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Archive for the ‘catalogo dei pazzi’ Category

curde

Noi calabresi, sentendo magnificare le donne dell’Est proprio per quelle cose contro cui lottiamo da anni, tipo considerare l’uomo un essere superiore, perdonargli tutto e fare di tutto perché possa sentirsi sultano di un harem privato, dove circolano solo cose marmoree in perizoma ma capaci di fare un ragù di capra che levati, abbiamo cominciato una ricerca, come dire, cardinale.
La Calabria dell’Est è soprattutto Crotone, e l’avamposto di Capo Colonna che scruta il mare verso Oriente. A Crotone una volta c’erano le fabbriche, ora ci sono i call center: le operaie sono diventate operatrici, poi precarie. Come, d’altronde, in tutta Italia. No, non sono quelle che proponeva la Perego.
Passato il mare, più a Est ci sono le donne greche: le abbiamo viste scendere in piazza Syntagma e fare la fila ai bancomat. Ora sono impegnate: devono sopravvivere, ma al modo delle donne, che comprende far sopravvivere tutti – mariti, figli, genitori, parenti stretti e non, amici, gatti, cani, ogni specie di creatura domestica o selvatica che faccia parte della famiglia. No, non ci siamo.
Salendo, in effetti c’è un vasto mondo di donne dell’Est: le ceche, slovene, moldave, polacche, russe, ucraine, o almeno quelle che non si sono spostate all’Ovest per lavorare, o quelle che non hanno sposato Donald Trump. E no, anche loro non sono proprio quelle di “Parliamone sabato”. Lavorano, studiano, portano pesanti eredità del passato; e lì le nonne non sono state angeli del focolare ma cittadine dell’impero sovietico trattate come uomini. Probabilmente è più vicina a quella balorda idea della cucinatrice sfornatrice di figli compiacitrice di maschi mia nonna, di una qualsiasi nonna ucraina.

Non abbiamo scelta: andando ancora a Est arriviamo dritti in Asia, e lì sono cose amare. In Arabia, Yemen, Iran, Afghanistan, Pakistan le donne combattono con la schiavitù da secoli: le donne che sono ultime degli ultimi, in luoghi in cui gli ultimi sono tantissimi. Le donne velate e violate. Velate dagli stati teocratici, dove il velo è segregazione, esclusione dallo spazio pubblico. Le donne violate e assassinate nell’India misogina e repressa. Le donne che appartengono all’uomo, anche giuridicamente, e hanno bisogno d’un guardiano o un tutore. E d’essere invisibili, per mostrare modestia e non turbare l’autocontrollo del maschio (che, follemente, è “superiore” alla femmina ma poi fa tanta fatica a controllarsi e quella che deve controllarsi fino a sparire è lei. Boh: nelle questioni dei diritti civili femminili l’ossimoro è una figura chiave). No, non sembrano le spensierate dee marmoree in perizoma.
Non parliamo poi delle combattenti curde: belle, forti, guerriere. Pari, soprattutto (bisognerebbe organizzare seminari maschili da qualunque Paese a Kobane, per dire: tornerebbero redenti, e il pianeta migliorerebbe).

Non resta che andare ancora a Est.
Le donne cinesi, dopo secoli di decimazioni (le neonate venivano soppresse, e persino negli anni 80 la legge “del figlio unico” ha mietuto milioni di vittime. Femmine) e mutilazioni (sapete cosa significa “Loto d’oro”? Probabilmente nessuna Paola Perego ne parlerà mai. Googlatelo), sono arrivate allo status di cittadine. Schiave anche loro, prima del comunismo, ora del capitalismo turbo (capitalismo capto ferum victorem cepit, diciamo): quelle non uccise alla nascita sono spesso solo braccia (ma non gambe e piedi, sempre per quella faccenda del “Loto d’oro”) da lavoro.
Certo, forse le giapponesi piacerebbero nella trasmissione di Paola Perego: ma non tutte, le giapponesi. Le geishe giapponesi. Loro sì che sembrano proprio quelle del vademecum: compiacciono, sono sexy, non frignano, non pretendono, perdonano. Peccato che siano (state) delle professioniste, e quindi non vale.

Non ci resta che continuare a cercarle, queste donne dell’Est. Passato l’Oceano, ci troviamo in America. Pardon, nelle Americhe: quelle delle brasiliane che passano ballando il samba e quelle delle argentine che passano ballando il tango e quelle delle messicane che passano il confine per fare da colf nelle case delle protagoniste di “Sex and the City” (tanto per restare nel target di “Parliamone sabato”). No, niente da fare: questo Est non ci convince.
Non resta che proseguire: c’è un Atlantico di mezzo, lo stesso mare che le navi degli emigranti (si chiamavano così un secolo fa quelli che oggi si chiamano “migranti economici”) percorrevano al contrario: verso Ovest. Ma siamo tutti l’Ovest o l’Est di qualcun altro.

Infatti, di Est in Est, torniamo nella nostra parte del mondo: è l’occipite dell’Africa che ci viene incontro. L’Africa carica di dolori, di schiavi, vecchi e nuovi, di donne mutilate, di donne zittite, di donne cancellate: seppellite vive nella miseria, nello sfruttamento, nella colonia assoluta. Sì, quel tocco di schiavitù che il “decalogo” pereghiano raccomandava c’è senz’altro, ma non è proprio quello.
E ci ritroviamo al punto di partenza, di Est in Est, senza aver trovato nulla: è molto strano, ma a volte i luoghi comuni non stanno né in cielo né in terra.

