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Archive for the ‘catalogo dei pazzi’ Category

giggino giggetto

Resteranno gli anni di Giggino. L’epopea del bibitaro divenuto principe. Il romanzo del giovane povero (di talenti) proiettato ai vertici del Paese, a capo d’un movimento politico, a discutere di governi e premierati, a dettare condizioni e interloquire col Capo dello Stato. La misteriosa congiunzione astrale, anzi proprio l’allineamento dei pianeti che ha consentito a un giovanotto senza doti, cultura, qualità, competenze, esperienza, carattere di diventare un politico di primo piano senza nemmeno un minimo di gavetta, di apprendiStato, di lettura di bignamini istituzionali. Un’ascesa che solo la letteratura potrà davvero raccontare, come si raccontano le imprese leggendarie e le creature inspiegabili.

Non fraintendete: l’essere bibitaro, in sé, sarebbe persino una qualità. Dopotutto, i padri costituenti sognavano un Parlamento affollato di bibitari, lavandaie, minatori: l’epica della costruzione di sé e del Paese malgrado le condizioni di partenza appartiene non solo alla generazione dei nostri avi, ma proprio allo spirito della Costituzione, all’edificazione corretta della democrazia rappresentativa.  Però un passo necessario, in questo percorso luminoso, sarebbero lo studio e l’acquisizione di competenze, unica via di riscatto da condizioni sociali o personali sfavorite. Dai campi e dalle officine, e certamente anche dallo stadio San Paolo, agli scranni più alti, ma studiando. Questo è il passaggio che la storia di Giggino il Miracolato salta a piè pari.

E infatti eccolo lì, a capo d’un movimento che persino teorizza l’uno vale uno, e per cui l’assenza di competenze è un vanto e una garanzia, così come il disprezzo per le prassi, i galatei, le forme, i copioni istituzionali che si ignorano, si vilipendono, si ascrivono, con franca superbia, al mondo dei compromessi e degli “inciuci” che si vuole, legittimamente, sterminare. Salvo non sapere bene dove collocarlo e che aspetto dar loro.

Manco a dirlo, il prode Giggino si trova coinvolto nel momento di maggior confusione, di aperto caos istituzionale: colonna d’un governo e ministro del Lavoro (e già questo avrebbe dovuto toglierci il sonno), capo d’un movimento che in Parlamento ha il 32%, vicepremier d’un premier che ha voluto imporre proprio perché era terzo e non accostabile ad alcuna forza politica, un tecnico ma senza dire la parola “tecnico” (che le folle si turbano e sentono odore di competenza, quindi di corruzione a prescindere, secondo i dettami del Sacro Blogghe), un prestanome e prestafaccia che coprisse la realtà d’un governo di ricatto e squilibrio. E poi membro d’una coppia scoppiata, tradito dal consorte di vicepremierato, colpito e affondato con solo un gemito, uno sguardo ferito nel volto d’eterno ragazzino sbigottito, uno a cui viene voglia di prendere la mano e dire: “Siediti, che ti spiego io cosa sta succedendo”, e dargli un bicchiere di latte con la cannuccia.

Ora dicono sia asserragliato nel bunker, a ripetersi i suoi venti punti per non scordarli, a contare e ricontare i successi di 14 mesi di sgoverno i cui nodi stanno per venire al pettine (ed è forse questo il motivo per cui l’ex sodale e collega di vicepremierato, il Ministro della Giustizia Sommaria, inventore dei porti chiusi e delle libere moto d’acqua in libero Papeete, s’è dato a una fuga scomposta).

Chissà dove finirà l’epopea di Giggino l’Inconsapevole, Giggino l’Immodificabile, Giggino che pure come personaggio da romanzo ha il problema obiettivo di cominciare e finire allo stesso modo, senza che le circostanze riescano a cambiarlo. Chissà dove arriverà – Gigino a Palazzo Chigi? Gigino al Quirinale? Gigino imperatore della Galassia? – e cosa riuscirà  a combinare, nel frattempo. Un giorno, forse sarà la fantascienza a raccontare questi momenti, perché non vadano perduti come lacrime nella pioggia.

