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Archive for marzo 2010


La città disossata, con la sua corona di paesi, si stende dalle prime propaggini della "A" ­al borgo collinare di Ziretto. E' una città bulimica eppure tassonomica: ad Acquedolci invariabilmente segue Basicò, e Cesarò e Condrò e insino Gualtieri Sicaminò: solo a metà dell'alfabeto la provincia si contrae – Lìmina Lìpari – e poi si distende per tre e più sillabe – Mandanici, Militello Rosmarino, Montagnareale, Montalbano Elicona. In fondo l'attendono i santi, santi alpestri dai nomi cagliati – San Marco D'Alunzio, San Pier Niceto, Sant'Angelo di Brolo, Santo Stefano di Camastra – e sante acquatiche, idriche, marine – Sant'Agata di Militello, Santa Lucia del Mela, Santa Marina Salina. I vulcani – Stromboli, Vulcano – sigillano la fila: neri, irascibili, sommersi.
La provincia sillabata è piena di paesi lunghi, restii ad abbandonare la strada: continuano a seguirla, parallela alla costa, allineando i loro nomi millenari: Abbate e Barbaro, Olivo e Pandolfo.
Andrònico, Romeo, Mantinèo, Cùndari, Bùcolo, Calì, Mangraviti, Staròpoli: gli dei greci sono stati qui, belli e pieni di dubbi come esseri umani, ossitoni e properispomeni, e hanno fondato templi e trasalito per la luce che veniva dal mare, la sera.
Zora, Marchetta, Catalano, Mavilla, Lopez, Aragona, Ramires, Lo Turco, Martinez, D'Alcontres: vennero gli arabi coi loro cavalli sensibili, l'algebra e le razzie; poi i normanni e poi i più crudeli di tutti, gli spagnoli magnifici e sparvieri. Incisero i loro stemmi sui portoni che guardavano lo Stretto, regnarono su molteplici bellezze e poi rovine.
Poi vennero i siciliani. Da ogni parte: Siracusano, Palermo, Noto, Caliri.
Coppola, Sciuttèri, Calcagno, Micali: la Storia si scrive da sé, una volta passati i carri dei conquistatori, seppellite le monete d'oro e di rame, le asce, le statue tarlate degli dei, le roncole e gli archibugi. La Storia ristagna anni e secoli tra le dita d'ossa delle colline, le coste, gli andirivieni immobili, da trazzera a trazzera. La Storia trasferisce dei e santi, principi e banditi, sirene e briganti, li mescola nella stessa devozione: San Filippo e Sant'Antimo, San Jachiddu e la Regina Elena, Colapesce e Grifone.
Piena di Zanghì, di Genovesi, di Cotugni, di Zuccarelli, di Bonfiglio: uomini e donne dolci, sgarbati, pietosi, deformi, amorosi, feroci, foresti. Piena di mestieri: Setaioli e Argentieri, Notari e Ferranti.
La Storia scavalca, approda, scava. La Storia si scuote dai fianchi, a forza di terremoti, paesi interi, scacciati a rifondarsi più in là, o addirittura una città: i nomi vennero cancellati, quella notte del 28 dicembre 1908, ricacciati nelle profondità incrinate dell'isola, nel suo mare verticale.
La terra e l'acqua s'ingoiarono le rotte degli agrumi e i nomi inglesi che le reggevano sulle loro W, e J, e K. S'accesero nomi russi, ma durò poco, fino a Michelopoli, la città originaria sparita da tutte le carte, taciuta e sepolta come la prima pietra, come la costola d'Adamo.
Il libro non nomina le città originarie – Zancle, Messene, Avalon, Michelopoli – ma i nomi sono come i corpi: si dissolvono nel ciclo di natura, e tornano sotto altra forma. Sono strade, soprannomi, botteghe: disegnano i canali asciutti, le storie dimenticate, i miramare, le vie consolari e i fondachi, i villaggi.
Il libro, semmai – e il suo autore onnisciente, immanente e assente come dio – ci dice delle città a venire, fitte di doppler, pilates, swarovski, showroom, multiservices. Dove Grazia, Antonina, Catena, Cono, e Giuseppe, Alfredo, Carmela, Rosario lasciano il posto, silenziosamente, a Jessica, Kevin, Deborah, Gabriel, Dominik. Ma, per fortuna, arrivano anche Lilita, e Yogarathinathan, e Mohamed, e Roman, e Martes.
Insieme, in una catena di lettere, andiamo in fila, compatti, ciechi, fiduciosi, verso l'oscuro futuro che s'avanza.

perdonatemi: era una sfida. e io non resisto a due cose: alle tentazioni e alle sfide. (vabbè, facciamo tre, ma non vi dico la terza)