Firmato: una donna dell’Est, Sud, Nord, Ovest

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italian referendum

Non sono mai stata una donna da mezze misure: i Sì e i No mi si confanno dalla più tenera età, per quanto abbia cercato di correggere il mio intimo, esasperante manicheismo. Mio padre me lo diceva, e io ogni volta gli rispondevo con fastidio: “Sei democristiano”. In effetti era democristiano, e solo col tempo avrei imparato che ci sono democristiani molto più democristiani di altri, ed è tutta questione di anagrafe (tolti alcuni grandi Belzebù, soprattutto i più giovani sono i peggiori. Quelli nati, facciamo, dal 1975 in poi…).

Ho sempre amato soprattutto Molly Bloom e lo scrivano Bartleby, ovvero la donna che dice Sì sì sì e l’uomo che Preferirebbe di No. Che abbia sempre tentato di essere entrambi contemporaneamente credo dia sufficiente conto del mio stato esistenziale e mentale.

Dunque, la disfida del referendum (di questo referendum in special modo) dovrebbe essere il mio campo di battaglia, l’esaltazione – finalmente autorizzata, anzi socialmente riconosciuta – della mia personale inclinazione ai Sì e No, agli universi tutti bianchi o tutti neri, ai sentimenti drastici e alle emozioni categoriche che da sempre mi abitano.

E invece.

Premetto che d’istinto, e malgrado le cattive compagnie, mi sono da subito riconosciuta nel No. Coi gufi, gli illusi, i civatiani, gli scassaminchia, i cercatori di pelo nell’uovo, gli oppositori a prescindere ma anche a ben vedere (talora, raramente, coincidono). Pur soffrendo, come dicevo, di trovarmi accanto Santanchesse, sciichimici, Gasparri, tautologici (quelli “no perché no”: dopo accurati studi sono in grado di affermare che la tautologia funziona solo in positivo, come nell’amore: “sì perché sì”)(ma questa è un’altra storia).

Il punto è che, adesso, a poco meno di un mese dal voto, mi sento sempre peggio a stare da qualsiasi parte. Al No (ahi, Bartleby) si sono uniti certi ultrà di cui mi vergogno profondamente, ma pure al Sì (ahi, Molly), e la sensazione è di spalti gremiti di folle feroci che non aspettano altro che di entrare in contatto fisico.

1- L’evidenziatore di Aristotele

Allora ho fatto la cosa più importante, che avrei dovuto fare prima ma vabbè (nel frattempo, come gli amici sanno, sono stata colpita da tutte le piaghe d’Egitto, e anzi vorrei sapere cosa ne pensa Radio Maria, in proposito)(ma questa è un’altra storia): ho preso il testo della riforma e il testo della Costituzione (casomai, li trovate qui: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf), un evidenziatore giallo e ho evocato lo spirito aristotelico di mio padre (sì, era più aristotelico che democristiano, ma questo lo avrei scoperto molto dopo).

Ebbene. Questa riforma mi sembra non tanto malvagia quanto cazzoconfusa. Provo a buttarer giù le principali perplessità (senza ordine e senza competenza: solo una lettura attenta e senza il “sostegno” pedagogico dell’una o dell’altra parte).

  • Il Senato costruito come Camera delle autonomie mi pare abbastanza malconcepito, ne temo l’elezione “di secondo grado” e non sono sicura realizzi davvero lo spirito costituzionale (c’è, vero, me lo confermate?) di aumentare lo spazio degli enti locali.
  • Non riesco a capire cosa ci facciano, dentro, i senatori a vita ovvero presidenti della Repubblica e, a onor del vero, nemmeno i senatori “illustri” (gli ex a vita, per intenderci), che scelti per le loro qualità straordinarie forse sarebbero più utili per le materie di cui ha competenza la Camera
  • Non capisco perché per le leggi di iniziativa popolare si triplichi il numero di firme necessarie, e non approvo che il referendum popolare “propositivo e d’indirizzo” resti un pio proposito da normare successivamente, se avanza tempo.
  • Non capisco la cervellotica trovata per il quorum del referendum abrogativo.
  • Non trovo chiarissimi i rapporti con le Regioni, men che meno con quelle (come la Sicilia) a statuto speciale.
  • Non mi convince nelle prospettive, tanto sbandierate, di risparmio sui costi istituzionali: tagliare i costi è un nobilissimo effetto collaterale, semmai, ma non certo l’obiettivo principale.

Insomma, mi ricorda, complessivamente, i temi di Pallone Crescenzio, mio valoroso compagno di scuola del ginnasio, indomito ripetente pieno di buona volontà: tutto un rumore e una furia che non significavano niente, ma con molto spreco di risorse (ciao Crescenzio, spero che tu oggi sia dirigente Trenitalia).

L’ansia di tagliare, snellire, semplificare mi pare non si sostanzi in misure meditate, accorte, e onestamente nemmeno scritte con la nitida, ferma bellezza della Costituzione (ma questo è un argomento nostalgico e dannunziano che non voglio usare, quindi toglietelo dal verbale).