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Cara Chiara,
mi dispiace tanto per gli insulti che hai raccolto sul web (anche se persino il più pacifico o insignificante di noi tutti, prima o poi, becca il suo troll: è una specie di legge, un logaritmo dell’idiozia digitale, e più sale la tua visibilità più cresce il numero dei potenziali dementi che verranno a insultarti), ma devo dirti che tentare Miss Italia per affermare una cosa pur bella anzi bellissima, come l’interezza della tua persona a dispetto dell’amputazione, non è esattamente una bella mossa. Perché, vedi, nessuna delle ragazze che concorrono a quella coroncina di strass (porta pure un gruzzoletto di contratti pubblicitari e un anno di ribalta, certamente, ma che valgono sempre di meno, nel mondo degli youtuber e dei blogger che possono diventare miliardari cominciando da uno smartphone)(ogni riferimento a Chiara Ferragni è intensamente voluto) è davvero intera. Ne manca sempre almeno un pezzettino, per accettare di sottoporsi a una delle pratiche storicamente più mortificanti: la misurazione della bellezza. Proprio, misurare quanto sei bella. Quanto sei più bella di un’altra. Quanto hai più o meno seno, quanto ti brillano gli occhi, o i denti, o i capelli. Quanto hai le anche rotonde, i malleoli puntuti, le cosce tornite. Non tu, tu nella tua interezza, ma tu in rapporto alla bionda, o alla mora, o alla rossa tua vicina di fila, anche lei col numerino appizzato alla tetta (e i bravi presentatori ti chiamano proprio così, “la 3”, “la 12”, “la 21”: come se non fossero donne, ma linee del bus).
Perché – vedi – la bellezza, quando tenti di misurarla, diventa un’altra cosa, una cosa meno bella. Certo, una volta si faceva proprio col metro (90-60-90 erano considerate le misure perfette, come uno stampo per ciambelle), ma non è che ora sia tanto diverso: semplicemente, si finge che facciano parte del pacchetto anche cose come giocare a pallavolo, studiare canto o recitare poesie.
Possiamo raccontarcela come vogliamo, che è questione di charme, che lo spirito è determinante, ma sempre la stessa cosa resta: una parata da foro boario, dove fingendo di valutare imprecisate doti intellettuali (ieri c’è stato una specie di interrogatorio che faceva sembrare gli Invalsi il test del Mensa), si continuava a misurare con quel metro lì. Quello delle ciambelle.
No, Chiara, tu sei bellissima intera. Lasciali perdere, i posti dove nessuna donna resta intera, misurata e numerata com’è, poverina.

ps: lamentatio di vecchia femminista che ha sempre considerato i “concorsi di bellezza” cose infinitamente stupide e un poco tristi, e continua a  crederlo intensamente.

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Caro Michele Serra,

leggendo la sua “Amaca”, rubrica che leggo spesso e apprezzo quasi sempre, del 20 aprile mi sono chiesta: ma qualcuno ha hackerato la firma di Serra? Un infiltrato di “Libero” ha scritto la rubrica in sua vece? Sono stati i sabotatori di YouTube che ora ci riprovano?
Perché, davvero, pur avendola letta diverse volte, anche al contrario – hai visto mai, fossero vere le leggende metropolitane – , e per non incorrere nell’accusa di “fraintendimento doloso” che subito è piovuta addosso a chi, come me, s’era sentito in grave imbarazzo, mi sono accorta che non c’era possibilità di fraintendimento. Era davvero una cosa imbarazzante.

Lei scrive che nel nostro Paese falsamente egualitario (e fin qui sono d’accordo), “c’è uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”.
Partiamo da qui. E’ vero e sarebbe assolutamente cretino negare che esistono grosse sperequazioni e divisioni verticali tra noi che viviamo in questo Paese (ma vale per tutto l’Occidente, e in misura ancora più devastante per il resto del mondo). Ma la divisione è anzitutto, e sempre più marcatamente, una: chi ha i soldi e chi non ce li ha. Cosa che, ahimé, non coincide più, o pochissimo, col sistema di “ceti” a cui Lei fa riferimento e che sembra più quello del libro “Cuore”.

