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Archive for the ‘recinzioni’ Category

dragone

Miei adorati, stamane Sky mi ha fatto trovare, come un regalo di Natale, le puntate 7 e 8, e così non posso esimermi. Le avvertenze sono le solite: se non volete spoiler, non leggete. Se non vi piace Gomorra, forse posso volervi bene lo stesso, ma non è sicuro.

Se le puntate 5 e 6 erano un trattato di economia politica, le puntate 7 e 8 sono il trattato dei trattati: l‘Arte della guerra. O meglio, l’Arte della guerra da Sun Tzu a Sun Zu’ Totò. Perché c’è poco da fare: quando è guerra, è guerra pi’ tutti. E mo’ che Genny e Cirù, gli Unionisti, sono scesi in campo, i Confederati devono fargli la guerra, si sa: nordisti contro sudisti, Quartieri Spagnoli contro Forcella, Vomero contro Secondigliano.

La guerra a Gomorra è molto strana: consiste in un sistema di attese e differimenti, di movimenti falsi e immobilità frenetiche (“Se sei inattivo mostra movimento, se sei attivo mostrati immobile”, diceva Sun Zu’ Totò, che chiaramente era nato a Mergellina), di pazienza e furore in parti uguali. Tanto, come diceva donna Imma Sun Tzu Savastano, “E guerre n’è vince chi è cchiù forte, ma chi è cchiù brave a spittà”. E non c’è nessuno più bravo di Cirù l’Immortale (che da questa puntata sappiamo pure perché lo chiamano così: mica perché è sopravvissuto a tre guerre di camorra, una spedizione suicida in Spagna a trattare coi russi, una sessione di roulette, appunto, russa e una flûte intera di pipì del boss, ma perché fu l’unico sopravvissuto di un palazzo intero al terremoto).

La guerra a Gomorra si fa con le armi dell’avversario, possibilmente: in senso psicologico ma anche pratico (e qui, non vorrei doverlo ripetere, si evidenzia ancora una volta la presenza del borsone come accessorio determinante per la vita stessa di Gomorra: un proibizionismo applicato ai borsoni darebbe più risultati del sequestro giudiziario dei beni).
La guerra a Gomorra si fa prevedendo le mosse altrui, e non facendo le proprie (“In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”: “Nun t’accirimme mo’ picchì nun è o’ momento”).
La guerra a Gomorra si fa come si fa tutto il resto: con la minaccia e l’avvertimento, e possibilmente combattendo il meno possibile (“Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”), e pensando molto prima di ogni mossa: chi non pensa, muore (ve lo ricordate, no, Sonny Corleone nel Padrino?  Quello sparava invece di pensare, ed è finito com’è finito).

La guerra per Genny e Cirù la deve fare anzitutto Sangue Blu, l’hipster pizzaiolo di Forcella, ma è necessario fargli un seminario apposito: “Tu addà pensà prim’e sparà”, gli dice Cirù. E poi, la guerra vuole i generali e i soldati: basta con questa cooperativa. La camorra comunista, solidarista e dal basso di Sangue Blu e i suoi ragazzi non si addice alla falange macedone necessaria per battere i Confederati: “Tu addà cumannà”. Senza primarie. Manco fosse Forza Italia.
Così Sangue Blu fornisce la falange, Scianel – che ora lavora nel rame pompe funebri, introducendo il suo tocco Pompeiano Circense alla già sobria estetica funeraria partenopea – i capitali e Cirù la strategia. Genny – dalla sua base operativa, un appartamento in Barocco Allucinogeno con vista sulle Vele di Secondigliano – fornisce il rancore e i rudimenti di diplomazia internazionale appresi durante lo stage in Honduras.

La cosa più interessante è il nuovo arrivato, Valerio detto “Vocabolario”, l’unico (dopo Geggè buonanima, il contabile ucciso per contrappasso con un dono di laurea usato come tirapugni) a non avere bisogno di sottotitoli e a usare un sicuro congiuntivo. Perché è un ragazzo di Posillipo, e nel rigido sistema di caste partenopeo più o meno un Bramino. Valerio è un “chiattillo”, ovvero un fighetto altolocato (“Pure i chiattilli tengono e ‘palle”), ma procaccia ottimi affari e sembra pure di sangue freddo (sembra), e fondamentalmente incarna questo mistero profondo di chi nasce in vetta ed è attratto dal fondo, da quelli del fondo che non vorrebbero altro che arrivare alla vetta. La casa di Vocabolario è grande, piena di stucchi, sculture, mobili antichi: la caricatura di quella casa, la sua parodia atroce è quella che vediamo abitare ai boss, col loro Napoleonico Dopato, il Rococò Confusionale e il Tardo Secondiglianese Stroboscopico (il pezzo forte di queste puntate è il dragone dorato sulla scrivania di uno dei Confederati, Elia). Allora ci appare chiaro, il mostruoso scontro di poteri antichi e poteri antichissimi, di zecchini e bitcoin, di caste remote e recenti, di monarchie plebee e repubbliche tiranniche, di conflitti e collusioni che s’intrecciano convulsamente, come una capigliatura di serpenti in testa a un solo idolo: il Potere.

Ancora una grande prestazione del Team Forcella, che in questa puntata fa a pezzi un intero carico di sanitari e ripulisce il capannone in un’ora e poi mette su in una mattinata un sistema di pony express con consegne personalizzate (ma glielo vogliamo trovare un progetto socialmente utile, a questi ragazzi?).

Postilla sul gomorrese.

