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Archive for gennaio 2005

la neve, la memoria

 anna

“Chi sei tu, una comparsa?” L’uomo con gli occhiali e la barba quasi bianca abbassa il megafono e si rivolge impaziente alla ragazza avvolta nella coperta militare.

“Comparsa? No, anzi. Sono scomparsa per un sacco di tempo” fa lei. E’ molto giovane e stanca, ma gli occhi sono scuri come un noce di mille anni, come certe notti di poche luci, perdute. S’accomoda attorno la coperta, siede a gambe incrociate sul margine della strada, dove la neve s’accumula fra le traversine. Non smette di guardarlo.

“E cosa fai qui?” dice lui sospettoso, dando un’occhiata rapida all’orologio: altrove, il tempo scende nella clessidra in forma di denaro.

“Guardo” risponde, semplice, lei. “Magari mi ricordo qualcosa –  aggiunge, e un lampo scuro viene dagli occhi – Non serve a questo, ciò che stai facendo?”

“Sì, serve a questo” si ferma lui, perplesso. Si guarda attorno: nel vasto campo, circondato dai riflettori e dalle macchine da presa, camminano tutti assieme gli internati con le divise a strisce, i tecnici, i soldati con la svastica, gli operai. La neve segna le pause, le righe bianche, il tempo rapido e lento della memoria che va all’indietro.

 

“E cosa ti ricordi?” dice ancora l’uomo, avvicinandosi d’un passo. Ora la guarda meglio: la ragazza ha il segno d’una fossetta sul mento, le labbra secche, qualcosa d’inconsolabile sulle guance. Ma gli sorride.

“Niente, non mi ricordo niente – scuote il capo sconsolata – Mi ricordo un retrocasa, pareti di fòrmica marrone, odore di cavoli, un gatto”.

Qualcuno, alle loro spalle, urla qualcosa: gli internati con le divise a pezzi corrono da un lato, una raffica di mitragliatrice disegna righe precise, fuoco rosso sulla neve, un volo di corvi si scatena da un punto imprecisabile dell’est, aggiunge altri ricordi, come vortici di polvere nel cielo dei camini.

La ragazza sussulta, spalanca gli occhi e inghiotte la neve, il campo, i passi, il fuoco, i corvi. “Sembra un film – dice poi parlando piano – Mi piacevano, i film. Si dimentica ogni cosa, coi film”. Torna a guardare la spianata del campo.

“No, si ricorda ogni cosa, coi film – fa, secco, l’uomo – Anche quello che non conosciamo, possiamo ricordare”. A dieci metri da lui, una donna col fazzoletto in testa cade nella neve, un foro rosso e perfetto nel mezzo della nuca.

 

“Ti sbagli – il viso rotondo della ragazza s’increspa di decisione, le labbra tornano brevemente rosse – possiamo distrarci, possiamo consolarci, possiamo… dimenticare”. Le piccole mani stringono il bordo della coperta, che in un angolo s’è inzuppata di neve e ha preso un colore di piombo.

Una fila di prigionieri cammina con le mani sulla testa fino al plotone d’esecuzione, tre bambini strisciano in silenzio verso il filo spinato, qualcuno suona una marcia militare stonata. In una baracca, qualcuno sta nascondendo una stola ricamata con simboli religiosi in un pagliericcio; un altro scambia un diamante con un pane; un altro ancora scrive lentamente una lista: l’inchiostro è denso come sangue. Nel paese accanto, la gente cammina con la testa bassa, e ripete che la guerra è lontana.

“No, questo non me lo ricordo – dice ancora la ragazza – mi ricordo le fotografie delle stelle del cinema che appiccicavo sul muro: loro mi aiutavano a sognare, che è un modo per dimenticare”.

 

 La neve riprende a cadere, sul mondo di prima e di dopo.

 

Ps: terzo Incontro impossibile, postato in  //incontrimpossibili.splinder.com, che vi consiglio caldamente di visitare: è un luogo prelibato.

 

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LA LUNA E LA MEMORIA

 la luna ricordata dalle foglie

La luna è dilagata d’improvviso sullo Stretto. Era gialla come una lanterna, gonfia ed enorme: toccava quasi l’acqua, forse qualche onda le carezzava la pancia, mischiando il suo sale con la polvere di conchiglie lunari. Le nuvole nere dell’inverno si sono fatte indietro, piene di sgomento.

