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Archive for the ‘de rerum maternorum’ Category

mamma

La colpa è tutta di Nanni Moretti.
Io ero lì, tranquilla (insomma), a lavorare. Sì, è vero: avevo il cuore già perciato (per non parlanti la koinè meridionale: perciato vuol dire bucato, ma con un surplus di dolore, di forza cruda nel fare quel buco, di spargimento di sangue) per la faccenda di Andrea Cisternino, il fotografo italiano che s’era messo in mente di proteggere cani e gatti in Ucraina, dove nessuno protegge nemmeno gli uomini, e una banda di degenerati ha incendiato il suo Rifugio Italia, facendo bruciare vivi 75 tra cani e gatti, creature indifese che avevano appena preso a fidarsi degli uomini (sbagliatissimo, dalla prima selce scheggiata in qui). Insomma, il mio cuore, molto facilmente perciabile, era appunto più perciato del solito, quando mi capita tra le mani tutto un lunghissimo pezzo dell’Ansa sul nuovo film di Moretti, regista che io ho in somma antipatia da quando mi ricordo, praticamente dalla collina di “Ecce Bombo” (unica scena che salvo perché l’ho vissuta per circa quindici anni, ogni estate nel rifugio cistercense di Bagnara dove i miei mi rinchiudevano a fare a tu per tu con un’alba che non arrivava mai, e restavamo eccebombati per sempre).

Mia madre” parla di sua madre, ma voi lo sapete che con la parola “madre” non ci sono possessivi che tengano: la madre è sempre lei, unica, imprescindibile e variamente incarnata o disincarnata. Così, lì in redazione, dove l’unica cosa viva (a parte me, e spesso nemmeno) è una stenta piantina di edera presa solo per la sua tenacia calabrese e fuori luogo, lì in redazione, sopraffatta dal chiacchiericcio delle televisioni, dai ronzii delle macchine che presto siederanno alla scrivania al nostro posto (anzi, talora è già così: per copincollare non occorre strettamente un cervello, o ne basta uno di leghista o di computer ottuso), dai colleghi che parlano di calcio, di fantacalcio o di scommesse sul calcio, lì mi sono trovata a leggere di sua (mia, nostra, vostra, loro) madre, ricoverata e terminale con due figli inetti accanto, al capezzale estremo dove chiunque è inetto. Ricoverata e indisciplinata, come tutte le donne (le madri) che non si rassegnano eppure non possono gestire la ribellione alla dittatura dei farmaci, delle flebo, delle visite, della vita così come viene spogliata, numerata e resa inerme dall’ospedale.

Leggevo che lui nel film c’è ma non è solo lui (bella scoperta: nei libri gli autori sono tutto, dalle virgole agli avverbi di modo, mica nel cinema è diverso): lui è un pezzetto di Margherita Buy, l’unica donna alla quale riconosco più nevrosi di me, lui è anche lui proprio, quell’odioso figuro col naso a becco e la voce nasalmorettiana che sembra dica sempre “D’Alema, dici qualcosa di sinistra” (“Nanni, fai qualcosa di cinema”), lui è anche la madre in quel letto ultimo, spaesata come tutte le madri sottratte al loro mondo, immensa come tutte le madri che tanto il mondo lo portano dove vogliono loro, e non noi.

Mi sono ritrovata all’ospedale di Reggio Calabria, dieci anni fa, impegnata nello stesso pellegrinaggio senza frutto, nella stessa finzione di cura, nella stessa attesa inconfessabile. Inetta come tutti, nevrotica come tutti, ferita e incapace come tutti. E oggi, col cuore ancora perciato (ché i cuori non si richiudono mai e portano tutti i segni delle ferite, tutti i buchi ai quali puoi appendere ciondoli, palline di Natale e lacrime rapprese), ho una voglia di vedere mia madre così pressante e irragionevole che sto male. Vorrei fare cose senza senso: scavare il cielo con le mani, rompere il terreno fino al magma, fare qualcosa di fisico per avvicinarmi a lei, perché quest’assenza così protratta, così assoluta, non è da lei. Mia (tua, sua, nostra, vostra, loro) madre era una donna onnipresente, persino oppressiva. Volitiva, caparbia, irriducibile. Rocciosa, in qualche modo. Eppure nebulosa, caliginosa, traboccante di sogni, presentimenti, premonizioni così rarefatte da essere incomprensibili. Mia madre è una figura geometrica che non riuscirò mai a definire (una cosa come il “geoide”, la forma della Terra, che non è uguale a nulla se non a se stessa: come mia, tua, sua, nostra, vostra, loro madre), un’equazione che non torna. Mia madre la voglio così tanto, adesso, che mi manca il respiro per la rabbia, per il furore che questa cosa assurda, la morte, s’è inventata.
La morte non ce l’ha, una madre.