La lingua di Gomorra è un idioma di ceppo indoeuropeo affine all’Alto Elfico.
La caratteristica principale è la compressione, ovvero quel fenomeno glottologico per cui i parlanti tendono a pronunciare il numero maggiore di sillabe in un’unica emissione di fiato. Esempi: “songhì” (sono io); “aggittnò” (ho detto di no); “s’nannaì” (se ne devono andare)(è una delle declinazioni fondamentali di Gomorra, la flessione per intero è: mnnaì, tinnaì, sinnaì, cnammaì, vnataì, s’nannaì); “chbbuòemè?” (che vuoi da me?).
Altra caratteristica forte è, all’opposto, lo strascinamento sillabico: un’unica sillaba viene prolungata per un numero variabile di secondi. Esempio: “rishhhhh” (Dici, che si usa al telefono al posto di “pronto”).
Tutto è entrare nel ritmo dell’emissione e contrazione di fiato, quest’enorme respirazione collettiva che fa sembrare qualunque conversazione un sospiro, un’esalazione, un gemito sfuggito, doloroso.
Molti non comprendono la natura respiratoria del gomorrese, e si irritano perché hanno bisogno dei sottotitoli, come se fosse una lingua straniera. Invece non lo è: abitiamo tutti una qualche porzione di Gomorra, senza saperlo. Basta tendere l’orecchio, e si avvertirà l’eco del suo respiro pesante, del suo sfiato, del suo gemito senza fine

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Miei adorati, che brivido guardare Gomorra cinque e sei al mattino d’un giorno di pioggia. Ricordatevi; come al solito se non vi piace Gomorra non abbiamo più niente da dirci. Se vi piace, vi farò una proposta che non potete rifiutare. In ogni caso: attenzione spoiler. Poi non dite che non vi avevo avvisati, che vi mando Genny.

Le puntate cinque e sei si possono considerare tutt’uno: un manuale di economia politica gomorrese. Ovvero come le cosche diventano imprenditrici. Che forse vale per il capitalismo tutto: un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sull’etica del profitto assoluto e sulla deregulation selvaggia, con una ‘nticchia di Hunger Games.

Nella puntata cinque avviene quello che avevamo capito sarebbe successo, prima o poi: Genny, umiliato e offeso, ridotto a un nullatenente e congedato con disonore dalla tavola rotonda dei boss, non può che cercare il suo mentore e il suo pig-malione, nonché sterminatore della famiglia, ovvero Cirù l’ex immortale, appena diventato l’idolo del clan camorrista teen di Sangue Blu e dei suoi, i principini hipster di Forcella che se si affacciassero al tavolo dei boss si sentirebbero dire: “Sciò, guagliò, andate a giocare da ‘nata parte!”.

Cirù, guardando amorosamente la foto della moglie morta (anche se il romanticismo ci vacilla, quando ci ricordiamo che l’ha strangolata lui), glielo dice: minchia, allora ‘e femmene tenevano ragione, a volerci fermare. Ma ormai è tardi, e si ritrovano assieme, Genny e Cirù, soli contro tutti (“Dopo tutte chell che ciamme fatte stamme angora ccà io e te, Cirù”). Ma non sono più quelli di prima: Cirù ha ammazzato la moglie e perso la figlia e il regno; Genny non avrà mai più un taglio di capelli guardabile, e mo’ c’ha pure una cicatrice in faccia che fa tanto scarface. Il tema, d’ora in poi, è “come ti trapianto Edmond Dantès a Gomorra”. Ovvero, la vendetta è un piatto che si consuma al dente. Coi pomodori do’ piennolo.

E qui cominciano le istituzioni di economia. Ovvero: come sviluppare la tua idea d’impresa, trovare finanziatori e fare crescere il tuo business. Il problema chiave del mondo moderno, in un certo senso.

Si comincia con un momento Steve Jobs, commovente assai. Genny lo dice chiaramente: “So’ comme me e te, Cirù: chini e raggia e fame”. La traduzione napoletana di “stay hungry, stay foolish”. Stei angri, stei fulisc e stei senza penzieri.

E così Genny e Cirù, con invidiabile energia e a dispetto di ogni avversità – un vero esempio per la loro generazione – fondano la loro start up, “Arripigliamoci chell’ ch’è nuost”.

Ora, il problema, come sanno tutti, sono gli investitori. I capitali di partenza. Che l’idea può essere buona, ma senza soldi niente cche ffà. E qui arriviamo agli hipster di Forcella, che di solito sbarcano il lunario con modeste rapinette di carichi di Tir, senza versare sangue, anzi dando una mancetta all’autista perché dica che non ha visto in faccia nisciuno (che poi, caro Enzo Sangue Blu, se ti ostini ad andare in giro con la barba roscia, la cofana e numero tre – tre – croci tatuate sul collo, sei come dire un identikit già pronto). Anche questa è una startuppina carina: rubare merce cinese che copia quella italiana, sostituire il packaging, rivenderla in nero agli albanesi spacciandola per vero prodotto italiano. E se non è movimentare l’economia globale questo, non so cosa possa esserlo. Roba che dovrebbero chiamarli a fare un seminario alla Bocconi.

Ma, come sapete, la startup grande ingoia la startup piccola, e Cirù va a proporre a Sangue Blu il salto di categoria, lo startuppone pure citazionista: una rapina in banca, ma come i “Soliti ignoti”. Col buco.
Gli hipster di Forcella devono passare da uno stabile fatiscente, addentrarsi per imprecisati cunicoli nel ventre molle di Napoli e sbucare dove? Davanti alla cassaforte di una banca all’orario di chiusura.

