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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

clinton

Essì, Hillary m’è sempre sembrata simpatica come una colica renale, e non avrei mai voluto essere mmericana, per non avere, ieri, il dilemma: votare un idiota o una stronza? Impressione confermata quando, nel precipitare degli eventi, della credibilità dei sondaggi, delle speranze, delle mandibole dei commentatori, delle palpebre degli spettatori (ma non di gente tipo Mentana o Damilano, che evidentemente hanno uno spacciatore fantastico), la sora Clinton s’era sottratta al suo pubblico e aveva mandato avanti il suo collaboratore: “Stiamo ancora contando, grazie, ci vediamo, casomai chiamiamo noi”.
Ammazza che stronza, avevo ri-pensato io. Che non si fa; ci si presenta comunque, con tutta la sconfitta addosso, col cerone sfatto, la giacchetta spiegazzata, l’incredulità e il panico, e pazienza.

L’ho disapprovata e vituperata, sinceramente. Eppure oggi, quando infine s’è presentata e ha parlato, ho visto in lei – nella sua faccia meticolosamente composta ancorché segnata, nella sua acconciatura perfetta, nel suo tailleur dai petti viola vagamente funebri, nella sua consueta precisione frutto di scelte calibrate, soppesamenti, bilancini di stile, così in contrasto con l’eleganza pacchiana, il rozzo splendore brachicefalo dei Trump – qualcosa, una briciola delle donne che ammiro, le donne del mio mondo, le figure istituzionali del mio sistema politico preferito: il matriarcato calabrese. Una cosa che ha a che fare con la forza, la caparbietà, quella qualità minerale di resistenza, d’irriducibilità.

Ha detto la parola “doloroso”. Ha detto la parola “delusione”. Ha detto “tetto di cristallo” perché la cupola del maschile è sempre lì, l’abside intonsa del potere presidenziale singolare maschile. Ha pure fatto balenare, fuggevolmente, il plurale femminile che poi è, forse, quello che non l’ha riconosciuta, non le ha creduto, non l’ha voluta. Che io stessa faccio fatica a rintracciare in lei, restando istupidita dalla superficie vasta e metallizzata della sua ambizione, dalla spregiudicatezza che non riesco a considerare un pregio, dal trasformismo che non posso giustificare (essì, conservo un’idea “di genere” fondamentalmente sentimentale e un poco integralista).

Ma è stata ferma, intensa, precisa, per nulla piegata dal peso schiacciante di una delle sconfitte più clamorose della storia dell’America e del pianeta. Tutta, davvero, sulle sue spalle impettite, sulle sue rughe nasolabiali particolarmente scavate, sulla frana invisibile che doveva abitarla fin dalla notte.

E’ stata forte, e la forza femminile m’ispira sempre rispetto. Se ci sarà, prima o poi, una donna presidente degli Usa non si potrà comunque prescindere dal suo tentativo, dalla sua notte di Via Crucis, dalla sua voragine, di cui si parlerà ancora a lungo, sempre, alla quale non potrà sottrarsi mai più. Un mito mostruoso: la notte pazzesca in cui fu eletto Donald Trump.
Quindi onore a Hillary, comunque.

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Dopo (anzi, durante) una delicata esperienza personale, mi sono avvicinata allo studio innovativo della Nullodinamica  e dei suoi principi (questa nota è dedicata al fratello Enrico Toti).