Mio nonno lavorava nei boschi calabresi, era illetterato e non aveva potuto fare che poche classi delle elementari: ha studiato tutta la vita per affrancarsi da quella che, sosteneva, è la vera fabbrica di schiavitù e diseguaglianze: l’ignoranza. Mia madre è stata la prima laureata della famiglia (e di tutta la vallata del Gallico) e una delle sei iscritte donne alla facoltà di Medicina degli anni Cinquanta. Io ho potuto vivere bene, e laurearmi a mia volta, e poi fare la giornalista, ora in bassissima fortuna, da anni in solidarietà e, da ultimo, cassa integrazione. Mio figlio sta prendendo una laurea, ma dal panorama di oggi, qui, sembra che tutt’al più potrà fare il fattorino di Foodora, o l’operatore di call center, o al limite lo stagista gratis. Guadagnando probabilmente meno di quello che alla sua età guadagnava mio nonno. E non so bene dove collocare tutti questi personaggi, nella tassonomia sociale che lei adombra: popolo? Borghesia? Neoproletariato di ritorno?

La Sua acuta correlazione tra “comportamento” e “ceto” cosa significa esattamente? I i nuovi poveri laureati, che sono economicamente proletariato, devono avere modi da prima stagione di “Gomorra”? I loro figli, che magari non potranno laurearsi, o che si iscrivono a un professionale per tentare di lavorare subito, cosa sono, ri-popolo, bis-popolo, neo-popolo? E i nuovi ricchi, magari proprio i Savastano di “Gomorra” (sa, c’è un Savastano in ogni quartiere, qui al Sud), che mandano i figli al liceo classico e i capitali a risciacquarsi in Arno (e Po, e Tevere, e Reno, e Tamigi…), cosa sono, visto che non sono più popolo? E quando lei li vede, o vede i loro commercialisti, i loro avvocati distinti, li identifica esattamente da dove, dal “livello di padronanza di gesti e di parole”? Dal “rispetto delle regole”?

Che il populismo sia una forma di anestesia sociale, che sposta l’attenzione da quella divisione verticale che dicevamo ad altro, è ovvio ed evidente. Ma La informo – qualora non lo sapesse – che il legame tra “populismo” e “popolo” è ormai solo etimologico: il populismo è moneta corrente di quasi tutte le formazioni politiche più retrive che abbiamo sulla scena, e trasversalmente appartiene a tutti gli elettorati e i “ceti”. Il populismo meraviglioso di certa “borghesia” (sto usando le Sue categorie, dottor Serra, si tenga forte) è il nerbo di interi elettorati e partiti, oggi. E la sottocultura che lo alimenta e assieme se ne nutre è altrettanto trasversale, universale e infiltrante.

L’ignoranza, l’aggressività, la tracotanza che Lei menziona come caratteristiche del “popolo” buon, anzi cattivo, selvaggio ahinoi non appartengono ad alcun ceto specifico, perché sono – quelle sì – equamente distribuite nella nostra società, e allignano dovunque la politica, la scuola, le istituzioni abbiano reso le armi (salotti Ikea e case Iacp, “il mio living, la mia cucina” e le baracche, saloni e tinelli, monolocali firmati e casermoni occupati). E sono ancora più impressionanti, in certi contesti. Dove, magari, grazie ai soldi l’istruzione è garantita davvero, ed è ancora più facile l’accesso a una messe di conoscenze come mai si è avuto nella storia dell’uomo.

Poi, che ci sia una correlazione certa tra marginalità e reati penali, tra miseria e disposizione alla devianza, è tutto un altro concetto, per giunta ben noto. Ma la Sua pretesa di tracciare righe col righello, dividere per classi ottocentesche – di qua i Derossi, di là i Franti, un banchetto, ma piccolo, qui in mezzo per i Garrone, che meritano tanto, porelli, ma sempre quelli sono – e ignorare le divisioni drammatiche reali, e la potenza della sottocultura che infiltra e mescola tutto il nostro mondo, è indice di una rozzezza di approccio che davvero non mi aspettavo, da Lei.