Ora, non vorrei dire, ma io li ho guardati bene questi hipster di Forcella. Sono bravi. Li ho visti scaricare, sconfezionare, reimballare e ricaricare un Tir in dieci minuti; li ho visti ristrutturare e insonorizzare una catacomba in mezzora. Roba che se li vede Jeff Bezos li assume per dirigere il magazzino Amazon di Seattle, o se li vede Fuksas gli fa costruire la prossima Nuvola in un mese (o anche, più modestamente, li possiamo sempre assumere noi per fargli completare DAVVERO la Salerno-Reggio).

Ecco il problema di oggi: la manodopera qualificata che non trova lavoro. E dire che le avevano provate proprio tutte. Pure l’agricoltura. Sangue Blu aveva organizzato una piantagione di maria in una chiesa sconsacrata sotterranea (che la maria in chiesa è puro situazionismo dadaista, eh). Sissignore. Con luce e acqua e timer per tutto. Roba che nemmeno a Matt Damon in The Martian era riuscita. E proprio Sangue Blu c’aveva pure un sentimento, per quelle piante. Lui lo chiama “investimento emotivo”, perché è economia pure quella sentimentale, che diamine (che poi l’inquadratura più bella è quella lì: le piante alte di maria, le sagome di Cirù e Samgue Blu, piccole nel verde, e in fondo l’abside con un dipinto sacro, il cui rosso – in quel mondo buio e verdastro – resiste come una piccola fiamma lontana).

Comunque, con la visita dei soliti ignoti hipster di Forcella alla banca i capitali ci sono, e si può partire.

Ora, voi vi direte, ma qual è esattamente il bissinìs? Eh, miei cari. Non è la droga, non solo. C’è una cosa molto più redditizia, che non delude mai, che si può sfruttare fino all’ultima goccia. Una cosa che esiste in quantità smisurate, anzi più la sfrutti più aumenta – e questa è la vera legge del mercato criminale totale, o forse del mercato e basta – : la fame. L’economista Genny lo dice chiaro: “O meglio business che ce sta a Secondigliano nun è a droga, è a ffame. E nui chista fame l’ame a fa’ fruttà”. Chapeau. Anzi, coppola.

Il piano è semplice: anzitutto coi capitali di partenza (quelli degli hipsters Amazon) ti compri in parti uguali politici disponibili e aziende in crisi. La parte più interessante della puntata sei è quando l’AD Genny va a trovare il prossimo sindaco e futuro presidente della Regione Campania. Un ragazzetto secondo l’ultima moda degli impresentabili: faccina pulita, congiuntivi a posto, doppiopetto slimfit, motto col tricolore e la parola Italia (“L’Italia che avanza”)(ogni riferimento è puramente immaginabile).

Poi occorre rastrellare tutto: tutti quelli che, strozzati dalla crisi e dalle tasse, stanno chiudendo. Pompe funebri, servizi mensa, lavanderie. Qualunque cosa. E lì avviene la sostituzione. L’invasione degli ultracorpi. Un’economia che prende il posto dell’altra, uno Stato che prende il posto dell’altro, senza che da fuori si veda nulla. L’invasione dell’ultraStato. 

Tutto viene replicato. I bandi per le assunzioni: vuoi essere assunto? Versaci 15mila euro e ti diamo un posto. E glielo danno veramente. Certo, senza previdenza sociale (ma, se glielo chiedi, ti dicono che LORO SONO la previdenza sociale), senza sindacati, senza diritti, ma non stiamo a guardare il capello. I contratti e le commesse: ce penzamme nuie, gli faremo proposte che non potranno rifiutare (esemplare l’accordo col custode del cimitero, che farà entrare solo certe ditte di pompe funebri. E infatti, quando arriva un funerale della concorrenza, la cappella – di famiglia – è chiusa col catenaccio. E’ la libera concorrenza, bellezza!). Le questioni contabili: “Ma sulla busta paga c’è scritto 1300 euro, e questi sono solo 850!” “E che vuoi, non le devi pagare le tasse?”.
E se ti ribelli, ti ammazzano. Ma niente paura, se anche non sei forza lavoro mica esci dal ciclo produttivo: la tua cara salma entra nel business dei becchini, e la filiera si completa. Non si butta via niente, a Gomorra. Diteglielo, a Padoan.

Certo, l’altra faccia della medaglia è quella: gli occhi febbrili della donna con la giacchetta striminzita e la fame ‘ncuollo, che va a comprare un posto di lavoro per il marito (“Ci mancano 200 euro per arrivare a 15mila. Abbiamo chiesto al cielo e all’inferno, ma nun c’è stato verso”); il marito in questione, ucciso sotto gli occhi del figlio disabile, da Sangue Blu al suo battesimo come killer (sarebbe un avanzamento di grado attraverso concorso interno per titoli ed esami); la piccola parte di silenzio assenso, o di reale fiancheggiamento che tutti – dall’infermiere dell’obitorio al camionista, dal direttore di banca all’ambulante – danno, perché tanto non c’è scelta, e l’ultraeconomia globale è questa. 

E qui, a chi fosse sfuggito, c’è il senso di tutto questo. Il senso di questa rappresentazione che taluni trovano troppo estrema per la loro sensibilità (e dunque mi aspetto che fuggano la realtà con altrettanta cura), o addirittura offensiva. Il senso di questa denuncia – quella di Saviano, e di altri – che qui viene narrativamente rappresentata, ma non perde un’oncia della sua verità.
Ecco quello che accade ai nostri territori. Ecco l’ultraeconomia vasta pervasiva che regge tanti nostri mondi. Eccola, cazzo, la vedete?

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ciro assassin creed

Miei adorati gomorroici come me, sento irrefrenabile l’istinto di commentare le puntate tre e quattro di Gomorra -La serie.
Se vi piace e non volete spoiler, saltate il post.
Se non vi piace, state senza penzieri: vi faccio contattare da un amico mio, Genny Savastano.

