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Archive for the ‘recinzioni’ Category

Blue e Jasmine, ovvero Freud e mia nonna, o Woody e Moody.

Blue e Jasmine, ovvero Freud e mia nonna, o Woody e Moody.

Dunque, abbiamo scoperto tutto. Woody Allen ha un gemello. Lo ha tenuto sempre nascosto, probabilmente rinchiuso, ma ogni tanto quello è riuscito a evadere. Lo sospettavamo, ora ne abbiamo la certezza.
E’ infatti chiaramente opera del fratello gemello l’imbarazzante “To Rome with Love” dello scorso anno: un film talmente sgangherato, improponibile e grottesco che certo era una vendetta del gemello segregato (che chiameremo Moody) per screditare Woody. E dunque Woody ha poi avuto un bel daffare per riabilitarsi col film successivo, ovvero “Blue Jasmine”, nelle sale in questi giorni.

Moody, mi dispiace, ma il tuo tentativo è stato inutile: per quanto brutto potesse essere “To Rome with Love” (ed era certamente bruttissimo), Woody con “Blue Jasmine” ci ha mostrato che non sei tu e chi è lui, cosa lui sa essere come scrittore e regista.

Woody quando è un po’ Euripide e un po’ Tennessee Williams, quando finge di fare una commedia e ti piazza un drammone potente ma camuffato, subdolo, sottile come un dispiacere, un’inquietudine, una incapacità di capire, una provvisoria cilecca di tutte le empatie e soprattutto di tutte le categorie.

Tanto che ti vengono subito su una serie di domande.
Lei, Jasmine (una soprannaturale Cate Blanchett, che merita l’Oscar per almeno tre anni di seguito solo per questa interpretazione), signora di Park Avenue tutta shopping, corsi di yoga e cene sociali precipitata nell’indigenza (ma salvando il set di valigie Vuitton, la mitologica borsa Grace Kelly di Hermès – l’equivalente femminile della Ferrari Testarossa – e un numero imprecisato di tailleur Chanel e di pregiudizi su misura), è buona o è cattiva? E’ una stronza egoista e viziata, tendenzialmente bugiarda e calcolatrice (praticamente mia cognata), oppure è una cenerentola provinciale che in fondo conserva raziocinio ed eleganza di sentimenti? E’ un’alcolizzata farmacodipendente o solo una donna oltre l’orlo di una crisi di nervi, che lotta per non precipitare? E’ un’inferma o un inferno?

E la sorella proletaria Ginger (Sally Hawkins) è una buzzurra o un’ingenua? E’ una donnetta superficiale, abbindolata sempre dall’uomo sbagliato, malamente madre, povera d’ingegno e di sentimento oppure una ragazza sfiorita e sfortunata ma dal cuore puro, solo in cerca d’affetto e fiduciosa nei legami familiari, per quanto disastrosi appaiano (o, meglio, siano)?
E tutti quei maschi che ruotano attorno a queste due donne, chi diavolo sono? Chili (Bobby Cannavale) è un gorilla semiritardato, possessivo e violento o un innamorato un po’ rozzo e solo una ‘nticchia repellente? Hal (Alec Baldwin) è uno squalo o un pesce palla? E il suo omonimo proletario Al (Louis C.K.), bugiardo come lui ma con meno mezzi (le bugie sono tutta una questione di investimento e profitto: esattamente come la finanza), è un fedifrago ignobile o solo un debole? Dwight (Peter Sarsgaard) è un romantico o un ipocrita? Non sarà che ogni personaggio è il doppio di un altro, e Woody-Pitagora costruisce sui cateti intere ipotenuse fragili e in procinto di collassare, proprio come i rapporti umani?
 E ancora (tanto perché c’abbiamo pure noi il background sociologico e ogni tanto dobbiamo sfoggiarlo): tutte queste incomprensioni, tutto questo disamore, tutte queste complicazioni tra le persone (meglio se imparentate) sono frutto dello scontro di classe o della desertificazione, omogenea globale e trasversale, dei rapporti e dei linguaggi? O non sarà che gli esseri umani sono sempre e invariabilmente, dalle caverne a Manhattan (lochèscion, a volte, peraltro, indistinguibili tra loro), caotici, distruttivi e disperatamente contraddittori ogni volta che possono?
 E lui, lui Woody, ci ha parlato – già che c’era – pure della finanza malvagia ed empia che distrugge le esistenze, o quella è solo una citazione, un falso indizio per sviarci vieppiù, confonderci le trame, esattamente come fa il destino?
Infine, aveva ragione Freud (gratta gratta, l’umanità è orda perversa), Euripide (l’umanità è orda, e possiamo solo metterla in versi), o mia nonna (stai attenta, perché ciò che ti ama ti uccide, quindi figurati ciò che non ti ama)?