Mi pare sia complessivamente frettolosa e poco meditata, migliorabilissima (che è il peggio che si possa dire di una legge considerata fatta e finita) e di dubbia efficacia (e mica è un’anguria, che si può prendere a prova),

Inoltre, la Costituzione sarà Don Chisciotte, ma l’Italicum è Sancho Panza. E sull’Italicum, signori miei, ho davvero poco da dire: glielo restituirei cerchiato di blu con la scritta “rifare” (specie nelle parti del premio di maggioranza, dei nominati, del ballottaggio).

Infine: Matteo, ma a te chi te lo ha fatto fare d’intraprendere questa cosa proprio adesso? Avevamo bisogno di dividerci in questo modo atroce (e te lo dice una vecchia manichea) su una cosa che poteva ancora aspettare (mentre non possono aspettare misure economiche e sociali, legge elettorale – intendo una legge elettorale degna di questo nome – , la domanda di giustizia sostanziale, generazionale, sociale che viene da strati sempre più ampi di questo Paese)? Che poi era quello che chiedevo a Pallone Crescenzio, le rare volte che veniva a scuola: ma tu che fai qui, perché lo fai? 

2 – Non basta un sì

L’altra cosa che mi disturba sempre di più, non ci crederete, è questa paroletta, questo sloganino: bastaunsì. Non mi disturba il Sì. Mi disturba il “basta”. Mi ricorda mia nonna che mi voleva convincere che bastava un minutino e via la bua, quando mia madre m’inseguiva per casa con un siringone pieno di estratti epatici, tuorli di drago e altre credenze magico-sanitarie degli anni settanta.

No, signori, non basta un sì (ma nemmeno un no, diciamolo). Se siamo ridotti così è perché abbiamo pensato che bastasse. Che bastasse ogni tanto votare, ogni tanto scegliere sul menù. E nel frattempo fare ciascuno la sua vita, singola e separata, fuori da qualsiasi impegno o contesto “politico”, mentre il menù lo confezionavano sempre altri. E noi al limite controllavamo che fosse aderente ai nostri principi diet-etici (sì, io di sinistra corretto con proporzionale, senza grassi, e una spruzzata di diritti civili, grazie).

Lo so, non posso parlare per tutti, ma so di parlare per moltissimi, a partire da me stessa. E voglio raccontarvi una cosa: mesi fa è partita l’esperienza di “Possibile”, il movimento messo su da Civati. Minchia, mi sono detta, finalmente: qui si comincia da zero, e io posso esserci. Ho aderito al comitato cittadino (miracolo: persino nell’amorfa Messina c’erano possibilisti!), mi sono iscritta al gruppo whatsapp, ho partecipato alle prime riunioni. Cazzo, eccomi, ora ci sono pure io.

E invece.

Sono stata superficiale, pigra, imperdonabile. Ho cominciato a saltare le riunioni, a ridurre il tempo per informarmi. Ho inventato bellissimi alibi, alcuni pure convincenti: il lavoro, la famiglia, la salute (in effetti, un mese di stampelle non è male, ma resta un alibi). Perché partecipare costa. Costa fatica, tempo, sudore, noia. Costa confrontarsi con gli altri, scornarsi, non riuscire ad affermare il proprio punto di vista. Dialogare costa. E la fatica inenarrabile di quel percorso – che pure era splendido, e aurorale, e vero (per inciso: Civati mi sembra tuttora una delle cose migliori della sinistra superstite e affaticata, la sinistra non urlata e non concitata che non può essere di moda) – mi ha fatta desistere. Faccio outing: non ci sono riuscita, e non posso fingere che sia stato per forza maggiore.

Ma oggi questa frustrazione, questo senso di colpa mi serve per dire che no, non “basta” un sì. Non potete chiedere: dai, scrivete sì e poi tornatevene alle vostre occupazioni, al vostro nido e/o ombelico, che qui facciamo noi.

No, non basta un sì e neppure un no: basta col basta.

La Costituzione dovrebbe dire: scendete qui e fatelo, facciamolo assieme. State qui, tutti, siisti e noisti, Molly e Bartleby, discutete, lavorate, non scegliete su nessun menù. Da oggi si cucina. Costituziochef.

Ecco.

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orroretiziana

Da giorni rimugino il mio rancore, il mio dispiacere, la mia vergogna per la bambina asservita al branco di giovani maschi di Melito. Sono calabrese, e questa cosa schifosa per chiunque, a qualunque latitudine, mi colpisce di più, perché me ne sento oscuramente responsabile: dov’ero io – che per giunta faccio la giornalista nel quotidiano di questa regione – mentre un’intera comunità pur dotata di scuole e istituzioni, persino chiese, pur capace di consumi sofisticati e pienamente collocata in quell’Occidente immaginario che gli agitatori dello scontro di civiltà mi dicono davvero diverso dai mondi cupi dei veli, dei burquini, della misoginia di Stato e di Chiesa, regrediva o forse nemmeno si evolveva – solo ingannevolmente rivestita di modernità – restando posata sul bordo di quel medioevo perenne, invincibile, di cui ha dato prova? Perché non ho capito? Quanto buio infiltra questi nostri paesini pacifici, queste contrade laboriose, questi pii circondari?

