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Archive for gennaio 2006

principianti in otto mosse

 Che una ci va con la testa piena di cose false: “il tango è un pensiero triste che si balla”, “Piazzolla odia i ballerini perché ha un difetto a un piede”, “il tango è maschilista”, “attenti al tango, perché divide le coppie e ne riunisce di altre”.
 Che una poi arriva alla palestra, che è una palestra con odore di palestra – gomma, sudore, spugna, caucciù – e rumori di palestra, ma non si sente precisamente in una palestra (anche perché in nessun luogo vai senza portarti dietro quello che hai letto e immaginato, e andiamo in giro carichi come muli di tavolini, sale di specchi, orchestre a plettro, vasi di gardenie, scorci di Buenos Aires. Anche nelle palestre seminterrate sulle colline dello scirocco).
 Che una poi entra titubante, e si domanda cosa la stia portando lì, anche se lo sa benissimo, perché c’è scritto, nero su bianco, lì nel bigliettino “cose da fare per la vecchiaia”: “tango argentino, tagliatelle, greco antico, rose”, e dunque meglio pensarci per tempo.
 Che una pensa proprio le cose che pensa nella vita, la vita là fuori, fuori dalla palestra: non ho un partner, forse non ho le scarpe adatte, forse inciamperò davanti a tutti, non avevo niente da mettermi, non so le parole, forse ci farò un post.

 E poi, invece.
E poi invece il maestro sembra quasi argentino, anche se è di Faro Superiore, e ha le scarpe più luccicanti che io abbia mai visto, e in quegli otto passi – sono otto passi base, “imparateli bene, che poi li dovete dimenticare” – ti fa balenare un intero alfabeto delle passioni: cortes y quebradas, salidas, mordida, ocho adelante, medialuna…
L’hai sempre saputo, che si vive di pause, trasalimenti, comandi impercettibili, impartiti con gesti che nessuno vede, parole mai pronunciate. Lo sapevi già, ma qui ne hai la prova. Di più: qui lo sanno tutti.

 Otto passi, e c’è tutto: lui ti guida, e tu lo capisci soprattutto dalle pause; lui invade il tuo spazio, ti costringe a fare passi, o ti ferma; lui ti fa indietreggiare. Lui si frappone, prende decisioni, ti spinge lungo la salida senza che tu possa oppore altro che la tua assoluta, elastica arrendevolezza, i tuoi incroci obbligati per libera scelta.

 La principiante assoluta non riesce a non guardarsi le scarpe, non riesce a non guardarsi in tutti gli specchi, perché si sente storta, trasportata e sbilenca, e lui – che è un principiante assoluto però è maschio, e, si capisce, anche lui porta lì dentro il fatto che si sente stupido e impedito, e più responsabile del solito, perché quello è tango, mica vita, che uno si può nascondere dietro mamme, gonnelle e presunzioni – lui si fa la sua salida tutto sudato, e ti dà pure la colpa: sei tu che mi anticipi, fai i passi corti, mi confondi.
 Intanto gli altri ci urtano, persi ciascuno nella propria traiettoria, e gli otto passi – “imparateli, mi raccomando, che poi devono sparire” (ma è possibile? dovrò dimenticarli o solo esserli, e dunque perderne memoria?) – si mescolano, e sono diciotto, ottantaquattro o milleotto.
 La salida è lunga chilometri, usciamo tutti dalla palestra, arriviamo al porto, passiamo lo Stretto e ancora continuiamo ad arrampicarci, di otto passi in otto passi, e forse faremo il giro della Terra e arriveremo a Buenos Aires, e l’otto sarà chiuso.

 
 Il principiante assoluto ha caviglie di legno massello, responsabilità che non riesce a governare: hai sbagliato tu, dice a lei col fiato corto, questa volta hai sbagliato tu. La principiante assoluta sorride, ma lo vorrebbe picchiare, e allora fa i passi lunghissimi, così lui s’arrangia, con quelle gambette storte. Tanto, lui è ancora principiante, non sa vendicarsi con una pausa lunga un passo, tre battute o anche una vita intera.

 Chi vi guarda non immagina nemmeno la feroce lotta di contrappesi che c’è tra voi, le intenzioni che strusciano sul parquet, lungo le punte, risalgono le caviglie – “accostate ogni volta, quello che si apre si chiude”.

