coi ricordi vecchi della casa di prima (la casa è sempre una sola, che trasloca da un luogo all’altro muri, conflitti, enciclopedie, gradini, cristalli, travi portanti, maioliche, affetti, davanzali). Ci sono di certo abeti veri, che fanno odore di resina e Aspromonte: sono visibilmente eterni, malgrado gli aghi caduti, l’acciaio della scure, le vene di metallo nuovo e asfalto che fanno rabbrividire la terra vecchia di secoli e millenni, malgrado i termosifoni e l’Epifania.
 C’è mia madre che stringe gli occhi, perché lei è cresciuta sotto il gocciolìo della neve, coi geloni a ardere nelle scarpe e le mani gonfie: Natale non è alberi senza odore, fuoco domestico e zucchero a velo; Natale è un braciere per metà di ghiaccio, cogli occhi dei lupi che cingono di luci rosse il cerchio del paese, magri ingiusti e affamati come tutti gli altri. Natale è il panettone dello zio Basilio, che arrivava da Milano, in uno scatolo grande come una chiesa, e sacro. I bambini potevano sentire solo di lontano il suo odore d’uvette, di case con l’ascensore e il tappeto, d’interruttori, arista di maiale, pasta ripiena e cappotti caldi.

 C’è il Natale della nonna vecchia, che è un bambinello di cera sotto una campana di vetro. Io lo guardavo, e mi chiedevo quale nascita potesse essere nascosta sotto tanta morte, o forse vedevo solo lo sguardo predestinato dei bambinelli di paese, pallidi e ingiusti e pieni di domande feroci come i lupi.

 C’è di certo un Natale di palle di vetro soffiato che non potevo toccare: ogni palla conteneva una vita di pulviscolo d’oro, di fortuna, di cose preziose appese così in alto che era quasi inutile pensarci davvero. Natale invece era basso, pieno d’anni Sessanta, condomini color fumo, attesa e rinuncia controllata.

 C’era però anche un Natale d’abbondanza e di rincorsa, di secchi di vongole che sputavano mare poco a poco, di stocco ammollato sotto un filo d’acqua, di cavolfiori e carciofi tropicali, d’impasto per le crispelle che stava zitto sotto un panno bianco, e gonfiava. Un Natale di ricotta e scirocco, d’olive ripiene e olive secche che rinvenivano nella ‘gghiotta, dove nuotavano lontananze diverse: pesci d’oceano, pomodori d’Ortì, spezie orientali, patate di Sant’Eufemia, lettere dei parenti americani, rosmarino del vaso di coccio.
 C’era un pane sacro, bianco bianco, rotondo e intrecciato di nastri rossi, che era il centro della tavola, della casa e della vita: Natale originava da un punto invisibile dentro il centro del suo centro, e cresceva piano piano, zitto sotto il panno bianco, verde e pieno di aghi, rosso e dorato, di vetro sfoglia mandorle e morte.
 Natale sparava colpi in aria, coi proiettili veri e la polvere da sparo, perché la festa è feroce come la carestia e come l’abbondanza. Gli angeli se ne volavano lontano, le piume sporche di cordite, le vesti arruffate, i becchi d’aquila adunchi a dividere l’aria fredda dello Stretto.
 Natale si concludeva lasciando la tavola piena e disfatta, perché passassero i morti dopo i vivi, e la festa, con la sua allegria sacra e digrignata, si trasmettesse da un mondo all’altro (perché c’era sempre il Natale in controluce degli assenti, i posti vuoti che la casa nascondeva dilatando i suoi spazi, i coperti, le sedute dei divani, sbattendo forte le porcellane e, ogni tanto, sacrificando agli dei capricciosi che abitano i battiscopa, i focolari e le dispense un pezzo del servizio buono).

 La casa li ha conservati tutti, i Natali, e uno dentro l’altro io li tiro fuori dalla carta velina, me li metto attorno e li appendo ai rami della casa, che è un albero e una grotta, e porta ogni anno, ogni istante, una nascita che volge in morte, da sempre, per sempre.

sto cucinando ricette di famiglia e ricordi, ma ho anche ritagli di giornale, sapori d’altre vite, mai sentiti dalla casa, e frutti australi difficili da sbucciare. voglio un Natale meticcio, confuso, sottosopra. voglio un Natale che non si senta obbligato a mangiare tutto, e a farsi piacere i regali. voglio un Natale come siamo noi, cori per voce sola, qui e altrove, veri e un po’ finti, ma che importa. io vi voglio bene – tutti quanti leggete e mi scrivete a fianco – anche quando non me lo chiede nessuno, nemmeno io.