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mujeres, il cuore del tango

Da grande voglio fare la mugghiera del tango, imparare il napoletano e coltivare i friarielli.
La premessa, al ritorno dal Mujeres Tango Festivallo numero tre, è necessaria, soprattutto per i friarielli. Perché io l'ho capito alla terza volta. La terza volta, in tre ore, che qualcuno a Napoli m'ha chiesto, con aria preoccupata: "Ma voi li conoscete, i friarielli?": la ragazza del tarallificio, il tassista, don Ciro del beddenbrecfàst.
Ora, per i non partenoparlanti, dicesi friarielli le infiorescenze delle cime di rapa. Cioè, la stessa cosa che a Roma chiamano broccoletti e in Puglia rapini, ma non diteglielo ai napoletani: loro sono convinti che si tratti d'una misteriosa verdura che cresce solo a Napoli. E il bello è che hanno ragione.
Perché il friariello, col suo nome e la sua orgogliosa appartenenza, la sua promiscuità con la salsiccia e la ricotta, è un prodotto unicamente napoletano, e mai potrebbe trovarsi altrove sotto falso nome. Ché la caratteristica propria del friariello è la fiducia, e i napoletani ce l'hanno.
Il friariello è un test, un elemento chimico, un'emozione. E i napoletani, generosi come sono, se lo tengono caro ma vogliono condividerlo. A loro interessa che tu conosca il friariello. E, signori miei, questo è il punto, e questo è l'oro di Napoli: a loro interessa veramente. Non c'è nulla di indifferente, a Napoli, e il friariello ne è simbolo perfetto.
Dunque, da grande voglio coltivare questa magica verdura che produce condivisione, umana solidarietà e, in ultima analisi, bellezza. Come il tango.

Sulla strada del festival e delle sue molteplici lochescion, a vagare come una brioscia nella terre delle briosce e dei fratelli babà, di friarielli incantati se ne incontrano un sacco. Eccone una scelta.

I Tassisti filosofi
I tassisti napoletani sono l'esatto opposto dei tassisti di Lisbona. Sono filosofi che camminano per la vasta, intricata agorà d'asfalto facendo regolari pieni di pazienza e sillogismo. Somigliano tutti a qualcuno: io ho incontrato due Eduardi e un Mario Merola. Desideravo un Totò ma non ce l'ho fatta – avevo poco tempo – e ritenterò.
M'hanno condotta dappertutto, da via Petrarca ("dove potete comprare una casa solo se siete un professionista o un grande camorrista") a via Toledo (dove Merola guardava una vetrina di tarallificio con gli occhi così commossi che sono scesa e ho comprato due taralli strutto e pepe che, obiettivamente, commuovevano come una puntata di "Anche i ricchi piangono"), dalla zona industriale dismessa (Napoli è piena di tombe a cielo aperto, antiche e moderne) alla riviera di Chiaia ("noi guardiamo il mare e il mare guarda a noi"). Discutendo di friarielli, immortalità dell'anima, logorìo della vita moderna e imperturbabilità dell’anima antica.
Ti vergogni un poco, quando sei arrivato e devi scendere, di pagare: non c’è prezzo per l’accoglienza. E ti viene il sospetto che Napoli sia una città ideale per gli abbracci.

Pizza, taralli, babà, zeppole e Salone Margherita
Che io mai l’ho pensato, che i dolci fossero gli adornos della tavola. Giammai. Anzi, a un grande dolce corrisponde una grande responsabilità. Quando ho visto una “Babbaria” (che in siciliano si dovrebbe tradurre con “stupidaggine, sciocchezza”, perché l’incomunicabilità mica esiste solo tra sud e nord), un luogo rapinoso popolato da babà di tutte le dimensioni e farce, ho capito tutto.
Il babà è un sistema linguistico: puoi usarlo per dire ogni cosa, o anche per tacerla. Ci ho provato, e lo so con certezza.
La zeppola invece è l’Idea, è il Noumeno, è la certezza metafisica: Platone e pure Hegel non avrebbero scritto nulla, se ne avessero assaggiata una sola. La zeppola è un punto fermo attorno a cui ruota il mondo – e in subordine la ronda – perché, come voi ben sapete, a Napoli vige tuttora il sistema tolemaico, che gli dei lo proteggano.
Ne ho avuto la prova certa al Salone Margherita – o anche assaggiando una qualsiasi pizza margherita o passando un ineffabile pomeriggio nel negozio dei taralli (un negozio intero solo per i taralli, non so se mi spiego).
Il Salone Margherita (http://www.salonemargherit
a.net/) fu luogo mitologico della Bella Èpoque napoletana: nel suo grandioso movimento rotatorio di marmi, stucchi e volte si esibirono cantanti e danzatori, incantatori di serpenti e illusionisti e persino donne barbute. Decaduto e poi risollevato, ora – tra l’altro – è abitato dal tango (che, come sappiamo, ama i luoghi antichi dove le vite precedenti continuano a strisciare sotto il pavimento, riemergono negli angoli, si mescolano alle ronde, si acquattano tra le gocce delle appliques, sotto le poltroncine, tra le volute dei palchetti).
La cosa più bella, ballando al Salone, è lo spaesamento: quando finisce la ronda non sai mai in che punto della circonferenza ti trovi, e devi navigarlo tutto di nuovo, o è lui che ti scorre sotto i piedi, concentrico e tolemaico, impegnato nella sua ronda ininterrotta, dall’Ottocento a oggi.
Ne ho visto un’efficace rappresentazione in una pasticceria: un dolce clamoroso, una circonferenza di babà luccicanti con al centro l’ellissi regale di una zeppola. A guardarlo bene, ruotava lentissimamente, pieno di promesse.

