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Archive for settembre 2005

ETERACLITO

biblioteca

 Qui si parlava – dottamente – di Babele, che è il posto dove vanno le parole quando muoiono, o quando nascono. Si parlava di Borges, che è il portinaio del paradiso delle parole, e delle sue profezie mascherate da enciclopedie, o viceversa.
Si parlava di Rete, che ad alcuni piace per i nodi, ad altri per i buchi: in effetti, la Rete è – assieme – ciò che tiene e ciò che passa attraverso, ciò che resta impigliato e ciò che trascina. E mai la stessa acqua passa sotto gli stessi ponti.
Si parlava di una cosa bellissima pure a dirsi (sentite che retrogusto di cioccolato modicano?): eterotopia.

L’eterotopia è un luogo reale che costituisce una sorta di contro-luogo: un’utopia effettivamente realizzata, nella quale il luogo reale viene al contempo rappresentato, contestato e sovvertito.

 Ah, c’è un’altra parola che mi sembrava brillasse: eteroclito.
C’è chi nasce con gli occhi azzurri, chi con i fianchi rotondi, e chi con una magnifica etimologia: eteroclito ha tutte queste cose. Viene da hetero e klinein: declinare altrimenti, inclinarsi in un altro modo, lungo un altro versante. O inclinarsi – magari – verso l’alto, direzione Babele. Chi può dirlo.

 In questa sterminata Biblioteca di Babele  dove gli scaffali cambiano continuamente di posto, i libri non scritti si scrivono, o viceversa, i libri scritti si spostano, s’inclinano, declinano, perclinano in un altro modo.
Essì, perché qui siamo dentro la Biblioteca. Guardate: ciascuno di noi la scrive da dentro, perché ci sono tanti centri quanti sono gli scriventi, e ciascuno è una sorta di Aleph, dove è ricompreso ciascuno degli altri, ed è ricompreso – perché qui virtuale non è solo lo spazio, ma pure il tempo – anche il continuo scriversi e modificarsi dei margini di ciascuna scrittura.

 Poi, ieri, qui s’è compiuto pure un lieto evento: i libri Untitl.Ed hanno trovato carta, peso  e misura. Sotto l’Untitled hanno titoli, e sotto i titoli, e sotto le scritture che li hanno propiziati, germinati, concimati – e stanno anche loro qui, in alcuni scaffali – hanno scritture, le proprie.

 Sì, pure prima erano qui, come i tantissimi libri non scritti, non esattamente scritti, non ancora scritti, non del tutto scritti. Ma proiettavano ombre, su una parete della Biblioteca, e quelli di Untitl.Ed , che sono bravi a guardare un’ombra e dire: è un fenicottero, guarda. No, che dici, è una farfalla. Ma no, è una balena bianca, o un pasto grigio. Un vedrai vedrai. Un voice recorder. Insomma, quelli lì se ne sono andati in giro per la Biblioteca, a cercare alcuni scaffali, alcuni libri.

Con la lanterna, di notte, certe volte mettevano paura: ci sono i fantasmi? chiedevano i bambini.
Beh sì, tutte le biblioteche sono infestate da fantasmi . L’ombra delle voci – dei libri – a vederla, sembra un fantasma. Ma ci dice che forma ha quella voce (e poi, si può sempre leggerla sui muri).

 Bene, un in bocca al lupo agli Untitl.Ed e ai loro scaffali presenti, passati e futuri. Un saluto speciale – e un bicchiere di rosso di Cirò – a demetrio.
Noi, comunque, quaggiù, aguzziamo la vista sullo Stretto, aspettando di veder passare uno stormo di contrassegni.

