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Archive for the ‘de bello civili’ Category

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Vennero di notte, e bruciarono le palme, perché erano africane. Il loro capo, agitando un pollice poco opponibile, aveva inneggiato alla motosega, ma il fuoco è più semplice: anche quelli che sapevano solo scheggiare la selce erano capaci di accenderlo. Gli altri, che ancora non erano scesi dagli alberi, applaudivano da lassù.
Poi toccò alle piante grasse: “fanno deserto”, disse quello che voleva fare il deserto per chiamarlo pace.
Così qualcuno aggiunse che anche cappero e rosmarino erano meridionali, anzi africani, e allora sparirono dagli orti, dai balconi e dalle tavole (ma tanto, i più osservanti già non mangiavano caponata e taralli, cannoli e persino pizza Margherita). Una commissione apposita vigilava sui mercatini e nelle dispense. Alcuni ristoranti dovettero chiudere: servire una Napoletana poteva voler dire trascorrere la notte sotto interrogatorio.
Fu allora che si puntò il dito contro le arance, che pure con quei nomi, santoiddio, “tarocco” e “portogallo”, facevano Sud assai. Una strage di pompelmi e cedri, limoni e clementine. Persino la vitamina C diventò sospetta, e avere lo scorbuto fu quasi un vanto, per i più ortodossi.
E allora la macchia mediterranea?” chiese a un certo punto quello della Padania, che di verde diceva di sapere tutto: in fretta, in una sola notte, tagliarono lentischi e ginestre, oleandri e carrubi, sugheri e lecci. I più zelanti eliminarono pure le parole (che a tagliare e bruciare sono buoni tutti, ma se cancelli le parole finirai per cancellare le idee): Leopardi e Montale, e non solo, ne furono sfigurati. Ma ormai anche studiare Lettere – e persino quel passatempo bizzarro, leggere – era considerato un vezzo da comunisti perdigiorno amici degli invasori (li cacciavano dappertutto, e urlavano loro: “Tu quanti ne ospiti a casa tua?” prima di rieducarli con un bastone. Di abete). Che poi, per lavorare alle ronde, o alla guardia del muro, o nelle fabbriche di filo spinato – era la prima volta che nel Paese la disoccupazione era scesa sotto l’1 per cento (o almeno così dicevano “La Patata Bollente” e “Bollettino dell’invasione”, gli unici giornali sopravvissuti) – non ci voleva mica la laurea. E nemmeno la maturità, a dirla tutta. Infatti nelle scuole si insegnava soprattutto Tecnica Militare, Canto Corale, Tiro al Bersaglio sugli Invasori e Botanica Ortodossa.
Gli abeti furono piantati ovunque, come le stelle alpine: la loro morte precoce, in certe piazze siciliane d’estate, fu considerata un crimine di Stato e molti vennero arrestati e poi costretti ad andare in giro con una stella bianca cucita sul vestito.

Ieri qui è spuntato un gelsomino. Ci siamo riuniti tutti a guardarlo e poi ci siamo guardati negli occhi.

 

Alla memoria della sventurata palma bruciata ieri notte da dementi (certo appena scesi da un abete lì intorno, ovviamente) in piazza Duomo a Milano. Si comincia con una palma, poi si bruciano i libri, infine si bruciano gli esseri umani. Lo abbiamo già visto. Facciamo attenzione. 

 

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gollum

La triste vicenda dell’Italicum, già disoccupato prima ancora di trovare impiego (praticamente una metafora), e l’incertezza a cui sembra appeso il nostro futuro elettorale (ops, diciamo il nostro futuro e basta) ci costringono a tentare un nuovo, entusiasmante esperimento di legislazione creativa, per dare un suggerimento ai nostri politici & governanti.
Italicum, Mattarellum, Consultellum: nessun sistema sembra essere quello giusto, in grado di garantire le legittime aspettative dei partiti, almeno fino a quando non si sarà risolto questo fastidioso problema del suffragio universale, anzi del suffragio e basta.

La proposta rivoluzionaria che qui avanziamo è un nuovo sistema, finora del tutto inedito e mai applicato, che davvero possa soddisfare tutti, maggioritari e proporzionali, preferenzieri e uninominali. Un sistema che contenga il meglio di ciascuno degli altri, e li superi tutti: il Gollum.