Che sono gli stessi della ‘ndrangheta, attenzione. Gli stessi luoghi insospettabili dove quell’altro mostro medievale si nasconde in piena luce, negata da tutti, taciuta da tutti, intenta a farsi i fatti suoi in mezzo a tutti.

Ho grande difficoltà a capire, a spiegarmi, ad accettare che non sia, come ci raccontiamo sempre, una minoranza di cattivi soggetti, ma che un frammento di Male stia ovunque, negli androni, nelle canoniche, sulle panchine, ai tavolini dei bar. E non perché i concittadini della bambina in massa non sono andati alla fiaccolata: per la qualità pervicace, ottusa, ignobile del loro silenzio, della loro disapprovazione per la vittima, della loro comprensione per i carnefici.

Li guardo, i violentatori seriali  (ringraziando gli dei che stavolta, a differenza di tante altre, ci siano facce da guardare, nomi da leggere): facce qualunque, tagli di capelli e barbe leggere di quelli alla moda paesana dei rotocalchi, qualche corruccio, nessuna traccia di timore o vergogna.

Mi chiedo dove abbiamo sbagliato, noi illusi di essere in chissà quale luogo privilegiato del pianeta, così felice, così avanti e sicuro di sé, dove un numero imprecisato di Voltaire e di Simone de Beauvoir, di Montesquieu e di Sigmund Freud ci avevano fatti uscire dalle nebbie, tanto da poterci vestire di orrore davanti alle bambine stuprate e impiccate in India, alle donne seppellite fino alla testa e lapidate in Iran, alle spose di otto anni in Yemen, alle piccole infibulate in Somalia.

E invece no. Anche noi abbiamo un catalogo di orrori accanto a casa – e io di più, perché conosco Melito, ci sono stata tante volte, ho persino amici, lì: io sono cresciuta nello stesso mondo di tanti di loro – e non si tratta solo di un fatto di cronaca, un delitto privato in cui ci sono responsabili e vittima, ma di un fatto potentemente sociale, un delitto pubblico in cui il numero dei fiancheggiatori, attorno ai responsabili, è enorme e forse incalcolabile. Perché, sapete, basta una frase, per rivelarli, per metterli senza appello in quella schiera. “Se l’è cercata”. “Era movimentata”. “C’è tanta prostituzione”. “Sono cose di ragazzi”.

E mi chiedo quanto tempo ci metterà la mia Calabria ad arrivare in Occidente, se esiste. E come posso fare a svelare la persistenza del medioevo – che è come svelare la persistenza sottile, ubiqua, immanente e sfuggente della ‘ndrangheta – in queste strade ortogonali, tra questi negozi di smartphone, in questi bar alla moda, in queste casette accessoriate, dove le tv alzano i loro gioiosi jingle di riconoscimento, e ci spiegano il Bene di Don Matteo, e nascondono il Male sotto il tappeto, con la scopa.

Ma oggi, su queste furibonde e mortificanti riflessioni, piove un’altra vergogna, che nasce dalla stessa materia melmosa, inequivocabile eppure sfuggente: il tristissimo suicidio di Tiziana Cantone. La donna (perché definire “ragazza” una donna di 31 anni fa parte della malattia collettiva da cui siamo affetti, che tra i suoi sintomi ha anche quest’infantilizzazione programmatica) finita su uno schermo italiano su due per un video hard. Roba di pessimo gusto, senz’altro. Roba francamente cretina, anzi. Che tra amanti tutto è lecito, per fortuna (ancora una volta ringraziando tutti quei signori, da Montesquieu a Freud, ché in alcune regioni di questo pianeta – inclusi gli Stati Uniti antidarwinisti e creazionisti, tanto per mappare il medioevo ovunque si trovi – alcune pratiche sessuali sono vietate e sanzionate per legge), ma resta da capire quale incremento del piacere porti una ripresa su smartphone (a meno che un altro sintomo della malattia collettiva non sia questo: lo smartphone come zona erogena), specie se affidata, la suddetta ripresa, a un vero cretino. Un cretino che dopo, per imprecisati motivi (la cretinaggine non è consequenziale e non è logica: ecco perché è estremanente pericolosa), rende pubblico quel video privatissimo e lo consegna ad altrettanti cretini.

E qui torniamo al problema dei fiancheggiatori: quelli del crimine sono tanti, quelli dell’idiozia sono tantissimi, incalcolabili.

Alcuni giorni fa un collega giornalista ha diffuso tra i suoi contatti un fotomontaggio in cui alla vagina che occhieggiava dall’abito indossato in passerella alla Mostra di Venezia da due tristissime starlette era stato sovrapposto il volto d’un noto transgender: lui (il mio collega), che è cresciuto in una ricca famiglia siciliana, fa il giornalista, è laureato e sembra in tutto una persona normale (pensate l’idiozia che capacità mimetiche possiede), sghignazzava con gli amici per questa cosa francamente al di là della mia capacità di comprendere. Una cosa che denuncia il maschilismo abietto, la volgarità, il disprezzo per l’altro che, come un fondo melmoso e invincibile, evidentemente resta lì, attraverso i secoli, la storia, l’istruzione, il progresso, come un perverso humus alla rovescia.

