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Archive for the ‘le democra.zie’ Category

migranti

E c’era questa festa per bambini, in un grande giardino pieno di alberi e fiori. Una delle tavolate era stata apparecchiata sotto i pini, all’ombra: c’erano piatti grandissimi ricolmi di ogni cosa. L’altra era stata piazzata più giù, sotto il sole, ma anche quella era apparecchiata bene: cesti di frutta, bibite, panini imbottiti. Solo che a un certo punto un gruppo di bambini ha lasciato la prima tavolata ed è corso alla seconda, travolgendo l’altro gruppo e urlando: “Ce li prendiamo noi, ce li prendiamo noi!”. Hanno fatto man bassa di panini, frutti, bibite e se li sono portati al tavolo all’ombra, lasciando molto perplessi e delusi gli altri bambini, quelli del tavolo al sole.

All’ombra si mangiava e si scherzava, al sole non era rimasto quasi nulla: briciole e bucce. E i bambini del lato del sole avevano fame. Alcuni avevano pure cominciato ad azzuffarsi per quel poco che restava sulla tavolata disadorna. I più deboli, i più delusi, quelli che erano stati colpiti dai bambini del lato dell’ombra restavano lì, immobili, affamati. Il sole continuava a picchiare, e sulla tavola non c’era quasi più nulla. Allora alcuni hanno cominciato a guardare, da lontano, la tavolata “fortunata”, quella all’ombra dove si mangiava (anche ciò che era stato sottratto a loro) e si rideva. E hanno fatto la cosa più naturale: sono andati anche loro lì. Al lato dell’ombra e dell’abbondanza. Ma i bambini della tavolata ricca non li volevano: “Andatevene”, “Non vi vogliamo”, “Non ce n’è abbastanza nemmeno per noi”. Alcuni, i meno duri, quelli che non avevano nemmeno partecipato alla razzia del tavolo al sole, erano sinceramente dispiaciuti e proponevano: “Ma almeno alcuni, guarda, quello che sta male, quello con l’occhio pesto, quello così debole che non riesce a camminare… dai, un poco ciascuno”. Gli altri li guardavano con la faccia feroce: “Se li facciamo stare qui non avremo abbastanza spazio per noi, e i panini non basteranno per tutti. Lasciateli al sole”.
I due gruppi di bambini si fronteggiavano, nel prato comune. Ombra contro sole, abbondanza contro miseria. Tutti uguali. Ma diversi.

Cosa faresti, tu, per sistemare le cose nel prato?

Scrivo questa favoletta perché sono sinceramente afflitta per quello che vedo e sento. Non c’è un solo motivo buono per opporsi alle migrazioni di chi cerca condizioni di vita migliori, che fugga dalla guerra o solo dalla miseria (che poi è guerra condotta con altri mezzi, come sappiamo). Quando lo dico l’obiezione che mi fanno subito in tanti – e, credetemi, sono quasi sempre persone normali e ragionevoli, persino garbate e gentili talora – è: “Ma lavoro, cibo e case non bastano, non basteranno per tutti, che stiano a casa loro” (i più sensibili aggiungono a volte: “Magari li aiutiamo lì”).

Bene, ci sono due cose, in questa risposta:

  1. E’ assolutamente vero. Siamo un Paese disastrato, pieno di ingiustizie sociali e servizi che non funzionano. Abbiamo una quantità di poveri, vecchi e nuovi, e nessuna capacità di gestire le risorse, soprattutto a causa di una classe dirigente che per la gran parte è parassitaria, incosciente e incompetente.
  2.  E’ assolutamente falso. La storia dell’uomo è una costante lotta con le risorse disponibili e – soprattutto – con la loro diseguale distribuzione. Ci sarebbe cibo e spazio per tutti, se il mondo fosse un luogo giusto e ben gestito. Nessuno ha più diritto di un altro di vivere bene. Chiunque sia, qualunque lavoro svolga, da qualunque famiglia provenga.

E poi vi dico una cosa: non sta scritto da nessuna parte che il nostro tenore di vita sia destinato a durare per sempre così come lo conosciamo e difendiamo. Non abbiamo avuto alcuna bravura e non abbiamo alcun merito, ad abitare la parte all’ombra del pianeta, trovando una tavola che per quasi tutti noi è ben imbandita. E credo che dovremmo essere perseguitati notte e giorno – come da certi fantasmi shakespeariani o dalle mie zie calabresi quando sono incazzate davvero – dal senso di colpa per un’ingiustizia che noi personalmente non abbiamo causato (non tutti noi, almeno: qualcuno sì, e di certo diversi antenati di molti di noi) ma che tolleriamo così “naturalmente”.