  1. Primo principio della nullodinamica o Comma 22 dell’Ortopedia: per portare le stampelle bisogna essere in perfetta forma fisica. Astenersi invalidi, acciaccati, zoppi e variamente infermi. Solo gli autentici atleti possono usarle correttamente. Naturalmente, se sei in perfetta salute non ti occorrono le stampelle.
  2. Secondo principio della nullodinamica o Incollocabilità della stampella: la stampella è un oggetto dadaista, progettato dallo stesso autore della “teiera per masochisti” quassù riportata. E’ fatta per essere tenuta in precario equilibrio dal Portatore Perplesso (da qui in poi PP) e basta: non è previsto alcun altro tipo di appoggio o contatto con il mondo. Sicché risulta impossibile, e persino dannoso, per il PP cercare di appenderla o posizionarla da qualsiasi parte, usando qualsivoglia appiglio, gancio, piano, rastrelliera o ringhiera. La stampella è l’anello mancante tra l’arto funzionante e la protesi, e lo fa sempre per il vostro bene. Come le mamme, le suocere e i correttori dell’iphone
  3. Terzo principio della nullodinamica o Autodeterminazione della stampella (strettamente correlato al secondo): la stampella è un essere senziente, affetto da evidente sindrome di abbandono. Ogni volta che cercherete di lasciarla, appenderla, posizionarla in qualsivoglia modo, essa tenderà a tornare da voi, anzi (come le colpe dei padri) a ricadere su di voi, centrando la parte malata o dolente con un coefficiente di approssimazione vicino allo zero assoluto.
  4. Quarto principio della nullodinamica o Divenire Ciclico della stampella (strettamente correlato al terzo): nei casi più gravi, la stampella nella sua caduta tenderà a centrare una qualsiasi parte che prima era sana, producendo ulteriore vulnus che richiederà l’uso delle stampelle per un altro congruo periodo.
  5. Quinto principio della nullodinamica o Prossemica della stampella: se ti muovi in uno spazio pubblico con le stampelle (in particolare gli ascensori degli ospedali, dove avviene il 33,3 per cento degli incidenti collaterali e/o dello scambio di patogeni mondiale), la probabilità che qualcuno ti passi o si appoggi o si diriga troppo vicino a te facendoti perdere l’equilibrio sono pari o superiori al trecento per cento.
  6. Sesto principio della nullodinamica o Sociologia Predittiva della stampella: la stampella è responsabile di alcune delle più inspiegabili sparizioni di massa del nostro mondo: appena avrete inforcato una stampella, un considerevole numero di parenti, amici e colleghi scomparirà, forse per sempre, dal vostro orizzonte. Studi recenti hanno confermato che l’estinzione dei dinosauri avvenne dopo un grave incidente che aveva ridotto il Tirannosaurus Rex sulle stampelle.
  7. Settimo principio della nullodinamica o Autoconservazione della stampella: la stampella non si crea, la stampella non si distrugge, la stampella si presta. Non è dato sapere chi introdusse un numero x di stampelle circolanti nel mondo, perché se ne è persa memoria: la massa circolante (di stampelle, non di PP, che per definizione sono nullodinamici) tende nel tempo a restare eguale a se stessa. Una recente teoria americana ipotizza che le stampelle siano venute dallo spazio e siano correlate coi cerchi nel grano, l‘orientamento delle piramidi e il calendario Maya.
  8. Ottavo principio della nullodinamica o Entropia della stampella: in un sistema chiuso (come voi non sapevate, ma era la vostra vita PRIMA delle stampelle) l’arrivo della stampella produce un progressivo esaurirsi dell’energia, fino all’Immobilità o zero assoluto del movimento, che si può considerare il vertice della nullodinamica e, forse, la missione biologica della stampella, che al momento è il microrganismo più dannoso dei tanti che convivono con la nostra specie nel nostro ecosistema.
  9. Nono principio della nullodinamica o Mitologia della stampella: la guerra contro la stampella è una guerra persa. Mito fondativo di tutta l’epica della stampella è quello di Enrico Toti, eroico PP che cercò valorosamente di sovvertire gli otto principi della nullodinamica, salvo confermarli tutti proprio alla fine. Il ben noto gesto di scagliare in battaglia la stampella contro il nemico urlando “Nun moro io!” è da interpretarsi, alla luce delle più moderne formulazioni della nullodinamica, come una ribellione non già alla protervia degli austro-ungarici, ma alla stampella medesima e al suo strapotere sul genere umano
  10. Decimo principio della nullodinamica o Volontà di Potenza della stampella : la stampella è la specie dominante e prima o poi governerà il mondo. Semplicemente sorreggendolo. Esso non avrà  mai più scampo.