(insomma, anche stavolta la colpa è di Moretti, Poi non dite che non ve lo avevo detto)
(ps: nella foto, mia madre sorpresa in un raro momento in cui non odiava, o amava con eccesso di furore, la vita)

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Mamma, sono nata così diversa da te.
  Nel mio uovo protetto, dentro i perenni anni Cinquanta della Calabria (sono durati almeno trent’anni, lì, prima di sboccare direttamente negli orridi Ottanta), dentro la tua giovinezza inconoscibile, ombrosa, irregolare come le punte dei tuoi capelli. Eri madre come gli animali del bosco, la faggeta, il ragno del davanzale. Eri madre come certe dee pericolose, che divorano i figli o li imbandiscono ai mariti meschini. Eri madre con punte di ferro acuminate, paure che si svegliavano di notte e camminavano sui balconi, coi fantasmi che si raccoglievano nel tinello, dove tu non volevi entrare dopo l’imbrunire. Eri madre in un certo modo selvatico e illuminista: non mi hai mai fatto vaccinare per il vaiolo, e io invidiavo quella cicatrice rotonda che avevano proprio tutti sul braccio, e io no.
  E io no. E io no. E io no. Sono le prime parole che ricordo con in mezzo “io”. Mi hai dato il tuo io sempre escluso, sofferente, subalterno.
  Mi nascondevi e mi esponevi, e io soffrivo in ogni caso: avrei voluto allontanarti, ma non sarei sopravvissuta senza di te.
  Tutti i figli si cibano delle madri: il latte segna solo l’inizio di quel patto di cannibalismo e devozione. A te il latte finì subito, perché non ci credevi, perché era nero, velenoso almeno quanto te, necessario per sopravvivere nel mondo delle tarantole, delle trappole, degli abissi in cui ti aggiravi e che io intuivo dalla tua voce spaventata.
  Certe volte, di notte, anch’io mi trovo in quel mondo: cibarsi di qualcuno vuol dire ereditarne ogni cosa, le forze e le angosce. Alle radici minerali della mia anima condivisa (la condividiamo con stirpi, generazioni, con tutte le madri che ci hanno precedute, in una catena interminabile e potente, che ci appaia o no) ci sono gli stessi archi di pietra, camminamenti stretti, gole e voragini, e tutte le sorgenti del Nilo.

 

Mamma, sono nata così uguale a te.
 Quando, di rado, dormivamo vicine, gli dei ronzanti sul sonno dei mortali – invidiosi della loro pace effimera ma totale – non ci distinguevano: lo facevano solo le zanzare, che sono più pratiche, e infierivano su di te, attratte dalla composizione misteriosamente dolce del tuo sangue rovente, e ignoravano me, che avevo ereditato quella qualità aristotelica del sangue di papà che le teneva lontane. Ma il mio sangue era comunque più simile al tuo, col suo gusto per le tempeste nelle tempie e nei polsi. Il punto d’ebollizione era lo stesso: bastava, basta una sola parola, un gesto, uno sguardo. Il nostro sangue tempestoso era identico, avremmo potuto scambiarcelo. Ferro, sale, rame vecchio, alloro: il nostro sangue sapeva di molte cose. Tu, verso la fine, ne perdesti moltissimo, e mi sentivo come se lo avessi perso io stessa, perché lo riconoscevo, sia pure diluito dalle trasfusioni e fatto amaro dalle medicine.
 Io reagisco, come te, ad altri farmaci: certe mattinate d’acciaio celeste sullo Stretto, certi accordi misteriosi con creature vive o immaginarie o tutte e due, certi ricordi puramente animali, inesprimibili. Io porto, come te, le stesse stimmate invisibili, le ingiustizie palesi della natura e della Storia nel nostro corpo di femmine, femmine calabresi, femmine calabresi del Novecento, femmine calabresi del Novecento italiano. Io trascino le stesse corde, gli stessi pesi, le stesse invisibili architetture di dolore. Io entro, salutata da angeli inesprimibili, nelle stesse cupole di gioia che nessun altro può comprendere ma io nemmeno, non interamente.