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AUTUNNO

l'autunno arriva mentre dormi

 L’autunno è arrivato ufficialmente sullo Stretto alle 21,50 di ieri, tingendo di rosso una luna inverosimile, mezza e a pelo d’acqua. Sporgeva talmente – gonfia com’era, pesante di caduta, di bordo, di curva – ch’eravamo certi che si sarebbe staccata dal suo buio, e sarebbe rotolata fino a qui.
Intanto, il rosso si trasmetteva impercettibile a vaste popolazioni di foglie, il cui annuire faceva un leggero rumore di stormo notturno. La qualità fredda dell’aria, invece, non ne era toccata: settembre sansebastiano s’era fatto trafiggere dappertutto da punte ghiacciate che ci lasciavano crucciati da giorni.

 Mia madre è entrata verso l’alba, quando il mondo era ancora stropicciato e riottoso – è pure domenica, lenta e grigia fino ai confini. Aveva addosso la vestaglia azzurra con la polvere di Mirò, quella dell’autunno. S’era appena tinta i capelli, ch’erano più rossi del solito: mia madre crede alle analogie, ed è la sua forma di superstizione, o di certezza.
 “Mamma, meno male che sei qui” le ho detto voltandomi dal sonno a una specie di veglia, sotto il copriletto verde troppo sottile, colto di sorpresa da tutto quel rosso.
 “Io sono sempre qui” ha detto lei con la voce delle madri, autunno e tutto: ma c’era anche una contentezza, come qualcosa che comincia.
L’autunno è sempre stato stagione d’inizi, a casa mia: si fanno progetti, pomodori sott’olio, pensieri arditi. Conserve, rivoluzioni, sussidiari.
La luna intanto s’era fatta gialla e leggera fino a sparire, disperdendo poco a poco il suo rosso lì dove doveva andare. Il mondo galleggiava in un mattino composto e violetto (ché la sfumatura blu di settembre non s’è ancora estinta del tutto).

Mi sono sollevata un poco sul letto, vedevo la vestaglia di Mirò, i capelli rossi e un angolo di sorriso, e ho chiesto a mia madre cosa avremmo fatto, per pranzo. Il pranzo di domenica è rosso, si sa, da un autunno all’altro.
“Quello che vuoi” m’ha risposto.
Allora ho capito che qualcosa non andava: non sono io a stabilire le trame, i rossi, le analogie. Lei si è voltata e la sua faccia ha cominciato a cambiare: erano un sacco di facce. Giovani, vecchie, ignote, conosciute, uguali, dissimili, fuse nella cera persa che siamo, di continuo.
“Non sei tu” le ho detto.
Non ha risposto niente, ma non sorrideva.
 Io sono scesa dal letto, ho attraversato la casa – che era la mia casa di bambina, tutta cieca sul cortile ma con un autunno ardente dentro ogni stanza, come ogni cosa che comincia – e sono uscita.

E’ il mio primo autunno senza la vestaglia di Mirò.

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VITE

Via via che se n’andavano, diventava più forte.
Quand’è sparito il maschio sembrava spacciata: una piantina stenta e irriconoscibile, triste e a lato della panca che da sempre stava davanti alla porta di casa. Mio zio il fratello maschio, l’orgoglio della casa, bianco e biondo che sembrava d’oro, prima era diventato nero come tutti gli altri, poi se n’era pure fuggito al Nord, lasciando una scia di promesse e cartoline che non arrivavano.
Ma è stato quand’hanno cominciato a sparire le altre, che la pianta ha preso forza e convinzione.

Commare Mimma aveva occhi inverosimili, d’un azzurro di stelle di vetro che nessuno aveva mai visto. Aveva un marito zitto e il cruccio stretto di non avere avuto figli. Spariti anche loro, il marito e poi commare Mimma: un’altra porta sbarrata con due assi di legno, e la zanzariera appesa alla finestra che pendeva tutta storta da un lato.
La vite scontrosa, ombrosa e femmina, allora si prese il capriccio di durare, di spingersi, tutta nera e contorta com’era, lungo la spalliera della panca, fino al recinto, sui pali della luce.
Intorno, la salvia di mia nonna spaccava le latte, s’alzava alta come un albero vellutato; il rosmarino moltiplicava gli aghi ed esercitava la sua supremazia; la citronella si limitava ad annuire, spargendo ovunque il suo odore di falso limone, la sua puntura smagliante e selvatica.