Carceri e riformatori sono pieni più spesso di poveri, perché spesso i ricchi riescono a evitarli, e se scippi venti euro a una vecchietta è possibile che tu stia in carcere più di quanto ci sia stato un noto frodatore fiscale che ha scippato milioni a tutti noi. Poi magari lo stesso frodatore ha reti televisive che trasmettono a getto continuo spazzatura, proprio quella che riempie, satura l’ambiente, e rende sempre più facile che ragazzini che non sono né figli di Gomorra né figli d’un arciduca (sto usando sempre le Sue categorie) diventino quelle bestie ignoranti e aggressive che abbiamo visto nei filmini. Poi succede che distinti signori lancino cagnolini dal settimo piano, che mogli e madri esemplari picchino anziani indifesi o bambini dell’asilo, che insospettabili impiegati frodino lo Stato e noi tutti con raffinate forme di assenteismo, o furbettismo, o altre truffe sociali. Ohibò, ma che modi, di che ceto saranno….?

ps: nelle repliche delle repliche delle repliche molti tirano in ballo la sinistra e il fallimento della sua missione. Io credo che il fallimento sia doppio: nell’azione contro le diseguaglianze (che sono cresciute e si sono fatte ancora più estreme, qui e nel pianeta intero) e nel permettere (quando non attivamente colludere) che venisse disperso un preciso patrimonio di consapevolezza, di resistenza, di tensione alla conoscenza e rispetto per tutti i tentativi di abbattere le piramidi sociali con gli strumenti più nobili. In questo, forse, diciamo la stessa cosa, e una cosa diametralmente opposta. Ma per capire, anzi anche solo ammettere gli ossimori e le contraddizioni bisogna avere studiato. Come mio nonno.

ps due: nella replica   del dottor Serra è immancabile il passaggio sul “web che è un brutto posto, pieno di onanisti dell’odio, dove non verrei mai a rispondere” (manco fosse un istituto tecnico industriale). Altra generalizzazione imbarazzante e ingiusta (e poi sì, i 1500 caratteri, per noi che scriviamo di professione, e tanto più quelli bravi come Lei, sono una scusa irricevibile).

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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Salvini a Messina

protesta messina

Ciao Salvini,
bisogna capirlo, che la vita oggi è dura, con tutti quei grillini che si mostrano molto più bravi di te a parlare con le pance e altre frattaglie del Paese, e per racimolare i tuoi futuri voti devi fartene, di giri, in tutti i laghi e in tutti i luoghi, e così oggi sei sbarcato persino a Messina, dove mai la tua fantageografia ti avrebbe condotto se non ci fosse il progetto di un hotspot che qui preoccupa tutti e dove c’è odore di paura dello straniero, si sa, tu arrivi baldanzoso.
Peccato, caro Matteo, che oggi ci fosse soprattutto polizia, ad aspettarti. Gli agenti erano molti di più dei tuoi sostenitori e probabilmente anche dei ragazzi che hanno dato vita a una pacifica protesta, in quell’angolo assurdo dove sorge il Palacultura e che oggi era l’Angolo della Sciangazza (per non messinesi, la Sciangazza è una corrente fredda e maligna che ti viene a stanare anche nel cuore della più calda giornata d’aprile: questo per dire che pure la natura partecipava, del nostro sgomento).

Tu, egregio Matteo, dovevi fare una conferenza stampa, ma in realtà è stato un piccolo comizio a porte chiuse e a inviti, ben asserragliato dentro il Palacultura (sì, lo so, tu non cogli l’ironia della cosa: qualcuno, ancora più ironico, ti ha persino regalato un libro, dal titolo “Anticristo”, e tu lo tenevi lì davanti a te), presenti solo noi della stampa (ma le domande ce le siamo strappate alla fine, quando mangiavi l’arancino, che poi è stato onestamente uno dei momenti più dialetticamente qualificanti della mattinata) e una cinquantina di tuoi sostenitori, che ti avrebbero applaudito qualunque cosa tu avessi detto. E infatti lo hanno fatto.