 

Mamma, oggi mi sento così simile a te da non vedere dove finisci tu, dove tu sei finita, e dove io sono cominciata, dove mi ricomincio ogni giorno.
 Mamma, oggi mi sento così diversa da te da pensare che i secoli hanno sbagliato e la natura e gli dei, e dobbiamo andare a capo, di nuovo, e non ce la faccio, non ce la faccio a ricominciare il mondo tutta da sola, come facevi tu.

 

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Magritte Corde sensible

Con l’acqua il paese di mia madre cominciava e finiva.
Cominciava con la fontana dell’Acqua medicinale, che aveva sette virtù: faceva i denti bianchi, catturava la luna, dava sapore al pane, curava la gotta, la mossa di stomaco, la risipola e i sogni veritieri, ma non poteva nulla contro il malanimo. La fontana era dopo la curva, circondata da pietre e felci preistoriche.
Dove andiamo? Andiamo all’acqua medicinale.
E così io e le mie cugine passeggiavamo fino all’acqua e poi indietro, dopo aver bevuto alle cannelle di ferro, che erano sempre appannate come di brina, perché l’acqua era gelida, e veniva da un altro mondo, molto più antico del nostro. Infatti non aveva sapore d’acqua: era amara come l’erba, o forse salata come i castagni, o scura come certi boschi impenetrabili che circondavano da ogni lato il paese. Aveva un sapore sottile, diritto in fondo, inspiegabile.
Questa è acqua buona, dicevano a noi di città, ridendo coi loro denti bianchissimi e sgranati.
Sì, annuivamo noi, il mento gocciolante e la bocca intorpidita.
L’acqua, intanto, scendeva nei nostri organismi cittadini, pesante come la salute delle pietre, della valle e della montagna, che risaputamente sono immortali, e più vecchie di dio.

Il paese finiva all’argine della fiumara, invece, che era acqua cattiva, incostante e femmina.
Appariva, spariva, spingeva la sua lingua di detriti dentro il sottobosco, spaventava gli animali e insidiava le case.
La fiumara ci odia tutti… e qualche giorno… , diceva mia nonna, che aveva il gusto delle catastrofi. Diceva che la sentiva scorrere sotto terra, sotto la strada, sotto la casa, e qualche giorno si sarebbe portata via tutto il paese. La sentiva anche d’estate, quando diventava un ruscello o anche meno, un niente, un ricordo, una sete d’acqua e pietre spaccate dalla rabbia e dal sole.
Lei diceva che un ventre d’acqua tiene ogni cosa, e tutto finisce e comincia lì. Come il paese.

Questo per rammentare che oggi è la Giornata dell’acqua.
Perché, dai tempi di mia nonna, l’acqua s’è trasformata. Ora gira in vestiti di pvc anche molto eleganti, e la invitano ai convegni degli ambientalisti, la fanno recitare negli spot. Ora ne hanno paura, non perché è troppa ma perché non ce n’è abbastanza. Ora si può parlare dell’acqua secondo la percentuale di sodio, gli oligoelementi e il ph. Il punto è che è rimasta a scorrere là sotto, e la possiamo sentire, lontana e minacciosa.
E mi viene in mente anche un’altra acqua, di cui m’hanno parlato ma che non ho mai visto o toccato: l’acqua delle saline di Trapani. Anche quella col sale è una guerra antica. Lo si deve attirare fuori dal mare, farlo venire in superficie, bianco come la luce. Così l’acqua passa la sua via crucis per perdersi, sparire, tornare altrove, dappertutto.
E l’acqua non è inodore, incolore e insapore. L’acqua può avere un sacco di nomi. Acqua crura, acqua fatta, acqua marciùsa, acqua matri, acqua ‘nciuri, acqua sarchia, acqua vergini: tutti i nomi dell’acqua delle saline, l’acqua tormentata e spinta via dagli uomini. L’acqua che – secondo mia nonna – prima o poi si vendicherà.
Chissà, fra centomila anni il mondo sarà un cristallo di sale, e l’acqua una corona di ghiacci, in sogno.