Il bello è che a tutte queste domande la risposta è una sola: tutte e due (o tre) le cose, probabilmente.

Se – non contenti dei nostri rapporti sentimentali in bilico tra la striscia di Gaza e la terra dei fuochi (e dei fuchi) e delle nostre relazioni ad alto potenziale tossico – volevamo essere un po’ più disorientati, un po’ più dispiaciuti, un po’ più confusi, bene, grazie a Woody ci siamo riusciti in pieno (alla faccia di Moody).

Noi pubblico che pure siamo woodyallenizzati a dovere da molti anni, e ci siamo fatti tutte le fasi: la claustrofobia manhattaniana e il ciclo europeo, il periodo blu (Jasmine) e il periodo rosa (purpurea del Cairo), lui ed Annie e Hannah e le sue sorelle, le allegorie e le alleEGOrie, i musical e metaphysical.

Insomma, nella vicenda-non vicenda di Jasmine e dell’umanità lì attorno (ma sarà la parola giusta, “umanità”?) si specchiano mondi, immondi, vite e giri di vite, discese ardite e risalite, ma non si arriva a un punto che non sia doloroso (e non vi dirò mai qual è la scena finale ma temo che sia proprio quel punto). Mentre suona una colonna sonora di vecchio jazz che sembra suggerire “non darti pensiero, questa è una commedia”, ma intanto gli indicatori emotivi sono tutti sul rosso profondo e dicono: “attento, la vita è tragica, e il cinema vero te lo dice senza pietà”.
Usciamo turbati, con le ermeneutiche spettinate e i sentimenti in disordine, lievemente bluejasminizzati, grati a Woody di esistere, o forse no. Forse, a ripensarci, meglio Moody. 

Ps: dedico questo film a tutti quelli che ci hanno scassato la minchia con “La grande bellezza”. Alla vostra.

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Saverio La Ruina in Dissonorata.

