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Archive for giugno 2007

Il refolo

il soffio nella città disabitata e ortogonale (Pippo Rizzo)

  Eccolo. Il soffio.
Il mondo non è morto, murato nella calce viva del caldo. Respira debolissimo, tenace.
  Il soffio nasce da qualche piega inspiegabile dello Stretto, in certi territori marini profondamente nascosti, a capofitto nel blu ermetico del Tirreno, quello che sfuma nel viola acceso quando incontra le ossa nascoste dell’Aspromonte, sotto Scilla, Palmi o Bagnara, o i nomi greci che sono state. Il soffio passa sulla tolda ritta della nave, che spezza la calmeria interminabile con la brace dei motori, le stanze dei fuochisti che spalano carbone, circondati di fiamme e fumo dentro il ventre dell’acqua – che è uno dei miracoli degli elementi, o forse del luogo.
  Il soffio si trasmette, impercettibile, alle barche immobili davanti alla Passeggiata a mare, fronte alle palme: zitte, le barche e le palme, faccia a faccia. I sedili di granito, la fontana ferma, sospeso persino il lavorìo delle formiche tra le commessure delle pietre. Eppure il soffio passa, remoto e antico come la sorte, dio o il caso.
  Il soffio attraversa la piazza – il bianco della pietra riflette il bianco del cielo, la voragine del sole che inghiotte linee, forme, superfici. Il soffio passa la strada, l’esalazione di catrame dell’asfalto, le traversine del tram luccicanti come baionette. Le pensiline non fanno ombra: l’ombra se l’è inghiottita il mezzogiorno africano che promette d’essere eterno. La terra è verticale, esposta da tutti i lati, inchiodata e senza palpebre. Ha labbra di salgemma, vene piene di sabbia.
Ma il soffio muove pianissimo le magnolie, le loro foglie di verde duro a forma di lancia, oblique per opporsi al caldo, originarie per opporsi al tempo. Gli alberi sono solo disegnati, non c’è niente di reale nella piazza del municipio: né i lampioni di ghisa né le aiuole né i cestini di latta. Ma ora passa il soffio, sfiora i segni sul muro, l’angolo strappato del manifesto, il gazebo umbertino, la buccia rasposa dei limoni che non trasuda nemmeno l’odore d’agrume alcolico e tenace.
  Il soffio rianima i glicini, le siepi di pitosforo, i davanzali uno per uno. Il soffio mulina, s’avvolge, s’allarga impercettibile. Carico di glicini, pietra, clorofilla, alluminio e scontento s’ingrossa, s’impenna. Si stende sul vivaio fossile, sulla pietra porosa dei monumenti funerari, sull’ossido delle cancellate; precipita nel cortile dell’ospedale, in mezzo ai fusti, alle cartacce, ai fiori morti.
Torna a gonfiarsi, vola sui muri di cinta, allarga braccia o ali o impalcature di vascello, vele o incannucciati di piume, foglie, rampicanti. Il soffio invade il cielo per intero, salutato da drappi, bandiere e panni stesi.
  La città si rianima di colpo, riprincipia a respirare pesante, col suo catarro vecchio di palazzina, di disincanto. Il ronzìo dei condizionatori fa rumore di sciame, si mescola alla nota profonda dei cantieri, al muggito dello Stretto – dèi incatenati, mostri marini, trivelle petrolifere. Siamo tornati.

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La beffa del solstizio

lo stretto si stringe, quando la luce è rosa (Mafai, 1937)