Puntata tre

Dove scopriamo che forse tutta l’Europa, o persino tutto il mondo, è una Scampia, ma con meno friarelli.
Cirù l’Immortale sta scontando la sua pena facendo il picciotto d’un bulgaro feroce, tale Valentin il Butterato, che passa il suo tempo in una palestra allenando lottatori, che poi sarebbe la metafora di quello che in effetti tutte le mafie fanno dappertutto: tengono schiavi che aizzano a combattere per riscuotere le scommesse, ingrassando sul sangue altrui e fingendo che in quella lotta ci siano regole e persino sportività.

Cirù parla bulgaro come se fosse nato a Sofia, e sa essere feroce quanto e più d’un mafioso bulgaro medio, ma la tesi qui è che in fondo gli affari sono affari, e tutta quella crudeltà gratuita ed epicurea che ci mettono ‘sti slavi non sta bene, infatti Valentin e suo figlio, Mladen (che ricordano tanto don Pietro e Genny prima versione, ma Genny invero molto più babbasonazzo, che in siciliano vuol dire scemone, e pure un poco mammato), sembrano i veri cattivi – ma qui si tratta, come mi venne detto da uno gruosso, di cogliere l’eterna lotta tra cattivissimi e pessimi.
Dunque il cattivissimo Ciro, uccisore persino della propria amata moglie (che s’era miessa into’ miezzo), di fronte ai pessimi bulgari ci fa pure una bella figura. Anche perché loro mica si limitano a un onesto narcotraffico e a una civile rete di estorsioni:  fanno cose ancora più nauseanti, tipo il traffico di clandestini (Cirù quasi si commuove quando quello morto durante il trasporto nel vano ruota di scorta del suo Tir viene cremato, forse addirittura cromato, in un altoforno) e la tratta delle bianche, mostrando la superiorità etica del camorrista rispetto al mafioso dell’Est.

Quella che è certificata è la bruttezza come tratto distintivo dei territori in mano alle mafie, un criterio ancora più certo della scia di sangue: segui il brutto, arriverai al pessimo (questo anche come consiglio alle forze dell’ordine, che in Gomorra non sono presenti nemmeno per sbaglio, come se fosse un mondo invisibile e parallelo, un Mondo Di Sotto del quale, da sopra, si vedono solo incerte tracce, si tenta di ricostruire fatti e passaggi oscuri: eppure la bruttezza è così evidente e clamorosa che fa da assoluto segnale).

I bulgari, però, oltre che feroci, sono pure scemi, e quando tentano di fregare Cirù, coinvolgendo persino una banda di onesti camorristi perdenti che spuntano dalla lontana Forcella con un borsone di soldi falsi (alla terza puntata della terza serie possiamo affermare con certezza che il borsone è un accessorio fondamentale per le mafie tutte, compare in ogni scena importante, trasporta armi, denari, droga e all’occorrenza tranci umani macellati all’Eurospin – cfr. puntata due – e tracciare i borsoni darebbe risultati più concreti che intercettare le telefonate)(poi non dite che non ve lo avevo suggerito, Procure) per comprare droga vera, in un marchingegno talmente contorto e inutile che sembra un emendamento di Calderoli, è chiaro che Cirù s’incazza di brutto e, come è sua indole e suo destino, sovverte una ‘nticchia le gerarchie e li ammazza tutti: Mladen davanti alla Jacuzzi e Valentin sul parquet della palestra.
Ovviamente,  Cirù, che qui è sia bruto (con la minuscola) che uomo d’onore, libera la schiava sessuale di Mladen, la riporta in Albania e in un impeto paterno le dice “Fa ‘a brava”. Un bulgaro l’avrebbe rivenduta subito, per dire. Che tempra morale: o tempra, o mores.

Puntata quattro

Ragazzi, peggio di Scianel ho visto in tv soltanto Cersei Lannister. Sono tutte e due bionde, perfide, assetate di potere e con figli più scemi di loro che regolarmente muoiono per colpa loro. Hanno pure più o meno la stessa età, con la differenza che Cersei è una figa spaziale mentre Scianel subisce l’effetto anagrafico gomorroico (un anno di un personaggio di Gomorra, ma in effetti di tutto il mondo, vero, delle mafie, vale come sette anni di una persona normale), quindi Cersei ha 40 anni e Scianel poco di più, ma ne dimostra 280.
Ora è uscita di prigione, ed è talmente preoccupata della sua piazza di spaccio e dei rapporti con Genny Savastano che lo incontra ancora prima di rifarsi i colpi di sole (e ho detto tutto).

Tanto, ormai come consigliora c’ha Patrizia, che è meglio pure di Tom Hagen nel Padrino (anche perché vive in una casa tutta di piastrelle verde salamandra fino al soffitto, con un tabernacolo luminoso della Madonna che ricorda la sobria scenografia della casa di “Carrie, lo sguardo di Satana“, e quindi c’ha tutta una sua concentrazione ascetica e infallibile).