Il Gollum si propone di sostituire un meccanismo diverso alle banalissime consultazioni elettorali, che – diciamocelo – hanno fatto il loro tempo, e poi non proteggono dal rischio di matite autotraccianti (come bene aveva fatto notare all’ultimo referendum l’elettore Piero Pelù), schede già compilate da volenterosi militanti, errori di calcolo (che Di Maio, a occhio, non sembra debole solo coi congiuntivi), errori di coalizione (la famosa coalizione a ripetere, sindrome psichiatrica ormai molto nota, in base alla quale i nemici più acerrimi devono allearsi per vincere e poter ricominciare a litigare da vincitori; o la coalizione da Tiffany, superamento del vecchio Patto del Nazareno adeguato al più recente stile Savastano-Trump), errori umani (tipo Alfano) eccetera.

Il Gollum sarà un entusiasmante incrocio tra gioco di ruolo e Hunger Games, in cui lo scopo è portare l’Anello (il premio di maggioranza) al Monte Citorio (ma attenzione, gli spazzaneve in zona sono fermi per mancanza di carburante, e per autorizzare mezzi di emergenza occorre una delibera sottoposta a controlli di legittimità che porteranno via sei o sette mesi: per agosto gli spazzaneve saranno perfettamente funzionanti).
Possono partecipare al Gollum tutti i partiti o movimenti regolarmente registrati dietro presentazione di un adeguato numero di firme.
Non ci sono preclusioni per nessuno: le firme potranno anche essere copiate (non false, copiate); dalle sezioni Pd accetteremo le firme in caratteri cinesi e da Salvini e i suoi accetteremo pure le X (che non si dica che discriminiamo i più svantaggiati).

I candidati non saranno nominati o selezionati dalle primarie (basta con questi relitti antichi!): saranno scelti grazie a una serie di prove (no, tranquillo Di Maio, non ci sono quiz) che comprendono una battaglia con il Popolo dei Voucher (i mitici abitanti della perduta Terra del Lavoro, ormai sparita dal mondo conosciuto da molti anni), gare di salto della quaglia (tipo con Sauron, poi contro Sauron, poi di nuovo con Sauron. O con Farage, poi con Alde, poi di nuovo con Farage), di alleanze fantastiche e dove trovarle (tipo elfi e nani, o Pd e Alfano, o Cinque Stelle e Lega), di incantesimi (tipo Occultazio Finanziamentum, Paercepitio Vitalitium, Rottamatio Simulata, Ottantaeuratio Conclamata, Ipnosi Collettiva a mezzo blog, Bufalatio Maxima).
Quindi, i candidati scelti partiranno tutti assieme da Hobbitville: lo scopo è rintracciare l’Anello del Potere (“Un Anello per trovarli, un Anello per nominarli,
Un Anello per insediarli e alla poltrona incatenarli”) e portarlo a Monte Citorio.

Tante prove i candidati dovranno affrontare, nel lungo cammino attraverso la Terra di Mezzo (e infatti per questo l’arena si trova nella città di Roma, che con le sue buche, la Foresta dei Frighi Volanti, i Tetti del Campidoglio, i Cassonetti Cornucopia e la Metro C Dimenticata è assolutamente perfetta). Affronteranno banche toscane fallite, emergenze terremoto-neve-alluvione, relazioni della Corte dei Conti, interviste da Fabio Fazio e qualcuno (i più sfortunati) anche congiuntivi.
Uno solo potrà farcela e avrà diritto al sssuo tesssoro, il premio di maggioranza: tutti i seggi, Gandalf al Quirinale e Maria Elena Galadriel, la dama dei Boschi d’oro, sottosegretario a Qualunque Cosa.
Gli elettori potranno seguire su schermi giganti il procedere della sfida, tifando per l’uno o per l’altro – cliccando sull’apposita piattaforma, privata ma con sincero afflato di servizio pubblico e autentico spirito russoviano (o roussoiano, per chi non ama la Crusca), faranno intervenire gli sponsor e potranno ribaltare il risultato della gara – e incitandoli.
Come diceva un antico cavaliere dell’estinto (forse) Giglio Magico, lo scopo è “sapere subito chi ha vinto”. Si saprà senz’altro: ne resterà soltanto uno, con in mano l’Anello, ritto sulla passerella di roccia di Monte Citorio. Un “uomo forte” che potrà dialogare con Putin, Trump e Erdogan, alfieri del Nuovo Mondo e protettori dell’umanità (anzi, come dice una recente intervista, un “beneficio per l’umanità”, malgrado i traduttori che fanno quello che vogliono loro, come i fatti e il principio di realtà). Quello che l’Italia aspetta ormai da troppo tempo (da quando i treni arrivavano in orario, quindi Trenitalia ancora non esisteva).
Un Gollum.