 Lo Stretto non lo voleva, il solstizio. Il passo lungo della luce lo disturbava, smuoveva la sua anima meridionale e riottosa. Così s’è inventato un giorno fosco e oscuro, dove la luce si confondeva e si sfaceva in nebbia attorno ai picchi dei colli, ai fianchi delle colline sventrate dai palazzi, ai corsi delle fiumare già asciutti, ai pali della luce, alle stesse navi agnelle che ieri erano piccolissime tra una sponda e l’altra. La luce pioveva fitta, smerigliata, scomposta, apparecchiava miraggi attorno alle coste, tra i piloni gemelli, lungo il percorso delle zattere bianche tagliato più e più volte dalle navi misteriose e mediterranee che attraversano lo Stretto per lungo, dirette a loro colonne d’ercole.
  Vedevo giardini scomparsi, fontanelle di cui m’aveva raccontato, se non sbaglio, mia nonna. Vedevo la Palazzata ridotta in frantumi una notte di dicembre, vedevo passeggeri affaccendati. Mio padre col doppiopetto, mia madre spaventata dal mare che pregava i suoi dèi ostili, la mia bisnonna in carrozza, diretta al Teatro Vittorio, a mano manca. Il fidanzato di mia cugina ucciso, con una busta sottobraccio e lo sguardo perso. L’equipaggio dell’aliscafo fracassatosi contro una prua atlantica. Colapesce. Morgana.
 L’estate porta fantasmi.
Il caldo era insostenibile, monsonico e tropicale. La città fermentava piano, ruminando buste di spazzatura, canali fognari, cantieri abusivi. Eppure, su di essa un’altra città, o molte, si ergeva a ogni istante, portata dal vento: la città dei gelsomini, tenui aromatici e nascosti, la città dei ciottoli, la città dei tigli furiosi, la città delle magnolie, la città dei cortili, la città delle cancellate di buganvillea, la città dei lastricati, la città delle fontane.
  Arrivavano a strati, come i suoni: il muggito e il belato delle navi sullo Stretto, impegnate fin dall’alba a segnalarsi il pericolo del solstizio, l’inganno della luce, i miraggi condivisi (chi vedeva un’isola, chi un continente, chi nulla per miglia e miglia marine); i colpi di martello di qualche officina, risonanti per le vallate chiuse delle palazzine, i semicerchi di attici giallini che ripetono le colline distrutte; il traffico pieno di maiuscole ed esclamativi (i tram sono catene di consonanti, le automobili sono vocali, le dueruote interpunzioni d’ogni genere). La città dei cani, dei gatti randagi, degli uccelli melodiosi che sono tornati padroni dei cieli (rondini nidificano sui terrazzi, civette s’appostano nei parcheggi, gazze rubano a volo radente tra i resti del mercato e i copertoni, gabbiani regnano sulla discarica, upupe s’ostinano tra i capannoni industriali). La città delle spiagge, delle chiese sprofondate, dei mosaici nascosti. La città del museo che espone capitelli e bifore a cielo aperto incontro a chi viene dal mare. La città del sugo di pomodoro, delle braciole arrostite, del basilico. La città dei cartocci unti e della fabbrica di birra chiusa.
 Il solstizio s’accaniva, o forse lo Stretto, su ciascuna di quelle città.
La sera è salita come un fumo dal basso, mangiandosi la luce rotta e confusa, stendendo una patina di rosa antico su case e strade e arenili e finanche sul mare. Il glicine splendeva di violetto, i tigli si limitavano ad addensare la loro ombra fiammante, tramando come sempre, oscuri e risentiti nelle loro chiome.
La sera ci ha trafitti come una freccia, come l’estate o alcune parole.
Il solstizio è morto con una certa dolcezza, e noi abbiamo respirato, finalmente: lo Stretto l’ha avuta vinta. Ha richiamato dappertutto le sue acque – loro erano state a confondere la luce, a scomporla in gocce, nuvole, nebbie – e s’è acquetato nel suo vasto letto orizzontale, nella sua finzione di fiume e lago.

