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Archive for agosto 2011

Zio Nino era stato in Africa, prigioniero.
In una fase imprecisata della guerra l’avevano fotografato, grosso, coi baffi a manubrio e un riverbero di sole spietato dentro gli occhi. Aveva con sé quella foto, e un uovo di struzzo, quando tornò.
 Tornò a piedi, magro e appeso, con lo sguardo che strisciava per terra di stanchezza, un’uniforme cachi dalla quale uscivano gomiti e ginocchia, e la foto e l’uovo in una bisaccia. Il tifo gli aveva battuto il corpo, il buonumore di tuono, la fede fascista, i baffi, l’indole carabiniera ed entusiasta. Gli aveva raggrinzito il cuore, che era una noce secca.
 Lo videro arrivare dalla polvere, camminando forse da Cosenza, o da Roma, o da Addis Abeba. Non lo riconobbe nessuno, e quando attraversò il paese – con uno sguardo di polvere e le mani piene di nodi – s’allinearono tutti lungo la strada, a guardarlo passare, incerti se fosse amico o nemico, soldato o prigioniero, vincitore o vinto. Era tutte queste cose.
 Avrebbe passato l’argine e il paese, se il parroco non l’avesse fermato, perché s’era accorto che non sapeva dove stava andando, e avrebbe camminato diritto fino alla curva della terra, e si sarebbe ritrovato in Africa, o quattro anni prima, o chissà dove. Così gli prese un braccio, il parroco, e zio Nino lo guardò senza vederlo, ma si lasciò portare in sagrestia, dove gli aprirono la borsa e trovarono la foto e l’uovo di struzzo.

 Zio Nino fu messo a letto e curato a brodo di gallina, scongiuri e preghiere di ringraziamento, perché tutti avevano creduto che fosse morto, nella guerra persa in Africa, in Albania, in Grecia.
Lentamente si riprese, mentre la carne gli ricresceva sul corpo, e gli avevano messo vicino l’uovo di struzzo, su un portafiori, e lo guardavano – che andavano tutti a trovarli, zio Nino e l’uovo, si toglievano il cappello e si sedevano accanto al letto, per una mezzoretta – e si dicevano sottovoce: Minchia delle galline africane.
 Solo che zio Nino non dava soddisfazione, non raccontava niente, non rispondeva alle domande.
“Ninuzzu, e il deserto, com’è il deserto?”
“Eh, il deserto”, ripeteva lui, più per cortesia e obbedienza di malato che per altro, che nemmeno se lo ricordava, il deserto.
“Ninuzzu, e l’Africa, com’era l’Africa?”.
“Eh, l’Africa” , e s'assopiva cogli occhi aperti, dentro sogni sgangherati che lo vedevamo pure di fuori, che non c’era sabbia, non c’erano palme, non c’erano nemmeno fucili.
“E le fimmine, Ninu, le fimmine nere?” gli faceva qualche bello spirito, qualcuno dei compagni di prima che lo vedevano in un fondo di letto, lui che una volta era bello e coi baffi e il fucile luccicante.
“Eh, le fimmine” rispondeva lui, gli occhi che circolavano da soli, chissà dove.
 “Nenti, non s’arricodda nenti” dicevano un poco delusi i paesani, ma almeno avevano toccato l’uovo – che era gigantesco, d’una sostanza porosa e fantasmagorica – e già era qualcosa.
 Ci mise un poco di tempo a tornare tutto, zio Nino, ma poi tornò, grosso e coi baffi e senza alcun ricordo di sabbia e fucili. S’impiegò allo Stato civile, e partecipò a una puntata del “Musichiere”.
 Sul letto di morte, molti anni dopo, mentre rantolava disse di colpo al figlio: “Sai… mi ricordo…”. Tutti si voltarono, pensando che era l’Africa, che tornava.
“Mi ricordo… e tu ti devi ricordare sempre…”.
E tutti trattennero il fiato, e pensarono: ecco, ecco che ce lo racconta.
“Ti devi ricordare sempre…” il respiro era più
sottile, gli occhi di polvere, che tutti pensarono che non ce l’avrebbe fatta.
“Ricordati…” e l’aria era ancora di meno, la polvere cresceva e l’uovo di struzzo, in salotto al posto d’onore, brillava.
“Ricordati, figlio… che sono stato al Musichiere”.
 Zio Nino morì. Era stato al Musichiere, lui.

Per ricordarci che le guerre si perdono tutte, tanto.

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