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clinton

Essì, Hillary m’è sempre sembrata simpatica come una colica renale, e non avrei mai voluto essere mmericana, per non avere, ieri, il dilemma: votare un idiota o una stronza? Impressione confermata quando, nel precipitare degli eventi, della credibilità dei sondaggi, delle speranze, delle mandibole dei commentatori, delle palpebre degli spettatori (ma non di gente tipo Mentana o Damilano, che evidentemente hanno uno spacciatore fantastico), la sora Clinton s’era sottratta al suo pubblico e aveva mandato avanti il suo collaboratore: “Stiamo ancora contando, grazie, ci vediamo, casomai chiamiamo noi”.
Ammazza che stronza, avevo ri-pensato io. Che non si fa; ci si presenta comunque, con tutta la sconfitta addosso, col cerone sfatto, la giacchetta spiegazzata, l’incredulità e il panico, e pazienza.

L’ho disapprovata e vituperata, sinceramente. Eppure oggi, quando infine s’è presentata e ha parlato, ho visto in lei – nella sua faccia meticolosamente composta ancorché segnata, nella sua acconciatura perfetta, nel suo tailleur dai petti viola vagamente funebri, nella sua consueta precisione frutto di scelte calibrate, soppesamenti, bilancini di stile, così in contrasto con l’eleganza pacchiana, il rozzo splendore brachicefalo dei Trump – qualcosa, una briciola delle donne che ammiro, le donne del mio mondo, le figure istituzionali del mio sistema politico preferito: il matriarcato calabrese. Una cosa che ha a che fare con la forza, la caparbietà, quella qualità minerale di resistenza, d’irriducibilità.

Ha detto la parola “doloroso”. Ha detto la parola “delusione”. Ha detto “tetto di cristallo” perché la cupola del maschile è sempre lì, l’abside intonsa del potere presidenziale singolare maschile. Ha pure fatto balenare, fuggevolmente, il plurale femminile che poi è, forse, quello che non l’ha riconosciuta, non le ha creduto, non l’ha voluta. Che io stessa faccio fatica a rintracciare in lei, restando istupidita dalla superficie vasta e metallizzata della sua ambizione, dalla spregiudicatezza che non riesco a considerare un pregio, dal trasformismo che non posso giustificare (essì, conservo un’idea “di genere” fondamentalmente sentimentale e un poco integralista).

Ma è stata ferma, intensa, precisa, per nulla piegata dal peso schiacciante di una delle sconfitte più clamorose della storia dell’America e del pianeta. Tutta, davvero, sulle sue spalle impettite, sulle sue rughe nasolabiali particolarmente scavate, sulla frana invisibile che doveva abitarla fin dalla notte.

E’ stata forte, e la forza femminile m’ispira sempre rispetto. Se ci sarà, prima o poi, una donna presidente degli Usa non si potrà comunque prescindere dal suo tentativo, dalla sua notte di Via Crucis, dalla sua voragine, di cui si parlerà ancora a lungo, sempre, alla quale non potrà sottrarsi mai più. Un mito mostruoso: la notte pazzesca in cui fu eletto Donald Trump.
Quindi onore a Hillary, comunque.

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italian referendum

Non sono mai stata una donna da mezze misure: i Sì e i No mi si confanno dalla più tenera età, per quanto abbia cercato di correggere il mio intimo, esasperante manicheismo. Mio padre me lo diceva, e io ogni volta gli rispondevo con fastidio: “Sei democristiano”. In effetti era democristiano, e solo col tempo avrei imparato che ci sono democristiani molto più democristiani di altri, ed è tutta questione di anagrafe (tolti alcuni grandi Belzebù, soprattutto i più giovani sono i peggiori. Quelli nati, facciamo, dal 1975 in poi…).