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guttuso

Gli abiti erano contenti fin dal mattino: avevano percepito, sia pure nell’aria sciroccosa e vorticante di ceneri vulcaniche, che c’era qualcosa in arrivo. No, non solo qualcuno che se li portasse a casa: il momento che molti abiti (ma non tutti) attendono, ovvero quando saranno adottati, e prenderanno la forma d’una vita (e di fianchi, spalle, dolori, attese, entusiasmi, torsi, indecisioni e scelte). Percepivano, con le loro anime di stoffa, che c’erano altri incontri da fare, che altri sguardi li avrebbero percorsi, sia pure così di profilo e piatti (le loro molte dimensioni dovremo scoprirle dopo, da soli a soli) come ci appaiono nell’anta esposta del negozio, un armadio sfavillante e nuovo di zecca, senza porte.

 Dalla stessa parte delle polveri di vulcano era in arrivo lei, Elvira Seminara. Con le sue parole tagliate e cucite, le sue collane di recupero, i suoi abiti manifesto: nessuna delle cose che porta o tocca smette di raccontare storie. Zittirla è praticamente impossibile. Quindi è molto più saggio darle la parola, anzi le parole, e l’attenzione completa di abiti, donne, collane, uomini, cose.

 E’ successo a Messina, in una domenica improbabile in cui dicembre fa l’aprile, lo scirocco apre le vocali, il cielo s’annuvola senza motivo. E’ successo in un luogo che di rado ospita parole, non sempre ospita cose; un negozio di moda. Abiti tutto attorno per parlare di come abitiamo gli abiti, e di come ne siamo abitati: tutte cose che Elvira, che di mestiere – dice – fa la “cantascorie”, vive come se non si potesse fare altrimenti (non si può, in effetti), e che ha messo – oltre che nelle collane, nei cassetti, nelle persone – anche in un libro molto bello, “Atlante degli abiti smessi”.

Elvira, io, la mia amica attrice Maria Pia, la libraia Daniela e svariate decine di donne, ma anche uomini, ci siamo incontrati in mezzo agli abiti, che frullavano d’impazienza sulle loro grucce. Ma il pubblico era più vasto di quanto sembrasse.

C’erano frange, una quantità di frange, talora dissimulate: sono tempi frangiati, i nostri, si disfano sull’orlo, si mostrano per quello che sono: orditi senza trama. Un leopardo e un breschwantz finti che si guardavano, ovviamente in cagnesco: questa cosa di fingersi animali gli ha preso la mano, anzi la zampa. C’era una mantella nera, molto assorta. Quattro giri di perle false, di ottimo umore: che solo la perla vera è meditabonda e di indole acquatica e volubile. Un abito giallone anni Settanta: coraggioso, esplicito, davvero libero. Indossato con tacchi da dominatrice, perché gli abiti servono anche a difenderci e fortificarci, a trovare trucchi contro le nostre debolezze. C’erano, a guardarli, due stivaletti ottocenteschi, bassi, coi lacci incrociati: visioni del mondo, certo, ma soprattutto visioni di sé. Con le scarpe è inevitabile. Quindi c’erano stivali cingolati e ballerine bicolori, perché nessuna strada è identica a un’altra. Molte collane: ho colto lo sguardo esatto d’un fiore marrone di bachelite.
Io portavo uno scialle fatto dalla mia amica Antonella: mi ha guardata per mesi, prima di dirmi quello che pensa di me attraverso quell’oggetto che mi somiglia. E non aveva importanza che fosse incongruo, così casalingo e artigianale, in mezzo a quei tessuti di pregio e lavorazioni sofisticate: aveva una sua voce così personale, così forte, che una sciarpa di seta ha cominciato a parlarci, e non la smettevano più. 