Allora tu ripassi tutto quello che sai della vita e, cavolo, funziona. L’unico problema è che non puoi dirlo. Devi imparare a camminarlo.


Sì, ho preso le mie prime lezioni di tango (per l’etimologia di tango passare da  ecolaliste). E la colpa è di  quella tanguera di farolit , sappiatelo.

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le finestre della memoria

 Zio Nino era stato in Africa, prigioniero.
In una fase imprecisata della guerra l’avevano fotografato, grosso, coi baffi a manubrio e un riverbero di sole spietato dentro gli occhi. Aveva con sé quella foto, e un uovo di struzzo, quando tornò.
 Tornò a piedi, magro e appeso, con lo sguardo che strisciava per terra di stanchezza, un’uniforme cachi dalla quale uscivano gomiti e ginocchia, e la foto e l’uovo in una bisaccia. Il tifo gli aveva battuto il corpo, il buonumore di tuono, la fede fascista, i baffi, l’indole carabiniera ed entusiasta. Gli aveva raggrinzito il cuore, che era una noce secca.

 Lo videro arrivare dalla polvere, camminando forse da Cosenza, o da Roma, o da Addis Abeba. Non lo riconobbe nessuno, e quando attraversò il paese – con uno sguardo di polvere e le mani piene di nodi – s’allinearono tutti lungo la strada, a guardarlo passare, incerti se fosse amico o nemico, soldato o prigioniero, vincitore o vinto. Era tutte queste cose.

 Avrebbe passato l’argine e il paese, se il parroco non l’avesse fermato, perché s’era accorto che non sapeva dove stava andando, e avrebbe camminato diritto fino alla curva della terra, e si sarebbe ritrovato in Africa, o quattro anni prima, o chissà dove. Così gli prese un braccio, il parroco, e zio Nino lo guardò senza vederlo, ma si lasciò portare in sagrestia, dove gli aprirono la borsa e trovarono la foto e l’uovo di struzzo.

 Zio Nino fu messo a letto e curato a brodo di gallina, scongiuri e preghiere di ringraziamento, perché tutti avevano creduto che fosse morto, nella guerra persa in Africa, in Albania, in Grecia.
Lentamente si riprese, mentre la carne gli ricresceva sul corpo, e gli avevano messo vicino l’uovo di struzzo, su un portafiori, e lo guardavano – che andavano tutti a trovarli, zio Nino e l’uovo, si toglievano il cappello e si sedevano accanto al letto, per una mezzoretta – e si dicevano sottovoce: Minchia delle galline africane.
 Solo che zio Nino non dava soddisfazione, non raccontava niente, non rispondeva alle domande.
“Ninuzzu, e il deserto, com’è il deserto?”
“Eh, il deserto”, ripeteva lui, più per cortesia e obbedienza di malato che per altro, che nemmeno se lo ricordava, il deserto.
“Ninuzzu, e l’Africa, com’era l’Africa?”.
“Eh, l’Africa” , e s’assopiva cogli occhi aperti, dentro sogni sgangherati che lo vedevamo pure di fuori, che non c’era sabbia, non c’erano palme, non c’erano nemmeno fucili.
“E le fimmine, Ninu, le fimmine nere?” gli faceva qualche bello spirito, qualcuno dei compagni di prima che lo vedevano in un fondo di letto, lui che una volta era bello e coi baffi e il fucile luccicante.
“Eh, le fimmine” rispondeva lui, gli occhi che circolavano da soli, chissà dove.

 “Nenti, non s’arricodda nenti” dicevano un poco delusi i paesani, ma almeno avevano toccato l’uovo – che era gigantesco, d’una sostanza porosa e fantasmagorica – e già era qualcosa.

 Ci mise un poco di tempo a tornare tutto, zio Nino, ma poi tornò, grosso e coi baffi e senza alcun ricordo di sabbia e fucili. S’impiegò allo Stato civile, e partecipò a una puntata del “Musichiere”.
 Sul letto di morte, molti anni dopo, mentre rantolava disse di colpo al figlio: “Sai… mi ricordo…”. Tutti si voltarono, pensando che era l’Africa, che tornava.
“Mi ricordo… e tu ti devi ricordare sempre…”.
E tutti trattennero il fiato, e pensarono: ecco, ecco che ce lo racconta.
“Ti devi ricordare sempre…” il respiro era più sottile, gli occhi di polvere, che tutti pensarono che non ce l’avrebbe fatta.
“Ricordati…” e l’aria era ancora di meno, la polvere cresceva e l’uovo di struzzo, in salotto al posto d’onore, brillava.
“Ricordati, figlio… che sono stato al Musichiere”.
 Zio Nino morì. Era stato al Musichiere, lui.