Il mondo è un luogo a venire, e quello che verrà potrà essere terribile per tutti o accettabile per tutti, anche se per noi, quelli del “tavolo all’ombra”, l’accettabile potrebbe apparire un tragico calo del nostro superfluo benessere fondato sull’ingiustizia.
E lo scrive una persona preoccupatissima, insicura, terrorizzata, che non sa dove mettere le mani ma che sente sul collo il fiato di quei fantasmi lì, e di quelle zie lì.

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Greeks

Siamo greci da almeno centoventotto generazioni, da quando nel Mediterraneo circolavano ceramiche a figure rosse e nere, la notizia del giorno era che una donna (Kyniska di Sparta, per la cronaca) aveva vinto una gara olimpica («signora mia, non ci sono più le olimpiadi di una volta») e lo spread era fra il tetradramma di Atene e il decadramma d’argento di Siracusa.
Abbiamo nomi greci, usiamo parole greche e ancora di più – e persino a nostra insaputa – concetti greci, idee greche, sia astratte che concrete, in forme di colonna, di anfora o di divinità. C’è talmente tanta Grecia diffusa per ogni dove che oggi ci duole tantissimo il suo stesso dolore. Specie alle zie, che questa parentela la vivono come qualunque altra: con empatia e senso del sacro.

«Che poi non capisco – faceva zia Enza, da sempre portatrice del dubbio metafisico (che è un’altra parola e un’altra idea greca) – come fa a fallire un Paese? Può fallire un’impresa, una bottega, un progetto. Ma come fallisce un Paese intero? E di chi è, in quel caso, la colpa? Chi sono, i greci?».
«E perché – la incalzava la sorella, che c’ha il pragmatismo idealistico fin da piccola – allora chi sono gli italiani?».

E lì la cosa si faceva davvero – come è giusto, e in Meridione di più – roba da sofisti. Che erano quelli che portavano alle estreme conseguenze la logica, fino alla curva dell’assurdo, dove di solito finisce la logica e pure la finanza mondiale.
«È colpa dei greci, se la Grecia affonda? Di tutti i greci? E se ora l’Italia fallisse, sarebbe colpa mia? Siamo anche noi greci?» s’interrogava, in accanimento metafisico, zia Mariella.
«Sì – le ha risposto, ieratica, zia Enza – Tutti i popoli sono greci, i greci perdono, tutti i popoli perdono».
Si chiama sillogismo. Indovinate chi lo ha inventato.

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spinelli

 

Cara Barbara Spinelli,
mi presento: io sono una di quei 78mila che ti ha votata, e ti ho votata al Sud, anzi nelle Isole (per la precisione, nell’Isola del mai dimenticato 61 a zero). Sono una di quelli che, col peso leggerissimo del suo voto atomico, uno e indivisibile (qualcuno dice che pesi 21 grammi, ma io non ci credo), ha portato la fatidica asticella per la lista Tsipras oltre lo sbarramento del 4 per cento (e il cuore oltre l’ostacolo, potrei scrivere se fossi la Biancofiore, ma preferisco restare umana e non lo scrivo, anzi non lo penso nemmeno). E sono anche la capocordata di un’improbabile cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici che ho ritenuto di trascinare dalla nostra parte, perché la campagna elettorale è campagna elettorale e non si fanno prigionieri.
Ecco, ho scritto “nostra” e m’è scoppiato il tunnel carpale, perché io la sinistra la somatizzo sin da piccola, e soffro d’una quantità di cose. Ho il cuore spezzato in più punti, l’artrosi governativa, i calcoli biliari, la colite elettorale, la sindrome di Stoccolma (chiamata anche del Nazareno), lo strabismo da larghe intese, il gomito del distributore di volantini e il ginocchio della lavandaia di errori irreparabili. Ah, in periodo elettorale a volte ho pure la gravidanza isterica (aspetto una sinistra che poi non nasce mai).
Noi della sinistra minoritaria – a volte io sono così minoritaria che sono in minoranza pure quando parlo con me stessa – e testimoniale ce l’abbiamo, questa cosa di perdere. Di perdere con atroce eleganza, persino con savoir faire. Di perdere con superiorità morale, come fossimo sempre alle Termopili (siamo trecento, di solito, non uno di più).
Riusciamo, con doppio salto mortale carpiato, persino a perdere quando vinciamo, che è cosa che non riesce a nessuno, in natura (ho qualche dubbio solo sui dinosauri, che da tanti indizi, compreso il cannibalismo intraspecifico, mi sembrano di sinistra).