A parte i poveri medici del “118”, che hanno esposto il problema (vero e drammatico) dei tagli selvaggi (ma pare che la trattativa al Ministero della Salute sia andata bene, quindi speriamo che non ti prenda tu il merito di aver risolto alcunché, come è stato ventilato da qualcuno stamane), abbiamo sentito i tuoi slogan preferiti: basta invasione, prima gli italiani, basta la vecchia politica (eppure in sala ce n’erano, di sostenitori della vecchia politica. Pensa, la stessa che ha portato la città nel baratro dove si trova da anni…).

Ah Matteo, le cose migliori sono state quando hai indossato la maglietta “Messina” e quando hai mangiato l’arancino, per mostrare che noi meridionali mica ti stiamo antipatici come dicevi una volta: una volta, pensa, gli stranieri, i drenatori di risorse, gli sperperatori e la rovina d’Italia eravamo noi. Io ho provato a ricordartelo, e tu mi hai risposto – come nei film di fantascienza fanno gli androidi rotti, che ripetono le frasi fatte, o come fa Siri quando si confonde – che ci sono 7 milioni d’italiani in povertà, e quindi prima loro. Pure se sono meridionali, quindi. Mi hai detto “Tutti cambiamo”. Che ci voleva la colonna sonora di Morricone.

Poi mi hai chiesto, tu a me: “Ma la Lega ha mai governato Messina?”. Veramente, Matteo, avete governato l’Italia, e molto a lungo. Se ora il 118 è a pezzi, e Messina è a pezzi (come tutta la Sicilia, dove il tuo centrodestra vinse 61 a zero), e il lavoro non c’è e i giovani se ne vanno (come hai detto tu), forse qualcosa c’entrano, i governi degli ultimi vent’anni.
Ma non si sfugge alla ferrea legge della supercazzola, e della smemoratezza.

Quindi ciao Matteo, è stato bello vedere che sei esattamente come in televisione: un indossatore di magliette

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curde

Noi calabresi, sentendo magnificare le donne dell’Est proprio per quelle cose contro cui lottiamo da anni, tipo considerare l’uomo un essere superiore, perdonargli tutto e fare di tutto perché possa sentirsi sultano di un harem privato, dove circolano solo cose marmoree in perizoma ma capaci di fare un ragù di capra che levati, abbiamo cominciato una ricerca, come dire, cardinale.
La Calabria dell’Est è soprattutto Crotone, e l’avamposto di Capo Colonna che scruta il mare verso Oriente. A Crotone una volta c’erano le fabbriche, ora ci sono i call center: le operaie sono diventate operatrici, poi precarie. Come, d’altronde, in tutta Italia. No, non sono quelle che proponeva la Perego.
Passato il mare, più a Est ci sono le donne greche: le abbiamo viste scendere in piazza Syntagma e fare la fila ai bancomat. Ora sono impegnate: devono sopravvivere, ma al modo delle donne, che comprende far sopravvivere tutti – mariti, figli, genitori, parenti stretti e non, amici, gatti, cani, ogni specie di creatura domestica o selvatica che faccia parte della famiglia. No, non ci siamo.
Salendo, in effetti c’è un vasto mondo di donne dell’Est: le ceche, slovene, moldave, polacche, russe, ucraine, o almeno quelle che non si sono spostate all’Ovest per lavorare, o quelle che non hanno sposato Donald Trump. E no, anche loro non sono proprio quelle di “Parliamone sabato”. Lavorano, studiano, portano pesanti eredità del passato; e lì le nonne non sono state angeli del focolare ma cittadine dell’impero sovietico trattate come uomini. Probabilmente è più vicina a quella balorda idea della cucinatrice sfornatrice di figli compiacitrice di maschi mia nonna, di una qualsiasi nonna ucraina.