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zio Lillo col berretto, la luna e la stella

 Mica siamo di presepe, noi. No, no, piuttosto d’altarino. Altarini complicati, di terracotta, merletto e cera vergine. Fotografie di morti e di vivi, amuleti, forcelle d’ossa di pollo, spine del roseto di Santa Rita, code di lucertola, medaglie miracolose. Madonne di Lourdes celesti d’acqua benedetta, calciatori famosi e ritagli di giornale. Poi lumini, fiori finti, immagini di Gesù che cambiano colore secondo il tempo (“mamma, oggi Gesù è blu, prenditi l’ombrello”), la spilla del partito comunista di nonno Stefano, la tazzina arrivata dall’America, un chiodo della prigione, o della Croce di Nostro Signore, e il sale benedetto.
Questi, almeno, duravano tutto l’anno. Mica come il presepe.

 Con l’eccezione, si capisce, di zio Lillo, il ferroviere, che passava l’estate e l’autunno a progettare il suo presepe meccanico, pieno di scambi, traversine e passaggi obbligati, perché in realtà lui voleva una stazione, una provincia, una regione tutte sue, dove fare il capostazione con la paletta di dio. Allora pensava cascate, impedimenti, tronchi tagliati. Vitelli sui binari, neve fresca a livello del mare, incidenti spettacolari. In un angolo, certo, c’era la capanna o la grotta della natività, e la sacra famiglia un poco disturbata da tutto quel rumore di treni, e quel parlare d’incidenti. Arrivavano pastori girati dall’altra parte, che guardavano il deragliamento delle tredici e cinquanta, e chiacchieravano fitto e quasi non ci badavano, a Maria col mantello pietoso e allargato, a Giuseppe col bastone e alla mangiatoia di trucioli – che poi restava vuota fino a mezzanotte di Natale, quando, puntuale, arrivava l’espresso della notte e portava il bambinello.
 Zio Lillo, in testa il beretto rosso (che mica era suo, era del Cavaliere buonanima, ché lui non aveva mai superato il concorso, e ne aveva rosicchiate, di matite, davanti al foglio posato sul banco, tormentandosi per ricordare il volume della sfera e l’armistizio di Salasco e soprattutto suo padre, nonno Ciccio, impiegato di gruppo c dell’acquedotto comunale, che l’aveva voluto ferroviere, quel figlio, ed era morto convinto che sarebbe diventato capostazione, capocompartimento, direttore generale, ministro dei Trasporti o vicerè), zio Lillo allora fischiava con tutta la sua forza nel fischietto luccicante, e Natale cominciava con un fischio di stazione e rimpianto che tracciava una scia nell’aria, così netta e metallica che sembrava davvero una stella cometa.

questo perché non ho voglia di fare presepi, ma altarini sì, con un paio di morti e vivi e acquerelli e talismani (e anche alcuni libri, e forse uno o due post, una boccetta di profumo, un gioiello senza valore, una tessera scaduta e una moneta fuori corso), per guardarmi le spalle, non si sa mai. da piccola avevo paura che la cometa mi cadesse addosso, mi centrasse come una freccia di ghiaccio e argento intergalattica e spietata. ora che ci penso, ho ancora quella paura.

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IL CERCHIO DI PALERMO

palermo sulla spiaggia, con onde marzapane e galeoni

 Hanno cominciato le Eolie, e io ho pensato subito: ecco, oggi è un giorno smodato. Stavo andando a Palermo, città invisibile a cui si arriva col tatto e col gusto e con l’odorato. A destra, sullo Ionio parallelo all’autostrada e sbieco di cavalloni a testa bassa, le sette Eolie erano tredici, diciassette, ventotto. C’erano Eolie dappertutto, coni rovesciati, vulcani nascosti nell’azzurro della distanza, creste e rocce piatte che s’affollavano lungo la costa. Ho contato trentuno isole, cinquantotto isole, settantacinque isole. Poi ho capito che mi seguivano verso occidente (perché per un’isola che nasce ce n’è sempre una che corre via a gettarsi dal bordo della terra, che sta oltre le Colonne d’Ercole, il parapetto di ferro barocco dove le isole s’affacciano e a volte volano giù, dirette dall’altro lato, o nessuno).