Saverio La Ruina in Dissonorata

Pasqualina, vittima designata, bada alle pecore, bada alle vacche, bada al podere. Pasqualina tiene la testa bassa, conta le pietre per terra. Una, una, una, una. Pasqualina sa poche cose, il sì per lei è sì e il no è no, e il resto viene dal diavolo. Il diavolo è bellissimo, abita di fronte alla sua casa, ha un completo scuro e una macchina. Lei lo ama. Trascinando la corda delle sue giornate – dentro il podere e fuori il podere, dentro la stalla e fuori la stalla, su in terrazza e giù in terrazza, su in cucina e giù in cucina – Pasqualina, che nella mente ha poco spazio e nel corpo pure, ma ha un’anima talmente grande (sono tutte grandi, forse, ma forse no) che copre la vallata petrosa, scavalca la montagna e passa il confine, dove la Calabria diventa Basilicata, Pasqualina, che cammina a testa bassa, contando le pietre per terra, una una una una una, Pasqualina, che non sa nemmeno se la sua faccia è brutta o bella, Pasqualina, che vive sola con un padre una madre due sorelle e un fratello, Pasqualina si lattarìa per la voglia di sposarsi, per la paura di restare zitellona, caduta di guerra, milite ignota come tante che gli partirono gli uomini e manco tornarono, e le lasciarono morte in vita, zitellone.
Pasqualina incontra il diavolo tre volte, in qualche ruzzolaserpi dove le pecore seminano lana e olive di cacca, in mezzo alla ginestra spinosa e gialla come la paura. Il diavolo dice: stai tranquilla, spusamu, spusamu. E se ne parte per l’America, il diavolo, senza dire niente a nessuno. Pasqualina resta sulla terrazza, a guardare la casa di fronte, a guardarsi la pancia.
Prega, forse, Pasqualina, non si sa bene quale divinità diabolica che coincide coi sassi, col vestito nero di màtrima, con la faccia nera di pàtrima, con le lettere colle strisce celesti, quelle che vengono dall’America, ma non per lei, non per lei.
Per lei c’è una latta di petrolio, e un cerino, un giorno che tutti sono usciti dalla casa ma suo fratello no, suo fratello che deve fare una cosa importante: lavare col fuoco l’onore di tutti.
Brucia, Pasqualina, di colpa, di vergogna, di dolore. Brucia di petrolio, di disonore. Brucia di cerino, di focolare, di padre e madre e sorelle e fratello. Brucia di diavolo e d’america. Brucia di Calabria.
Brucia sotto la fontana, brucia dentro l’acqua, nel letto d’ospedale. Brucia nella stalla dove la nasconde zia Stella, come le stelle che stanno in cielo, che la nutre con briciole d’amore (che l’amore è potente e pericoloso, guardate come ne basta una goccia, e nascono figli, ne basta una briciola, e uno non muore, bastardo amore potente e pericoloso che rovini e salvi le vite).
Il 24 dicembre, nella stalla, di nascosto agli uomini ma non alle stelle, tale e quale a Gesù, il santo più forte di tutti (ma forse non dell’amore, non del diavolo, non del disonore, forse), nasce il bambino di Pasqualina e del diavolo: si chiama Saverio.
Saverio ora è un bello giuvini, alto. Pasqualina brucia ancora, con la pelle del mento attaccata al petto, per sempre, la testa china per sempre, a guardare in basso, a contare le pietre per terra. Una, una, una, una.

E’ la seconda volta che incontro Pasqualina, è la seconda volta che mi percia il cuore. Nello stesso teatro, il teatro negato nella città teatrale dell’isola teatrale che, per paradosso, spalanca i suoi sipari dappertutto, le sue recite tragiche o grottesche (indistinguibili, di solito). L’isola dove non si può suonare cantare ballare e recitare perché i soldi sono finiti, e sappiamo pure dove.  Ma sappiamo allo stesso modo che non si potrà smettere mai di suonare, cantare ballare e recitare, perché sono cose indispensabili, e senza soffocheremmo o moriremmo d’inedia.
Saverio La Ruina – calabrese di Castrovillari, pilastro di “Scena verticale”, scrittore e inveratore di “Dissonorata”, “La borto”, “Italianesi” – non è un attore e non è un drammaturgo: è una specie di miracolo tutto umano. Lui pensa personaggi come Pasqualina, la vittima designata, piccola calabrese della Calabria delle montagne, minuscola sconfinata calabrese persa in una vita secca come le pietre della strada, feroce come i lupi. Ma non li pensa soltanto: lui li scrive e poi li diventa.
Pasqualina dissonorata, Vittoria squartata dall’aborto, Tonino il sarto recluso. Corpi sacrificali, tutti perciati in qualche modo, tutti feriti, col cuore e le carni a cielo aperto: prendete e mangiatene tutti (come si suol dire in scena da mille e mille e mille anni).
Che poi oggi si chiama “femminicidio”, questo far male alle donne, punirle di esistere e di scegliere, ma in Calabria, e nel Sud, si chiamava delitto d’onore, una volta, e a volte nemmeno si chiamava: si viveva, giorno dopo giorno, nella vita secca e feroce che puniva le donne, uguale a una morte, peggio d’una morte. Quelle stesse donne magnifiche e sacerdotesse che contrabbandavano l’amore, che crescevano i figli e mandavano avanti il mondo, con la testa china. Quelle stesse donne che insegnavano l’amore ogni giorno, agli stessi figli le cui mani si armavano contro le donne, e perpetuavano la catena di dolori (ogni creatura un dolore, è questa la catena della vita).
Chi la capisce, la Calabria: mamma e carnefice nello stesso volto, nella stessa creatura. Chi la capisce, la madre che punisce la figlia, il fratello che uccide la sorella. Come nella storia di Pasqualina, agnella sacrificata.
E noi, noi ieri sera – pubblico fragile e responsabile, pubblico consapevole e volitivo, pubblico che vorrebbe andare a teatro ogni giorno e la domenica due volte ma non può – noi, alla Sala Laudamo di Messina, dietro il Teatro Vittorio, che ci dava le spalle sdegnoso e un po’ offeso, abbiamo steso le mani e preso pezzi di Pasqualina, e mentre li mangiavamo ci colavano le lacrime.
Piangevamo, io e la sorellina Elisabetta vicino a me, piangeva il vecchio politico in disarmo che non ha mai vinto una sola battaglia e porta in faccia l’orgoglio dei perdenti giusti, la studentessa fattucchiera, il professore senza studenti. Piangevamo e mangiavamo Pasqualina, e Saverio, che una volta in scena contiene Pasqualina e la sua casa minuscola nella curva del muro, e il diavolo che abita dirimpetto e se la prende nel prato nascosto e tutta la montagna, che alla fine è un corpo di donna, immenso e martoriato, percorso da bestie e uomini, a volte senza che si possa distinguerli. 