Idioti lievi come lui, irresponsabili convinti di star facendo una cosa per ridere, una cosa persino innocente, hanno fatto la fortuna del video di Tiziana, che è diventato, come si dice oggi, “virale” (eccola ancora, la malattia collettiva).

Tiziana ne ha avuto la vita rovinata: ha cambiato città e nome, e infine si è uccisa. Perseguitata da eserciti di innocenti idioti, a cui certo si sono uniti, strada facendo, molestatori professionisti, odiatori da tastiera, repressi pericolosi, misogini profondi (che non sono solo maschi: la misoginia delle donne è ancora più temibile, così introiettata e feroce e impossibile com’è) e tutta la fauna che popola il web ma solo perché comunque popola la Terra. Che in altri Paesi magari, invece di cliccare insulti, va a tirare pietre all’adultera.

E io di nuovo, così soverchiata da tutto questo, mi chiedo dove stiamo sbagliando, cosa possiamo fare.

Perché io continuo a credere al web, cioè al pianeta (finché esisterà un filo d’erba sulla Terra, ce ne sarà uno fotografato su Instagram), come luogo dove esiste una linea evolutiva. Dove la tecnologia supporta la conoscenza, e non si fa strumento dell’ignoranza. Dove le comunità crescono più degli individui, meglio degli individui. Dove le ondate di sdegno, e sgomento, e dolore riguardano le lesioni dei diritti, dei corpi, delle libertà. E invece esco di casa, e trovo Melito.

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fortuna-loffredo

fortuna due

Adoro il popolo della Rete, qualunque cosa sia, e di solito mi piace molto l’ondata che si solleva quando questo o quello dei protagonisti dello show pubblico dicono qualcosa: segnala che bisogna stare attenti, che c’è sempre il rischio che una risata ti seppellisca, se sei così scemo da dire cose come “tra due anni sconfiggeremo il cancro”, “nuoterò nel Tevere”, “abbiamo traforato il San Gottardo, che bravi” o “ciaone”. Che il campo è di tutti, ma è minato, e devi stare almeno attento, quando ci scendi. E’ la parte bella della Rete, quel soggetto collettivo e senziente che a volte sembra proprio l’opposto del soggetto individuale e dormiente che più o meno è sempre stato bersaglio (target, si dice nei lunapark dell’informazione) dei media tradizionali, e protagonista indiscusso dell’Auditel (quello strumento che, per quanto mi riguarda, ogni giorno mi fa riconsiderare, anche più dei lavori del Parlamento, il concetto di volontà della maggioranza, caposaldo della democrazia).

Però è pur vero che a volte le ondate si sollevano piuttosto incongruamente, scatenate da macroscopici errori d’interpretazione, agevolati talora dalla babbea faciloneria del circo mediatico, che estrapola e strilla senza curarsi o quasi di articolare e vagliare e comprendere (e poi se la prendono con noi di Twitter).
Mi pare che sia questo il caso del buon Augias, oggi.

Non fraintendetemi: considero il buon vecchio Corrado attraente come una colite. Trovo i suoi libri superflui, la sua conversazione stucchevole, le sue opinioni sbiadite e la sua acconciatura insostenibile: ne apprezzo, devo ammettere, solo i modi d’antica cortesia e un certo qual decoro che mi fa pensare a mio padre e altri gentiluomini del passato, oggi praticamente estinti ed espunti dal discorso pubblico. Ma stavolta devo proprio difenderlo.

Le sue considerazioni a proposito di una delle foto della piccola, sventurata Fortuna  Loffredo (che stridore, penso ogni volta: quel nome così augurale e ampio e dorato, quel nome che avrebbe dovuto portarsela in carrozza verso la buona sorte, mentre invece è volata, scalza, come un mucchietto di stracci nel vento) non credo proprio fossero una malaugurata e fondamentalmente incongrua colpevolizzazione della vittima; il buon Corrado non voleva certo dire che gli elementi che leggeva in quella foto (i boccoli, la posa, l’atteggiamento) fossero altrettante “giustificazioni” per l’attenzione morbosa nei confronti della bambina (perché qui di bambina parliamo, di scolara delle elementari). Non voleva dire – come ahimé ho letto – che “la bambina, comportandosi come una sedicenne, se l’era cercata”. Sapete che il “se l’è cercata” lo ammetto solo se sorprendete Salvini in cucina e lo prendere a padellate in testa: non lo trovo ammissibile in alcuna altra fattispecie di reato, vostro onore, tantomeno i reati sessuali, in cui la colpevolizzazione della vittima è strumento odioso e antico dei peggiori reazionari.

Io credo che il buon Augias cercasse di sottolineare un dato che prescinde dalla storia di Fortuna e dovrebbe forse essere motivo di riflessione collettiva: la precoce sessualizzazione dei bambini, che fa il paio con l’adolescentizzazione degli adulti. I bambini che, a loro insaputa ma certo in dipendenza dai modelli di comportamento che assorbono, assumono precocemente i “modi”, le pose della seduzione, il tentativo d’attirare l’attenzione attraverso l’appeal fisico. Mai visti certi book fotografici, sui social, di quattordicenni che sembrano uscite dai portfolio di Hamilton? Mai viste le piccole miss (sì, scolare delle elementari) con gli occhi bistrati e gli abiti di lustrini e tutto un corredo assurdo e incongruo di ammiccamenti? Ci si atteggia, ci si abbiglia, ci si comporta secondo i modelli che si hanno, inconsapevolmente, quando hai sei anni e devi imparare tutto dalla vita e da quei cosi lì, gli adulti, che a volte sono più incoscienti di te che almeno hai sei anni.