Mariuccia del magistrale non morì, ma peggio. Se n’andò a Milano con un marito impituso e pure malolavoratore. La casa dell’angolo fu chiusa con un lucchetto, e il gelsomino intristì attorno agli stipiti.
La vite già assaggiava i muri, e li trovava di suo gusto.
Mia nonna la guardava dalla finestra, sentiva che non c’era posto per tutte e due: o lei o la vite. E la vite la guardava di rimando, con le foglie aperte come mani.

Intanto Filippo, il calzolaio, se lo prese una morte asciutta e breve, e non finì nemmeno la scala di mattoni che s’era costruita. Suo figlio Gaetanazzo venne solo per il funerale, e non girò neppure intorno alla casa, e non seppe mai della scala di mattoni.  L’angolo, quell’altro, restò deserto.
La vite s’era fatta ardita e sollevava creste, nodi, dita fibrose con le quali prometteva d’artigliare tutto il mondo.

Mia nonna, infine, morì, dopo una giusta agonia che pareva un sogno, durante la quale ringiovanì fino a diventare un’altra. La veglia funebre durò tre giorni e tre notti, sorvegliati dalla vite che girava tutt’attorno al muro, fino al cancello di fuori e al registro delle visite.

D’allora la vite fiorisce: un anno sì e uno no dà grappoli neri, fitti, con una pelle sottile e un vago sapore di sangue. Non abbiamo mai provato a farne un vino, ma forse dovremmo. Sentiamo distintamente come voglia raccontarle ancora e meglio, quelle vite.

ps: ieri sono tornata, dopo mille anni, alla vecchia casa di mia nonna e mia madre, in Santo Stefano d’Aspromonte, paese di briganti e di vedove, al confine dove il bosco si fa Aspromonte vero. Ho visto e rivisto luoghi, e loro hanno visto me. Ci siamo riconosciuti e non ci siamo riconosciuti: è come se tutto fosse altrove e lontanissimo, eppure già scritto, già tenuto dentro.

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TEMPORALE TEMPESTIVO

con la luna nella gola

Protetti dal temporale, una parete d’acqua ci separa dal mondo.

Il cielo si spacca e si rovescia su se stesso, facendo precipitare tuoni di granito, ma niente può giungere fino a qui, dove settembre cova i suoi luminosi azzurri d’agonia, le sue uve blu e le sue matite temperate.

In questa nicchia, dentro al temporale e ai suoi frastuoni – che siano loro a popolare l’aria e la vita, io mi ritiro – dentro la pioggia che mi nasconde, io pure mi covo certe assenze, certi dolori, certe tracce e segni e nomi che sembrano, che sono manìe.

Provvisoriamente sciolta dall’obbligo d’agire – forse è l’istinto millenario che m’indica il riparo e la stasi, mentre fuori il mondo esce di schianto dai cardini e cola a picco – provvisoriamente autorizzata a coltivarmi le mie popolazioni, i miei erbari, le mie serre di fantasmi, provvisoriamente nascosta con tanta determinazione a me stessa, così concava, ripiegata e oscura m’abbandono al culto dei morti, dei rimpianti, dell’impossibile.

Qualunque gesto sarà un’efficace liturgia, un sortilegio appropriato in questo mondo talmente piccolo che ci stiamo straordinarimente stretti, pressati dall’energia del temporale che scatena onde tutto attorno, e non ci sfiora nemmeno, anzi si divide – come un Mar Rosso elettrico – attorno a noi. Io e loro, gli assenti e i perduti, che a settembre – quando fine e principio si mescolano in nuovi inizi e morti certe – mi stanno così attorno al cuore da confondersi con me.