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Lezioni di piano, Matisse

 Ludwig Van Bukowski  puzza, si gratta e si scopre il culo davanti alle copiste, meglio se timide e raffinate come Anna Holtz (Diane Kruger). Teorizza che il sublime ci viene dall’intestino – ma questo mia nonna lo diceva da sempre: le cose si sentono con la pancia, inclusi il futuro, dio e l’amore – e forse per questo motivo semina la casa di vasi da notte pieni. Urina e biscrome.
In quest’universo iracondo e disfatto, dove, risaputamente, non possono che fiorire capolavori – c’è tutto un filone cinematografico di genio & sregolatezza, con l’abc di soprusi-abusi-profusi, sbornie & scopate, distruzioni & vessazioni – compare, un giorno, la dolce (ma non tenera) Anna, compositrice di belle speranze. Dovrà fare da copista al genio burbero, che straccia i fogli, s’incazza di brutto per ogni semiminima incerta e in generale trae alimento dal mortificare a sangue gli altri.
Bukowski mette alla prova Anna (e qui non c’entra Beethoven, siamo nell’ambito dei rapporti medi tra uomo e donna), la spreme come un limone, si fa servire e temere e la ricompensa con trote affumicate, pat pat sulla schiena e una devozione alla rovescia, tessuta di ferocia, che è assolutamente tipica.
Lei, Anna, sopporta a ciglio asciutto (come tutte le donne), persuasa del genio del Maestro: vuota i vasi da notte, viene presa per una prostituta dal nipote sciammannato e ladro e una ‘nticchia edipico di Ludovico, toglie la polvere e trova pure il tempo di correggere un si maggiore in si minore. Nella Nona Sinfonia, per giunta, mica cotica. Ma sempre zitta modesta e umile, pretiosa et casta.
Di notte, Anna si ritira in convento, dalla prozia badessa che non smette di tentarla come un serpente alla rovescia: machitelafaffare, vieni, vieni qui con noi al riparo dal mondo… (dove al posto di “mondo” si deve leggere “maschi”, non senza un qualche fondamento). Di giorno, a parte i lavori pesanti da Bukowski, Anna deve sostenere l’amorproprio del fidanzato ingegnere e costruttore di ponti, un idiota in redingote che sì, si arrampica sulla parete nuda del convento per vederla di sfuggita alla finestra (lo fanno sempre, entro il primo anno, salvo poi dire che tu li avevi costretti e darti per sempre la colpa del loro mal di schiena senile), ma poi fa quello che fanno tutti: o me o lui (dove al posto di “lui” si deve leggere “la musica”).
Bukowsky – che è un Ed Harris particolarmente stanislavskijano, che recita col mascherone beethoveniano e i tappi nelle orecchie (il che gli dà quel corrucciamento sofferente e attento di quelli a cui la realtà sfugge di continuo, tipo me quando sono senza occhiali, o alcuni miei colleghi pure quando sono con gli occhiali) – è sordo, si sospetta per tappi di cerume invecchiato anche se lui parla di una sorta di privilegio-vendetta divina (dio gli parla come ai privilegiati, solo che coloro che dio privilegia sono gli agnelli, i sacrificati, le vittime: “li ha gustati come oro nel crogiuolo, li ha graditi come un olocausto”). Eppure, siccome è maschio, sordo o non sordo deve per forza dirigere i suoi musicisti, che ovviamente deragliano e cacofonizzano di brutto. La sera della prima della Nona persino lui lo sa: se si ostina, e non può fare diversamente (perché lui è maschio e non ammette che un altro diriga, come non si fermerebbe mai a chiedere indicazioni per strada…), sarà un fiasco. Davanti a arciduchi, cardinali e belle dame (e finanziatori) la Nona diventerà una fuga, una grande fuga. E dunque? Che fare?
Ma Anna, naturalmente. Anna a recitare la sempiterna parte delle donne: accovacciata nella cavea dell’orchestra, sotto gli occhi del Maestro, lei dirige segnando il tempo, marcando con gesti alati – ma da albatro, da gabbiano prigioniero – il tempo, gli attacchi e i crescendo e diminuendo. E poi, per soprammercato, mentre il pubblico delira ma lui è di spalle e non sente un tubo, lei si alza e corre a farlo girare per godersi il meritato trionfo. E ditemi se questo non è l’archetipo materno-femminile sempiterno. Ditemi quante volte siete state accovacciate in mezzo agli orchestrali a dirigere col labiale, mentre lui si prendeva i riflettori. Ditemi quante volte poi siete corse a farlo girare faccia al pubblico (e quante lo avete messo di spalle, perché non la vedesse nemmeno, la brutta brutta realtà cattiva).
Lo stesso accade alla grande esposizione di opere ingegneristiche magnifiche e progressive, dove il fidanzato in redingote espone il suo modellino di ponte, e Anna arriva, trafelata, e lui glielo mostra e lei si vede che ne è, semplicemente, inorridita (in effetti è un affare verde che sembra più una mantide stecchita che un ponte avveniristico), ma raccoglie le forze e l’addestramento femminile e materno e gli fa, cauta e per il suo bene (è sempre per il suo bene): “… Sorprendente…”. Come se le stessero tirando un molare senza anestesia. Lui non se ne accorge nemmeno: si miete il suo complimento e continua a scodinzolare.
Ovviamente arriva Bukowski. Che è maschio, e la sua idea di “per il suo bene” è una ‘nticchia diversa: distrugge il ponte verde a colpi di bastone, dicendo al redingotico che è una fetecchia (il ponte, non la redingote, o forse pure quella), perché non ha anima, non ha passione e non ha utilità. In effetti, lo fa solo per ristabilire i rapporti di forza tra loro due in quanto possessori di Anna.
Le donne vanno a pezzi: a uno una coscia, a uno il petto, a uno le dita. Basta che si possa prenderne e mangiarne.
Ovviamente, il fidanzato, ferito nel suo fallico ponte e nella sua redingote, dà l’aut-aut: o me o lui. E lei, la sventurata, risponde: te. Ma invece è lui. (mentre la risposta migliore, ma questa è pura utopia persino oggi, persino per me, sarebbe stata: me).
Finale da videoclip, che si riallaccia all’incipit (sempre da videoclip) con la fuga in carrozza attraverso campagne e maschere di contadini, un Pellizza Da Volpone dell’omogeneizzato cinematografico, della pastorizzazione emotiva, qui miscelata alla grande dalla musica vera di Beethoven (che a ogni film che fanno su di lui deve farsi chissà quanti giri, dentro la tomba, porello). Il Maestro muore, tempesta e impeto con lui, chiusi nel suo corpo maleodorante, e Anna ne coglie l’estremo insegnamento: esce ad ascolare il silenzio della natura, la voce di dio, il rumore dell’anima o dell’intestino, non si sa bene cosa.
E noi, in platea, pastorizzati e corali, patetici e appassionati, una ‘nticchia pure sinfonici, ci sentiamo tutti molto, molto beethoveniani.