Le Mujeres
Napoli – col suo allenamento all’assurdo – è pure una città un poco capovolta. Una città ardita, o anche solo piena d’immaginazione. E queste signore femmine se lo sono immaginato e se lo sono pure fabbricato un festivallo di tango – che spesso è un evento supercilioso e filologico – tutto dedicato alle donne (http://www.mujerestangofestival.it/festival-2010.htm
l). Un festivallo in cui non ti spaventano fin dal sito: achtung, achtung, le femmine sole sono pregate di sostare nell’area di decontaminazione apposita, o di raccattarsi un partner nel forum di contenzione.
Un festivallo dove non ti vendono passi ma competenze, non ti abbindolano con figure e figurine ma ti sciorinano tecniche, visioni del mondo, possibilità. E ce ne sono un sacco, di possibilità sconosciute: l’uomo può decidere, ballando, che dobbiamo andare dal punto A al punto B, ma come ci dobbiamo andare (e se eventualmente vogliamo passare dal punto G, come dice Hastalamilonga) lo decidiamo noi, signore.
Le mujeres si sono dedicate, la prima sera, uno spettacolone farcito assai. Qualche tanguero (bulimico come tutti i tangheri) era impaziente di riprendere la ronda tolemaica del Salone, ma a me è piaciuto proprio, che fosse così volitivo e sfacciato, quello spettacolo d’orgullo mujeresco. Il momento più bello è stato quando, vestite di fiamme corvine, le mujeres sono entrate tutte assieme, coi tacchi che facevano rumore di guerra civile, e si sono ballate un tango tutto da sole. E, badate bene, non era un modo per dire: mascoli, voi non ci servite. Tutt’altro. Era per dire: ricordatevi, noi facciamo girare la terra.

Il tango per via matrilineare
Il sospetto l’ho sempre avuto, ora è una certezza. Il tango si trasmette per via matrilineare.
L’ho visto alla lezione di Ariadna Naveira, l’enfant prodige del tango. Giovanissima, ma con un carisma cristallino. Studiavamo adornos, che non sono una ginnastica dei piedi ma una possibilità della musica. E infatti non abbiamo fatto altro che inventarceli e posarli sopra il bandoneon, o sulle volute del violino. Ballavamo da sole, a occhi semichiusi, dentro la musica che si svolgeva ad altezze impressionanti. Oppure eravamo sedute in cerchio, a suonare strumenti immaginari, per imparare – poi – a suonarli col corpo, a danzarli interamente, dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe (“gli adornos si fanno con tutto il corpo”): a un certo punto è entrato un uomo, ed è rimasto pietrificato sulla soglia, davanti a tutte quelle donne sedute per terra a suonare il bandoneon: facevano una musica impressionante.
Accando ad Ariadna stava la madre, Olga Besio, e se la covava con occhi amorosi. Le scattava foto, mentre lei con un gesto rotondo evocava un violino, o stendeva una nostalgia in un unico filo sottile di pianoforte. Sorrideva, Olga, con quella speciale gratitudine che hanno le madri quando guardano splendere i figli.

La sera prima, al Salone, avevo visto Paola, una delle Mujeres, ballare col giovanissimo figlio. Erano alti uguale, bruni uguale,con lo stesso viso sottile da elfi. Erano bellissimi, perché i figli sono il nostro specchio migliore e peggiore, e quando è migliore è straordinario.

Il miglior conduttore per il tango è sempre l’amore, accidenti.

Sandra e Raimondo
Passare da Ariadna a Gloria Dinzel è stato traumatico. Tanto Ariadna era sommessa, dolce, accomodante, quanto Gloria era secca, direttiva, perentoria. Spiegava con una qualche durezza i misteri non euclidei dell’asse, della camminata, del giro. Ci invitava a esercizi da Momix, in cui lo spazio degli altri diventava una prosecuzione del corpo con altri mezzi, e ballare diventava una sfida futurista, un quadro di Balla o Boccioni ma con più bandoneon.
Poi però diceva qualcosa di stranissimo (l'asse che finiva lassù nello spazio, e attenti ai buchi neri…), gettava un’occhiata di lato e richiamava il suo Rodolfo che stava seduto di lato, per farsi servire una medialuna: e partiva un siparietto tra i due che ti faceva capire tutto. Che sono i Sandra e Raimondo del tango.
Un’istituzione, ma un’istituzione che si diverte un sacco.

L’accoglienza
Lo ha detto, lei, Gloria: l’accoglienza è la parte fondamentale del tango. “Io ti accetto, accetto te e il tuo non accettarmi”. Certamente vale anche per Napoli. O per la vita, chissà.

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