Spero che piova molto a lungo, oggi.

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NOTTE BIANCA

notti sorelle

La notte bianca sa di festa, gintonic e argilla.
Le strade sono fiumi, e il lungomare  ha riacquisito la sua sopita qualità di giungla sussurrante: gli alberi sono cupole d’ombra gigantesca, con enormi radici profondamente immerse nel passato.
Le città infatti sono fluidi, di densità diversa, che scorrono gli uni sugli altri, talora senza toccarsi: la città della notte bianca ha una pelle leggermente opalescente, come la pietra dei palazzi di prima del terremoto, o la corteccia del ficus magnolidea che sta davanti al mare da secoli, ed è l’ultima linea verde prima che il Continente finisca, sul bagnasciuga.

La città degli alberi del pepe, della gomma, della canfora, la città aromatica e tropicale è ben desta, e respira a vaste boccate l’ossigeno dello Stretto . Il suo moto ondoso è lo stesso del mare e della folla, che armoniosamente occupa i tavolini dei caffè, i marciapiedi davanti ai palchi dove si suonano bossanova o standard di jazz, le scale del museo civico.  La sua intesa col vulcano dirimpetto  – gli occhi semichiusi, assorto nel nero – è totale.

La notte bianca ha denti d’argento: sono quelli della statua A , il guerriero il cui bronzo arde silenziosamente in un movimento potenziale che logora i secoli. Svuota l’aria tutto attorno a sé, nella notte bianca in cui il museo è illuminato a giorno, e pieno come per un ricevimento. Ha lo sguardo crudele e perfetto, un segreto sigillato per sempre sulle labbra in lega rosa, come i capezzoli.

La notte bianca ha ciglia d’avorio, come la statua B . E’ lo stesso guerriero, invecchiato di trent’anni e un mondo: la prova di come l’uomo possa essere la sezione aurea dell’universo. Guarda un poco di sbieco il suo compagno, dall’alto del basamento antisismico, raccomandandogli un silenzio dell’orgoglio che noi non possiamo capire. No, non per paura degli dèi: gli dèi di prima sono diffusi nell’ombra delle agavi, dei gelsomini notturni, dei pini mediterranei. Gli dèi di prima sono disseminati in cocci nelle vetrine del museo, raccolti in certe patine dense, nascosti nei segni di scongiuro durante la processione.


Gli dèi segreti, invece, stavano nella cera persa, nel pennello sottile del ceramista, in un ritmo di trimetri giambici, nei crateri di vino colore del mare: quelli sono ancora qui. Si possono vedere nelle vene in rilievo dell’avambraccio, nell’ombra della fossa iliaca, nel tendine. Una misura di tutte le cose.

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AVVERSITA' DEGLI AGRUMI

naufragio di mandarini col mal di terra

Virosi
Tristezza
Impietratura
Cristacortis
Maculatura anulare

Parassiti vegetali
Mal secco
Gommosi del colletto
Marciume pedale
Marciume delle radici
Cancro gommoso
Carie del legno
Marciume radicale lanoso
Marciume radicale fibroso
Allupatura
Mal di terra dei mandarini
Fusaggini

Parassiti animali
Tripide degli agrumi
Camicetta verde
Mosca bianca
Mosca fioccosa
Afide verde
Afide bruno
Afide del cotone
Cocciniglia cotonosa-solcata
Cocciniglia mezzo grano di pepe
Cocciniglia del fico
Cocciniglia a virgola
Cocciniglia grigia (o Parlatoria pergadei)
Cocciniglia rossa forte
Cotonello
Oziorrinco
Tignola della zagara
Tortricide dei germogli

