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Archive for marzo 2007

fiori di mandorlo, perché il ciliegio è troppo ottimista, per questa primavera

 La Poesia era seduta nell’anticamera del mio veterinario. Era una signora di sessanta o seicento anni, coi capelli gialli, la gonna sghemba e un pellicciotto sintetico, fucsia. Portava al guinzaglio una cockerina nera di nome Pinky, con un cappottino scozzese e una malattia oftalmica. Mi raccontava, soffiando per un vecchio enfisema, che a casa ha altri quattordici cani, cinque gatti e due porcellini d’India. Le ho chiesto s’avesse un giardino, m’ha detto, limpida: "No. Ho trasformato la casa in un canile, e io vivo nel canile, con loro". La cagnolina Pinky sembrava che annuisse, o forse era l’artrite.
 La veterinaria, una ragazza sottile con un nome bruno, m’ha detto poi che la signora raccoglie creature abbandonate, con le quali probabilmente s’identifica. Lì curano gratis gli animali della Poesia, li vaccinano e li sterilizzano, secondo un patto segreto che qualche volta, ma solo qualche volta, stringe la medicina con altre forme d’umanità. A volte raccolgono i randagi delle isole, li curano, li sterilizzano e li liberano di nuovo. La Poesia prova a trattenerli tutti, nel vasto canile del suo cuore, ma non sempre glielo lasciano fare.
 Per esempio con Colosso. Non è un cane, è uno scherzo della natura. La madre, una cagnotta bastarda dai geni indecifrabili, di taglia media, era molto incinta, e un veterinario qualsiasi – uno di quelli che esercitano con gli animali perché con gli uomini non potrebbero sostenere le spese legali dei risarcimenti ­- tentò di farla abortire. Gli embrioni erano sei, e cinque morirono. Colosso ereditò lo spazio e la forza di tutti e cinque. Nacque così spaventoso che l’abbandonarono subito, solo perché ebbero paura di sopprimerlo.
 La Poesia passava di là, per caso o forse per istinto – perché la Poesia sente le creature abbandonate – e lo raccolse, già smisurato, solo per vederlo crescere ancora, e curarlo in tutte le maldestre manifestazioni del suo gigantismo e del suo disadattamento a vivere.
 Si lisciava il pellicciotto rosa, la Poesia, raccontandomi con la sua voce rasposa di Colosso e di Yoghi e di Pinky e degli altri undici cani e cinque gatti e due porcellini d’India.
Fuori, la primavera premeva contro i vetri, mischiata alla grandine a grossi pezzi. In Giappone le folle si radunavano sotto i ciliegi, preoccupate per i fiori. Lì la Poesia sono i primi cinque fiori – ma devono essere almeno cinque – d’un particolare albero del centro di Tokyo, perché la "sakura zensen" la linea di fioritura dei ciliegi, l’aspettano ogni anno, per andare a guardare gli alberi e meditare (che poi s’incazzano se il Servizio meteorologico Nazionale non prevede la data esatta e pure l’ora, che non possono perdere tutta una giornata di lavoro in ufficio: è quello che gli manca, o gli eccede, per essere un popolo davvero poetico). La Poesia si distende come una linea, come una corolla, toccando i ciliegi uno per uno, e tutti con gli occhi in alto, a commentare, indicarsi i rami, sentirsi intimamente soddisfatti.
I ciliegi affollavano, con la loro linea superba, il canile della Poesia, festeggiati da Colosso, Pinky, i randagi cani e gatti, la grandine, la signora coi capelli gialli, la veterinaria, io e la mia gatta principessa che non mi rivolgeva la parola perché l’avevo portata a tradimento sotto il bisturi. La poesia era una linea immaginaria che si propagava con la velocità dell’equinozio, in un equilibrio istantaneo e impossibile – perché la luce sale e riscende lungo l’anno, s’accorcia e s’allunga e proietta soprattutto ombre. Forse è un immenso canile, sovrastato da alberi in fiore. O forse no.