 Oggi è il Giorno della memoria. Perché bisogna ricordare, quasi sempre, quasi tutto.

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un momento della città

 Le città ci abitano, quasi sempre.
Quando le osserviamo dalle alte finestre, ne comprendiamo la natura di trama, labirinto, interrogazione ininterrotta di luce e movimento. E sperimentiamo la natura illusoria della distanza: ogni affaccio è partecipazione, punto dell’ordito, punto equivalente a tutti gli altri in movimento.
 Il rischio c’è. Ed è di perdita, confusione nel moto e nella massa, rinuncia del punto di vista e della supremazia della coscienza.
 Ma c’è una bellezza brulicante e collettiva, un capogiro, un sentire diffuso come di fibre ottiche, d’antenne, di reti sensibili e immateriali che tengono assieme il tutto. E’ il corpo della città, il suo continuo trascolorare, i suoi passaggi di luce e stato fisico, l’incessante trasmutazione di cui facciamo parte.
Non alberi, non passanti, non tramvai e asfalto luccicante di pioggia, ma parti di un tutto che – è una promessa e una minaccia – ci inghiottirà.
 Il tempo, d’altronde, è la dimensione definitiva e vorace, capace d’inghiottire ogni movimento di luce e di colore, ogni movimento di visione o coscienza: la sua superficie mobile, l’istante, è un’utopia continua. Come la rappresentazione. 

Ho scelto, per la Settimana artistica dedicata a Eduard Vuillard , questa sua Place Vintimille, veduta parigina in cui l’inganno si cela proprio nella parola veduta, e il cui destino è decorazione (il passo avanti del brulichio è l’arabesco, la trama esce allo scoperto e si fa fregio, scansione pura). Fu dipinto su cinque pannelli e destinato a un appartamento di rue de l’Université: la città dentro se stessa, perché il labirinto non ha un dentro e un fuori, ma solo separazioni apparenti.

Vuillard viene accostato qui all’ultimo Pissarro , profeta dagli occhi malati che dipingeva dietro i vetri le sue vedute traslucide.

 

 

 Mi piace che la città, col suo corpo indiviso, prenda il posto di nature e borghi, divenga liquida e cangiante almeno quanto uno stagno di ninfee, sia ricca e caduca e continuamente rinnovata come qualsiasi campo di papaveri.
Mi piace rintracciare le stagioni come altrettanti movimenti della sua pelle sterminata, assetti di luce dei boulevard, trascolorare di passi sui selciati.
Mi ricorda il rumore di fondo che accompagna le nostre vite.

Hanno aderito alla Settimana: Nefeli (che ha lanciato il tema Vuillard), Alphaville (che ne scrive come un romanzo, giallo per giunta),  pensierointero, serafico , la mia cara  Bibliotecadebabel, mangoroso, Biz, unonessunocentomila (che ha scelto la mia immagine preferita, in effetti) e, ultima ma non ultima, Madeinfranca

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cerchio familiare

Proprietà congiuntiva

 Faceva il giro delle porte del mondo, prima di chiudere fuori la notte.
“La notte ripara e riporta” diceva, e tracciava i segni sugli stipiti, sugli scuri, sul legno grasso e inciso delle porte. Io non sapevo cosa scrivesse, con le dita veloci e le tasche piene di sale: sembravano cerchi – come quello della lampada, dei nostri visi attorno, del braciere – sembravano parole – quelle d’uso che scambiavamo tra noi, passandocele come coltelli, ciotole, boccali; quelle segrete, nomi perduti o ancora da venire, formule, preghiere, sortilegi.
 Poi la notte si riversava contro i nostri muri, un fiume nero che premeva da ogni lato, e noi stavamo lì, stretti, a risanare lentamente le ferite del giorno, a ricucire gli strappi, avvicinare le mani e poi i fiati, e sentire distintamente il diradarsi poco della vita, il filo che si dipanava, ci stringeva tutti, inestricabile, ed era l’oro sottile della notte, un reticolo di punti attorno al nostro centro, a quel “noi” dove nessuno cominciava o finiva, e ciascuna vita conteneva tutte le altre, e ne era contenuta, come la notte.