Acaro delle meraviglie
Acaro rugginoso
Ragnetto rosso
Tenuipalpidi

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La Maculatura anulare colpisce solo la mano sinistra?
La Tristezza giunge in autunno coi venti del nord?
S’impietriscono gli agrumi che guardano in faccia la Gorgone?
La Cristacortis è apostolica e romana?
Si potrà morire di Mal secco il martedì grasso?
L’Allupatura si combatte con le pallottole d’argento?
Il Mal di terra lo hanno tutti quelli che, di sera, camminano lungo i pontili sognando di tornare in mare? E i naufragi, avvengono quando il legno delle navi viene da alberi col mal di terra?
La Carie del legno affligge la barbabietola da zucchero?
Il Marciume lanoso è delle nature troppo docili?
C’è del Marciume in Danimarca?
La Tristezza cammina sui viali facendo scricchiolare le foglie?
La Camicetta verde discrimina gli agrumi del Sud?
L’Acaro delle meraviglie che posto ha nella favola di Alice? Ci sono acari tra i fiori e le picche? Ci sono acari dentro lo specchio? Si chiamano iraca, per caso?
E’ l’acaro rugginoso a dare il colore alle foglie d’ottobre? O è suo quel rumore di cancello che fa il tramonto?
I tenuipalpidi sbattono le ciglia senza rumore?
Bartleby aveva la Gommosi del colletto bianco?
Dove sarà possibile trovare la Mosca bianca? O è solo una leggenda che le arance raccontano alle clementine per tenerle buone?
La Tristezza dà succo amaro e troppi semi?
La Cocciniglia a virgola può cambiare la sintassi d’una pianta? E d’una vita?
Quali insalate d’arance amare condirà la Cocciniglia mezzo grano di pepe?
La Tristezza ha la buccia verde?
La Tignola della zagara fa sciogliere i fidanzamenti? E ciò si può davvero definire un male?
L’Oziorrinco è il padre dei vizi preistorici?
La Cocciniglia del fico piange gocce di miele?
La Mosca fioccosa ama decorare il salone delle feste?
La Cocciniglia rossa forte dà alla testa?
La Tristezza mangia limoni col sale, e per questo ha la bocca aspra?
Il Tortricide dei germogli combattè alla Guerra di Troia? Poi tornò a sterminare la famiglia? Gli dei potranno mai perdonarlo?
Il Marciume pedale rende i cicli infelici?
L’Allupatura divampa con la luna piena?
La Tristezza è un seme senza polpa? O una polpa senza semi?
La Parlatoria zittisce il raccolto?
Il Mal secco è amico del Mal sottile? Quale dolore ossuto si confidano a vicenda, camminando vicini, al crepuscolo?
Le Fusaggini sono stupide come dicono?
Il Mal di terra prende solo quelli che hanno la testa per aria?
La Tristezza può attaccare anche la bossanova? Un Fa Maggiore è utile, in questi casi?

Elenco tratto dalla nota ministeriale sulle avversità in agricoltura.

C’è allarme, da queste parti, tra gli agricoltori, perché dalla Spagna si sta diffondendo la pericolosa "tristezza degli agrumi". Perdono le foglie, la voglia, il concentrato citrigno di fiducia – quel modo di darsi e ritrarsi, quel modo meridionale di mescolare il dolce all’aspro – che son soliti portare. Perdono la capacità di misurare in metri rotondi – come diceva Neruda, nel suo "Libro delle domande" – la distanza rettilinea del sole. Come faremo a misurare le distanze del cuore, con gli agrumi tristi?

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case viste dal mare

– Qual è l’ora degli spiriti? Mezzanotte?
Mezzogiorno, mezzanotte.
– E c’è anche un’altra ora nel pomeriggio…
Sì, c’è un’ora nel pomeriggio, e prima di quell’ora noi ce ne andiamo dalla Grotta Abate, a Vulcano, che dicono che lì si vede una fimmina, che ti guarda male, e noi ce ne andiamo, dalla grotta, ce ne andiamo per sicurezza, dalla grotta.