Ma ora per Genny i nodi vengono al pettine: il suocero Avitabile (che somiglia sempre di più a un Apicella, ma più incazzoso) ormai tiene in pugno il contabile Geggè e si sa, chi ha il contabile ha tutto (vedi Al Capone o Equitalia).
Confermando che il contabile del boss è il mestiere più pericoloso del mondo, il buon Geggè, così studioso e puliticchio, ci lascia le penne, e viene ucciso in modo ineccepibilmente simbolico, oserei dire freudiano: Genny lo uccide a pugni, usando come tirapugni l’orologione d’oro che suo padre Don Pietro Buonanima aveva regalato a Geggè per la laurea (sottotesto: mi era sempre bruciato che tu fossi quello istruito e mio padre a me, a parte motociclette e conti a Panama, non avesse mai regalato nu’ cazzo, e mo’ mi vendico in un colpo solo di lui e di te, sfaccimm’ col congiuntivo e l’orologio).
E quando arriva l’ultimo carico di droga honduregna Genny, che si era presentato all’incontro coi “calabresi” – devo sottolineare, con un moto d’orgoglio, che i “calabresi” costituiscono entità ulteriore e iperurania persino per i gomorresi: c’è sempre un calabrese che compra o vende droga, un calabrese che fa un agguato in Germania (ogni riferimento a fatti o persone è intensamente vero), un calabrese che si può interpellare per risolvere o complicare le cose. I calabresi sono la Suprema Corte, la Cassazione del Crimine. E queste sono soddisfazioni – dunque, Genny viene rapito. Gli ammazzano pure gli ultimi due Ragazzi del Vicolo, il mitico CapaeBomba e O’ Cardillo (che O Principe e O Track erano già morti nella seconda stagione), subito dopo il giuramento di fedeltà brindando con la Peroni.
Bene, voi direte, ma quindi questo cazzo di suocero è un quaquaraquà o uno gruosso? Gruosso, anzi gruossissimo: spuntano con lui tutti i boss di tutti i quartieri di Napoli, praticamente tutt’O’ Sistema. Tutti a sputare su Genny, insanguliato e mullingianato pesante a terra, spogliato di ogni ricchezza, appoggio (gli mostrano pure il compare honduregno decapitato con una foto sul gruppo boss Whatsapp) e signoria. Il suocero gli sussurra che pure moglie e figlio non sono più cosa sua. E viene lasciato come un sacco di monezza in mezzo a Scampia, che pure per il Sistema è periferia.

Ma intanto, che era successo? La puntata in effetti era cominciata come “Assassin’s Creed“, con Cirù nei panni di Ezio Auditore, o Callum Lynch, o Aguilar De Nerha, che poi sono sempre lo stesso personaggio: un assassino pericolosissimo che gira col cappuccio. Cirù, col cappuccio, torna a Napoli e si presenta a Forcella, dai camorristi hipster perdenti, discendenti del capostipite di tutti i gomorresi, O Santo (“Mio nonno faciva i miracoli come San Gennaro“), ma ridotti a una decina di giovincelli pluritatuati e sostanzialmente ladri di polli.
Il capo, il roscio Enzo, gli fa un’offerta che Cirù può tranquillamente rifiutare (con un momento davvero scespiriano: “Due sule cose cuntano: a sciorte e ‘e cumpagne“), ma sappiamo che non durerà.

Insomma, sono tornati al vicolo corto, passando di nuovo dal via. Cirù e Genny, soli contro tutti. Minchia.

 

(ci vediamo venerdì prossimo. Statev’accuort).

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Blue e Jasmine, ovvero Freud e mia nonna, o Woody e Moody.

Blue e Jasmine, ovvero Freud e mia nonna, o Woody e Moody.

Dunque, abbiamo scoperto tutto. Woody Allen ha un gemello. Lo ha tenuto sempre nascosto, probabilmente rinchiuso, ma ogni tanto quello è riuscito a evadere. Lo sospettavamo, ora ne abbiamo la certezza.
E’ infatti chiaramente opera del fratello gemello l’imbarazzante “To Rome with Love” dello scorso anno: un film talmente sgangherato, improponibile e grottesco che certo era una vendetta del gemello segregato (che chiameremo Moody) per screditare Woody. E dunque Woody ha poi avuto un bel daffare per riabilitarsi col film successivo, ovvero “Blue Jasmine”, nelle sale in questi giorni.

Moody, mi dispiace, ma il tuo tentativo è stato inutile: per quanto brutto potesse essere “To Rome with Love” (ed era certamente bruttissimo), Woody con “Blue Jasmine” ci ha mostrato che non sei tu e chi è lui, cosa lui sa essere come scrittore e regista.

Woody quando è un po’ Euripide e un po’ Tennessee Williams, quando finge di fare una commedia e ti piazza un drammone potente ma camuffato, subdolo, sottile come un dispiacere, un’inquietudine, una incapacità di capire, una provvisoria cilecca di tutte le empatie e soprattutto di tutte le categorie.

Tanto che ti vengono subito su una serie di domande.
Lei, Jasmine (una soprannaturale Cate Blanchett, che merita l’Oscar per almeno tre anni di seguito solo per questa interpretazione), signora di Park Avenue tutta shopping, corsi di yoga e cene sociali precipitata nell’indigenza (ma salvando il set di valigie Vuitton, la mitologica borsa Grace Kelly di Hermès – l’equivalente femminile della Ferrari Testarossa – e un numero imprecisato di tailleur Chanel e di pregiudizi su misura), è buona o è cattiva? E’ una stronza egoista e viziata, tendenzialmente bugiarda e calcolatrice (praticamente mia cognata), oppure è una cenerentola provinciale che in fondo conserva raziocinio ed eleganza di sentimenti? E’ un’alcolizzata farmacodipendente o solo una donna oltre l’orlo di una crisi di nervi, che lotta per non precipitare? E’ un’inferma o un inferno?