Ps: trentamila anni fa, nel Pleistocene di questa città, quando le serate non erano house e qualcuno invitava la gente, i ggiovani d’allora, in villa, a una persona a me cara, fine beethoveniano (in realtà chopiniano e pure schopenhaueriano, ma col culto del Maestro, oltre a una mostruosa competenza filologica), pianista umbratile e sommesso, in una serata estiva profumata di gelsomini e olio di cocco, s’avvicina la bellona di turno, popputa e pre-perizomata (il massimo allora era il playtex di pizzo macramè), e con voce flautata, distendendosi sul pianoforte a coda sul quale lui modulava le sue dissonanze, gli fa: “La sai Beethoven…?”.
Lui tacque, e probabilmente perdette una notte di fuoco e la conoscenza carnale d’un playtex. Ma guadagnò un aneddoto strepitoso, si deve riconoscere.
Anni dopo, il pianista in questione raccontò l’accaduto a una procace – e già perizomata – fanciulla, parimenti protesa verso chopin e schopenhauer (e un poco pure thomas mann, che non guasta). Lei rise educata e aggiunse: “Ma tu la sapevi…?”.
Ah, Ludovico. E che ne sai, tu.

 

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Attraverso

raggio di luce con ricordo

 Un ricordo era appeso al lampione, proprio all’incrocio. Oscillava un poco, sbiadito, traslucido, quasi invisibile. Ci volevano occhi buoni per vederlo, o forse era la luce di martedì e di giugno, in un cielo profondissimo dove combattevano varie specie di contentezze e scontentezze.
 E dire che c’ero passata cento volte, da lì. Un incrocio di angoli smussati tra palazzi ch’avevano tutta la cura ricurva della pietra, come si faceva dopo il terremoto. Prue di mattoni e travertino che affondavano solide, con la presa dei travi d’acciaio, delle preghiere e dei decreti di costruzione freschi di stampa.
 Certo, di giorno s’incrociano lì i cammini rettilinei degli autobus contromano e delle automobili, e lo spazio eccessivo che c’è al centro confonde tutti (una volta gl’incroci erano piazze, soste, pensieri e meditazioni urbanistiche, mentre ora sono esigui e spigolosi, poiché gli si chiede solo d’essere veloci). E di notte lì s’allarga la movida provinciale, col suo furioso splendore: i ragazzi e le ragazze hanno occhi lunghi, fianchi stretti, pantaloni a vita bassa, un eccesso di rimmel o di speroni. Colmano lo spazio dell’incrocio d’un incendio d’intenzioni, di merci, di simboli. D’un frastuono di clacson che sembrano suonerie, di musiche che sembrano clacson, di richiami elettronici per anime di cellophane, plexiglass, pvc a lunga conservazione. Sono affascinanti, vividi, barbarici, e l’incrocio straripa talmente che ogni passato si zittisce, e la notte resta nuova per sempre.
 Ma ieri il traffico era rado, la luce gialla, la primavera finale e tormentosa, lo scirocco in agguato sulla linea di zafferano e polvere del mare. Ieri l’incrocio era sgombro, le punte dei caseggiati si fronteggiavano aprendo i pori della pietra, respirando dai selciati e dalle commessure delle cornici.