Come parlava forte la blusa di Elvira,  stampata a pezzi di Settecento spagnolo, di cui poi lei ci ha raccontato la storia: non ci sono parole e non ci sono abiti che non vengano da qualche parte e vadano chissà dove, per tramite nostro, del nostro corpo e del nostro armadio e della nostra vita che è entrambe le cose, un corpo e un armadio.

Elvira ha parlato di molte cose: del dolore, del recupero, del tempo. Di Christian Boltanski, che colleziona abiti smessi e cuori vivi (come ciascuno di noi, dunque). Della bellezza, che in giapponese si dice con cinquanta parole diverse, di cui la più bella è wabi-sabi: non c’erano molti esempi, nel negozio rutilante di perfezioni intonse (con due modelle perfette all’ingresso), di bellezza wabisabica, così nostalgica, imperfetta, caduca. Così pallida, umbratile, malinconica. Ma ce n’era sempre abbastanza da fiorire, come le succede di solito, oltre le griffe e i tacchi, oltre la pelle stampata a cocco, oltre le regole squillanti della moda come commercio, business, imperativo di consumo.

Erano nella collana-salsiccia di Elvira, dove si mescolavano cucchiaini, giocattoli, dadi, bulloni, fiori di metallo, perline; erano nel libro di Elvira, dove si mescolavano sentimenti, storie, frammenti di vite proprie e altrui, immagini, idee, versi; erano nella voce di Maria Pia, che fa scoccare dalla ritrosia una perfetta sfrontatezza; erano nell’emozione delle parole, che dovunque vanno si trovano la loro strada per arrivarti al cuore e tirargli le code del soprabito. Perché i cuori sono come noi: si vestono, per rivelarsi.

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Prendi un Alfano 

trattalo male
smentiscilo a tutte le ore
Non farlo decidere e quando ne parli
fallo sempre a malincuore
Fa sentire che è poco importante 
un maggiordomo, un famiglio, un lacchè
Sottolinea “son io il presidente,
e tu hai meno quid della Santanchè”
E allora sì vedrai ti sosterrà
in nome tuo si contraddirà
Delle primarie si sbarazzerà
e al Pdl ancora crederà.
 
Prendi un elettore
trattalo da scemo
raccontagli balle a tutte le ore
Di’ che la crisi è solo un abbaglio
(basta chiedere a un ristoratore)
Fai votare che Ruby è egiziana
gli asini volano e Obama è con te
Di’ che degli ultimi 150 anni sei stato il migliore
e che mai nessuno sarà come te
E stai sicuro che ti sosterrà
Alle bugie credere ancora vorrà
Alle Olgettine non penserà
E dei Dell’Utri si dimenticherà.
 
No, caro amico
Non sono d’accordo
parli da italiano ferito
Pezzo di… nano, lui ora è tornato
e tu non hai resistito 
Non esistono poi tanti Alfani
solo una è la Santanchè 
Per ogni Cicchitto, Gasparri, Meloni
vedrai che un Bersani è già in cerca di te…
 
 
 