Le piante di cappero spuntano ovunque, e i capperi non sono frutti: sono boccioli incoronati di raggi. I frutti sono bacche ovali con un’altra consistenza e un altro nome, e un patto segreto con gli altri padroni delle isole: le lucertole. Perché di continuo le isole sono fatte da se stesse, in un lavorìo inimmaginabile agli umani: le lucertole bevono il succo dei cucunci, i frutti del cappero, e portano via i semi incollati al corpo, fin dentro le fessure in cui la roccia inquieta s’apre e s’assesta, tormentata dal sole e dalle radici, sollecitata dalla lava, erosa dalla bocca salata del mare. Per ogni cespuglio c’è una storia di passaggi, esiti, trasformazioni.

Il capitano Bubù in realtà si chiama Bartolo. Possiede un gozzo di legno tutto scorticato, coperto da una tettoia di stoffa lisa, e le righe trasparenti lasciano ormai passare il sole. Sul fondo ha dipinto un occhio aperto “così, perché mi piaceva” dice. In effetti, vuol nascondere che quell’occhio serve a tenere buoni gli dei delle tempeste.
Ha occhi e talloni della gente di mare, e una folta barba color sughero. Parla un italiano gentile, e aiuta tutte le donne a salire sulla barca. Fa avanti e indietro tra le spiagge di Lipari – spiagge bianche, white beach, capo rosso e cave di pomice – e qualche volta arriva fino a Punta Castagna, da solo, così, per tenere aperta la strada. Quando passa sta sempre in piedi, e tiene il timone tra le ginocchia, e guarda la costa senza saziarsi.

Il fondale davanti alle cave di pomice: piatto, bianco, compatto. Vi si disegnano, in ogni direzione, le scie delle ancore. Sono come i canali di Marte, le linee della mano, i disegni dentro un cristallo di neve: casuali, e pure sempre sul punto di dirci qualcosa, di coagularsi in segni. Poiché siamo animali semantici, non facciamo che guardare, guardare, guardare, escogitando – ognuno per sé, sottovoce, nascostamente – un modo per leggere.
Sono certa d’avervi riconosciuto mappe e romanzi. Qualcuno parlava persino di me.

Arrivando a Stromboli si ha la certezza: ecco, non c’è più nulla al mondo. La terra è una palla d’acque con al centro un vulcano. Non c’è notte e non c’è giorno, c’è una sterminata luce dall’orlo viola che non fa differenza tra cielo e mare, e poi, dritto a prua, approdo inevitabile e solitario, il cono nero di Stromboli.

Nell’impasto ci sono latte, mandorle, strutto. Cannella, pimento e vino cotto. Ci sono lava, rocce quaternarie, pomice. Ci sono pazienza, rassegnazione, continuità. Ci sono attese, tragedie, barche che tornano vuote. Notti affollate, mattine sgombre come il primo giorno del mondo. Ci sono alcune spiagge nascoste, soggette agli umori del mare. Ci sono milioni di anni. Collane di pesci, collezioni di venti. Ci sono formule magiche, e gesti tramandati: non è il fuoco, né l’acqua, né la mano a compiere la trasformazione. E’ la fede nell’immutabile.
I biscotti in questione si chiamano “spicchitedda”.

La spiaggia delle cave di pomice l’ha disegnata De Chirico. I vecchi fabbricati sono quinte d’osso, perfettamente vuote, dello stesso colore della pietra madre. Mattone su mattone, sono ormai compenetrati nella natura che li ospita. D’umano hanno ancora le finestre: decine d’occhi nella sintassi di sguardi delle costruzioni. Al crepuscolo, si caricano d’una tristezza sconosciuta alla pomice, alla spiaggia, alle caverne che inghiottono acqua salata.
Noi che passiamo, invece, col cuore stretto e appeso al filo del ritorno, la riconosciamo benissimo.

 

a proposito di viaggi, di diari e di Sicilia: è da leggere  questo viaggio in Sicilia. Le parole sono diamanti grezzi, certe volte, no?

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