Ora, tutta questa rincorsa per dirti che sì, io trovavo abbastanza cretino addirittura aver detto, all’inizio, “no no, io mi candido ma non proseguirò”; “sì, sì, votatemi, che io sono visibile, ma poi farò andare avanti gli altri meno visibili”. Mi chiedevo: ma perché? Perché questa intellettuale fine e lucida, colta senza snobismi (ma mi dovrò ricredere su questo punto), questa teorica smagliante, deve fare un ragionamento così contorto? Ma non saranno un paio di contorsioni ad allontanarmi da un buon progetto di sinistra, quando mi pare di riconoscerne uno (sì, lo so, devo aggiungere alla lista sopra anche il delirium tremens intermittente), e sono disposta anche a passare sopra una cosa che mi sembra cretina, in mezzo a tante altre convincenti.
Tra quelle convincenti (che avevo elencato qui) metto pure la qualità dei candidati, il senso di condivisione e solidarietà, persino questa cosa del “vi guardiamo noi le spalle, perché alla fine non è importante sedere lì o star qui a pensare, siamo assieme, uniti e solidali”.

Poi, dopo le elezioni, ancora nel mezzo di quella sensazione di scampati al Titanic, quell’esaltante sensazione di dinosauro sopravvissuto al meteorite, al gioioso esplodere di tutte le sindromi davanti a una vittoria così davvero conquistata sul campo, voluta voto per voto, strappata con i denti, quelle voci: mah, Barbara non sa cosa farà… Mah, Barbara potrebbe accettare… Mah…
Come, Barbara potrebbe accettare? In che senso?
In senso pieno, vedo: con una letterina dall’estero, nemmeno fossi Piero Gobetti, cara Barbara, fai tu un doppio salto mortale e dici che no, ci hai ripensato, non puoi tradire la fiducia di chi ti ha scelta (io, cioè).
Barbara, mi dispiace irrompere nella tua finezza argomentativa come un elefante di Serse in un negozio ateniese di ceramiche a figure rosse, ma ti assicuro che io, che sono una di quei 78mila che ti hanno scelta, non mi offenderei affatto se tu facessi una delle più basilari cose di sinistra: rispettare un progetto, onorare un intendimento, perseguire una linea annunciata. Mi correggo, non sono cose di sinistra, sono cose umane delle più preziose: hanno a che fare con la serietà, il rigore, l’etica. Tutte cose che mi pareva vibrassero nel progetto termopilico e sindromico e minoritario che avevo scelto e si chiamava Tsipras e credevo che (a parte qualche piccola contorsione cretina) mi rispecchiasse, con tutti i miei cuori rotti e le mie cicatrici e le mie speranze croniche (una delle sindromi più irriducibili).
Forse, cara Barbara (che hai la stessa età della mia zia preferita, zia Mariella, calabrese, pagana e comunista, che piuttosto che mancare alla parola data si darebbe fuoco in cortile), sarebbe stato sopportabile (ma non lo garantisco) se tu quelle stesse cose che hai scritto le avessi dette dritta davanti a tutti, tutti gli altri candidati (persino quelli che si consideravano eletti, pensa un po’, ai quali, come ha scritto Marco Furfaro, non hai mandato nemmeno un sms), tutti quei poveracci come me che si erano riuniti in assemblea, tutti coi loro 21 grammi in subbuglio e tristezza, tutti quei prestatori d’opera e portatori d’acqua che si sono sentiti come me: traditi, scombussolati, pieni di coliti ulcerose e gravidanze isteriche.
Nella tua letterina gobettiana, cara Barbara, scrivi “che sono veramente molti coloro che mi hanno scelto neppure sapendo quel che avevo annunciato”: ci stai dando forse dei cretini? Pensi che viviamo a Cesano Boscone? Credi che abbiamo votato Tsipras perché ce ne ha parlato Barbara D’Urso? Dovresti saperlo, cara Barbara, che noi, noi trecento, siamo tra gli elettorati più informati, sensibili, addirittura ossessivo-compulsivi: il voto preterintenzionale esiste già abbastanza poco a sinistra (ho detto sinistra, quindi il Pd ovviamente non c’entra), per nulla qui alle Termopili.
Hai pure detto di esserti confrontata, e tanto, in questi travagliati giorni: immagino davanti allo specchio. Perché vedi, cara Barbara, l’immagine che mi rimandi, ora a cose fatte e letterine scritte, è quella della sinistra caricaturale che dipingono i disegnatori di Sallusti e Belpietro. La sinistra ombelicale, narcisista, autoreferenziale e autistica. La sinistra disperatamente aristocratica.