Non stupisce che, in contesti degradati come quello in cui si è svolta la vita breve e sfortunata di Fortuna (ma non solo lì), simili modelli allignino e si coniughino con altri fenomeni perversi: quelli per cui l’adulto si rivolge al bambino, al corpo del bambino, perché gli garantisce una sessualità di puro consumo e sopraffazione, lo mette al riparo dalle richieste dell’adulta alla pari, forse persino fa tacere qualsiasi dubbio sulle proprie prestazioni, oltre a essere un feroce esercizio di potere.
Tutti (sotto)prodotti del degrado dei rapporti, della confusione dei ruoli, della problematicità delle relazioni, della fuga dalle responsabilità, della riduzione dell’Altro a oggetto di consumo.
Complici i modelli osceni di successo centrato sul corpo e i suoi allettamenti, i dementi miraggi e messaggi televisivi (ma non solo, non più solo), la mercificazione del sesso.

Il buon Augias leggeva tutto questo, nella foto della povera, piccola Fortuna coi boccoli: molto oltre lei, oltre la sua famiglia sventurata, il suo ambiente colloso e colluso, i segreti del Parco Verde nascosti sotto gli occhi di tutti. Il che non toglie un’oncia alla violenza indicibile di quello che è accaduto al suo corpicino, alla sua anima di bambina, al suo nome lieve e augurale e gonfio di speranze tutte tradite, bucate. Il che non toglie un’oncia alla nostra – e sono certa, anche del vecchio Augias – pietà, al dolore, alla terribile consapevolezza di non capire, non sapere, non rendersi conto degli inferni che i bambini, a volte, devono attraversare. Protetti da niente, dal loro cappuccetto rosso, da qualche nome di cartapesta dorata che luccica, appena prima del buio.

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l'uomo coi fiori

Io l’ho visto, come tutti voi, più d’una volta: l’uomo coi fiori. L’uomo con lo zainetto Nike e un mazzo di fiori, avvolto in carta verde. Era l’unica cosa colorata, forse viva, nel tunnel della metro invaso dal fumo e dal panico, tra la gente che camminava sui binari, e non c’era niente altro da vedere, se non sagome indistinte, e poco da sentire, se non echi lontanissimi, e il fiato della paura, che però forse era anche il nostro di noi che guardavamo, in cammino dietro quell’uomo, dentro una tragedia di cui non vedevamo nulla ma sapevamo tutto, come di solito succede a chi le cose le vive davvero, e vede solo tunnel bui e fumo, e magari le documenta per quello che sono, e tutti noi – che da casa c’abbiamo la visione panoramica, gli schermi divisi, i media accostati a far scintille tra loro (una volta si faceva per accendere il fuoco: si strofinavano i legnetti. Ora si fa con le notizie) – a guardare e immedesimarci, che è la nuova frontiera dell’informazione.

Così ero dietro l’uomo dei fiori, per molto tempo, almeno fino a quando qualcun altro è sbucato dal tunnel e ha fatto altre foto, altri filmati da guardare per immedesimarci tutti, #nousommesBruxelles.
L’uomo dei fiori portava i fiori nella metro delle nove, proteggendoli dagli spintoni, tenendoli ben alti, persino nel tunnel del buio. L’uomo dei fiori aveva la sua destinazione precisa, il suo cammino segnato, la sua fede incrollabile.
E io ho pensato a lui tutto il giorno: avrà consegnato i suoi fiori? Cosa gli avrà detto, cosa avrà fatto la persona a cui li stava portando? Lo avrà abbracciato, con tutti i fiori? Li avrà buttati via per abbracciarlo meglio, saperlo sopravvissuto con tutta la certezza del corpo, con quel modo di stringersi a un altro che è – sempre – trattenerlo qui, qui e adesso, al riparo dalla morte, dal caso, dall’instabilità del mondo?

E voi direte: ma come, ci sono tanti morti e tu pensi all’uomo coi fiori? Non sarai anche tu di quelli che mettono bandiere, e lumini, e si colorano il profilo su facebook o twitter, e sì, portano fiori?
Sì, io sono di quelli che portano i fiori. Quella mattina, a Bruxelles, c’erano in circolazione altre persone con un bagaglio speciale, una destinazione precisa, un cammino segnato, una fede incrollabile. Avevano un guanto nero, uno aveva un cappello. Non portavano fiori, ma esplosivo imbottito di chiodi.
E ora le anime belle mi diranno: ecco, loro portano esplosivo, tu che fai, porti i fiori? Sì, rispondo, io sono come l’uomo coi fiori. Nel tunnel buio io porterò sempre i fiori. Che la Storia (quella grande, lassù) è tutta tunnel bui e occasionali varchi di luce, esplosioni che ci mettono in fuga e binari lungo cui camminare col cuore stretto dall’incertezza, e la storia (quella piccola, quaggiù) anche di più, ma, infine, cosa saremmo senza quei fiori, quella promessa d’un abbraccio che ci sciolga dalla presa della morte?