Alla fine dello spettacolo, un’anima bella ha avuto l’idea di portare una torta con la faccia di Saverio quando è Pasqualina, per farci fare la stessa cosa che avevamo appena fatto: mangiarceli vivi, piangere con loro e mangiarceli, con la gola stretta e gli occhi pieni. Lo stesso Saverio ha rifatto quel che aveva appena fatto sulla scena: si è tagliato a fette e si è imbandito.
E noi, noi lo abbiamo mangiato. Sapeva di cuore, di lacrime, di panna, di bellezza mortificata e vittoriosa, di amore doloroso, bruciato, immortale.
Certi dolori sono meglio delle gioie. 

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jep

No, dico, ma che mestiere fa Jep Gambardella, per vivere in una casa vista Colosseo? Il ministro a sua insaputa di un governo Berlusconi? Certo non il giornalista. D’arte e cultura, per giunta, suvvia.
No, dico, quando nel mezzo di un film – in questo caso “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, e nemmeno nel mezzo, diciamo quasi all’inizio – ti vengono domande del cavolo come quella di cui sopra, allora vuol dire che qualcosa non funziona. Che non c’è quella cosa lì, la “sospensione d’incredulità”. Quella per cui – poniamo – ti sembra del tutto possibile che un personaggio di Tarantino si liberi da una tomba, o uccida (da sola) cento giapponesi cattivi e molto incazzati in un night club. Ma Jep Gambardella – appunto il protagonista del film, ma è difficile chiamarlo protagonista di qualcosa, dal momento che per tutto il film continua a non succedere assolutamente nulla, ma con molto spreco di risorse – non mi sospende l’incredulità. Anzi. Diciamo che me la raddoppia.

 E ancora non ho visto Verdone con la faccia da Verdone, ma più depresso, e la Ferilli col corpo da Ferilli e l’accento da “Beato chi se lo fa il sofà”, ma più malinconica. E poi suore, nane, fenicotteri fotoshoppati (il momento National Geographic del film, e nemmeno l’unico), bambine isteriche coinvolte in performance d’arte moderna che sarebbero da Telefono azzurro, adulte nevrotiche coinvolte in performance di vita moderna che sarebbero da 118, artiste imbroglione, colf filippine inutilmente materne, vicini di casa arrestati dalla Dia (che con l’appartamento vista Colosseo obiettivamente fanno pendant), persino funerali indistinguibili dalle feste o dalle cene con tanto di cardinale masterchef umano come Bastianich.