Il 21, equinozio di primavera, è stata la Giornata mondiale della poesia. Io quel giorno la poesia l’avevo a fianco, nella sala d’aspetto della veterinaria, e lo sapevo, pure.  Una mia amica dice che ormai la poesia sta dovunque, e non solo nei libri, e il problema è riuscire a leggerla. Probabilmente è sempre stato così. E dunque bisogna esercitarsi a leggere le sale d’aspetto, i ciliegi, i cani e i gatti, i nomi dei veterinari, le nuvole, la grandine, i gradini, le rughe, i cappottini scozzesi e i pellicciotti fucsia. Chissà.

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scatola di cioccolatini di N.

 La Signora del Cioccolato è piccola, avvolta in se stessa in un modo che pochi possono sospettare. E’ composta di sottilissime sfoglie di cioccolati amari e dolci, tutti accumulati negli anni.
 Chi non la conosce potrebbe pensare che attinga fuori di sé la sua capacità di confezionare i dolci che escono dal piccolissimo laboratorio in una strada parallela al lungomare, spalle allo Stretto, di fianco alla Villa Comunale da cui svettano gli eucalipti e le altre piante prigioniere. Possono pensare che le praline ripiene di mandorle, di castagne, di nocciole, di polpa di mandarino, le scorzette di limone e arancia coperte di fondente, le uova cosparse d’oro o intarsiate siano esclusivamente frutto d’ingegno artigiano, dita felici e gusto. E invece no.
Io so con certezza che la Signora del Cioccolato ogni volta racconta qualcosa, qualcosa che le appartiene intimamente.
 Io so che quando scioglie il cioccolato nella ciotola di rame lei sussurra qualche cosa, ed è un bisbiglio distinto che si trasmette alle molecole di teobromina, alle fibre della bacca frantumate, alla pasta di burro. Io so che lei racconta di anni imprecisati, di persone scomparse, di dolori sciolti a fuoco lento nella ciotola di rame stagnato del suo cuore accogliente. Io so che nel suo fondente ci sono gocce di passato aromatizzato allo zenzero, al peperoncino, alla rosa canina. Io so che quando farcisce le mezzelune c’è dentro un pergolato di limoni d’una casa al mare, dalla parte ionica – quella lunga e sabbiosa che dispone alle dimenticanze – e quando compone, una per una, le collezioni di praline nelle scatole di cartoncino marrone fatte venire dalla svizzera in realtà  sta allineando le piastrelle di maiolica d’una casa in montagna, un viale di foglie rosse, un numero imprecisato di partenze e ritorni. Io so che, a volte, ci sono anche gli scogli della parte tirrenica – quella drammatica e violetta tormentata dalla roccia e dalla memoria.
 Mi pare di riconoscere, in quel modo esatto eppure appassionato di manipolare il cioccolato, di sposarlo, dividerlo, moltiplicarlo, dirigerlo, infonderlo, trattenerlo, lo spirito più antico della Signora, la sua capacità di tollerare il dolore e trasformarlo in bellezza.
 Riconosco il suo distinto amore per la geometria, per la giustizia, nei grembiali bianchi delle lavoranti, nella disposizione esatta delle scorzette sui teli, negli spigoli vivi delle scatole, nella cadenza ortogonale dei fiocchi di stoffa rigida che avvolgono le confezioni.
 Riconosco la sua felice anarchia negli spruzzi d’oro delle uova di Klimt della collezione di quest’anno (sono allineati sulle mensole, belli da non poterli mangiare, o da mangiarli due volte, ché gli occhi non sono mai sazi e poi lo sappiamo che il cioccolato è un cibo che nutre direttamente l’anima). Klimt ha deposto uova nel suo laboratorio, e anche Chagall, e Mirò. Forse pure Dalì le ha suggerito un uovo di tigre, di leone marino, di vascello. Nelle sorprese di cioccolato, avvolte in gusci di cioccolato che stanno dentro capsule di cioccolato che stanno dentro le uova di cioccolato, riconosco l’ironia della Signora del Cioccolato, la sua arguzia segreta, il suo convincimento che niente sia come appare ma che ci siano molte apparenze l’una dentro l’altra e la verità non sia che la loro somma eccedente o difettosa.
 Nel gioco di pieni e vuoti, oro e nero, agro e dolce, frutta e fiore riconosco le ambivalenze che respiriamo in questa terra di confine, profumata di zagara e bitume, addolcita di limoni, sale, aceto, resa aspra dal miele, dalle acacie.