Un uomo che amo molto – un uomo coi fiori – m’ha detto: se quei fiori sono arrivati a destinazione, l’umanità ha ancora una speranza.
Ecco perché io porterò sempre i fiori.

Se ci trovi dei fiori, in questa storia, sono tuoi.

 

qui il link per il video dell’uomo coi fiori: http://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/bruxelles_attentato_metro_malbeek-1626387.html

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ashley-la-ragazza-americana-uccisa-a-firenze_559807

Salve, sono quella che soffre di deformazione di genere.
Sì, ce l’ho particolarmente lungo. Il rancore. Il malanimo. Il dispiacere, ogni volta che ci sono (cioè spesso) casi come quello di Ashley Olsen, l’americana uccisa da un ragazzo senegalese a Firenze, senza un vero motivo.

E a quelli che commentano “Se l’è cercata”, vorrei ricordare che:
– Ashley Olsen stava applicando, appunto, i nostri valori occidentali: si riteneva libera di andare a letto con chi le pareva, senza dover rischiare la vita (e poi pure le scemenze di chi commenta la sua morte);

– che Ashley Olsen era extracomunitaria, esattamente quanto il senegalese che l’ha uccisa, ma nessuno l’ha mai apostrofata come “extracomunitaria”. Perché le parole sono divise, angolazioni, dichiarazioni d’appartenenza (di te che le dici, non di quelli che cerchi di definire). Sì, lei era “regolare” e lui no, ma sempre extracomunitaria, checché voi pensiate e apostrofiate;

– che Ashley Olsen non era una “ragazza”, ma una donna di 35 anni (e qui si dovrebbe aprire una parentesi enorme sui meccanismi mediatici di attribuzione d’età nel nostro mondo tardoadolescenziale, gerontofobo e bimbominkieggiante: ne parla accortamente Andrea Riscassi qui)

– che la vicenda è tutta brutta, deprimente e umiliante (la lite, le urla, lui che la spinge, la insulta, lui che le ruba pure il cellulare, lo usa per telefonare alla sua fidanzata italiana), ma non per i motivi sbagliati (cioè quelli che adducono i liberisti del sesso ma moralisti della libertà, i difensori “dei nostri valori” soprattutto quando si tratta di valori sinistramente – anzi, destramente – simili a quelli da cui secondo loro ci si dovrebbe difendere): perché è orrendo sempre, l’omicidio, perché è orrendo sempre l’omicidio di una donna, perché è orrendo sempre quando fare sesso non avvicina due persone, ma le mette addirittura uno contro l’altro, uno contro l’altra (e anche questa è una sconfitta, dico una sconfitta occidentale, sia pure dentro una vittoria, che resta quella della mia libertà di donna di portarmi a letto chi mi pare, anche uno sconosciuto, e di continuare a essere difesa e protetta dalla legge persino lì, nel mio letto accanto, o sopra o sotto uno sconosciuto).

In conclusione:
– sì, credo che si possa parlare di femminicidio, come in tanti altri casi in cui nessuno dei due è “straniero”;
– no, non credo c’entri nulla lo scontro di civiltà ma sì, credo c’entri sempre la guerra dei sessi e forse dei censi, la donna più debole (parlo proprio di complessione fisica, status muscolare, braccio di ferro) ma economicamente sovrastante, la subalternità affamata in cui si muovono, nel nostro mondo “libero” e “ricco”, coloro che non sono né liberi né ricchi, specie se vengono da culture profondamente, intollerabilmente misogine (persino più della nostra, che ha fatto davvero un cammino in avanti, malgrado tutto quello che sappiamo e sapete – quindi evitate di ripeterlo nei commenti, grazie – sulla mercificazione e lo sfruttamento del corpo della donna, sull’inferiorità economica e sulla disparità di trattamento e opportunità, sulla tragica mancanza di sostegni istituzionali ai ruoli multipli delle donne).
– no, non se l’è cercata. Ha fatto quello che succede a ogni istante pressoché ovunque. E’ stata sfortunata, forse stupida. Non è un buon motivo per negare tutto il resto, per negare il suo diritto a essere sicura, il suo diritto ad avere giustizia, il suo diritto a non subire alcune stupida diminutio del suo status di vittima. Vittima femmina.

 

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arifa-bibi

Siccome in questo blog ci piacciono le patate bollenti, quella di oggi sono i fatti di Colonia: l’aggressione sessuale indiscriminata, di massa, che nella notte di Capodanno ha colpito le donne, tutte le donne che si trovavano lì, nella zona della stazione, a opera di una non meglio definita torma di giovani uomini definiti “arabi o nordafricani”. Novanta denunce (sembra destinate ad aumentare, e sembra inoltre che una cosa del genere sia accaduta pure ad Amburgo), indagini serrate ma non è chiaro su chi e cosa, visto che di quel migliaio e passa di uomini si sa molto poco. Rifugiati? Immigrati regolari? Immigrati irregolari (posto che in Germania ce ne siano)? Comparse?