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La sera in cui cenò con dio, Carmosina aveva addosso la sua migliore cappottina di panno scuro. La borsetta aveva manici d’osso, e dentro un fazzoletto con l’orlo di merletto che faceva odore di canfora e ala ripiegata, un portamonete con la chiusura d’oro falso e una foto sfocata di Stefano adolescente – una macchia bruna in mezzo a nuvole di luce, destinata a sbiadire molto presto.
Lisabetta aveva insistito per appuntarle in testa il velo di pizzo nero, quello per la chiesa, e le aveva cacciato in mano il rosario di granati che luccicavano come more di gelso. Ma Carmosina s’era tolta il velo: “Vado da dio, non dal signor parroco” aveva detto con dignità ostile, e uscendo aveva appeso il rosario a un ramo della mimosa. I grani oscillavano appena, al vento del crepuscolo che muoveva la cenere gialla dei fiori.
Carmosina s’era incamminata, sui tacchi quadrati delle scarpe buone, l’orlo di mussolina che sfiorava gli stinchi. Era certa della direzione da prendere.
La sera infatti era triste ma trasparente, e la casa di dio si poteva vedere con chiarezza, come accade nelle terre di montagna dove l’aria è così sottile che non basta a celare l’universo.
Gabriele la guardò camminare nel vialetto, e le sue ali d’angelo s’agitavano pensosamente, muovendo la polvere nella soffitta, con un vento d’apprensione gelosa che fece piangere nella culla il figlio di Lisabetta, e nessuno riuscì a consolarlo per ore, nemmeno con l’infuso di finocchio, nemmeno con lo zucchero spalmato sui labbruzzi.
Carmosina sentì lo sguardo dell’angelo, come sempre sentiva sulla nuca lo sguardo della morte, e non si voltò apposta, ma strinse i denti al suo modo, che era un sorriso e una minaccia. Camminò diritta come la riga delle calze, ripassandosi due o tre cose che voleva dire da un pezzo, a dio.

Lisabetta aveva avuto l’idea balzana che dio parlasse in latino, e allora sì – diceva – che le ci sarebbe voluto il signor parroco, per capire, ma Carmosina fece una smorfia e sussurrò che, semmai, dio avrebbe parlato come le gazze, o i lupi d’inverno, o gli stipiti della casa che cigolavano di dolori immaginari, e come parlava nonna Vincenza, che il mattino in cui compì centocinque anni si drizzò sul letto – le trecce raccolte sul capo come una corona, pizzi da imperatrice sulla camicia da notte e una luce imperiosa negli occhi – e cominciò, in una lingua sconosciuta ma irresistibile, tutta sibili e schiocchi e comandi, certi discorsi lunghissimi e complicati che nessuno capiva ma che alla fine convincevano tutti, meglio del vescovo. Allora il parroco s’era impressionato, e aveva detto che la vecchia parlava la lingua di Babele, e forse era indemoniata e bisognava finirla a colpi di croce dentro il cimitero, per essere sicuri, e Pietro gli aveva risposto, limpido, che se avesse toccato sua madre l’avrebbe crocifisso a testa in giù, come San Pietro, al centro del pollaio.
In realtà, dentro di sé Carmosina era convinta che dio parlasse in francese: da quando aveva sentito Basilio recitare versi pieni di erre arrotolate e parole veloci, tutte accentate come se il mondo fosse una cosa piena di gioia e di fretta, aveva pensato che dio avesse inventato quella lingua solo per sé.
Quando giunse a casa di dio, Carmosina tirò un sospiro, drizzò la testa e suonò alla porta. “Vualà” pensò.