E sì, io ora ho un grosso problema: devo giustificarmi davanti alla cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici ai quali ho parlato di Tsipras – e di condivisione, e solidarietà, e progetto – fino a prenderli per sfinimento. Io mi sento in colpa, con loro, che sono una dozzina scarsa. Pensa come dovresti sentirti tu, con noi 78mila.
Siamo qui alle Termopili, se ci vuoi parlare. Di persona, magari.

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Onda di sangue e cioccolato. E ho detto tutto

Onda di sangue e cioccolato. E ho detto tutto

L’autunno in Calabria è una stagione metafisica, che ricorda molto la politica italiana dell’ultimo anno: si ammazza il maiale, che pure si era cresciuto con amore, come uno di famiglia, come un candidato presidente della Repubblica del Pd; si vendemmia tutti assieme, con un rito collettivo-pagano che potrebbe ricordare un’assemblea del Pd, dal momento che le cose migliori si fanno con i piedi; si celebrano i morti, con un accanimento capace di riportarli in vita, come fossero Forza Italia o Bossi segretario della Lega. Soprattutto si fanno le bottiglie di conserva di pomodoro e, appena arriva il suo tempo, si prepara il sanguinaccio. Che rispettivamente sarebbero le primarie e le larghe intese, è evidente.

Me lo spiegava l’altro giorno zia Mariella, che prepara l’autunno già da Ferragosto – che da noi, si sa, è “capo d’inverno”. D’altronde, se non avessimo la capacità di vedere l’inverno a 40 gradi non potremmo apprezzare le sfumature metafisiche del governo Letta e della realtà rovesciata che viviamo: le larghe intese che sono strette discordie, i moderati col machete, i responsabili minatorii, le tasse fenice che risorgono dalle loro ceneri, il nobel per la pace che fa la guerra, il condannato che diventa perseguitato, l’applicazione della legge che diventa accanimento, il tentativo di salvare un posto al senato a chi in senato non ci mette piede, le aziende il cui nome finisce in… “Italia” che diventano straniere (tranne, purtroppo, Trenitalia), eccetera eccetera…

Zia Mariella è Gran Sacerdotessa e Demiurga del sanguinaccio, appunto. E comincia a progettarlo mesi prima, come se fosse l’invasione della Polonia o un videomessaggio di Berlusconi.
Le larghe intese – mi diceva la zia – sono proprio questo: far stare assieme il sangue di maiale e il cioccolato, lo strutto e il cedro, il vino cotto e il rum.Ti pare facile?”.
A me, in effetti, non pare nemmeno possibile, ma quella dell’impossibile è una categoria che non mi sento di adoperare, non sotto il governo Letta e il regno Napolitano.

Zia, ma tu ci riesci” obiettavo: non sono sicura che sia propriamente un cibo, il sanguinaccio di zia Mariella, e nemmeno che sia del tutto legale, ma è oggettivamente una cosa miracolosa. Per stomaci forti, eh (anche se vorrei vedere chi ha lo stomaco delicato, dopo 17 anni di berlusconismo e due talk-show ogni sera), ma miracoloso.

Certo che ci riesco: sono femmina, calabrese e non ho paura di niente. Io me lo merito” rispondeva quella donna smisurata, che fa di qualunque cosa una cosa personale, quindi politica e dunque etica, come dovrebbe essere.