La prima cosa che m’è venuta in mente è stata la modalità del tutto inconsueta con cui questa notizia è affiorata – non più tardi di 24 ore fa – fino a campeggiare ovunque (come senz’altro merita). Viene però da chiedersi come sia possibile che, nel mondo simultaneo in cui viviamo, dove ogni cosa è condivisa pressoché al suo accadere, questa notizia ci abbia messo ben cinque (cinque) giorni a farsi strada nelle home page e sui social. Perché sia tuttora così poco chiara nei particolari, e di fatto – nelle migliaia di ripetizioni e ri-confezionamenti – piuttosto monolitica, con un corpus narrativo sempre uguale e quasi privo di dettagli aggiuntivi, come di solito avviene nella natura “a cascata” dell’informazione. Una notizia che non si muove affatto come di solito si muovono le notizie (tanto che c’è persino chi sospetta persino teatrini e montature anti-Merkel, sceneggiate che smantellino la pietas dell’accoglienza).
Nulla di questo, ovviamente, toglie un’oncia allo stupore traumatico, al franco orrore che uno scenario simile suscita.

La seconda cosa che ho pensato – al netto dei clamori del solito coro tragico degli xenofobi e razzisti – è stata: finalmente, ora si dovrà affrontare quel cavolo di nodo taciuto, dribblato, ignorato finora persino dalle migliori menti della mia generazione: la sostanziale misoginia che – sostenuta da sistemi religiosi (non solo, non necessariamente islamici) fondati sulla coercizione e da sistemi politici fondati sulla tirannia e da sistemi educativi fondati sulla repressione sessuale – informa interi Paesi, intere culture.
Sì, anche molti dei Paesi dei rifugiati, le cui donne sono due volte vittime: nello spazio privato e nello spazio pubblico.

E da donna, da donna pensante, da donna pensante occidentale che i veli se li è dovuta levare poco alla volta, in decenni e forse secoli, io non posso tacere che, se c’è una questione, come dire, verticale, che riguarda popoli, Paesi, guerre e dittature, migrazioni e frontiere, ce n’è un’altra, ahinoi, orizzontale, che riguarda la condizione femminile trasversalmente e forse globalmente.
E questa questione incrocia, in tremenda rotta di collisione, tutti i nostri discorsi sull’integrazione e l’accoglienza, sulla mescolanza e il rispetto.

La scena che sembra emergere dai fatti di Colonia – gli inauditi fatti di Colonia, e sono particolarmente contenta di poter piazzare con pienezza quell’ “inauditi”, nell’Europa che pure ha bruciato le sue streghe e ha discriminato le sue donne, nell’Europa della crisi dove pure le teste delle donne sono le prime a cadere, i diritti delle donne i primi a essere messi tra parentesi (ma toccherà a tutti, tranquilli, è solo questione di tempo), nell’Europa e nell’Occidente che pure fonda intere industrie di pornografia e sfruttamento sul corpo delle donne – ricorda la scena, le scene descritte nel recentissimo libro di Mona Eltahawy “Perché ci odiano”, breve trattato sulla misoginia che copre, col suo velo nerissimo, intere aree del nostro mondo. Il palpeggiamento di massa, la riduzione della donna a corpo di soddisfazione collettiva e indiscriminata, a oggetto d’istinto predatorio primario, a prescindere dal suo aspetto, dalla sua età, dalla sua condizione: una cosa che le donne di altre zone del mondo – ci racconta con dovizia di dettagli la Eltahawy – conoscono bene, e fin dalla più tenera infanzia. Secondo un principio di possesso e di predazione autorizzato talora persino dalle leggi, e comunque di fatto vigente in ogni ambito della vita, a cominciare dalle relazioni più intime e familiari. Un principio mai messo in discussione, persino nei Paesi in cui le donne sono scese in piazza al fianco degli uomini per rovesciare regimi e tiranni: il loro privato regime, i loro privati tiranni sono ancora tutti lì.

E non è questione di velo o non velo, anche se la motivazione prima del velo, vi ricordo, è sempre la legge di “modestia” inflitta alle donne, e la necessità che non “turbino” l’autocontrollo maschile, che, si sa, malgrado siano loro il sesso forte, è assai debole…

Infine, una vicenda come quella di Colonia e Amburgo – speriamo col passare delle ore più dettagliata e chiara in tutti i suoi aspetti – merita una franca, anzi spietata riflessione, perché tocca quel nodo dolente e cruciale dei diritti femminili e dei diritti umani (questioni pressoché indistinguibili in molte parti del mondo), e non possiamo consentire che, in nome di un imbecille e omertoso “relativismo culturale”, o in nome di un’opposizione purchessia agli scemi xenofobi (cosa sempre buona e giusta), lo si passi sotto silenzio. In troppi e troppe stanno tacendo, in queste ore, sia pure – taluni e talune – per il nobile scopo di non nuocere alla causa dei disperati che bussano alle nostre porte. 

Ma io sono furiosa, come donna, come cittadina del pianeta, come attivista dei diritti umani. Sono stanca di collezionare donne lapidate, decapitate, stuprate e impiccate. Donne violate in tutte le forme possibili. Donne zittite, cancellate a partire dal volto, dai capelli, dagli abiti.
Non si fanno rivoluzioni e non si fanno accoglienze, senza risolvere la questione delle donne. E nessuna donna può stare in silenzio, da qualunque parte stia, in qualunque dei nostri mondi abbia la sorte di vivere.

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