 Il ricordo è sempre stato lì, sia chiaro.
Ma certe volte non c’è lo spazio interiore, o anche solo la luce giusta per poterlo vedere.
Era lì, era lì appeso di sbieco a un lampione di ghisa pitturata di verde, che era molto adatto a sostenerlo, dal momento che i lampioni prendono sempre, prima o poi, quell’aria gassosa e astratta, anche se sono di materiali pesanti e refrattari.
Il ricordo era appeso al lampione, e oscillava pianissimo, sicché solo le frange si muovevano, gialle contro l’aria gialla, ed era difficilissimo vederle, perché le si poteva prendere per un effetto qualsiasi del cielo – che ieri era uno squarcio verticale che arrivava chissà fino a dove, pieno di crepacci, gole, vortici, nuvole di creta.
 Ci sono passata vicino e poi attraverso: a occhi chiusi, ho sentito tutta la sua consistenza di velo, d’acque verticali, di tempesta di sabbia.

 Mi sono ricordata di me.
Ero giovane, inquieta, agitata da una relazione difficile che tentavo di gestire con contatti brevi, cenni, simboli malgovernati che si ritorcevano contro di me. Avevo i capelli corti, e non mi spiego perché: i capelli sono sempre stati miei alleati, nella loro riserva minerale si raccolgono le scorie dei sogni. Avevo una gonnella, perché la primavera lo impone, vuole che i passi si rompano contro corolle, sete, orli celesti.
Ero vecchia, malcerta, eccessivamente preoccupata. Non portavo anelli né orecchini, eppure i circoli d’oro proteggono dal male, e le molecole si sfregano contro la pelle, perdendo elettroni, catturando ioni dall’aria, girando su se stesse in spirali che catalizzano la luce.
Ero piena di libertà, che serpeggiava attorno alle ginocchia, saliva fino alla polpa della coscia, si divideva, vorticava, si ricostituiva in un soffio sulla nuca, sulla tempia, all’angolo sensibile dell’occhio.
Ero prigioniera. Delle molte me stesse che hanno paura, che aspettano dagli altri la parola risolutiva, che si castigano settanta volte sette.
Ero giovane, vecchia. Ero recente, antica, fuggitiva. Ero disperata.

 Ho girato l’angolo, pieno fino al soffitto di luce gialla, ho nuotato nell’incrocio sabbioso per un tempo interminabile, che l’incrocio s’era preso e s’era tenuto, chissà come, in quello straccio appeso al lampione. Se l’erano tenuto le fondamenta dei palazzi che respiravano pianissimo, il selciato, la primavera controversa, lo spazio vuoto del centro, le me stesse ansiose alla finestra.

 L’ho attraversato trattenendo il fiato, ed ero già fuori.

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La vita è in salita.
Ballare è in discesa.
Il sesso è in discesa.
L’amore è in salita.
Gli amici sono in discesa.
L’amicizia è in salita.
Comprare il pane è in discesa. Assaggiare il pane mentre si cammina è in discesa.
I tigli sono in discesa. I tigli di questo giugno autunnale e gramsciano sono fiammate verdi agli angoli delle strade: tirano fuori la somma di due inverni passati ad ardersi dentro. La cupola viva dei tigli è in salita per il cuore, in discesa per il corpo. I tigli mangiano ricordi, inverni, attese: restituiscono impazienza, febbre, sommovimenti tellurici che scuotono i marciapiedi.
Il gatto è in discesa.
Il lavoro è in salita.
Lo Scarabeo è in salita.
Le fotografie sono in salita: conservano la morte di ogni istante.
La granita è in salita, con la panna è in discesa.
Vestirsi è in salita.
I tacchi alti sono in discesa.
Darsi lo smalto è in salita.
Portare lo smalto è in discesa.
I capelli lunghi sono in discesa.
Lavare i capelli è in salita.
L’estate è una salita durissima che comincia col corpo tiepido delle notti di maggio, i pontili aperti, le vene del mare che spargono sale nell’aria. Il corpo bianco, malaccorto. Le nespole. I vestiti leggieri. La gente nuova che certifica l’implacabile giovinezza del mondo.
Il rossetto è in discesa.
L’automobile è in salita.
Gli spaghetti con le vongole sono in discesa.
La carne arrosto è in salita.
Mangiarsi le unghie è in discesa.
Le gardenie sono in salita, e poi a picco, dentro ambiti di cuore vertiginosi che non si possono esplorare senza danni. Le gardenie mi ricordano un uomo che non ho conosciuto, che aveva un patto segreto con loro.
I gerani sono in discesa.
Il budino è in discesa.
I fazzolettini sono in discesa.
Piangere è in salita.
Cantare è in discesa.
Ascoltare musica è in salita.

E tu, tu che cosa sei?

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