falchi della notte

Proprietà disgiuntiva

 Aspettava che il sonno colmasse, col suo rumore d’acque, la stanza, prima d’alzarsi e fuggire. La notte apriva i suoi cunicoli, dispiegava, abbondante, strade e piazze lastricate di meteore: la città capovolta offriva distese di sampietrini, e tavoli e una serie interminabile di crocevia. La notte sgombrava, faceva posto, scuoteva da sé il riverbero di lamiera della luce e preparava i suoi menù di costellazioni, le sue opportunità, i suoi linguaggi concentrati.
 Lei indossava scarpe col tacco e un rosso carminio lungo i fianchi, e avrebbe potuto camminare fino all’alba, finalmente separata dal corpo ossessivo della casa, fuori dai confini sacri dell’appartenenza, della difesa, del riparo.
 Foreste oblique di sorrisi, profferte, pezzi d’occhio crescevano vertiginose lungo i margini della strada, lungo tutto lo spazio esterno tropicale e smisurato della notte, dove ciascuno è, magnificamente, solo.

Questo perché  Effe  (e chi, sennò?) ha cominciato a raccogliere una grammatica della notte.  Orbene, i modi congiuntivi e disgiuntivi sono a tutti not(t)i. Si lavora a raccogliere i modi interrogativi e ottativi, che pure le sono propri. E i modi obliativi e lenitivi. E…

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LO STRETTO NECESSARIO

colapesce non dimentica

Dieci motivi per cui non vogliamo il Ponte sullo Stretto:

Perché disturba le Sirene.
Perché la costa siciliana e quella calabrese sono luoghi ancora sacri, dove l’energia delle origini scorre nei vortici di sale, nelle correnti opposte che s’incrociano a orari convenuti, nei fondali di sassi che fanno rumore di tuono.
Perché Ulisse ha detto che non ci passerà mai, lì sotto.
Perché Scilla e Cariddi resterebbero disoccupate.
Perché l’ombra del vulcano, che – ci crediate o no – fa il giro dell’isola come un immenso cono d’ombra, s’incrocerebbe con l’ombra cementizia dei pilastri.
Perché la roccia sismica e profonda, che ogni tanto si gira su un fianco, detesta il solletico.
Perché i Titani sono ancora in agitazione, laggiù.
Perché la Fata Morgana, col suo specchio, è estremamente suscettibile.
Perché i gabbiani e gli adorni hanno votato “no” al referendum.
Perché Colapesce ha detto che vuole tremila anni di contributi, altrimenti.

Questo perché ieri, tra i quindicimila (diecimila  è andarci Stretti), c’ero anch’io.

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folla con pazzi

 Una era la duchessa di Verdura, che quando era ormai quasi novantenne cominciò a perdere l’udito e la vista. Lei però si vergognava e fingeva di sentire e vedere ancora bene. In particolare fingeva di ascoltare sempre il canto di un canarino cui era molto affezionata. Quando il canarino morì, i parenti, per non darle un dispiacere, misero nella gabbia un limone, che almeno era dello stesso colore.
La duchessa visse ancora per dieci anni, durante i quali continuò sempre a sedersi di fronte alla gabbia del canarino. Fingeva di vederlo, fingeva di ascoltarlo e sorrideva.
Quando il limone diventava marcio, i parenti lo sostituivano con uno fresco
.

 Questa del limone, come quell’amante dell’Amat citato nei commenti filoferrotranviari di Herzog, è uno dei pazzi del “Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo”, del benemerito Roberto Alajmo, collezionista e fabbricante di storie (queste del repertorio sono tutte vere)(ma quale bella storia non è vera?).
 Non perché Palermo si regga sulle geometrie della follia individuale più di altre città, eh. Diciamo che tutte lo fanno, ma non tutte lo sanno. A Palermo, almeno, si sa.
In tempi di liste, mi viene da allungare la lista dei pazzi costitutivi con i pazzi che ricordo della mia città. Ma chiunque altro è il benvenuto.
La lista è necessaria”, diceva dio nella sua drogheria.

 Uno era un professore tedesco che camminava coi calzoni corti e l’impermeabile. Aveva una retina sui capelli e le giarrettiere che reggevano i calzini, e un ombrello – sempre, estate e inverno – che ogni tanto faceva volteggiare in aria, e i ragazzini lo applaudivano perché era davvero bravo, e lo chiamavano a voce alta: “Caramella, tira l’ombrello, Caramella”.
Quando morì in casa sua trovarono sacchi pieni di spazzatura e di denaro.

 Una era Maria Ciaciola, ed era un Lucifero femmina e in bassa fortuna. Aveva una pelle di scorpione, gli occhi rossi e i capelli di ferro, però sempre sottane a fiori e merletti e anche fiocchi di velluto tarlato. Beveva alcol puro, e qualcuno giurava che avesse la coda, che portava arrotolata alla vita.
Ogni tanto, quando vedeva una ragazza carina, la inseguiva urlando parolacce terribili. Poi passavano gli infermieri degli Ospedali Riuniti che una volta al mese la portavano al ricovero e la lavavano con la pompa.

 Uno lo chiamavano Mariella, perché era l’unica parola che diceva. Camminava in fretta, mormorando “mariellamariellamariella” e quando incontrava una ragazza bruna, piccola e coi capelli lunghi si fermava e urlava, con una voce che faceva i buchi: “Mariella!”.

 Uno era Mimmo Robot, perché era grande e grosso, si muoveva a scatti ed era disumano: spingeva in mare i pescatori che stavano seduti sul molo, al porto, oppure faceva inciampare e cadere quelli che pattinavano. Una volta aiutò uno che stava andando in retromarcia, e gli faceva: "vada, vada", con ampi gesti della sua mano meccanica, finché lo fece precipitare nel burrone.

 Uno era inteso “Ipotenusa”, perché spiegava teoremi complicatissimi. Stava per strada, in un angolo, con le mani in tasca e i capelli come una fiamma, e aspettava che qualcuno lo guardasse, per fermarlo e cominciare a spiegargli, con la febbre addosso e gli occhi luccicanti, un teorema, che andava disegnando in aria, col dito.

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LA VELATA

La Velata svela Raffaello

La Velata svela Guttuso

 Si guardavano, le due fanciulle.
Convinte d’essere simili, ma diverse. C’era un’intenzione differente, nel fondo nero degli occhi, e anche nella superficie nera di quella profondità.
 L’una assorbiva, tratteneva, cingeva – con arte d’amante o di musa, non so – l’altra sporgeva, s’affacciava, riempiva. Una usciva appena dall’ombra, l’altra respirava certi cieli incontenibili, fitti fitti di nuvole, stagioni, temporali. Una era tutta dentro, l’altra prepotentemente fuori.
Anche i colori le dividevano, almeno quanto le univano la posa delle mani, l’oro sciolto nelle vesti, i nodi che trattenevano le trine del corpetto. Una era di raso, nube e acqua: rifletteva la luce almeno quanto l’altra l’assorbiva, nella profondità smisurata dei capelli, degli occhi, della fossa nelle labbra – dove si dice che fosse precipitato un famoso pittore.
 Una respirava venti salati, gli stessi che le gonfiavano il velo; l’altra scivolava nel vicolo, diretta all’alcova nascosta, rarefatta dalle candele e dal segreto.
 Una portava una collana e una spilla con un pendente: “margarita”, la chiave d’un nome chiuso nell’ostrica, elaborato lungamente, eppure esposto, come il dolore quando si fa perla.
L’altra portava solo l’ala del collo e della spalla, un’impercettibile malizia sulla guancia, una collana invisibile di secoli, come fossero perle.
 Nessuno sa cosa si dicessero.

 La Velata di Raffaello e la Velata rifatta da Guttuso. Partecipo così, con questo dialogo impossibile e necessario alla “Settimana artistica”, gioco-verità lanciato da pensierointero, e seguito, per questo giro e finora, da  serafico (che ha scelto Raffaello), nefeli , Biz , alphaville (bellissimo saggio in forma di post) e la mia carissima BibliotecadeBabel .
Raffaello è quello della Scuola di Atene  (quei gesti che riassumono la conoscenza, nell’architettura della mente che li circonda, ragione e bellezza in asse e a perpendicolo), delle Madonne, cristiane  e no, euritmiche, dalla luce simmetrica e armoniosa, come nei cieli superiori. Ma c’è un Raffaello ripreso e disciolto nella luce, messo in bagno di colore saturo, esposto alle correnti, salato e condito.
Guttuso rifaceva i Grandi, per capirli, linea per linea, sillaba per sillaba li ripronunciava. I Grandi, mi viene da pensare, sono alfabeti.

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