Dio era una signora di mezz’età, con un sorriso divertito.
Aveva un petto abbondante che scappava dalle trine, uno sguardo nocciola di imprecisabile profondità e una messinpiega freschissima. Dio aveva i capelli biondo scuro, tinti, a onde educate che coprivano appena il collo.
“Benvenuta” le disse semplicemente, e Carmosina – che pure aveva avuto cinque parti e due uomini, e un angelo, e una suocera, e non si stupiva più di niente – ne fu un po’ scossa, tanto che le mancarono le parole. Ma dio era assolutamente amichevole, e la stanza calda d’odore di minestra e forse polvere, come certe stanze antiche dove l’odore del tempo si deposita sotto i sofà, sui tappeti e nella patina ch’ingiallisce i centrini e ossida l’argento della cioccolatiera.
Carmosina, dubbiosa, fece un lieve inchino ma subito drizzò la testa.
“Buonasera a voi” rispose educata, e le dispiacque di non poterle dire quel “bonsuàr” che s’era portato ripiegato nella borsetta, col fazzoletto e il portamonete.
Dio dovette accorgersene, perché di colpo – mentre le si avvicinava di due passi – divenne un giovanotto coi baffetti sottili e le ciglia piene di stelle, che con voce di perfetto velluto le porse un “Enchanté” che la fece sussultare.
Carmosina sospirò forte, il seno come un animale bianco che si muoveva da solo nel corsetto, e rispose, tirando fuori il suo “bonsuàr”, che faceva un leggero odore di canfora e gelsomino. Lateralmente, dio considerò che quella di maschi e femmine era una delle migliori idee che avesse avuto, mentre Carmosina pensò che forse preferiva quella coetanea con lo sguardo sapiente, al giovanotto demonio con le basette affilate come un tango.
In quell’istante, dio tornò a essere la signora compìta, tranne che per quell’ironia nocciola che le scaldava gli occhi. Con gesto educato ma morbido, dio invitò Carmosina a sedersi a tavola, su una delle sedie dall’alto schienale intagliato. Carmosina accettò con un cenno, ravviò la gonna e sedette un po’ rigida alla tavola di dio.

Dio le sedette davanti, oltre il tavolo di noce sul quale luccicavano piatti di maiolica e posate d’argento del servizio buono. In un cestino c’era un pane scuro di trama fitta, in una caraffa di cristallo un vino rosso come un cuore.
“Pane… e vino…” sussurrò, colta da improvvisa comprensione, Carmosina.
“Credevo che piacessero, a voi uomini” disse dio serissima, o forse una piccola ruga le animò per un attimo la guancia,e Carmosina sentì che stava scherzando, al modo impercettibile delle donne.
“Infatti agli uomini piacciono – disse Carmosina, dagli occhi neri una luce di rimando al lampo nocciola di dio – le donne preferiscono le brioches”. Il sorriso si perse nel riflesso opaco del coltello, mentre tagliava il pane per tutte e due.

Carmosina versò il vino, che era denso come sangue, o succo di gelsi neri, e le venne di dire un “amen” che dio sembrò accettare con cortesia piegando appena la testa, e la luce della lampada a gas le disegnò un riflesso d’oro sull’onda dei capelli.
Mangiarono quel pane, e bevvero quel vino, e anni dopo ancora Carmosina non sapeva dire che sapore avessero, o forse non voleva dirlo, perché in cuor suo era convinta d’aver sentito sapore di sangue, e di placenta grassa, e delle carni macerate dei neonati, e forse delle pallide carni dei morti quando bisognava vestirli.
“Volevo sapere perché ci fai morire” disse semplicemente Carmosina, che in mente aveva lo sguardo predestinato di Stefano, e il fiato delle anime che si radunavano alla fossa, e l’ombra violetta della barba che scuriva le guance di suo padre, al secondo giorno di veglia funebre.
Dio la guardò e le disse: “Sicura che vuoi saperlo?”.
Carmosina non era sicura, ma non le sembrava bello mentire a dio, così rispose sollevando, vaga,  una spalla.
“Si muore perché non c’è vita abbastanza per tutti” le confidò dio, con un sospiro e un vago odore di cipria.
“Ma tu sei immortale, e gli angeli pure” obiettò Carmosina piena d’ardore, come avrebbe fatto alla riunione di partito, quando Pietro la portava a parlare di socialismo e rivoluzione e fratellanza universale e finiva che facevano tutti a pugni.
“Questo lo pensi tu” rispose educatamente dio, ravviandosi un ricciolo con la mano – aveva un leggero smalto malva sulle unghie allungate. “Si tratta solo di durate diverse: non c’è vita che duri per sempre…” aggiunse.
“Per fortuna” pensarono all’unisono.