E la sorella proletaria Ginger (Sally Hawkins) è una buzzurra o un’ingenua? E’ una donnetta superficiale, abbindolata sempre dall’uomo sbagliato, malamente madre, povera d’ingegno e di sentimento oppure una ragazza sfiorita e sfortunata ma dal cuore puro, solo in cerca d’affetto e fiduciosa nei legami familiari, per quanto disastrosi appaiano (o, meglio, siano)?
E tutti quei maschi che ruotano attorno a queste due donne, chi diavolo sono? Chili (Bobby Cannavale) è un gorilla semiritardato, possessivo e violento o un innamorato un po’ rozzo e solo una ‘nticchia repellente? Hal (Alec Baldwin) è uno squalo o un pesce palla? E il suo omonimo proletario Al (Louis C.K.), bugiardo come lui ma con meno mezzi (le bugie sono tutta una questione di investimento e profitto: esattamente come la finanza), è un fedifrago ignobile o solo un debole? Dwight (Peter Sarsgaard) è un romantico o un ipocrita? Non sarà che ogni personaggio è il doppio di un altro, e Woody-Pitagora costruisce sui cateti intere ipotenuse fragili e in procinto di collassare, proprio come i rapporti umani?
 E ancora (tanto perché c’abbiamo pure noi il background sociologico e ogni tanto dobbiamo sfoggiarlo): tutte queste incomprensioni, tutto questo disamore, tutte queste complicazioni tra le persone (meglio se imparentate) sono frutto dello scontro di classe o della desertificazione, omogenea globale e trasversale, dei rapporti e dei linguaggi? O non sarà che gli esseri umani sono sempre e invariabilmente, dalle caverne a Manhattan (lochèscion, a volte, peraltro, indistinguibili tra loro), caotici, distruttivi e disperatamente contraddittori ogni volta che possono?
 E lui, lui Woody, ci ha parlato – già che c’era – pure della finanza malvagia ed empia che distrugge le esistenze, o quella è solo una citazione, un falso indizio per sviarci vieppiù, confonderci le trame, esattamente come fa il destino?
Infine, aveva ragione Freud (gratta gratta, l’umanità è orda perversa), Euripide (l’umanità è orda, e possiamo solo metterla in versi), o mia nonna (stai attenta, perché ciò che ti ama ti uccide, quindi figurati ciò che non ti ama)?

Il bello è che a tutte queste domande la risposta è una sola: tutte e due (o tre) le cose, probabilmente.

Se – non contenti dei nostri rapporti sentimentali in bilico tra la striscia di Gaza e la terra dei fuochi (e dei fuchi) e delle nostre relazioni ad alto potenziale tossico – volevamo essere un po’ più disorientati, un po’ più dispiaciuti, un po’ più confusi, bene, grazie a Woody ci siamo riusciti in pieno (alla faccia di Moody).

Noi pubblico che pure siamo woodyallenizzati a dovere da molti anni, e ci siamo fatti tutte le fasi: la claustrofobia manhattaniana e il ciclo europeo, il periodo blu (Jasmine) e il periodo rosa (purpurea del Cairo), lui ed Annie e Hannah e le sue sorelle, le allegorie e le alleEGOrie, i musical e metaphysical.

Insomma, nella vicenda-non vicenda di Jasmine e dell’umanità lì attorno (ma sarà la parola giusta, “umanità”?) si specchiano mondi, immondi, vite e giri di vite, discese ardite e risalite, ma non si arriva a un punto che non sia doloroso (e non vi dirò mai qual è la scena finale ma temo che sia proprio quel punto). Mentre suona una colonna sonora di vecchio jazz che sembra suggerire “non darti pensiero, questa è una commedia”, ma intanto gli indicatori emotivi sono tutti sul rosso profondo e dicono: “attento, la vita è tragica, e il cinema vero te lo dice senza pietà”.
Usciamo turbati, con le ermeneutiche spettinate e i sentimenti in disordine, lievemente bluejasminizzati, grati a Woody di esistere, o forse no. Forse, a ripensarci, meglio Moody. 

Ps: dedico questo film a tutti quelli che ci hanno scassato la minchia con “La grande bellezza”. Alla vostra.

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Saverio La Ruina in Dissonorata.

Saverio La Ruina in Dissonorata

Pasqualina, vittima designata, bada alle pecore, bada alle vacche, bada al podere. Pasqualina tiene la testa bassa, conta le pietre per terra. Una, una, una, una. Pasqualina sa poche cose, il sì per lei è sì e il no è no, e il resto viene dal diavolo. Il diavolo è bellissimo, abita di fronte alla sua casa, ha un completo scuro e una macchina. Lei lo ama. Trascinando la corda delle sue giornate – dentro il podere e fuori il podere, dentro la stalla e fuori la stalla, su in terrazza e giù in terrazza, su in cucina e giù in cucina – Pasqualina, che nella mente ha poco spazio e nel corpo pure, ma ha un’anima talmente grande (sono tutte grandi, forse, ma forse no) che copre la vallata petrosa, scavalca la montagna e passa il confine, dove la Calabria diventa Basilicata, Pasqualina, che cammina a testa bassa, contando le pietre per terra, una una una una una, Pasqualina, che non sa nemmeno se la sua faccia è brutta o bella, Pasqualina, che vive sola con un padre una madre due sorelle e un fratello, Pasqualina si lattarìa per la voglia di sposarsi, per la paura di restare zitellona, caduta di guerra, milite ignota come tante che gli partirono gli uomini e manco tornarono, e le lasciarono morte in vita, zitellone.
Pasqualina incontra il diavolo tre volte, in qualche ruzzolaserpi dove le pecore seminano lana e olive di cacca, in mezzo alla ginestra spinosa e gialla come la paura. Il diavolo dice: stai tranquilla, spusamu, spusamu. E se ne parte per l’America, il diavolo, senza dire niente a nessuno. Pasqualina resta sulla terrazza, a guardare la casa di fronte, a guardarsi la pancia.
Prega, forse, Pasqualina, non si sa bene quale divinità diabolica che coincide coi sassi, col vestito nero di màtrima, con la faccia nera di pàtrima, con le lettere colle strisce celesti, quelle che vengono dall’America, ma non per lei, non per lei.
Per lei c’è una latta di petrolio, e un cerino, un giorno che tutti sono usciti dalla casa ma suo fratello no, suo fratello che deve fare una cosa importante: lavare col fuoco l’onore di tutti.
Brucia, Pasqualina, di colpa, di vergogna, di dolore. Brucia di petrolio, di disonore. Brucia di cerino, di focolare, di padre e madre e sorelle e fratello. Brucia di diavolo e d’america. Brucia di Calabria.
Brucia sotto la fontana, brucia dentro l’acqua, nel letto d’ospedale. Brucia nella stalla dove la nasconde zia Stella, come le stelle che stanno in cielo, che la nutre con briciole d’amore (che l’amore è potente e pericoloso, guardate come ne basta una goccia, e nascono figli, ne basta una briciola, e uno non muore, bastardo amore potente e pericoloso che rovini e salvi le vite).
Il 24 dicembre, nella stalla, di nascosto agli uomini ma non alle stelle, tale e quale a Gesù, il santo più forte di tutti (ma forse non dell’amore, non del diavolo, non del disonore, forse), nasce il bambino di Pasqualina e del diavolo: si chiama Saverio.
Saverio ora è un bello giuvini, alto. Pasqualina brucia ancora, con la pelle del mento attaccata al petto, per sempre, la testa china per sempre, a guardare in basso, a contare le pietre per terra. Una, una, una, una.