Era così grande che portava la memoria. Da ogni luogo, tutti si sono alzati e l’hanno guardata, e sono stati subito circondati dalla memoria. Era la notte in cui i ricordi uscivano dalle tombe, dai libri, dalla pietra per percorrere di nuovo le strade, e la luna faceva la sua parte. 

 

La luna era un immenso cesto pieno di cose da ricordare, e calava giù, appesa al filo della notte, dondolando piano.

Di qua e di là dal mare la guardavamo tutti, e con più o meno pena nel cuore sentivamo cadere tutte quelle cose, dalla luna gialla. La notte si riempiva di fruscìi, di voci, di passi, e non potevamo fingere di non sentire.

Persino mio padre, sulla sua collina, era illuminato dalla luce gialla: l’edicola di marmo faceva un’ombra sbieca, ma non poteva fermarla. Niente poteva fermarla.

Quando ogni cosa fu depositata giù, e la notte fu piena, la luna – più leggera – si sollevò sulle lunghe gambe diafane e d’un balzo tornò in alto, piccola e dura e vuota. Non era più affar suo, il carico di memoria: sotto la sua luce dura e bianca, la terra era avvolta in veli gialli, e piangeva, molto piano.  

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IL MIO POETA PREFERITO

 il poeta dà aria alle colombe

Il mio poeta preferito ha una collezione di cinquecento polene che guardano negli occhi il mare.

Il mio poeta preferito vede costantemente il suo paese lontano risplendere come una lanterna, una fiamma che arde per lui di là dagli oceani e dalle cattedrali.

Ha fatto salpare Notre Dame dal suo porto di pietra, per navigare tutta la pancia del globo fino alla foce del Rio delle Amazzoni. Le Amazzoni lo aspettavano, facendosi schermo col braccio, dalla parte del seno reciso. Un acquazzone di scimmie pluviali, rondini, smeraldi, liane selvatiche, uccelli azzurri s’è scatenato al suo arrivo, e nessuno ha potuto resistergli – come quando una farfalla batte le ali all’altro capo del mondo, e qui da noi si sollevano le onde dal fondo dei mari, o viceversa: i mari battono le ali e altrove si sollevano tempeste di farfalle.

Ha contato i numeri d’oro negli occhi dei gatti, ha misurato la distanza tra i nomi, tutti i metri quadrati dell’esilio, fianchi di giare e donne, i gradi esatti del mese di giugno.

Ha un ombelico equatoriale, le spalle ben distese sulla linea del tropico, la chioma fiammeggiante di ghiaccio d’Antartide.

E’ un pastore di scarabei, un ingegnere di nostalgie, un bibliotecario di foglie. Parla molte lingue: sa conversare con le conchiglie, i ciliegi, la farina, le costellazioni, le altitudini. Forse conosce pure la lingua dei pesci (e la scrive – ne sono ormai certa – nelle righe bianche: per ogni poesia terrestre ne esiste una marina, che in questo momento stanno leggendo melanoceti e pesci-martello, in una grotta-anfiteatro a diecimila metri di profonditudine).

Colleziona primavere. Giuro, le tiene sottovetro: dorate, marine, tropicali, irrimediabili. Stagioni estese che girano la terra e si capovolgono, i capelli penzolanti nel vuoto. Ha un intero scaffale, di barattoli primaverili, alternati a pipe di schiuma, vetri di cattedrale, sculture precolombiane.

Non ha mai scritto una parola che non fosse necessaria. Le seminava e le arava da sé. Potevate vederlo, in mano il falcetto di Saturno, mietere le spighe e risparmiare i papaveri, specie quelli bianchi. I gabbiani volavano in cerchio sul campo, o forse erano aquile reali, o le banderuole segnavento che chiedevano istruzioni. Lui consultava la rosa dei venti,  che portava al polso, e indicava i punti cardinali e ordinali, disegnando fiammeggianti equazioni nel cielo cobalto. 

 

Del mio poeta preferito vi dirò le iniziali. Anzi no. Perché il mio poeta preferito ama le burle, soprattutto.

 Ps: dedico una fila di primavere a Giorgio. Lui sa perché.  

