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Archive for giugno 2015

migranti

E c’era questa festa per bambini, in un grande giardino pieno di alberi e fiori. Una delle tavolate era stata apparecchiata sotto i pini, all’ombra: c’erano piatti grandissimi ricolmi di ogni cosa. L’altra era stata piazzata più giù, sotto il sole, ma anche quella era apparecchiata bene: cesti di frutta, bibite, panini imbottiti. Solo che a un certo punto un gruppo di bambini ha lasciato la prima tavolata ed è corso alla seconda, travolgendo l’altro gruppo e urlando: “Ce li prendiamo noi, ce li prendiamo noi!”. Hanno fatto man bassa di panini, frutti, bibite e se li sono portati al tavolo all’ombra, lasciando molto perplessi e delusi gli altri bambini, quelli del tavolo al sole.

All’ombra si mangiava e si scherzava, al sole non era rimasto quasi nulla: briciole e bucce. E i bambini del lato del sole avevano fame. Alcuni avevano pure cominciato ad azzuffarsi per quel poco che restava sulla tavolata disadorna. I più deboli, i più delusi, quelli che erano stati colpiti dai bambini del lato dell’ombra restavano lì, immobili, affamati. Il sole continuava a picchiare, e sulla tavola non c’era quasi più nulla. Allora alcuni hanno cominciato a guardare, da lontano, la tavolata “fortunata”, quella all’ombra dove si mangiava (anche ciò che era stato sottratto a loro) e si rideva. E hanno fatto la cosa più naturale: sono andati anche loro lì. Al lato dell’ombra e dell’abbondanza. Ma i bambini della tavolata ricca non li volevano: “Andatevene”, “Non vi vogliamo”, “Non ce n’è abbastanza nemmeno per noi”. Alcuni, i meno duri, quelli che non avevano nemmeno partecipato alla razzia del tavolo al sole, erano sinceramente dispiaciuti e proponevano: “Ma almeno alcuni, guarda, quello che sta male, quello con l’occhio pesto, quello così debole che non riesce a camminare… dai, un poco ciascuno”. Gli altri li guardavano con la faccia feroce: “Se li facciamo stare qui non avremo abbastanza spazio per noi, e i panini non basteranno per tutti. Lasciateli al sole”.
I due gruppi di bambini si fronteggiavano, nel prato comune. Ombra contro sole, abbondanza contro miseria. Tutti uguali. Ma diversi.

Cosa faresti, tu, per sistemare le cose nel prato?

Scrivo questa favoletta perché sono sinceramente afflitta per quello che vedo e sento. Non c’è un solo motivo buono per opporsi alle migrazioni di chi cerca condizioni di vita migliori, che fugga dalla guerra o solo dalla miseria (che poi è guerra condotta con altri mezzi, come sappiamo). Quando lo dico l’obiezione che mi fanno subito in tanti – e, credetemi, sono quasi sempre persone normali e ragionevoli, persino garbate e gentili talora – è: “Ma lavoro, cibo e case non bastano, non basteranno per tutti, che stiano a casa loro” (i più sensibili aggiungono a volte: “Magari li aiutiamo lì”).

Bene, ci sono due cose, in questa risposta:

  1. E’ assolutamente vero. Siamo un Paese disastrato, pieno di ingiustizie sociali e servizi che non funzionano. Abbiamo una quantità di poveri, vecchi e nuovi, e nessuna capacità di gestire le risorse, soprattutto a causa di una classe dirigente che per la gran parte è parassitaria, incosciente e incompetente.
  2.  E’ assolutamente falso. La storia dell’uomo è una costante lotta con le risorse disponibili e – soprattutto – con la loro diseguale distribuzione. Ci sarebbe cibo e spazio per tutti, se il mondo fosse un luogo giusto e ben gestito. Nessuno ha più diritto di un altro di vivere bene. Chiunque sia, qualunque lavoro svolga, da qualunque famiglia provenga.

E poi vi dico una cosa: non sta scritto da nessuna parte che il nostro tenore di vita sia destinato a durare per sempre così come lo conosciamo e difendiamo. Non abbiamo avuto alcuna bravura e non abbiamo alcun merito, ad abitare la parte all’ombra del pianeta, trovando una tavola che per quasi tutti noi è ben imbandita. E credo che dovremmo essere perseguitati notte e giorno – come da certi fantasmi shakespeariani o dalle mie zie calabresi quando sono incazzate davvero – dal senso di colpa per un’ingiustizia che noi personalmente non abbiamo causato (non tutti noi, almeno: qualcuno sì, e di certo diversi antenati di molti di noi) ma che tolleriamo così “naturalmente”.

Il mondo è un luogo a venire, e quello che verrà potrà essere terribile per tutti o accettabile per tutti, anche se per noi, quelli del “tavolo all’ombra”, l’accettabile potrebbe apparire un tragico calo del nostro superfluo benessere fondato sull’ingiustizia.
E lo scrive una persona preoccupatissima, insicura, terrorizzata, che non sa dove mettere le mani ma che sente sul collo il fiato di quei fantasmi lì, e di quelle zie lì.

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