E’ la seconda volta che incontro Pasqualina, è la seconda volta che mi percia il cuore. Nello stesso teatro, il teatro negato nella città teatrale dell’isola teatrale che, per paradosso, spalanca i suoi sipari dappertutto, le sue recite tragiche o grottesche (indistinguibili, di solito). L’isola dove non si può suonare cantare ballare e recitare perché i soldi sono finiti, e sappiamo pure dove.  Ma sappiamo allo stesso modo che non si potrà smettere mai di suonare, cantare ballare e recitare, perché sono cose indispensabili, e senza soffocheremmo o moriremmo d’inedia.
Saverio La Ruina – calabrese di Castrovillari, pilastro di “Scena verticale”, scrittore e inveratore di “Dissonorata”, “La borto”, “Italianesi” – non è un attore e non è un drammaturgo: è una specie di miracolo tutto umano. Lui pensa personaggi come Pasqualina, la vittima designata, piccola calabrese della Calabria delle montagne, minuscola sconfinata calabrese persa in una vita secca come le pietre della strada, feroce come i lupi. Ma non li pensa soltanto: lui li scrive e poi li diventa.
Pasqualina dissonorata, Vittoria squartata dall’aborto, Tonino il sarto recluso. Corpi sacrificali, tutti perciati in qualche modo, tutti feriti, col cuore e le carni a cielo aperto: prendete e mangiatene tutti (come si suol dire in scena da mille e mille e mille anni).
Che poi oggi si chiama “femminicidio”, questo far male alle donne, punirle di esistere e di scegliere, ma in Calabria, e nel Sud, si chiamava delitto d’onore, una volta, e a volte nemmeno si chiamava: si viveva, giorno dopo giorno, nella vita secca e feroce che puniva le donne, uguale a una morte, peggio d’una morte. Quelle stesse donne magnifiche e sacerdotesse che contrabbandavano l’amore, che crescevano i figli e mandavano avanti il mondo, con la testa china. Quelle stesse donne che insegnavano l’amore ogni giorno, agli stessi figli le cui mani si armavano contro le donne, e perpetuavano la catena di dolori (ogni creatura un dolore, è questa la catena della vita).
Chi la capisce, la Calabria: mamma e carnefice nello stesso volto, nella stessa creatura. Chi la capisce, la madre che punisce la figlia, il fratello che uccide la sorella. Come nella storia di Pasqualina, agnella sacrificata.
E noi, noi ieri sera – pubblico fragile e responsabile, pubblico consapevole e volitivo, pubblico che vorrebbe andare a teatro ogni giorno e la domenica due volte ma non può – noi, alla Sala Laudamo di Messina, dietro il Teatro Vittorio, che ci dava le spalle sdegnoso e un po’ offeso, abbiamo steso le mani e preso pezzi di Pasqualina, e mentre li mangiavamo ci colavano le lacrime.
Piangevamo, io e la sorellina Elisabetta vicino a me, piangeva il vecchio politico in disarmo che non ha mai vinto una sola battaglia e porta in faccia l’orgoglio dei perdenti giusti, la studentessa fattucchiera, il professore senza studenti. Piangevamo e mangiavamo Pasqualina, e Saverio, che una volta in scena contiene Pasqualina e la sua casa minuscola nella curva del muro, e il diavolo che abita dirimpetto e se la prende nel prato nascosto e tutta la montagna, che alla fine è un corpo di donna, immenso e martoriato, percorso da bestie e uomini, a volte senza che si possa distinguerli. 

Alla fine dello spettacolo, un’anima bella ha avuto l’idea di portare una torta con la faccia di Saverio quando è Pasqualina, per farci fare la stessa cosa che avevamo appena fatto: mangiarceli vivi, piangere con loro e mangiarceli, con la gola stretta e gli occhi pieni. Lo stesso Saverio ha rifatto quel che aveva appena fatto sulla scena: si è tagliato a fette e si è imbandito.
E noi, noi lo abbiamo mangiato. Sapeva di cuore, di lacrime, di panna, di bellezza mortificata e vittoriosa, di amore doloroso, bruciato, immortale.
Certi dolori sono meglio delle gioie. 