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 bianco e nero a colori

Arancio di Marte

Arancio Ercolano

Argento di pesce

Azzurrite

Blu Bice

Blu ceruleo

Blu egiziano

Blu oltremare

Blu di cobalto

Blu di manganese

Blu di Parigi

Blu di Prussia

Bianco d’ossa e marmo

Bianco di corna di cervo

Bianco di bismuto

Bianco di gusci di ostriche

Bianco di San Giovanni

Bistro fuliggine

Bruno di seppia

Bruno mummia

Bruno di ferro

Bruno di Avignone

Bruno di linfa

Cinabro di miniera

Giallo di cadmio

Giallo di Napoli

Giallo indiano

Giallo giapponese

Giallo minerale

Giallo piramide

Giallo spiritato

Grigio luccichio di Zürs

Indacotina

Indaco da guado

Oro musivo

Terra d’ombra naturale

Terra d’ombra bruciata

Terra verde di Vagone

Nero animale

Nero di avorio

Nero di campana

Nero ferro e terra

Nero di café

Nero di Spagna

Nero di carta

Nero di fiamma

Nero vite

Nero di Germania

Nero di lampada

Bolo rosso

Cinabro di miniera

Lacca di garanza

Legno di Brasile

Minio

Rosso di antimonio

Rosso Gubbio

Rosso di studio

Rosso oltremare

Sangue di drago

Rosso di Marte

Verde di Scheele

Verde alpino

Tono di matita

Lacca verde

Verde malachite

Verde di montagna

Porpora

MA:

Il Blu di Parigi e il Blu di Prussia faranno la guerra?

Il Bianco d’ossa e marmo dipinge la condizione umana?

Il Bruno di seppia pensa che gli ossi di seppia siano suoi rivali? E se lo fossero davvero?

Il Bruno di linfa sgorga dalle piante notturne, o anche da quelle tristi?

L’Arancio Ercolano fu l’ultimo colore prima della lava del Vesuvio? Lo ricordano ancora, i morti calcinati di bianco?

Il Cinabro di miniera fondò un sindacato comunista?

Con l’Oro musivo si pagano gli artisti?

Nero d’avorio è il nero che si nasconde dentro il bianco?

Il Nero di campana è visibile solo in determinati rintocchi?

Il Nero di carta appare quando tutto è stato scritto?

Il Nero di lampada è l’inchiostro con cui parliamo dell’assenza di luce?

Il Nero di fiamma cosa può rischiarare? Lo aveva in mente Magritte quando dipinse “La fata ignorante”?Che vendemmia si farà, col Nero vite?

Il Grigio luccichio di Zürs abbagliò i nemici, all’alba?

Chi è sepolto, nel Giallo piramide?

L’Argento di pesce è la moneta corrente del mare?

Il Rosso oltremare sorge dopo la battaglia navale, al largo?

Il Rosso di Marte era di Marte anche prima di Opportunity?

Nel Rosso di Marte, di che colore sono i canali asciutti?

Il Rosso Gubbio ospitò il lupo anche dopo?

Il Rosso di studio è sempre matto e disperatissimo?

Il Nero di Spagna cosa pensa dei Baschi?

Il Nero di Germania ha troppe declinazioni?

La Terra d’ombra bruciata è quello che resta quando passano i fantasmi degli Unni?

Il Verde alpino sale nella gola e anche nel naso?

Di cosa è carico, e dove va, il Verde di Vagone?

L’Indaco da guado ha il colore dei vortici profondi?

Il Giallo spiritato crede negli esorcismi?

Il Tono di matita è accordato in sottotesto o sovrasenso?

L’Indacotina fa male ai polmoni dei sognatori?

Quanto Minio c’è, nella Porpora? O sono equidistanti dai lati?

Cosa si intaglierà, nel Legno del Brasile?

ps: riveduta e corretta grazie a un fondamentale elenco di pigmenti, biacche e colle custodito e donato da caracaterina, diavolo d’una donna.

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GRAVIDANZA ISTERICA

 pane in bambino in madonna

Va bene, lo dico: ho una gravidanza isterica.

Sono gonfia di estrogeni, piango continuamente sul latte versato e faccio sogni profetici. Sento il tempo nelle ossa,  ma anche nell’immaginazione, che è lo stesso: lo scirocco è una tempesta di sabbia tra gli occhi, la tramontana di mare (come si chiamerà la tramontana di mare? Tramarina? E se i mari sono due?) un morso sul polpaccio. Non posso sbagliare.

Ho i brufoli, la commozione, una tendenza allo stupore.

Sogno veli da sposa, sangue, bisce arrotolate. Mi alzo di notte per mangiare limoni col sale e l’aceto. Penso con insistenza a cose come il sanguinaccio di maiale, il terremoto, la cipolla cruda, le barche d’inverno, le cose perse.