 Reggio ieri sapeva di lontananze e gelsomino, mescolava i richiami tropicali della primavera ai brividi della stagione vecchia (che non era l’inverno, però), portava in giro i pollini per le strade ventose, prometteva il mare da tutti gli angoli, faceva sbocciare fiori spontanei attorno ai guard rail, lungo i muri, nelle immaginazioni. La Signora del Cioccolato, nel suo laboratorio segreto, scavava tra le primavere trascorse e presenti e future, sognando di tradurle in cioccolatini, barrette, pastine, ovetti e gusci.

Ieri sono stata nella mia città di prima, in questo gioco di andirivieni che è stare tra le sponde (ma forse è la vita intera, un gioco di andirivieni). La primavera batte furiosa, e cercavo di sfuggire al suo imperio, ma nella bottega della Signora del Cioccolato non c’era un rifugio invernale: anche il suo cioccolato fioriva e s’arrampicava per le dorsali dei monti, tra gelsomini e campanule, persuadendoci che tutto voglia ricominciare, anche noi.  La Signora del Cioccolato è stata una grande amica dei miei genitori,  in un passato imprecisato in cui – insegnante d’inglese, moglie e mamma – covava la sua arte, la raffinava a fuoco lento senza nemmeno saperlo.  Stava preparando il cioccolato a venire, la sostanza duttile, fluida, infinitamente comprensiva capace di accogliere ogni cosa nel suo abbraccio scuro, consolatorio, pieno di promesse vicine, vicinissime, già qui.

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Il sogno di Stromboli (Guttuso, Fuga dall'Etna, 1937)

Alla riunione del Senato dei vulcani i più giovani, come sempre, alzavano la cresta. “Ora basta – diceva quella testa calda di Stromboli – sono stufo di stare lì buono a farmi camminare sopra dai turisti. Sono stufo di esibirmi per le barche, di farmi offendere dai loro flash, io che ho il fuoco più antico del mondo. E quando gli rispondo, e getto in alto la mia materia rossa, e gliela lancio fin dove posso, lungo la Sciara del fuoco, e non li prendo mai, quei maledetti sui barconi dipinti, loro mi fanno l’applauso, loro”.
“Ma quattro anni fa mi pare che non è stato così…” disse con la sua lunga voce di bue il vulcano spento di San Venanzo, con un forte accento umbro e la calvizie da frate. Teneva le dita di basalto intrecciate sulla vasta pancia, e Stromboli lo odiava.
 Un mormorìo corse fra tutti i vulcani, spenti e accesi, esplosivi ed effusivi, quiescenti e solfatarici. Uno spesso odore di cenere e d’ossido di ferro faceva l’aria soffocante, e i vulcani la gradivano: dai satelliti si vedevano nuvole basse e grigie, con una concentrazione di silicio e acido cloridrico preoccupante, se non fosse stata coperta dalle scorie chimiche e meccaniche degli umani.
 “Essì, vaja, uno tsunami piccolo piccolo, insignificante, talè, nemmeno buono per bagnargli le mutande a Bertolaso…” rispose Stromboli in siculo stretto, i pugni digrignati, le ferite accese nelle carni di vulcano giovane. Dietro di lui, muto, Strombolicchio annuiva: fra poco non l’avrebbero più fatto entrare, ché ormai non era nemmeno un vulcano spento, era il ricordo d’un vulcano, rattrappito e senza fuochi: uno scoglio, murato nel limo, acquatico, con lunghi capelli d’alga che lo facevano sembrare pure femmina. Che disgrazia nascere prima, quand’era lui, Strombolicchio, il vulcano, “Iddu”, e vicino c’erano isole giovani e analfabete, e a parte le tartarughe marine e gli squali mastodonti solo Dio l’ammirava – nell’aria ardente d’ammoniaca e creazione – affacciandosi dalla finestra a ovest.
 Che poi questa cosa dei vulcani maschi nemmeno era chiara: Stromboli lo chiamavano “Iddu”, Etna era “’a Muntagna”, per la sua finta indole accogliente, le sue gravidanze interminabili, il suo modo d’incubare giganti, titani e ciclopi, la sua estrema coltivabilità, la sua capacità di convivenza, i suoi ammonimenti materni. L’umore capriccioso e volitivo di Stromboli lo resero subito maschio, e sterile come la cenere nera che piove lungo la sciara. Ma nel suo cuore di magma nessun vulcano è davvero maschio, o femmina. Mai come i laghi vulcanici, però, il cui immenso occhio celeste si confonde con l’indistinto del cielo, dell’origine.