 Filo conduttore – ma diciamo meglio semiconduttore, o anche nulliconduttore – di tutto ciò è questo Jep Gambardella (che già è un nome che l’incredulità me la fa vibrare come un rivelatore di bugie a un comizio di Berlusconi), il quale – apprendiamo – abita a Roma da una quarantina d’anni ma continua a parlare un napoletano da sketch di Carosello, tranne quando fa la voce narrante (no, non possiamo onestamente dire “narrante”: diciamo la voce “errante”) e introspettiva (ma non si sa di cosa). Jep (cioè Toni Servillo, ormai unico attore del cinema italiano: prima o poi vedremo un film in cui Servillo fa tutte le parti, comparse comprese) la sa lunga, ridacchia, tace, esercita una sua umbratile pietas, continua a dribblare assurde domande sul suo romanzo estinto (dal titolo ancora più inverosimile del nome dello scrittore, “L’apparato umano”)(e poi, a parte quelli di Dan Brown, nessuno ricorda i romanzi dell’anno scorso, figuriamoci quelli di quarant’anni fa), rintuzza una radical chic (Galatea Ranzi) che nemmeno Moretti vorrebbe in un suo film, vive flash-back, contempla – assorto e metaforico – la “Costa Concordia” coricata su un fianco, né viva né morta, solo colossale; contempla – dissolto e catatonico – Roma l’Eterna coricata su un fianco, né viva né morta, solo colossale, pazzesca, indicibile.

 Nello sfiorarsi – senza prendersi mai, senza potersi nemmeno comprendere – tra la vacuità insopportabile (e anche parecchio cretina, invero) del mondo di Jep e dei suoi amici (un campionario di tardone e ninfette, freaks e modelli che in realtà appartengono a una sola categoria, quella dei nuovi mostri) e il magnifico contenitore millenario che è Roma – coi suoi cieli, i suoi sampietrini, i suoi muschi, le sue statue senzienti, i suoi capitelli crollati, i suoi palazzi sbarrati, i suoi nobili cupi e i plebei vitali – occasionalmente, in mezzo al grottesco che implode e diventa ridicolo, in mezzo all’impalpabile che sfuma e diventa inconsistente, Sorrentino azzecca immagini, tocca corde, semina cose a sua insaputa. E noi spettatori – equamente divisi in scettici (io) e volenterosi (sempre io) – magari le raccogliamo, e ce le giriamo tra le mani, e riconosciamo una citazione, uno scorcio, un frammento di sensazione.

 Ma poi appare (e sparisce) la giraffa, in mezzo ai Fori. E la suora, la centesima suora (ora, caro Sorrentino, mi dispiace dovertelo dire, ma non puoi mettere in un solo film tutte le suore che Fellini ha filmato in una intera esistenza. Non si fa. E’ bulimia). La suora sdentata, centenaria e che si ciba di radici. Anzi, sembra fatta di radici. La suora-X Men che con un soffio fa volare tutto lo stormo di fenicotteri che si erano provvisoriamente posati sul terrazzo vista Colosseo (che mica sono scemi, i fenicotteri).

 Allora ti dici: no, grazie. Ti ricordi che non si è mai detto che per mettere in scena il vuoto occorre il vuoto. Anzi. E rimetti giù quelle cosine che avevi accidentalmente preso, rimetti giù le tue buone intenzioni, e dici “s’è fatto tardi”. Che tu mica sei Jep Gambardella, e fai l’alba per poi dolertene, come se fosse una condanna alla dolce vita (signora mia, è uno sporco lavoro non fare un cazzo, ma qualcuno deve pur farlo). Ed esci, mentre la suora sdentata s’arrampica sulla Scala Santa, sperando di non sognartela di notte, come quando mangi peperonata feroce.

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