Certe volte m’è parso di vedere l’arcangelo Gabriele seduto sul dondolo, che valutava la circostanza. So in che imbarazzo si trova: è il mio stesso. Non so cosa annunciare, e a chi. Non ci sono padri, in una gravidanza isterica: è una forma di partenogenesi.

A volte penso che sia una forma estrema di resistenza alla morte (sono fresca di ferita, sì). Una specie di ribellione, in cui l’assente si cova, si incuba, si porta come un figlio necessario, col suo peso e le sue perturbazioni.

A volte penso che forse sono io, la figlia.

Ps: post insonne e sciatico.

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LAVORAZIONE DEL SANGUE

 sangue su sangue

All’inizio di gennaio il tradimento risuona per le valli. Grida come un ragazzo o come un uomo, il maiale, grida di sorpresa, perché gli uomini gli vanno alle spalle e gli piantano un coltello nel collo.

I sacrifici vogliono dolore, perché è il cibo degli dei: quando la carne brucia sul fuoco, il dolore sale come fumo nelle fessure del cielo, gonfia le nuvole e sazia gli dei, che chinano un poco il capo di condiscendenza.

Quella notte, gli uomini dormono tranquilli, e il maiale è appeso perché il sangue coli giù, nel secchio. Le urla restano nel recinto, fino a che il vento non le disperde, portandole a casaccio sugli orli dell’altipiano, nel bosco o, qualche volta, fino al mare: sono irriconoscibili, passano come brividi, cenere, premonizioni.

Il sangue viene filtrato e reso limpido – lo fa chi sa vestire i morti, chi impasta pane e scongiuri, chi non ha paura del demonio e del sale versato. Il sacrificio comporta una trasformazione: il sangue deve perdere dolore e maledizione, deve perdere l’odore del tradimento.

Si mescola col latte, perché riprenda purezza, Si mescola col vino cotto, perché possa perdonare. Si mescola con la cioccolata amara, perché non dimentichi, tuttavia.

Si profuma, il sangue. Con chiodi di garofano, cannella, cedro candito.

Si riempie di zucchero, il sangue: quasi un chilo di zucchero vergine. Il sangue lo beve avidamente, lo tinge irrimediabile: così ci rammenta il suo imperio, il suo necessario potere. Il sangue diventa dolce: così ci rassicura, ci blandisce.

Il sangue perde il rosso: diventa scuro e denso, qualche volta nero profondo. Si confezionano piatti pieni di notte, con le stelle spezzate di mandorle e nocciole, e poi si regalano ad amici e nemici.

Il sangue viene mangiato a cucchiaiate, come fanno gli dei. Gli occhi accesi, le labbra macchiate, le dita avide: a volte siamo noi, gli dei.

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LA CITTA' E GLI ALBERI

 metropoli notturna

Di notte la città è di nuovo degli alberi.

Si drizzano, crescono e si gonfiano d’ossigeno verticale. Sfiorano le facciate delle case, invadono i marciapiedi, allungano le radici sotto l’asfalto. Viali interi sorgono dalle aiuole e raggiungono le stelle, riempiendo di meraviglia gli occhi dei cani notturni.

La città retrocede, i muri rimpiccioliscono e stanno zitti, mentre gli alberi dialogano a vaste boccate tra loro e col cielo, che scende a bere dal loro muso, inoffensivo. Persino il mare, là in fondo, acconsente e tira un poco la sua coperta frusciante.

Nella piazza del municipio ficus primordiali allargano le spalle, stendono foglie grandi come barche, dove la notte si raccoglie stillando piano piano dall’alto in pozze dense.

Negli slarghi, i pini marittimi chiamano il mare agitando le chiome, fino a cancellare le finestre, immensi.

Un salice solitario smette di piangere, fluttua come un gigantesco anemone marino e cattura civette, sogni, manifesti, fantasmi cittadini dipinti di grigio.

La magnolia millenaria allunga le trecce, guarda lontano con gli occhi cisposi che vedono il passato, fa piovere tonnellate di profumo e di cenere solo scuotendo il capo.

I cipressi diventano frecce, razzi pronti a spiccare il balzo, diretti all’altro capo della galassia, in mezzo a città pronte a fiorire di slancio, dove l’erba spacca il cemento e dilaga la foresta delle origini.

I filari di castagni si rammentano del bosco, lanciano segnali al di là dell’isola, fari di luce verde per navigatori di boschi e di notti. Solo gli alberi recintati dell’orto botanico guardano timidi, desiderosi, piccoli come sempre, come di giorno.

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