Non abbiamo scelta: andando ancora a Est arriviamo dritti in Asia, e lì sono cose amare. In Arabia, Yemen, Iran, Afghanistan, Pakistan le donne combattono con la schiavitù da secoli: le donne che sono ultime degli ultimi, in luoghi in cui gli ultimi sono tantissimi. Le donne velate e violate. Velate dagli stati teocratici, dove il velo è segregazione, esclusione dallo spazio pubblico. Le donne violate e assassinate nell’India misogina e repressa. Le donne che appartengono all’uomo, anche giuridicamente, e hanno bisogno d’un guardiano o un tutore. E d’essere invisibili, per mostrare modestia e non turbare l’autocontrollo del maschio (che, follemente, è “superiore” alla femmina ma poi fa tanta fatica a controllarsi e quella che deve controllarsi fino a sparire è lei. Boh: nelle questioni dei diritti civili femminili l’ossimoro è una figura chiave). No, non sembrano le spensierate dee marmoree in perizoma.
Non parliamo poi delle combattenti curde: belle, forti, guerriere. Pari, soprattutto (bisognerebbe organizzare seminari maschili da qualunque Paese a Kobane, per dire: tornerebbero redenti, e il pianeta migliorerebbe).

Non resta che andare ancora a Est.
Le donne cinesi, dopo secoli di decimazioni (le neonate venivano soppresse, e persino negli anni 80 la legge “del figlio unico” ha mietuto milioni di vittime. Femmine) e mutilazioni (sapete cosa significa “Loto d’oro”? Probabilmente nessuna Paola Perego ne parlerà mai. Googlatelo), sono arrivate allo status di cittadine. Schiave anche loro, prima del comunismo, ora del capitalismo turbo (capitalismo capto ferum victorem cepit, diciamo): quelle non uccise alla nascita sono spesso solo braccia (ma non gambe e piedi, sempre per quella faccenda del “Loto d’oro”) da lavoro.
Certo, forse le giapponesi piacerebbero nella trasmissione di Paola Perego: ma non tutte, le giapponesi. Le geishe giapponesi. Loro sì che sembrano proprio quelle del vademecum: compiacciono, sono sexy, non frignano, non pretendono, perdonano. Peccato che siano (state) delle professioniste, e quindi non vale.

Non ci resta che continuare a cercarle, queste donne dell’Est. Passato l’Oceano, ci troviamo in America. Pardon, nelle Americhe: quelle delle brasiliane che passano ballando il samba e quelle delle argentine che passano ballando il tango e quelle delle messicane che passano il confine per fare da colf nelle case delle protagoniste di “Sex and the City” (tanto per restare nel target di “Parliamone sabato”). No, niente da fare: questo Est non ci convince.
Non resta che proseguire: c’è un Atlantico di mezzo, lo stesso mare che le navi degli emigranti (si chiamavano così un secolo fa quelli che oggi si chiamano “migranti economici”) percorrevano al contrario: verso Ovest. Ma siamo tutti l’Ovest o l’Est di qualcun altro.

Infatti, di Est in Est, torniamo nella nostra parte del mondo: è l’occipite dell’Africa che ci viene incontro. L’Africa carica di dolori, di schiavi, vecchi e nuovi, di donne mutilate, di donne zittite, di donne cancellate: seppellite vive nella miseria, nello sfruttamento, nella colonia assoluta. Sì, quel tocco di schiavitù che il “decalogo” pereghiano raccomandava c’è senz’altro, ma non è proprio quello.
E ci ritroviamo al punto di partenza, di Est in Est, senza aver trovato nulla: è molto strano, ma a volte i luoghi comuni non stanno né in cielo né in terra.

Firmato: una donna dell’Est, Sud, Nord, Ovest

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italian referendum

Non sono mai stata una donna da mezze misure: i Sì e i No mi si confanno dalla più tenera età, per quanto abbia cercato di correggere il mio intimo, esasperante manicheismo. Mio padre me lo diceva, e io ogni volta gli rispondevo con fastidio: “Sei democristiano”. In effetti era democristiano, e solo col tempo avrei imparato che ci sono democristiani molto più democristiani di altri, ed è tutta questione di anagrafe (tolti alcuni grandi Belzebù, soprattutto i più giovani sono i peggiori. Quelli nati, facciamo, dal 1975 in poi…).

Ho sempre amato soprattutto Molly Bloom e lo scrivano Bartleby, ovvero la donna che dice Sì sì sì e l’uomo che Preferirebbe di No. Che abbia sempre tentato di essere entrambi contemporaneamente credo dia sufficiente conto del mio stato esistenziale e mentale.