Per qualche minuto ancora mangiarono in silenzio, mentre Carmosina masticava un’altra domanda col pane.
“E perché si deve soffrire?” disse di colpo, mentre dio beveva con gli occhi socchiusi nell’alone del vino.
Dio allora posò il calice e divenne un cerbiatto ferito, dal cui fianco ansante stillava un sangue chiaro e leggero. Quindi divenne un castagno, di quelli dietro la casa, le cui braccia artigliavano tormentose certe notti di vento, mentre ogni foglia gemeva con la sua propria voce. Fu, ancora, un marinaio sfregiato che guarda un’isola lontana come una donna coricata, e poi una stella marina secca che si sgretolava in polvere arancio. Fu una croce di pietruzze sulla tomba dimenticata d’un bambino, e una promessa che rotolava via come un anello che rotola in un angolo. Fu uno scorpione femmina che divora i suoi piccoli, e poi un pescespada che fende la corrente, pazzo di dolore, mentre le sirene cantano per nessuno nella notte vuota.
“Perché sì” le rispose, poggiando – di nuovo donna – la mano curata sul tavolo.
Carmosina pensò che dio era come Pietro, che faceva finta di sapere tutto ma non sapeva nulla: non era colpa sua se s’era trovato lì, in quella casa di pietra alta sulle nuvole, a sentire il rumore eterno delle cose. Non diverso da lei, da noi.
“E tu, come lo trovi il mondo?” le chiese dio, che vedeva tutto ma aveva obiettivamente qualche difficoltà a guardare l’anima delle donne, dove qualcosa sempre restava celato.

Carmosina ci pensò, portando alla bocca un dito, poi disse due parole, guardando dio ben dritto negli occhi. Lo aveva sempre pensato, d’altronde: “Mediocolo strafottuto”.

Dedicato a quella sfilata di porpore e oro zecchino che in questo momento dovrebbe essere la Chiesa, raccolta a percepire la volontà di dio. Se dio c’è, è femmina e trova grottesco tutto quello sfarzo: la Chiesa, se c’è, non è lì, non è quella, non sono loro.
Io, comunque, credo che dio non esista. Anche se mia bisnonna Carmosina lo ha incontrato. Ma, come Carmosina, credo in un sacco di cose inspiegabili. Forse anche questa.

