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Archive for agosto 2009

  Ebbene sì, ieri si sono consumati – nello stesso giorno – due dei più temibili riti estivi: il primo sabato d’agosto e la serata musicale condominiale a bordopiscina.
Il sabato era molto sabatesco: nel villaggio di contenzione l’aria leggera era traforata soltanto dal canto irriducibile del martello pneumatico (l’edilizia qui è governata da Penelope: si costruisce per demolire e ricostruire, ricostruire, ricostruire), la piscina era distesa nel suo azzurro imparziale sotto i vapori di cloro, il sugo ribolliva pianissimo nei tegami (una tenue traccia odorosa risaliva i vialetti, basilico cipolla rossa origano olio), mentre altrove già si confezionavano le gamelle da spiaggia (pasta ‘ncaciata, gattò di patate, panini con la mortadella pallida). Un sabato d’agosto morbidissimo, invitante. Appunto, erano invitati proprio tutti. E ci sono venuti.
La famiglia francese fosforescente, cortesissima, con un numero imprecisato di bambini armati di autentici attrezzi da cantiere, che subito hanno scavato una buca buona per le fondamenta del Ponte o, al limite, per verificare la teoria degli antipodi (c’è davvero l’Australia, dall’altra parte del globo? E soprattutto, camminano davvero a testa in giù?).
Le mariecristine.
I cofani.
Il gruppo della “cosa frasca”: organismi geneticamente modificati per eliminare la pronuncia di qualsiasi vocale che non sia la “a”: “Ci prendiamo una cosa frasca?”; “ha fatta la piaga…”; “bambine, vanite all’ambra…”; “hai messa l’alia di cacca?”.
I capodogli e le capodoglie.
I bambini che giocano coi racchettoni.
Gli adulti che giocano coi racchettoni.
Le fanciulle con la gonna a palloncino.
Le fanciulle coi pantaloni da emiro.
Il club delle fumatrici depassé (la loro ragione sociale è sostituire, in un paio di anni, tutti i sassi del Mediterraneo con le loro cicche al rossetto).
I mangiatori di pizzetta.
Gli imprenditori del lettino: in pochi minuti realizzano condomini sul bagnasciuga, collegando fino a dieci lettini e anche ventotto asciugamani.
Le girasolesse da spiaggia: seguono il sole orientando viavia il lettino, e a fine giornata hanno percorso più di 180 gradi, anche passando sulle vive carni di chi sta loro accanto.
I giratori di spalle al mare.
I camminatori con tappine che sollevano ventagli di sabbia.
I mostri brutti.
I mostri belli.
I facenti la fila per la doccia.
I facenti la fila per il caffè caldo, il caffè freddo, la granita finta, il gelato.
I lettori di Repubblica.
I lettori di Libero.
I non lettori.
I mariti.

  Alle tredici e trenta il mare era praticamente invisibile, occupato dalle truppe umane che perlopiù gli giravano le spalle ed erano intente alle proprie consuete occupazioni, che solo per caso si svolgevano in spiaggia: chiacchierare, fumare, giocare a scala quaranta o a niente, provare fastidio, spulciarsi, guardarsi l’un l’altro. La composizione delle tribù, in effetti, appare chiarissima a chi ha anche solo un’infarinatura di etologia: i maschi alfa, che in spiaggia sono femmine, tengono unito il branco, provvedono al cibo, al rispetto delle distanze asciugamaniche e alla giustizia distributiva lettinica, oltre a presiedere ai riti di fratellanza-ostilità con gli altri clan e – all’apparire ciclico degli ambulanti – all’approvvigionamento di cavigliere d’argento, teli etnici, occhiali da sole e secchielli soprannumerari. Le femmine beta, che in spiaggia sono maschi, possono trascorrere nell’immobilità più assoluta anche sette o dieci ore, purché posizionati all’ombra e forniti di carta da giornale rosata. Si riscuotono dalla loro catatonia familiare solo per tornei di bocce-bersaglio (i bersagli sono i vicini d’ombrellone o i passanti, che valgono più punti), immersioni collettive da branco di bufali nella pozza, passaggi rituali di caffè freddo.

  Il mare, manco a dirlo, era incazzato nero, e si esprimeva in un’acqua torbida, malamente azzurra, senza rumori riconoscibili. Anche perché, nel frattempo, lo Stretto era tagliato per lungo da innumerevoli imbarcazioni, secondo tutte le declinazioni del censo, dello scoperto bancario e dell’idiozia sociale.

  Ma.
Bastava fare due bracciate, allontanarsi dai branchi che s’abbeveravano di niente sul bagnasciuga, e girare loro le spalle, e il mare tornava a consolarti, con le correnti fredde, l’azzurro profondo come un nero, l’acqua antica dei fondali rocciosi che risaliva nuova apposta per te.
E allora comprendevi che persino loro, i branchi rumorosi e infelici, non lo sapevano ma stavano cercando la stessa cosa, stavano nutrendo allo stesso modo i loro corpi appannati e le loro anime misconosciute. Senza saperlo, senza poterselo dire e nemmeno comprenderlo, erano lì per celebrare la stessa appartenenza, la stessa devozione al mare e alla sua lezione di musica e coscienza. Stonati, rumorosi e incoscienti, sì.

… continua, purtroppo…

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