Ho sempre amato soprattutto Molly Bloom e lo scrivano Bartleby, ovvero la donna che dice Sì sì sì e l’uomo che Preferirebbe di No. Che abbia sempre tentato di essere entrambi contemporaneamente credo dia sufficiente conto del mio stato esistenziale e mentale.

Dunque, la disfida del referendum (di questo referendum in special modo) dovrebbe essere il mio campo di battaglia, l’esaltazione – finalmente autorizzata, anzi socialmente riconosciuta – della mia personale inclinazione ai Sì e No, agli universi tutti bianchi o tutti neri, ai sentimenti drastici e alle emozioni categoriche che da sempre mi abitano.

E invece.

Premetto che d’istinto, e malgrado le cattive compagnie, mi sono da subito riconosciuta nel No. Coi gufi, gli illusi, i civatiani, gli scassaminchia, i cercatori di pelo nell’uovo, gli oppositori a prescindere ma anche a ben vedere (talora, raramente, coincidono). Pur soffrendo, come dicevo, di trovarmi accanto Santanchesse, sciichimici, Gasparri, tautologici (quelli “no perché no”: dopo accurati studi sono in grado di affermare che la tautologia funziona solo in positivo, come nell’amore: “sì perché sì”)(ma questa è un’altra storia).

Il punto è che, adesso, a poco meno di un mese dal voto, mi sento sempre peggio a stare da qualsiasi parte. Al No (ahi, Bartleby) si sono uniti certi ultrà di cui mi vergogno profondamente, ma pure al Sì (ahi, Molly), e la sensazione è di spalti gremiti di folle feroci che non aspettano altro che di entrare in contatto fisico.

1- L’evidenziatore di Aristotele

Allora ho fatto la cosa più importante, che avrei dovuto fare prima ma vabbè (nel frattempo, come gli amici sanno, sono stata colpita da tutte le piaghe d’Egitto, e anzi vorrei sapere cosa ne pensa Radio Maria, in proposito)(ma questa è un’altra storia): ho preso il testo della riforma e il testo della Costituzione (casomai, li trovate qui: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf), un evidenziatore giallo e ho evocato lo spirito aristotelico di mio padre (sì, era più aristotelico che democristiano, ma questo lo avrei scoperto molto dopo).

Ebbene. Questa riforma mi sembra non tanto malvagia quanto cazzoconfusa. Provo a buttarer giù le principali perplessità (senza ordine e senza competenza: solo una lettura attenta e senza il “sostegno” pedagogico dell’una o dell’altra parte).

  • Il Senato costruito come Camera delle autonomie mi pare abbastanza malconcepito, ne temo l’elezione “di secondo grado” e non sono sicura realizzi davvero lo spirito costituzionale (c’è, vero, me lo confermate?) di aumentare lo spazio degli enti locali.
  • Non riesco a capire cosa ci facciano, dentro, i senatori a vita ovvero presidenti della Repubblica e, a onor del vero, nemmeno i senatori “illustri” (gli ex a vita, per intenderci), che scelti per le loro qualità straordinarie forse sarebbero più utili per le materie di cui ha competenza la Camera
  • Non capisco perché per le leggi di iniziativa popolare si triplichi il numero di firme necessarie, e non approvo che il referendum popolare “propositivo e d’indirizzo” resti un pio proposito da normare successivamente, se avanza tempo.
  • Non capisco la cervellotica trovata per il quorum del referendum abrogativo.
  • Non trovo chiarissimi i rapporti con le Regioni, men che meno con quelle (come la Sicilia) a statuto speciale.
  • Non mi convince nelle prospettive, tanto sbandierate, di risparmio sui costi istituzionali: tagliare i costi è un nobilissimo effetto collaterale, semmai, ma non certo l’obiettivo principale.

Insomma, mi ricorda, complessivamente, i temi di Pallone Crescenzio, mio valoroso compagno di scuola del ginnasio, indomito ripetente pieno di buona volontà: tutto un rumore e una furia che non significavano niente, ma con molto spreco di risorse (ciao Crescenzio, spero che tu oggi sia dirigente Trenitalia).

L’ansia di tagliare, snellire, semplificare mi pare non si sostanzi in misure meditate, accorte, e onestamente nemmeno scritte con la nitida, ferma bellezza della Costituzione (ma questo è un argomento nostalgico e dannunziano che non voglio usare, quindi toglietelo dal verbale).