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Lo Stretto salpa al mattino presto, o forse ancora di notte: il giorno non arriva da est e non è per davvero luce, il giorno sale come un fumo o una combustione spontanea di particolari ciottoli rosa, un vapore d’acque ferrigne, una vibrazione insopportabile che anima le lingue di terra, i vortici di sale, i pontili. Lo Stretto si disancora lentamente e comincia la sua massiccia navigazione, in senso longitudinale, attraverso il mediterraneo.
Una propulsione misteriosa si sviluppa sotto tonnellate d’acqua e di roccia, sotto strati di nomi accumulati, terricci, ceramiche a figure rosse e nere, ruote di carro, cocci di bottiglia, monete ossidate con profili di tiranni, pallottole, vanghe, croci e ossa umane e disumane. Nessuno sa esattamente cosa sia: qualcuno dice i vulcani, qualcuno i giganti e i centìmani imprigionati nelle segrete e nel tempo, qualcuno persino gl’incendi rossi che tormentano il dorso nero delle colline, durante le notti. I motori girano sempre più veloci, col rumore di turbina del giorno che sale – o scende: non è chiaro il movimento della luce, né la sua natura. Le eliche gigantesche si muovono, aspirano le acque ioniche e tirreniche e formano vortici e garofali, distintamente percepibili anche nei giorni di foschia: sono i buchi nell’acqua dello Stretto, la sua costante lezione d’impossibile.
Le eliche girano, e lo Stretto salpa lentamente, col suo apparecchio di terre, coste, colline e il suo sistema chiuso e aperto di correnti. Noi stiamo nelle nostre città costiere, oppure nei paesi interni – ci sono paesi che guardano il mare e paesi che lo ignorano, paesi che si distanziano dal mare e paesi che tendono il collo fin quasi a toccarlo, per esempio con strade o file di lampioni o palazzine o leggende persistenti o sogni. Noi stiamo sulle spiagge, per ora, preferibilmente le spiagge attorno alla punta, ai piloni gemelli che non perdono mai la distanza reciproca (che è il loro modo di starsi vicini, di non mancarsi).
Lo Stretto naviga sicuro, fermo, al centro del mare, con la sua scriminatura di correnti, i suoi andirivieni tra le sponde, il suo chiacchiericcio ininterrotto: noi guardiamo la Calabria, che qualche volta è azzurra e immersa in se stessa, qualche volta è nitida e vicina, davanti alla porta di casa, e non puoi spalancare una finestra senza urtare qualcosa, una palma, un porticato, una tettoia di lamiere.
Lo Stretto gonfia le vele – che qualche volta sono immense, bianche e triangolari con vertici appuntiti che toccano il cielo, qualche volta sono basse e stracciate, e vi s’impigliano nuvole nere, gabbiani grigi, fili della biancheria – e naviga, naviga tra le terre.
Ci sono un gran numero di barche, navi e zattere, bastimenti e portacontainer, luntri e velieri, pescherecci e motoscafi, disseminati tra le terre e i mari, che ci guardano passare. Vengono da ogni dove, si piazzano lì, tra gli scogli o in mare aperto, alla fonda nelle rade, all’imboccatura dei porti, solo per guardare lo Stretto che passa, lento maestoso e antico, nella sua navigazione quotidiana.
Lo Stretto avanza a velocità moderata e costante, sempre trasversale e parallelo: taglia oriente e occidente, li gira in modo imprevedibile tra i suoi confini, dove il nord e il sud, il prima e il dopo, il sotto e il sopra sono una cosa diversa. Diversa dagli altri luoghi.
Si trascina i suoi bagnasciuga cangianti, le sue spiagge di sabbie e ciottoli, i suoi scogli smeraldini, e la gente radunata sulle navi – i velisti i croceristi i pirati gli scafisti i pescatori i marittimi i pendolari i bucanieri i passeggeri i turisti i contrabbandieri i balenieri – li guarda passare, dalla punta alla coda dello Stretto, che è un immenso pesce di roccia viva, coralli lavici e cavità polmonari piene d’acqua.
Lo Stretto sfila con la maestà naturale delle balene, col senso liquido dei venti delle meduse, con la furbizia punica del pescespada. Lo Stretto si divincola dimenando un poco i fianchi, attraversa i guadi, conducendo le sue greggi bianche di navi agnelle avanti e indietro. La gente le guarda passare, guarda sfilare le coste sicule o calabre, e nessun punto somiglia mai a un altro, o a se stesso. I paesini lunghi s’intersecano sui litorali, aggrappati alla navigazione lunga dello Stretto, tirrenica o ionica, a seconda dei giorni e delle correnti.
Io non lo so con certezza, ma dicono che lo Stretto attraversi ogni giorno tutti i mari, oceani compresi, per tornare la sera al suo posto. Di sicuro attraversa il mediterraneo, perché le reti di luce che getta ogni giorno sono ogni sera cariche di suoni, echi, riflessi, pesci, sillabe. Meduse, pescigatto, conchiglie, sirene. Orche, orchi, seppie, tartarughe. Greci, fenici, romani. Arabi, normanni, spagnoli.
Gli equipaggi lo vedono passare, e c’è sempre qualcuno che grida: Lo Stretto, c’è lo Stretto… e tutti salgono in coperta a veder passare le sponde e i mari e le colline e il cielo e i pesci e i fari e le navi. Il sartiame fa razzia di nuvole, spazza i cieli, le tolde – torri, ciminiere, pali della luce, cristi lunghi, campanili, viadotti – ondeggiano pericolosamente. Qualche volta le terre ci si specchiano, capovolte, e ciascuno può leggere sull’acqua il rovescio trasparente della sua propria vita, e trarne conforto, o disperazione.
Allora rimangono lì a guardare, con un nodo in gola, fino a che lo Stretto non è un punto lontano, incontro a tramonti o albe o altre cose indecifrabili. Le vele, sono le ultime a sparire.

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Oroscopiamo il 2012

Bilancio – La crisi cosmica, causata dall’allineamento delle finanze mondiali, in opposizione alle economie emergenti del Sol Contante, ce l’ha proprio con voi. Le vostre entrate diminuiranno. Ma anche i soggiorni e persino i bagni. A meno che non abbiate qualcuno che paghi a vostra insaputa. Combattete dunque il malumore,  perché nessuno possa dire che vi trova Malinconico.

Cancro – Purtroppo, siete spacciati. Anche perché farvi curare dalla sanità pubblica è stata una pessima mossa. Ma se vi fate seppellire in cantina, qualcuno potrà continuare a riscuotere la vostra pensione.

Scorpione. No, Salamandra. Va beh, Blatta – Congratulazioni, siete capaci di sopravvivere a tutti i climi e a tutte le situazioni, dai governi berlusconi alle elezioni alle bicamerali ai congressi della sinistra: praticamente, siete D’Alema.

Toto’ – Ma mi faccia il piacere. A capo di una rivolta contro tutti gli onorevoli Trombetta (per non parlare di quel Trombone del padre) capeggerete i nuovi indignati, al grido di “Miseria è nobiltà”.

Vergine – No, con la plastica non vale: non siete mica la Santanchè.

Pesci – Lo sappiamo, non ve li potete permettere da molto tempo: avete allevato un capitone nel serbatoio condominiale giusto per mettere qualcosa a tavola a Natale. Il consiglio per quest’anno è: pescate meduse nelle acque del porto.

Né carne né pesce – Ti chiami Pierluigi, hai un cognome che comincia con la B e hai il vezzo di arrotolarti spesso le maniche della camicia. Quest’anno realizzerai appieno tutte le tue potenzialità: non ti succederà assolutamente niente.

Leone – Sì, d’accordo, sei il miglior re degli ultimi 150 anni. La foresta è felice, a parte quei depressi rompicoglioni pessimisti dei comunisti che continuano a blaterare di disboscamento e inquinamento delle falde. Il clima è meraviglioso, e il buco dell’ozono e il riscaldamento del pianeta sono invenzioni dell’opposizione. Fra due anni sconfiggerai i monsoni e sposterai l’equatore più a nord. Intanto, raccontando di essere vegetariano, ti accompagni alle giovani gazzelle e alle nipoti dell’ippopotamo. Il consiglio intanto è: attento ai predatori tecnici.

Leghista – Anni difficili per voi. Vi chiudono i ministeri, vi controllano gli scontrini, poco ci manca che vi tocchino le quote latte. Intanto la Padania non batte moneta e non difende i confini, i meridionali sono dappertutto, specialmente i Cosentini, e vi tocca pure difenderli in Parlamento. Sarete tentati di appendere l’elmo con le corna al chiodo. Non fatelo: voi siete essenziali all’ecosistema, come le zanzare, le piattole e le verruche.