Così, al momento giusto, col sangue caldo di sacrificio (quella del maiale non è una macellazione: è un sacrificio che propizia tutto un anno), il vino cotto (che è un altro rito cominciato dalla vendemmia o anche prima, cent’anni fa, quando il nonno piantò la vigna sul crinale tisico della montagna e lei lo ricompensò per la caparbietà e la fiducia) e anche gli ingredienti di fuori, quelli stranieri come Alitalia o Telecom (che la zia ha sempre chiamato Telecòm, rimpiangendo la Sip e il telefono a disco), ovvero la cioccolata (che per noi, da quando le zie vennero liberate nel ’45, è il cibo degli americani, assieme con la gingomma) e il rum (che non merita un posto tra i liquori veri, che per le zie sono il nocino solforoso, il ratafià malvagio e il limoncello segreto), e un tot di ingredienti sconosciuti (lune piene, maledizioni, incanti, speranze, accanimenti, pensieri) la zia prepara il sanguinaccio. La crema ossimoro, la crema sacrificio, la crema di Persefone.

Quando ce la presenta, fresca di calderone e sortilegio, ci sorprende sempre: è buona e temibile. Fa venire voglia di rifiutarla e di mangiarla tutta. Mette in imbarazzo il nostro senso delle proporzioni, persino della giustizia, certo dell’appropriatezza: eppure non possiamo dirle no.

Ma vuol dire che le larghe intese possono pure riuscire?” ho chiesto infine io, pensierosa: gli aneddoti delle zie sono bifronti, spesso, e sofisti come loro.
Certo che no – m’ha detto lei con una lieve smorfia – le larghe intese sono una sciocchezza, una pezza peggiore del buco, una promessa di paralisi. Il mio sanguinaccio è un’altra cosa. Non è una finzione d’armonie impossibile ma anche inutile: è un miracolo, che non si deve spiegare”.

Confortata dall’esistenza di un inspiegabile vero, e migliore di quello che viviamo in questo momento, me ne sono andata. Dedicherò la prima coppa di sanguinaccio a Enrico Letta, quest’anno.

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botero_club-giardinaggio

La mia banca è differente!” esclama spesso, con gioia, zia Mariella.
Lei ha la stessa banca dal 1950, ed è la più antica del mondo: la mattonella. La mattonella sconnessa dello sgabuzzino, che di suo è già un forziere pieno di cose preziose che nemmeno il caveau della Banca d’Italia (alloro, melanzane sott’olio, roncole, piume d’angelo, castagne, collane di peperoncino, pergamene rivoluzionarie, olive, carbone, tessere del Pci buonanima, macinini per il caffè, mostaccioli, molotov scariche, teste d’aglio).
Lì deposita regolarmente la pensione (minima: circa un decimo di quello che aveva in tasca Corona durante la fuga, per dire)(circa un milionesimo di quanto costa un F35, per dire), con l’eccezione degli spiccioli, che vengono depositati, invece, nel salvadanaio di terracotta dell’ingresso.
Che un investitore deve pure differenziare.

Poi ci sono i prestiti, a tasso invariabile e anche incalcolabile: nel condominio-centro sociale- centro di coltivazione diretta di democrazie e resistenze umane si prestano denari ma anche, forse soprattutto, tempo, attenzione, pentole piene, parcheggi, servizio infermeria, babysitteraggio pedagogico, corsi d’istruzione, opere di giardinaggio (anche dell’anima).
Si scambia un’ora di assistenza anziani (con lettura di giornali, tisana ed eventuale ramino) con una spesa al mercato; un bucato (col candeggio) con un’endovena (zia Mariella potrebbe gestire da sola un ospedale da campo, o anche un policlinico); un vaso di basilico con un rammendo.
Tutta roba che frutta interessi da capogiro: il 30 o anche il 40 per cento in più di armonia, il 50 per cento di buonumore, il 70 per cento di solidarietà. Esentasse.

Per non parlare dei derivati, tutti atossici, anzi balsamici: il giardino verdeggia, la dispensa è sempre piena a chilometro zero, la pensione riesce persino a bastare.
Ma ti dà gli interessi? E quanto?” s’informava la fidanzata del prete, che per ora è terrorizzata dalla vicenda Monte dei Paschi: per lei le banche sono garanti dell’ordine più ancora della polizia, della chiesa e delle carceri.
La mia banca si interessa a me” celiava la zia. Ma era serissima, in realtà.
La finanza immateriale, dopotutto, è l’unica che ti ripaga con la stessa moneta.

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