Dunque, la disfida del referendum (di questo referendum in special modo) dovrebbe essere il mio campo di battaglia, l’esaltazione – finalmente autorizzata, anzi socialmente riconosciuta – della mia personale inclinazione ai Sì e No, agli universi tutti bianchi o tutti neri, ai sentimenti drastici e alle emozioni categoriche che da sempre mi abitano.

E invece.

Premetto che d’istinto, e malgrado le cattive compagnie, mi sono da subito riconosciuta nel No. Coi gufi, gli illusi, i civatiani, gli scassaminchia, i cercatori di pelo nell’uovo, gli oppositori a prescindere ma anche a ben vedere (talora, raramente, coincidono). Pur soffrendo, come dicevo, di trovarmi accanto Santanchesse, sciichimici, Gasparri, tautologici (quelli “no perché no”: dopo accurati studi sono in grado di affermare che la tautologia funziona solo in positivo, come nell’amore: “sì perché sì”)(ma questa è un’altra storia).

Il punto è che, adesso, a poco meno di un mese dal voto, mi sento sempre peggio a stare da qualsiasi parte. Al No (ahi, Bartleby) si sono uniti certi ultrà di cui mi vergogno profondamente, ma pure al Sì (ahi, Molly), e la sensazione è di spalti gremiti di folle feroci che non aspettano altro che di entrare in contatto fisico.

1- L’evidenziatore di Aristotele

Allora ho fatto la cosa più importante, che avrei dovuto fare prima ma vabbè (nel frattempo, come gli amici sanno, sono stata colpita da tutte le piaghe d’Egitto, e anzi vorrei sapere cosa ne pensa Radio Maria, in proposito)(ma questa è un’altra storia): ho preso il testo della riforma e il testo della Costituzione (casomai, li trovate qui: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf), un evidenziatore giallo e ho evocato lo spirito aristotelico di mio padre (sì, era più aristotelico che democristiano, ma questo lo avrei scoperto molto dopo).

Ebbene. Questa riforma mi sembra non tanto malvagia quanto cazzoconfusa. Provo a buttarer giù le principali perplessità (senza ordine e senza competenza: solo una lettura attenta e senza il “sostegno” pedagogico dell’una o dell’altra parte).

  • Il Senato costruito come Camera delle autonomie mi pare abbastanza malconcepito, ne temo l’elezione “di secondo grado” e non sono sicura realizzi davvero lo spirito costituzionale (c’è, vero, me lo confermate?) di aumentare lo spazio degli enti locali.
  • Non riesco a capire cosa ci facciano, dentro, i senatori a vita ovvero presidenti della Repubblica e, a onor del vero, nemmeno i senatori “illustri” (gli ex a vita, per intenderci), che scelti per le loro qualità straordinarie forse sarebbero più utili per le materie di cui ha competenza la Camera
  • Non capisco perché per le leggi di iniziativa popolare si triplichi il numero di firme necessarie, e non approvo che il referendum popolare “propositivo e d’indirizzo” resti un pio proposito da normare successivamente, se avanza tempo.
  • Non capisco la cervellotica trovata per il quorum del referendum abrogativo.
  • Non trovo chiarissimi i rapporti con le Regioni, men che meno con quelle (come la Sicilia) a statuto speciale.
  • Non mi convince nelle prospettive, tanto sbandierate, di risparmio sui costi istituzionali: tagliare i costi è un nobilissimo effetto collaterale, semmai, ma non certo l’obiettivo principale.

Insomma, mi ricorda, complessivamente, i temi di Pallone Crescenzio, mio valoroso compagno di scuola del ginnasio, indomito ripetente pieno di buona volontà: tutto un rumore e una furia che non significavano niente, ma con molto spreco di risorse (ciao Crescenzio, spero che tu oggi sia dirigente Trenitalia).

L’ansia di tagliare, snellire, semplificare mi pare non si sostanzi in misure meditate, accorte, e onestamente nemmeno scritte con la nitida, ferma bellezza della Costituzione (ma questo è un argomento nostalgico e dannunziano che non voglio usare, quindi toglietelo dal verbale).

