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Archive for giugno 2019

Jonas prima e dopo

Lo so, da un’orfana di Gomorra e Game of Thrones non accettate consigli, ma questo, vi prego, tenetelo in considerazione: Dark, due stagioni (la seconda appena rilasciata) su Netflix.
Andateci diritti, senza leggere nulla prima: sono decisamente fuorvianti le etichette tipo SF, thriller, (diocenescampi) fantasy. Sì, parla dei viaggi nel tempo, ma quelli privatissimi, quelli dentro le nostre private ossessioni, dentro i motivi per cui costruiamo la nostra vita in un modo piuttosto che in un altro che pure sembrava più giusto, più vero, a volte persino più facile. Sì, parla di una comunità (tedesca, per giunta, quella di Winden: dopo “Les Revenants” mi è apparsa chiara la riserva di letterarietà, di narratività pura che la vecchia Europa possiede. Altro che riserve auree! Potremmo nutrire di storie tutto il mondo, per l’eternità) piccola, chiusa da un bosco o meglio chiusa in un bosco che circonda una centrale nucleare, e ogni attraversamento passa dal bosco. Compresi quelli nel tempo, che qui, finalmente, non sono trionfalistiche conquiste scientifiche cromate e lucenti: sono piuttosto percorsi in cunicoli di terra, grotte segrete, al massimo ingranaggi da vecchi orologiai, lancette e rotelle e la buona vecchia meccanica che fa un baffo, un baffo umbertino, all’elettronica.

All’inizio sono pochi, spersi, confusi: i viaggiatori loro malgrado, quelli che restano intrappolati in un tempo che non è il loro. La periodicità è 33 anni: dal 2019 l’ingresso obbligato sono gli anni Ottanta, quelli delle spalline, dei capelli spezzati e cotonati, delle band. E presto vediamo i personaggi, tutti i personaggi, quelli che viaggiano e quelli che non concepiscono nemmeno una cosa del genere, nella loro unica e doppia identità: com’erano, come sono diventati. Le coppie impensabili, le coppie inevitabili, le traiettorie impossibili, i rancori e gli amori che finiscono per assomigliarsi, e non solo covano dentro ciascuno, ma sono la vera macchina del tempo, quella che il tempo lo azzera, perché non c’è niente di più persistente e uguale a se stesso di un’ossessione. Hannah che ama Ulrich, ma il suo amore è una vendetta; Catarina che ama i suoi figli, ma il suo amore è una guerra; Jonas che ama suo padre, e non abbastanza se stesso, mai; i semplici come Magnus, i riprovevoli come Helge, i caritatevoli come Ines, i coriacei come Charlotte, i feriti come Mikkel. E a un certo punto le linee temporali si sdoppiano e si triplicano, i personaggi incontrano se stessi (il vecchio paradosso del tempo è agito con la mano di un Eschilo: le ossessioni di tutti ricadono su tutti, i padri e i figli sono la medesima cosa, a volte letteralmente…), cercano di impedirsi cose e per questo le facilitano, si consegnano lettere, oggetti, rivelazioni (non lo facciamo ogni volta che riceviamo da noi stessi un segno, ritroviamo cose che ci appartenevano, recuperiamo pezzi di noi? Non ci ritroviamo, a volte, dopo aver scavato a testa bassa nei cunicoli in un viaggio impossibile dentro una grotta spaventosa?).
E il bello è che tutto ciò – nella sua complessità e nel suo ardimento – è davvero trascurabile davanti all’obiettiva bellezza perturbante di questa intuizione: ogni vita è per sempre, ogni attimo è il baricentro del tempo. I nostri sentimenti vivono e agiscono, le sensazioni non vanno perdute, gli sbagli sono inevitabili, ma tanto la verità cambia continuamente di posto, oppure striscia nei cunicoli sotto le grotte, e quello che 33 anni prima è sacrosanto e limpido diventa oscuro e inconfessabile 33 anni dopo, il gesto eroico diventa meschino, lo slancio amoroso si inacidisce in vendetta, la generosità muta in egoismo, solo di scala più vasta. Eppure la verità tutta umana della nostra cecità, della buona fede dei nostri cuori, dello sforzo che facciamo ogni giorno resta intatta.
Sicché vedremo alcuni morire di caparbietà e ricerca, presi per folli e uccisi in un tempo diverso dal loro, dove però continuano a vivere come stimati cittadini, o silenziosi sofferenti. La ricerca di alcuni verrà premiata da un nuovo passo avanti, sia pure verso la rovina; quella di altri sarà interrotta. Ma è il gioco della vita e della morte, il solito.
E’ l’altro grande – o forse il solo – paradosso del tempo: tutto muta e tutto persiste.

Guardatelo, per favore.

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