 Ho smesso di contarle, e dopo un paio d’ore – quando le isole erano duecentotrenta, trecentosessantasette, ottocentoventidue, e i paesini di mezza collina, pure loro, coi loro carichi di ceramiche, salami e pergolati, erano appresso, ansanti come cani di taglia piccola – sono arrivata nella materia densa, molle, multiforme di Palermo.
 Non è che avessi una meta precisa, o forse sì: desideravo il centro di un anello di buccellato. Volevo chiudermi attorno un cerchio di pastafrolla farcito di fichi secchi, uvette, chiodi di garofano, cannella, cardamomo, nocciole, noci, mandorle e marmellata d’arance amare.
 Volevo vicoli stretti sotto balconi fantasma – i parapetti solo disegnati sul muro, le staffe appese nel vuoto, arricciate di barocco o di stanchezza, i panni eternamente stesi, vite umide impossibili d’asciugare – volevo un accento molle, disteso, equivalente sonoro d’uno sguardo lento, strascicato, interminabile.
 Volevo la Casa del brodo, dove ogni volta mi sanano le ferite, e il cucchiaio pesca consolazioni, sedani, carne di maiale, riparo.
 Avevo una voglia precisa di vespri, che s’avvolgono in certe pieghe di Serpotta, indugiano dietro le croci d’alcune piazze, svettano come palme, s’arrampicano sulle facciate come viti, bouganville, felci sensitive scomparse dal resto del mondo. Li sentivo qui, tra la punta e il lato della lingua, dove si sentono il dolce e il salato: i vespri, i pistacchi, i marmi, i coralli, i cedri canditi, la pietra.

 Mi volevo precisamente addentrare in stradine incerte, sconnesse, allargate provvisoriamente in piazze finte, slarghi custoditi da santi, festoni, nomi così vecchi da avere tutte le ossa porose, sprofondate in cripte infiltrate di piombo e salnitro e invocazioni, dimore di martiri e martorane, carni di zucchero e mandorle pallide come ossa, trasfigurazioni e deliqui crocifissi col filo spinato dei cantieri.
 Volevo dormire nei setteveli (una miniatura devozionale: sette strati di cioccolati differenti legati da una crema di nocciole dei Nebrodi), passare una o due eternità senza mai arrivare alla fine.

 Nelle friggitorie, i rotoli di ricotta si gonfiavano fino a colare giù, verso il mare: piovevano verdure, anelli in ragù di tre carni, pane e panelle, babbaluci a picchi pacchi, meusa grigia e marrone profumata di frattaglia e condizione umana, crocchette di patate vecchie e olio rifritto, agnello di dio che toglie i peccati dal mondo. Ci camminavo dentro, e sentivo che mi si chiudevano attorno, con la presa gentile di palude barocca della città.

 Ci sono arrivata, infine, da Spinnato in Piazza Politeama. Cavalli di bronzo si precipitavano, veloci come secoli, e la gente s’affollava, con l’accento strascicato, indolente e millenario, e chiedeva pane e giochi, ed era la stessa cosa. Anche io li volevo. 
La signorina con la cuffia – araba e normanna, gli occhi stretti e le ciglia bionde – m’ha chiesto: “Cosa vuole, signora?”.
E io ho indicato il buccellato più grande, una ciambella, una città, un’isola, un paese, un territorio, un mondo. Pesava dieci tonnellate, trecentomila tonnellate, due miliardi di tonnellate di roccia, lava, terra, sabbia, marna, pietrisco e ghiaia di fondale. Pesava duecento chiese, tremila cripte, cinquecentomila volute d’acanto in basso e altorilievo, il tempietto di Villa Igiea dove la regina di Romania sognava cogli occhi pieni di bistro, affacciata sulla distanza del Continente. Pesava ossari, saloni delle feste, superstrade a sette corsie e buchi Capaci di contenere intere stragi. Automobili sepolte nella terra, corse interrotte, della Procura della Repubblica e della Targa Florio.

 La signorina con la cuffia l’ha pesato, serissima, facendo oscillare la stadera al suo tocco fenicio, e infine m’ha detto: “Fanno diecimila anni”.
Li avevo in contanti, ho pagato e sono uscita.
 Nella piazza s’affollavano nuvole e sole. Ho staccato un pezzo di frontone, sono caduti scorzette, pistacchi, fregi canditi. Anche stelle di Natale e diademi di ghiaccio polare finto. L’ho assaporato.

 Ecco, in quel preciso momento il cerchio s’è chiuso.


Tutto questo perché sabato sono andata a Palermo, dove mi chiamavano un’assemblea sindacale, una mostra di Pedro Cano e un buccellato di un metro. Non in quest’ordine. 

Ho indossato la città come un’abitudine maligna e dura a morire, perché gli abiti sono tutte le categorie di segni di cui ci abbigliamo, in cui abitiamo, come nei cerchi sacri di pietra e pastafrolla ripiena.

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esplosione di una ricorrenza

 Zia Immacolata e zia Concetta s’odiavano da sempre. Da quando erano state costrette a condividere quel giorno di festa, che sapeva di crispelle fritte passate nello zucchero, d’anticipazione, d’alberi drizzati nella strada, di dicembre.
 Immacolata, ch’avrebbe voluto chiamarsi Lisabetta, aveva la pelle come una madonna nera, e un cuore inquieto e feroce che la tormentava. Concetta, che in cuor suo si chiamava Brigida, era bianca come i ceri della chiesa, e ogni tanto qualcuno le pizzicava forte le guance, per farle venire il colore. Se ne andava così, bianca rossa e viola, i capelli spartiti nel mezzo, l’abitino del voto stretto e sbilenco attorno a un corpo che faceva pensare ai faggi che scavalcavano la montagna.
 Concetta e Immacolata s’amavano d’un odio profondo, che aveva il suo centro proprio in quel giorno, quella festa piena come un otto, un infinito drizzato come gli abeti che si preparavano al Natale. 
 

 Immacolata sospirava così forte da spostare le tende, Concetta taceva tanto da lasciare tacche nella tavarca del letto. Le loro notti parallele erano autentiche tempeste in cui i sogni divergenti s’affrontavano nello spazio chiuso della stanza e dei nomi pii, immacolati e concetti ch’erano costrette a portare.
 Nel giorno dell’Immacolata Concezione ricevevano gli ospiti e gli omaggi ad occhi bassi: pasterelle a seno di vergine, fascelle di ricotta, porcedduzzi nel miele di castagno, immaginette devote, abitini con ossi d’ulivo, grani di corallo e cordicelle piene di nodi, per legarci i peccati e non pensarci più.

 Quando Concetta si fece fidanzata, con un mastro d’ascia alto tre metri che faceva un odore di maschio da non potergli stare vicino, Immacolata quasi uscì pazza. Annusava di nascosto il fazzoletto di lui, un metro di lino pettinato con una “F” ricamata a punti pesanti, annusava il lato del letto di Concetta, che ora faceva odore d’impazienza e acqua chiusa, bestemmiava in segreto angeli e santi e sentiva vicine solo le anime del purgatorio, che bruciavano come lei.
 Concetta faceva la fidanzata, contava giorni e lenzuoli, e si pizzicava lei stessa le guance di cera, per correre, bianca rossa e viola, all’uscio, quando il mastro d’ascia andava a trovarla, mite e gigantesco, con occhi da bue giovane e ciuffi di peli che spuntavano dalle orecchie. Immacolata, in cucina, leccava il bicchiere dove lui aveva bevuto il vermuttino, e ci sentiva un sapore di carbonella che le bruciava la lingua. Poi, per punirsi, si strofinava l’ortica tra le cosce, piangendo d’un dolore che le piaceva da morire.

 Nel giorno dell’Immacolata Concezione – quando i loro nomi paralleli e inseparabili le condannavano a stare una accanto all’altra – Immacolata e Concetta non si parlavano neppure: vicine tanto da non guardarsi, una dentro l’odore dell’altra, s’odiavano d’un amore impossibile. Si graffiavano con le unghie, una nel nome nero dell’altra, dove lasciava segni d’ardore e devastazione. Si tiravano i capelli, una nel nome bianco dell’altra, dove lasciava nodi di confusione e appartenenza.

 Quando s’impastarono le crispelle, Immacolata e Concetta s’ignorarono lavorando davanti al tavolo, le braccia bianche di farina fino ai gomiti, i nomi che lottavano nell’aria, l’odio e l’amore che sbattevano facendo rumore di forbici, coltelli, alari e trispiti arroventati.
 Servirono le crispelle gonfie e passate nello zucchero. Al mastro d’ascia, che taceva dentro il vestito della festa, alle zie, alle commari del bizzolo. Al signor padre, a nonna Vincenza, alla zia ricca. Poi presero e mangiarono anche loro, guardandosi finalmente negli occhi. I loro nomi erano giganteschi e facevano un’ombra di temporale, e fulmini cavi che scoppiavano prima di toccare terra.

 Mangiarono per sfida, per odio, per amore. Mangiarono l’impasto di farina e acqua, sale e zucchero, lievito e miele. E aghi. Aghi dell’agoraio, aghi fini di ferro, aghi come le spine nel cuore addolorato di Maria Immacolata e Concepita senza peccato. Mangiarono le spine, che erano dolci di zucchero, d’odio e d’amore. Mangiarono i loro nomi gemelli e differenti, immacolati e concetti, senza peccato che non fosse l’appartenersi e l’odiarsi, dividersi e amarsi.
 Morirono di dolori e di nodi e di spine nello stesso letto, zia Immacolata e zia Concetta. I loro nomi intrecciati, come le mani delle vergini sul petto, col rosario e il velo bianco, nemmeno macchiato dalla morte.

 In effetti, oggi è un giorno come un nodo, come un otto, come un cappio. Un giorno di “orologi molli”, m’hanno detto, quando la memoria si squaglia e piange lancette e lacrime di cera. Mio padre è morto un anno fa, il suo cuore nuovo, di plastica ardente e furiosa, di battiti elettronici, pieno di spine. La morte raspava dietro la porta blindata del reparto di terapia intensiva, quella notte e quel giorno interminabile come un otto, come un cappio, come un nodo.
Io la sentivo, ma non potevo fare niente. La lotta è finita in pari, come sempre, come un otto rovesciato. Immacolata e inconcepibile.

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finestre che parlano

 L’uomo in uniforme blu è arrivato puntualissimo. Ha tirato fuori un taccuino e ha fatto scattare la penna con un colpo deciso. Con calma ha girato per le stanze – che erano dense e piene di fermento silenzioso, come un acquario – ha guardato, ha annotato. Le ombre s’allungavano per le pareti, sbirciavano nelle stanze, i cui confini si sono fatti più irregolari, in questi mesi di solitudine.

 La cucina s’è rimpicciolita, ha perso gli odori e le pentole, i pranzi e le dissimiglianze. Ha perso i coltelli da pesce, il capretto con le patate e lo stocco ammollato per ore nell’acqua dolce. Ha perso la sua qualità di epicentro, i suoi fuochi, i suoi dèi addomesticati. E’ diventata uno stanzino angusto, dove ristagna a mezz’aria un sentimento d’alloro e di cenere.

 Nella camera da letto il soffitto è diventato bassissimo, siamo costretti a camminare curvi e guardare il passato. “Sono i sogni, che si sono fatti pesanti” ha detto zia Maria, che non ha più morti da vestire ma conserva il suo fenomenale talento per le sepolture. Da mesi incarta bicchieri, svuota cassetti e spazza le soglie, perché nulla possa entrare o uscire, in questa confusione di polveri.
I sogni vecchi hanno infiltrato l’intonaco e le pareti, gocciolano tutta la notte, scollano la carta da parati, le consuetudini, le modanature. La stanza è gonfia d’acqua scura, e qualche notte ci verranno i pesci, zitti pesci di fondale con gli occhi fissi e la pelle sabbiosa.

 Lo studio s’è allungato, è un corridoio interminabile dove le cose si sono disposte in ordine spontaneo: il 1978 è all’inizio e pure alla fine, segna tutti i passaggi d’entusiasmo e costruzione; il 1992 è buio e pieno di spifferi gelati; il 1983 è largo e in chiave di sol; il 1997 porta una fascia di tulle; il 2004 è un pozzo nero.

 Il salotto ha divani di sei metri e mezzo, tavoli di cristallo grandi come campi di calcio, immense orbite vuote nelle quali si spalancano finestre, ante, vasistas. Fa un freddo polare, le mani e il viso gelano, il fiato è una brina bianca sulla quale si possono scrivere le parole, col dito.
L’uomo in uniforme non fa caso al freddo. Continua a scrivere, senza curarsi della tigre dai denti a sciabola, degli iceberg che si perdono nella corrente del corridoio, della tormenta che urla incappucciata sopra la vetrinetta fumè.

Infine, stacca con cura il foglio e lo affigge alla porta:

“INVENTARIO

893689597884960,666666 gesti d’amore
672746785966543,56849 sorsi di vino rosso
28 lampade
85426748457176685876357257856,45728968 ricordi
563785616684,4627868 parole cancellate
2 canarini
736752765424647887612 ditate sul vetro
424735683654235384637,357588245 momenti di sconforto
6245635674876658276555254,34 avverbi di modo
3 gatti siamesi
4627385837623634678,368596 sospiri profondi
76286654838637286878699,355889 unghie tagliate
6 plaid scozzesi
257483593327657,3678 brutti sogni
243 poesie in spagnolo
224539 litigi non gravi
3865 tazze di cioccolata coi biscotti
839751255929857987987098,460509 silenzi
1345 calzini sinistri
2354852175,4567 risentimenti
1 megafono”.

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