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jep

No, dico, ma che mestiere fa Jep Gambardella, per vivere in una casa vista Colosseo? Il ministro a sua insaputa di un governo Berlusconi? Certo non il giornalista. D’arte e cultura, per giunta, suvvia.
No, dico, quando nel mezzo di un film – in questo caso “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, e nemmeno nel mezzo, diciamo quasi all’inizio – ti vengono domande del cavolo come quella di cui sopra, allora vuol dire che qualcosa non funziona. Che non c’è quella cosa lì, la “sospensione d’incredulità”. Quella per cui – poniamo – ti sembra del tutto possibile che un personaggio di Tarantino si liberi da una tomba, o uccida (da sola) cento giapponesi cattivi e molto incazzati in un night club. Ma Jep Gambardella – appunto il protagonista del film, ma è difficile chiamarlo protagonista di qualcosa, dal momento che per tutto il film continua a non succedere assolutamente nulla, ma con molto spreco di risorse – non mi sospende l’incredulità. Anzi. Diciamo che me la raddoppia.

 E ancora non ho visto Verdone con la faccia da Verdone, ma più depresso, e la Ferilli col corpo da Ferilli e l’accento da “Beato chi se lo fa il sofà”, ma più malinconica. E poi suore, nane, fenicotteri fotoshoppati (il momento National Geographic del film, e nemmeno l’unico), bambine isteriche coinvolte in performance d’arte moderna che sarebbero da Telefono azzurro, adulte nevrotiche coinvolte in performance di vita moderna che sarebbero da 118, artiste imbroglione, colf filippine inutilmente materne, vicini di casa arrestati dalla Dia (che con l’appartamento vista Colosseo obiettivamente fanno pendant), persino funerali indistinguibili dalle feste o dalle cene con tanto di cardinale masterchef umano come Bastianich.

 Filo conduttore – ma diciamo meglio semiconduttore, o anche nulliconduttore – di tutto ciò è questo Jep Gambardella (che già è un nome che l’incredulità me la fa vibrare come un rivelatore di bugie a un comizio di Berlusconi), il quale – apprendiamo – abita a Roma da una quarantina d’anni ma continua a parlare un napoletano da sketch di Carosello, tranne quando fa la voce narrante (no, non possiamo onestamente dire “narrante”: diciamo la voce “errante”) e introspettiva (ma non si sa di cosa). Jep (cioè Toni Servillo, ormai unico attore del cinema italiano: prima o poi vedremo un film in cui Servillo fa tutte le parti, comparse comprese) la sa lunga, ridacchia, tace, esercita una sua umbratile pietas, continua a dribblare assurde domande sul suo romanzo estinto (dal titolo ancora più inverosimile del nome dello scrittore, “L’apparato umano”)(e poi, a parte quelli di Dan Brown, nessuno ricorda i romanzi dell’anno scorso, figuriamoci quelli di quarant’anni fa), rintuzza una radical chic (Galatea Ranzi) che nemmeno Moretti vorrebbe in un suo film, vive flash-back, contempla – assorto e metaforico – la “Costa Concordia” coricata su un fianco, né viva né morta, solo colossale; contempla – dissolto e catatonico – Roma l’Eterna coricata su un fianco, né viva né morta, solo colossale, pazzesca, indicibile.

 Nello sfiorarsi – senza prendersi mai, senza potersi nemmeno comprendere – tra la vacuità insopportabile (e anche parecchio cretina, invero) del mondo di Jep e dei suoi amici (un campionario di tardone e ninfette, freaks e modelli che in realtà appartengono a una sola categoria, quella dei nuovi mostri) e il magnifico contenitore millenario che è Roma – coi suoi cieli, i suoi sampietrini, i suoi muschi, le sue statue senzienti, i suoi capitelli crollati, i suoi palazzi sbarrati, i suoi nobili cupi e i plebei vitali – occasionalmente, in mezzo al grottesco che implode e diventa ridicolo, in mezzo all’impalpabile che sfuma e diventa inconsistente, Sorrentino azzecca immagini, tocca corde, semina cose a sua insaputa. E noi spettatori – equamente divisi in scettici (io) e volenterosi (sempre io) – magari le raccogliamo, e ce le giriamo tra le mani, e riconosciamo una citazione, uno scorcio, un frammento di sensazione.

 Ma poi appare (e sparisce) la giraffa, in mezzo ai Fori. E la suora, la centesima suora (ora, caro Sorrentino, mi dispiace dovertelo dire, ma non puoi mettere in un solo film tutte le suore che Fellini ha filmato in una intera esistenza. Non si fa. E’ bulimia). La suora sdentata, centenaria e che si ciba di radici. Anzi, sembra fatta di radici. La suora-X Men che con un soffio fa volare tutto lo stormo di fenicotteri che si erano provvisoriamente posati sul terrazzo vista Colosseo (che mica sono scemi, i fenicotteri).

 Allora ti dici: no, grazie. Ti ricordi che non si è mai detto che per mettere in scena il vuoto occorre il vuoto. Anzi. E rimetti giù quelle cosine che avevi accidentalmente preso, rimetti giù le tue buone intenzioni, e dici “s’è fatto tardi”. Che tu mica sei Jep Gambardella, e fai l’alba per poi dolertene, come se fosse una condanna alla dolce vita (signora mia, è uno sporco lavoro non fare un cazzo, ma qualcuno deve pur farlo). Ed esci, mentre la suora sdentata s’arrampica sulla Scala Santa, sperando di non sognartela di notte, come quando mangi peperonata feroce.

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