Mi pare sia complessivamente frettolosa e poco meditata, migliorabilissima (che è il peggio che si possa dire di una legge considerata fatta e finita) e di dubbia efficacia (e mica è un’anguria, che si può prendere a prova),

Inoltre, la Costituzione sarà Don Chisciotte, ma l’Italicum è Sancho Panza. E sull’Italicum, signori miei, ho davvero poco da dire: glielo restituirei cerchiato di blu con la scritta “rifare” (specie nelle parti del premio di maggioranza, dei nominati, del ballottaggio).

Infine: Matteo, ma a te chi te lo ha fatto fare d’intraprendere questa cosa proprio adesso? Avevamo bisogno di dividerci in questo modo atroce (e te lo dice una vecchia manichea) su una cosa che poteva ancora aspettare (mentre non possono aspettare misure economiche e sociali, legge elettorale – intendo una legge elettorale degna di questo nome – , la domanda di giustizia sostanziale, generazionale, sociale che viene da strati sempre più ampi di questo Paese)? Che poi era quello che chiedevo a Pallone Crescenzio, le rare volte che veniva a scuola: ma tu che fai qui, perché lo fai? 

2 – Non basta un sì

L’altra cosa che mi disturba sempre di più, non ci crederete, è questa paroletta, questo sloganino: bastaunsì. Non mi disturba il Sì. Mi disturba il “basta”. Mi ricorda mia nonna che mi voleva convincere che bastava un minutino e via la bua, quando mia madre m’inseguiva per casa con un siringone pieno di estratti epatici, tuorli di drago e altre credenze magico-sanitarie degli anni settanta.

No, signori, non basta un sì (ma nemmeno un no, diciamolo). Se siamo ridotti così è perché abbiamo pensato che bastasse. Che bastasse ogni tanto votare, ogni tanto scegliere sul menù. E nel frattempo fare ciascuno la sua vita, singola e separata, fuori da qualsiasi impegno o contesto “politico”, mentre il menù lo confezionavano sempre altri. E noi al limite controllavamo che fosse aderente ai nostri principi diet-etici (sì, io di sinistra corretto con proporzionale, senza grassi, e una spruzzata di diritti civili, grazie).

Lo so, non posso parlare per tutti, ma so di parlare per moltissimi, a partire da me stessa. E voglio raccontarvi una cosa: mesi fa è partita l’esperienza di “Possibile”, il movimento messo su da Civati. Minchia, mi sono detta, finalmente: qui si comincia da zero, e io posso esserci. Ho aderito al comitato cittadino (miracolo: persino nell’amorfa Messina c’erano possibilisti!), mi sono iscritta al gruppo whatsapp, ho partecipato alle prime riunioni. Cazzo, eccomi, ora ci sono pure io.

E invece.

Sono stata superficiale, pigra, imperdonabile. Ho cominciato a saltare le riunioni, a ridurre il tempo per informarmi. Ho inventato bellissimi alibi, alcuni pure convincenti: il lavoro, la famiglia, la salute (in effetti, un mese di stampelle non è male, ma resta un alibi). Perché partecipare costa. Costa fatica, tempo, sudore, noia. Costa confrontarsi con gli altri, scornarsi, non riuscire ad affermare il proprio punto di vista. Dialogare costa. E la fatica inenarrabile di quel percorso – che pure era splendido, e aurorale, e vero (per inciso: Civati mi sembra tuttora una delle cose migliori della sinistra superstite e affaticata, la sinistra non urlata e non concitata che non può essere di moda) – mi ha fatta desistere. Faccio outing: non ci sono riuscita, e non posso fingere che sia stato per forza maggiore.

Ma oggi questa frustrazione, questo senso di colpa mi serve per dire che no, non “basta” un sì. Non potete chiedere: dai, scrivete sì e poi tornatevene alle vostre occupazioni, al vostro nido e/o ombelico, che qui facciamo noi.

No, non basta un sì e neppure un no: basta col basta.

La Costituzione dovrebbe dire: scendete qui e fatelo, facciamolo assieme. State qui, tutti, siisti e noisti, Molly e Bartleby, discutete, lavorate, non scegliete su nessun menù. Da oggi si cucina. Costituziochef.

Ecco.