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Io odio le mimose, e l’otto è sempre, per me, un sasso nel cuore: mia madre è morta un mercoledì otto giugno, alle cinque del mattino.
Il mercoledì ha delle ceneri, dentro,  e l’otto di più. Ceneri gialle come la mimosa triste che era nel giardino della casa al mare, e che mia madre detestava. C’era una guerra, tra lei e la mimosa. La mimosa pioveva, spandeva il suo odore dolciastro, allargava nel buio le sue radici sotto la casa, meditando di sollevarsi di colpo e sradicarci: ne percepivamo il disegno da certe crepe nel vialetto, e dall’inclinazione dello stipite. Mia madre le diceva cose crudeli, non si sentiva minimamente obbligata dalla sua soffice iconografia, dalla sua aria perennemente celebrativa, dalla sua finta innocenza, dalla sua obiettiva consistenza vitale, ancorché botanica. La mimosa ricambiava quell’odio, e spargeva ceneri profumate che non si cancellavano mai.
Il nespolo, di fronte, non partecipava alla contesa: s’estraniava in una sua certa aria orientale, e nella dedizione al dovere di albero da frutto. La mimosa, invece, era diabolica: non aveva altro scopo che ornarsi, e infastidire mia madre.
Lo vedevamo che non c’era scampo. Mio padre, che era uomo di pace e non capiva appieno il linguaggio delle piante e delle cose, si limitava a contenere i danni. Uomo pratico, raschiava i quadrati di cemento del vialetto e seminava con cura il prato inglese nelle intercapedini. Lo trovavo così dissimile da me e da mia madre da indignarmi con lui, e ora che semino prati inglesi e raschio sentieri – col suo stesso amore del particolare, la sua comprensione degli angoli minimi, la sua intelligenza delle mani – percorro la nostra somiglianza come un paese conosciuto eppure distrutto, dove mi fermo a piangere ad ogni passo.
Così, quando lei gli disse: “Potala”, con le labbra strette e gli occhi vermigli, lui potò serenamente la mimosa. Io li guardavo dall’alto, e non sapevo per chi parteggiare.
La mimosa divenne un tronco nudo, al quale mia madre appendeva cappelli, pentole e la gabbia del canarino. Detestavo quel modo di vendicarsi che aveva, e sottilmente lo temevo. C’era un cuore di rabbia e furore dentro di lei, vecchissimo, e capace di incenerirci tutti. Quasi come la mimosa.
La vendetta non durò poi a lungo. Mio padre le disse che ci voleva un altro albero, e per un giorno intero strapparono le radici interminabili e tenaci della mimosa, che si era spinta fin dentro al cuore della montagna, fin dentro il mio amore annodato e mascherato di insofferenza, fin dentro al cuore duro e antico di mia madre, fin dentro i tramonti drammatici d’agosto che dipingevano fiamme vive su tutte le cose. La guerra finì, e loro comprarono una tamerice, così esile e silenziosa, così salina di indole che non ci diede mai più pensieri.
Io m’affacciavo, e avevo un bel dire “tamerici salmastre ed arse”, lei non rispondeva mai. Mia madre allora sorrideva il suo sorriso feroce e interamente vivo, di quella vita vorace che si fa beffe dei nomi, e spinge profonde le radici come se non dovesse morire mai, e lottare sempre.
Ecco perché odio le mimose.

 

Perdonatemi,  ma l’otto mi sconcerta e la mimosa di più.  E poi, come ho già detto altrove: per piacere,  non regalatemi una mimosa.  Piuttosto,  strappate un aggettivo: “passionali”, riferito ai delitti di uomini disturbati e violenti contro donne non interamente docili, non più in loro possesso. Non si chiama passione, si chiama violenza e follia e mostruoso senso del possesso. Ecco, chiamiamoli “delitti di possesso”, allora. La passione lasciamola a chi la sa provare.

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Mia madre e la Szymborska saranno pessime vicine di casa, troppo simili, troppo difformi. La tranquilla saggezza dell’una irriterà il caos veggente dell’altra,  e viceversa: si contenderanno comete, maggiolini, gambi di sedano. Ciascuna coverà risentimenti, e stenderà i panni come fosse una guerra, una piccola guerra di posizione: la calabrese furente, la polacca senza limiti. Vicine di casa sui balconi e tra i paesaggi un po’ sfocati dell’eterno (“Tutto qui?” avrà pensato Wislawa disfacendo i bagagli – pugni di sale, inchiostri, istantanee di nulla, ombrelli smarriti,  mezzi biscotti, catene di pi greco – e poi: “L’avevo detto, io, dove c’è il Tutto c’è l’inganno del nulla, dietro l’angolo”).
S’ignoreranno, per un po’, incuriosite e stizzite da quella convivenza stretta: i cieli sono angusti, e sempre più affollati, e quando sei anziana i mezzi pubblici sono difficili da raggiungere. Dovranno condividere tramonti opachi, albe a casaccio (li mettono su per non disorientare i morti, ma l’Ufficio Meteorologia per lo più studia sui quadri impressionisti, mentre sarebbe assai meglio una copia qualsiasi di “Oggi fotografo io”), tazze di zucchero, torrenti, mattine di Natale (in cielo è Natale ogni due settimane, per decreto).
Eppure, le piccole cose correranno spontaneamente nelle loro mani, i piccoli animali, gli scarti della creazione – papere a tre zampe, meduse volanti, alligatori vegetariani, panda microscopici, cugini con sei dita – si rivolgeranno a loro.
Dalle loro cucine all’unisono si leveranno profumi che raccontano ogni cosa: cucinare è come scrivere, è chimica dell’anima. Mia madre aggiungerà più peperoncino, Wislawa spezie che non so pronunciare. Tutte e due il loro ingrediente segreto, comune.
La Vita passerà a prendere una tazza di caffé, la Morte le guarderà dal bordo del prato, agitando la mano: risponderanno al saluto senza nemmeno pensarci. Non c’è vita, dopotutto, che almeno per un attimo non sia immortale, e loro due – mia madre e Wislawa – ne sono la prova persino adesso, così distanti e perpetue, così ineffabilmente presenti, scritte, ricordate, intrecciate al nostro telaio d’aquilone, al nostro incannucciato di carne, pensiero, frattaglie.
Saranno buone vicine, dopo un poco: scopriranno che entrambe parlavano con dio, e lui rispondeva allargando le braccia. Scopriranno che tutte e due sapevano recidere i fiori con un solo sguardo, e si guardavano bene dal farlo.
Mia madre racconterà di quando incontrò il soldato tedesco morto nel fosso, gli occhi celesti pieni d’acqua e di sorpresa – lo stupore dei morti, la meraviglia dei morti, l’incredulità dei morti: “i più zelanti ci fissano fiduciosi negli occhi/perché secondo i loro calcoli vi troveranno la perfezione”– e si sentì su quell’orlo, sul quel bilico in cui stai per comprendere la legge del Tutto e del Nulla, il loro invisibile equilibrio che passa per il tuo centro, qui nel petto, dove pulsa la stessa parola, come nelle tempie e nei polsi: sì sì sì sì. Le parlerà dell’identica sensazione davanti allo Stretto, che lei, solo lei sapeva suscitare, ogni mattina, appena prima dell’alba, dal terrazzo.
Wislawa le descriverà la coerenza d’una cipolla, anche una sola, con un solo gesto allineerà nel giardino un osso di dinosauro e un cappuccio di penna bic, le parlerà diffusamente di bosco misto, lavorìo di talpa e vento.
Tutte e due beffate e tradite dalla vita che, sotto forma di altra vita, era cresciuta loro dentro, inestirpabile e, parliamoci chiaro, nemmeno chiaramente distinguibile da loro stesse, e quasi impercettibile tra tutti quei bulbi, baccelli, antenne, pinne, trachee, piumaggi nuziali e pelame invernale del mondo dei viventi.
Tutte e due ricompensate dalla vita – qualunque cosa fosse, e nemmeno loro lo sapevano, che pure l’interrogavano ogni sera – perché ci sono mani che ancora le amano, che pensano a loro nella forma religiosa delle parole allineate una dopo l’altra, che parlano di loro nel modo pensante delle mani, che le tengono in gioco nel pianeta in preda ai suoi sussulti e contorcimenti e ingorghi.
Ne avranno di tempo, per conversare e dirsi d’accordo, ma tacitamente, da buone vicine che s’apprezzano ma pure si disapprovano: “Com’è esagerata” penserà Wislawa, perché non conosce, non ancora, la parola calabrese “tragediatura”; “Com’è
affilata” penserà mia madre, patendo un poco lo sguardo della polacca, che non tollera veli: lei che non credeva nella poesia dovrà ricredersi, e le costerà moltissimo. Wislawa si sentirà rassicurata: mia madre non ha mai scritto una poesia in vita sua. “In molte famiglie nessuno scrive poesie… a volte la poesia scende a cascate per generazioni, creando gorghi pericolosi nel mutuo sentire”.
Due donne orgogliose, enormi, persino imbarazzanti per dio, che fingerà di passare per caso da lì solo per dare un’occhiata, e sentirsi sempre un po’ sorpreso, vedendo dove possono arrivare, queste mortali dalla testa dura e il cuore avido, così immerse nei grandi numeri senza perdere il vizio della singolarità.
Guardandolo che si gratta la barba le due donne si daranno di gomito e alzeranno la tazza in un brindisi. In silenzio. Perché persino l’eternità, per quanto lunga, sarà sempre breve. Troppo breve per aggiungere alcunché.

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