Pensionato – Ogni mattina un pensionato si sveglia e sa che deve correre più in fretta dell’aumento dei prezzi e delle nuove tariffe dei carburanti, o non potrà sopravvivere. Ogni mattina un governo si sveglia e sa che deve attaccare le pensioni più in fretta, e aumentare Iva e tariffe, o non potrà sopravvivere. In Italia, ogni mattina non ha importanza che tu sia un pensionato o un governo: devi correre.

Precario – Sei l’ultima ruota dell’oroscopo. Anzi, tecnicamente non dovresti nemmeno essere qui: il tuo contratto è scaduto l’anno scorso, sei in mobilità ma tanto lo Zodiaco è stato trasferito in Serbia, dove le previsioni costano meno. Prova a scrivere a Santoro.

ps: Standard & Poors ha declassato il nostro Zodiaco, e non possiamo più permetterci dodici segni. Da quest’anno i segni saranno undici, con aliquota al 21 per cento e Imu al termine di ogni semestre.

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Mi chiedo
dove sono andati
a finire
i miei soldi.
In quali ospedali,
ché qui ti devi portare le lenzuola,
e se ti porti il medico
è ancora meglio.
In quali autostrade,
ché la Salerno-Reggio
è piuttosto
una macchina del tempo.
In quali scuole,
ché qui chiudono
per mancanza di insegnanti
di aule
di lavagne
di carta igienica
di carta e basta.
Ditemi quali stipendi
ho pagato:
del poliziotto
senza benzina,
del giudice
senza tribunale,
dell’infermiere
senza corsia.
Fatemi camminare
nelle città
che ho finanziato:
con gli autobus
che ho pagato
tra le aiuole
che ho seminato
sulle strade
che ho asfaltato.
Fatemi illuminare
dai lampioni
che ho pagato
di tasca mia.
Fatemi passeggiare
sui ponti
sullo Stretto
(ne ho già pagati cinque,
mi pare),
tra le opere
grandi e piccole
e soprattutto
le opere medie.
Fatemi sedere
nei parchi
negli spazi verdi
tra le panchine
dove siedono
i vecchi soddisfatti
per la pensione
che io sto pagando
per loro.
Presentatemi
i poveri
che ho sostentato
i bambini
che ho protetto
i disoccupati
che ho aiutato.
Fatemi passare
negli uffici
che ho costruito
perché ci passassero
le carte
che ho pagato
e gli impiegati
che ho stipendiato
per far funzionare
ponti, strade e città
e tribunali
e ospedali
e altri uffici ancora
e uffici degli uffici.
Fatemi vedere
dove stanno lavorando
chini su un foglio
dritti davanti al monitor
curvi su un microscopio
tutti gli studenti
tutti i ricercatori
tutti gli scienziati
che ho pagato
coi miei soldi.
Fatemi passare
davanti alle finestre
di quelle case
per persone sole
vecchie
abbandonate
maltrattate
che pure ho pagato io
e ho le prove.
Ho trent’anni di ricevute.
Vi ho pagato
fino all’ultimo
centesimo.
Almeno ditemi
quanti vitalizi
sto pagando
di democristiani estinti
socialisti dimenticati
repubblicani
liberali
e socialdemocratici trapassati remoti.
E i missini
e poi i socialisti nuovi
e i polisti
e i forzanovisti
tutti sulle mie spalle.
Coi loro portavoce
e portaborse
e segretarie
e autisti
e cuochi
e barbieri.
Fatemi entrare
in quei palazzi santi
dove non pagano l’Ici
ma dove i miei soldi
sono entrati
come contributi
doni
regalìe
decime.
Fatemi ammirare
anche da fuori, per carità
la magnificenza
delle Istituzioni:
le ho pagate io.
Continuo a pagare
lo stipendio
a questo Paese.

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