 E Stromboli puntava i piedi, rivendicava i suoi duemila metri sottomarini, la sua temibilità. Con sé aveva il partito degli stromboliani, ovviamente: temperamenti ‘mpitusi come lui, dai fianchi stretti, i basalti ripidi, le fontane di lapilli sparati in aria così, per divertimento e minaccia. Pochi, pochissimi.
 Aveva con sé pure quei carusi, i soffioni, i geyser, le solfatare e pure le fumarole. Ma erano lì come osservatori, e non avevano diritto di voto. Si limitavamo a fare la claque, agitando i loro vapori e sparando zolfo nelle camere, così, tanto per dare fastidio.
Che poi gli altri italiani non si capiva da che parte stessero: un po’ stratovulcani e un po’ no, un po’ svegli e un poco addormentati, un poco visibilmente pieni d’un temporale interiore che s’avvertiva micidiale, un poco assorti in pensieri vecchissimi, del tutto distratti dal presente. Il Vesuvio celeste e dimentico, l’Etna voltagabbana: vulcani democristiani, pensava in cuor suo il giovane Stromboli. O il vulcano dell’Isola Ferdinandea, che nemmeno si capisce se c’è, e come si chiama (che l’hanno chiamata anche Giulia, Nerita, Corrao, Hotham, Graham, Sciacca, e se la sono contesa fino a farla sparire di vergogna e di noia, sotto il pelo dell’acqua e dell’immaginazione, dove vanno ancora a sconcicarla, e ci piazzano col cemento le targhe: "…era e resta dei Siciliani", come se la pietra nera e il cuore di fuoco appartenessero a qualcuno oltre che a se stessi).
 Assai meglio, allora, quelli del Pacifico, gli spiriti ardenti della “cintura di fuoco”, che mescolano la lava al mare, e poi ancora, e parlano la stessa lingua di folgore degli dei. Ma sono così diversi, così contenti dei loro circoletti, così accovacciati. E poi non si capisce niente, quando parlano in polinesiano, con tutte quelle sillabe di lava fluida e i coni larghi.
 Il Vesuvio, in un angolo, conversava coi Decani, i Vulcani a Vita: il perfetto, nitido Fujiyama, che regna su una popolazione di 192 piccoli vulcani coi quali comunica con scosse misteriose e immensi silenzi nevosi, il Krakatoa fitto di rancori e pappagalli multicolori, capace di ire e apocalissi, il ruminante Popocatepetl. I giovani non osavano nemmeno camminargli vicino. Tranne Stromboli.
“Io non ho paura – li affrontò – sono pronto. Voi tutti – e qui li fissò uno per uno, cogli occhi stretti d’un rosso vivido – avete plasmato la vita. Avete fatto e disfatto civiltà, inabissato isole, creato mondi. Ora tocca a me”. Era quasi un urlo, la sua voce.
Lo misero ai voti.
Stanno ancora votando, che i vulcani sono, molti, assai antichi, e ci vuole tempo. Il quorum, m’hanno detto, è 160.

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