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Cara Meloni Giorgia,

fratella d’Italia, in queste ore si parla molto di te, della tua pancia, della pancia del Paese, quella da cui sono venuti fuori, in questi giorni, pezzi d’odio e intolleranza contro di te e la tua creatura, perché, sai, il mondo è fatto anche così: quello che dai poi te lo restituisce, e io sono ogni volta incantata dallo stupore traumatico con cui tu, e gli altri esponenti d’una destra di ruspe e intolleranze, di pistole in diretta tv e altri tipi di proiettili da media e da social, di fratellanze (arieccoli, i fratelli) con casapoundini ma respingenze per tanti altri, accogliete i frutti della vostra stessa semina. Se passi il tuo tempo a parlare alla pancia, sarà la pancia poi che ti risponderà, e di solito le pance sono espressive in un modo tutto loro.

Peraltro, pensa, io sono persino d’accordo con te (sai, tutto quell’allenamento a non parlare alla pancia, e con la pancia, che a volte noi scemi di sinistra, marxisti corrente Groucho e materialisti magici, ci imponiamo fin dalla più tenera età, produce cose sorprendenti come poter distinguere, articolare, separare i piani): sì, io penso che il matrimonio non sia indispensabile (a dirla tutta, forse nemmeno utile, ma qui andiamo sui traumi personali e non mi pare rigoroso), che se tuo figlio nascerà da genitori non sposati – e dico anche in chiesa, con tutti i sacramenti – sarà esattamente identico a qualunque altro bambino, proveniente da qualunque altro utero o Paese, con o senza famiglia, con o senza benedizione: titolare di diritti, portatore di valore umano, soggetto di dignità e amore, oggetto di cura e attenzione.

Però sento l’obbligo di dirti che tu puoi – giustamente – addolorarti e persino indignarti per gli insulti e le offese, e dire al mondo che nessuno si può permettere di criticare il tuo stato civile, le tue scelte e la condizione di tuo figlio proprio perché io, ma prima di me infinite sorelle e infiniti fratelli, infiniti marxisti tendenza Groucho e materialisti magici, infiniti illusi, infiniti sognatori pragmatici e idealisti surrealisti, hanno protestato, e manifestato, e perorato, e sono scesi nelle piazze e preso infiniti calci nel sedere per spezzare il dogma della famiglia intoccabile – pensa, sono così vecchia che ricordo mio padre, democristiano, che pontificava contro il divorzio chiamando in causa esattamente le stesse cose che voi tirate fuori oggi per avversare le unioni gay e le adozioni.

Cara Meloni Giorgia, se oggi possono serenamente partecipare a un Family Day persone sposate due o tre volte, con figli di questo e quel letto, o anche non sposate e in attesa di un figlio, come te, e rivendicare l’assoluta libertà delle loro scelte e della loro condizione – sia pure definendosi cattolici – , è grazie a quelle lotte, a quella stagione. Perché quello che si fece allora fu mettere in discussione un dogma parareligioso che rendeva impossibile andare oltre, immaginare altre condizioni e altre tutele.

Oggi voi dite che i bambini non sarebbero tutelati, se affidati a coppie gay. Non si capisce quale sia la vostra fonte di certezza, visto che gli studi psicologici concordano (tutti) nel sostenere che non c’è alcun “pericolo” per chi cresce in una famiglia omogenitoriale. Certo, la Bibbia dice altre cose, come tutti i libri che hanno qualche migliaio di anni. Ma in compenso l’altro libro molto antico, la Realtà, ci dice tantissimo, se solo sappiamo leggere: che le famiglie sono una cosa multiforme, multiversa, multivoca. Che in natura (che per gli uomini vuol dire anche cultura, visto che natura e cultura sono una delle più antiche coppie di fatto della storia umana) esiste di tutto: chi è cresciuto da famiglie di sole donne, chi di soli uomini, chi vive coi genitori di un altro, chi ha cinque mamme e un papà, chi ha una mamma un papà e un rione, chi ha solo un rione, chi ha solo fratelli, o sorelle. Persino chi non ha nessuno, e la sua famiglia se l’è cercata e scelta e voluta, uno per uno (e le famiglie di scelta, le famiglie d’elezione sono le più smaglianti e meravigliose, a volte).

In tanti hanno lottato perché nessuno, oggi, possa offendere la signora Meloni Giorgia in attesa d’un figlio fuori dal sacro vincolo del matrimonio. