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Archive for aprile 2007

donna trasfusa restituisce immaginario (Dalì)

 La donna entra nella stanza e si sdraia sul letto. Subito i tubi calano dal soffitto. La donna qualche volta s’è chiesta chi governa i tubi, chi sta lassù ad aspettarla, ad aspettare che lei entri e si stenda sul letto. Guardando in alto, però, non riesce a vedere il soffitto: c’è nebbia, o buio, o una foschia persistente oltre la quale non si vede nulla. Qualche volta la donna ha la fantasia che il soffitto non esista, la stanza sia una scatola aperta, e quello sia il fondo del cielo quando s’appoggia basso sulle case, nei giorni in cui lo Stretto ha gli occhi semichiusi e non c’è speranza per nessuno. Il cielo diventa così pesante che deve appoggiarsi e sporca tutti i balconi, le intenzioni, le strade e se non stai attento entra in casa, tutto versato sul pavimento, che bisogna inseguirlo col mocio, stando attenti a tramortirlo subito, e spappolargli la carne grigioumida, prima che si diffonda per le stanze e le ossa.
 Ma non è così, naturalmente. La stanza ha un soffitto, e pure quattro piani e un attico con terrazzo, sopra. Che alla donna viene difficile pensare a quanta gente le cammini sulla testa ogni momento, più che pensare a quelli dell’altro lato del mondo, che camminano appesi a testa in giù. Di più.
(perché la donna non crede a un sacco di fandonie, tipo la rotazione terrestre, la precessione degli equinozi, i bancomat che non ti guardano negli occhi, mentre è chiaro che lo fanno, come chiunque prima di darti i soldi, la luna che è la stessa in ogni posto, quando è chiaro che ognuno ha la sua, e qualcuno nemmeno una, o non sempre; e la scissione dell’atomo, e il piano di luce polarizzata, e gli enzimi e l’amore ricambiato). 
 

 Allora, la donna a un certo punto entra e si stende sul letto, e i tubi vengono giù da soli. Lei arriva lì solo quando obiettivamente non ne può più. C’è come un malessere, che prima è così piccolo e lontano che ogni volta lei non lo riconosce. Pensa che siano le mestruazioni in anticipo (ma le sue mestruazioni sono state in anticipo solo due volte, nella sua età feconda, e ogni volta è successo qualcosa di terribile, sono cominciate ere geologiche, sono sprofondate o cresciute montagne), una premonizione, un sogno incarnito, di quei frammenti che ti restano sotto l’immaginazione, e un poco prudono e tu li ignori, ma poi spuntano e li devi strappare con le pinzette, chiusa in bagno, davanti allo specchio che ingrandisce, quello dell’inconfessabile.
La donna arriva, si stende, i tubi scivolano, si contorcono un poco, le li guarda con lo sguardo orizzontale dei martiri, dei dializzati, dei sognatori, degli impotenti. I tubi si avvicinano, ondeggiando.
   La donna arriva lì e si stende quando non ne può più, ha le vene così gonfie che scoppieranno, e tutto quel sangue in eccesso le romba di continuo nell’orecchio, le passa in forma di nube negli occhi, qualche volta la donna pensa che piangerà sangue come una madonna viva, e gli altri si paralizzeranno e si chiederanno cosa fare, quale specie di santità riconoscerle.
Lei sa di discendere da una stirpe di donne sovrabbondanti, con troppo sangue, troppa immaginazione, vene elastiche, tolleranza alla sorte ma non alla delusione. Anche a loro il sangue a un certo punto cresceva, e bisognava fare qualcosa. Un figlio, cento pani al forno, settanta metri di ricamo a piccolo punto. Torcere il collo a un tacchino, uscire con la mannarina incontro agli animali selvatici, aggiungere altra soda caustica nell’impasto del sapone. Salare il maiale, zappare, imparare cento verbi irregolari e i loro sinonimi, disobbedire. 
 

 La donna ha trovato questo sistema, entra e si stende sul letto e i tubi calano giù. Si muovono, sottili, con la stessa volontà dei serpenti. Lei distoglie gli occhi solo un attimo, quando le si avvicinano al braccio, e sente la puntura.
La donna ha sempre avuto paura degli aghi, ma ha sempre creduto nella necessità dei salassi. Il suo sangue sovrabbondante ne ha bisogno.
Il sangue cresce impetuosamente nella donna, nutrito delle cose più varie. Lei si nutre di elenchi, di frasi intere, che strappa a morsi dalle persone e dalle cose. Si nutre di momenti, di futuri paralleli, di mondi accanto. Di carta, moltissimo. Anche di suoni. Di castelli trasparenti, che sono i più nutrienti di tutti. Si nutre come una morta di fame, e qualche volta si vergogna. E quando il sangue è troppo denso, deve entrare lì e stendersi.
  I tubi sono rapidi, ma non troppo. Il sangue scorre via, denso, con qualche grumo che si vede passare più lentamente. La pressione sul suo petto si alleggerisce, la donna riprincipia a respirare meglio, la testa si snebbia, gli occhi si chiarificano, il loro liquore di lacrime diventa di nuovo trasparente. Il sangue si fa sottile, la pelle sbianca, i ricordi si rimettono in linea (i nutrimenti spesso s’annidano lì, e confondono le memorie, e la donna ricorda cose di altri, di tutti). 
  
I tubi a un certo punto finiscono, e si ritirano con le teste ciondoloni.
La donna ringrazia con una specie di sorriso, ed esce.

m’è venuto di pensare al perché si scrive. io scrivo perché mi sovrabbonda il sangue, ogni tanto. sicché, se scrivo altrove o qui, non fa differenza. mi sento meglio, mi si spurga la mente. scrivere è, dunque, un atto fisico, come secernere sudore o espellere lacrime o aggiungere uno strato corneo alle unghie. una trasfusione alla rovescia, un salasso, in realtà, con le sanguisughe della matita, o della tastiera. e ora mi sento meglio.

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il ciclista attraversa una o molte città (Mario Sironi, il gasometro)

 Uno è un vecchietto che gira su una bicicletta “Graziella” da bambino, dipinta d’un bianco sporco tutto scrostato. Ha i pantaloni col risvolto, e porta calzini a colori con le infradito di plastica, o qualche volta i sandali di cuoio. Dalla tasca sporgono carte consumate dal bordo irregolare.
 Non dice una parola, non si ferma mai: pedala serio e regolare, nel centro esatto della strada, fisso su un suo preciso punto d’arrivo che sta al di là, o al di qua della città.
 Ha occhiali spessi, occhi indecifrabili, una barba d’un bianco sporco tutto scrostato, il vestito grigio chiaro e una camicia col collo troppo aperto.
Conosce di certo le gioie contromano delle corsie preferenziali, conosce i varchi invisibili del traffico eterno e metallico, conosce una specie di silenzio sconosciuta a chiunque altro di noi.
 Nessuno che l’abbia mai visto fermarsi, o scendere dalla bici. Nessuno che abbia mai osato dargli un nome. Nemmeno quando piove.
Qualche volta viene da pensare che non percorra esattamente i nostri stessi luoghi, visto che non condivide i nostri scopi e i nostri nomi. Forse segue un’altra topografia, a noi ignota. Vede le Quattro Fontane, marine e spagnole, che ancora si guardano occhi negli occhi, vede impiantiti di piastrelle, timpani, bifore. Attraversa lastrici, sottopassaggi di pietra forata, archi. Costeggia l’argine del fiume estinto, percorre la vecchia via degli argentieri, le botteghe una per una. Arriva alle porte del Ghetto. Raggiunge la Palazzata, gira attorno al Monte di Pietà, alla qualità impassibile dell’Immacolata di Marmo. Scansa le macerie del terremoto, ma qualcosa di quella notte di calce gli resta incollata addosso. Raccoglie le ultime vibrazioni d’oro del campanile, prima che la notte lo zittisca, e la dimenticanza degli uomini.
 Bisognerebbe seguirlo, e tracciare una mappa dei suoi andirivieni: apparirebbe, forse, la sua città che non rassomiglia alla nostra.

essì, la città ha un suo catalogo che non facciamo mai in tempo ad esaurire. l’ho incontrato, il vecchietto, che procedeva caparbio e contromano, sereno come chi sa dove va. ma lui lo sa, a differenza di noi.

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