Mi pare sia complessivamente frettolosa e poco meditata, migliorabilissima (che è il peggio che si possa dire di una legge considerata fatta e finita) e di dubbia efficacia (e mica è un’anguria, che si può prendere a prova),

Inoltre, la Costituzione sarà Don Chisciotte, ma l’Italicum è Sancho Panza. E sull’Italicum, signori miei, ho davvero poco da dire: glielo restituirei cerchiato di blu con la scritta “rifare” (specie nelle parti del premio di maggioranza, dei nominati, del ballottaggio).

Infine: Matteo, ma a te chi te lo ha fatto fare d’intraprendere questa cosa proprio adesso? Avevamo bisogno di dividerci in questo modo atroce (e te lo dice una vecchia manichea) su una cosa che poteva ancora aspettare (mentre non possono aspettare misure economiche e sociali, legge elettorale – intendo una legge elettorale degna di questo nome – , la domanda di giustizia sostanziale, generazionale, sociale che viene da strati sempre più ampi di questo Paese)? Che poi era quello che chiedevo a Pallone Crescenzio, le rare volte che veniva a scuola: ma tu che fai qui, perché lo fai? 

2 – Non basta un sì

L’altra cosa che mi disturba sempre di più, non ci crederete, è questa paroletta, questo sloganino: bastaunsì. Non mi disturba il Sì. Mi disturba il “basta”. Mi ricorda mia nonna che mi voleva convincere che bastava un minutino e via la bua, quando mia madre m’inseguiva per casa con un siringone pieno di estratti epatici, tuorli di drago e altre credenze magico-sanitarie degli anni settanta.

No, signori, non basta un sì (ma nemmeno un no, diciamolo). Se siamo ridotti così è perché abbiamo pensato che bastasse. Che bastasse ogni tanto votare, ogni tanto scegliere sul menù. E nel frattempo fare ciascuno la sua vita, singola e separata, fuori da qualsiasi impegno o contesto “politico”, mentre il menù lo confezionavano sempre altri. E noi al limite controllavamo che fosse aderente ai nostri principi diet-etici (sì, io di sinistra corretto con proporzionale, senza grassi, e una spruzzata di diritti civili, grazie).

Lo so, non posso parlare per tutti, ma so di parlare per moltissimi, a partire da me stessa. E voglio raccontarvi una cosa: mesi fa è partita l’esperienza di “Possibile”, il movimento messo su da Civati. Minchia, mi sono detta, finalmente: qui si comincia da zero, e io posso esserci. Ho aderito al comitato cittadino (miracolo: persino nell’amorfa Messina c’erano possibilisti!), mi sono iscritta al gruppo whatsapp, ho partecipato alle prime riunioni. Cazzo, eccomi, ora ci sono pure io.

E invece.

Sono stata superficiale, pigra, imperdonabile. Ho cominciato a saltare le riunioni, a ridurre il tempo per informarmi. Ho inventato bellissimi alibi, alcuni pure convincenti: il lavoro, la famiglia, la salute (in effetti, un mese di stampelle non è male, ma resta un alibi). Perché partecipare costa. Costa fatica, tempo, sudore, noia. Costa confrontarsi con gli altri, scornarsi, non riuscire ad affermare il proprio punto di vista. Dialogare costa. E la fatica inenarrabile di quel percorso – che pure era splendido, e aurorale, e vero (per inciso: Civati mi sembra tuttora una delle cose migliori della sinistra superstite e affaticata, la sinistra non urlata e non concitata che non può essere di moda) – mi ha fatta desistere. Faccio outing: non ci sono riuscita, e non posso fingere che sia stato per forza maggiore.

Ma oggi questa frustrazione, questo senso di colpa mi serve per dire che no, non “basta” un sì. Non potete chiedere: dai, scrivete sì e poi tornatevene alle vostre occupazioni, al vostro nido e/o ombelico, che qui facciamo noi.

No, non basta un sì e neppure un no: basta col basta.

La Costituzione dovrebbe dire: scendete qui e fatelo, facciamolo assieme. State qui, tutti, siisti e noisti, Molly e Bartleby, discutete, lavorate, non scegliete su nessun menù. Da oggi si cucina. Costituziochef.

Ecco.

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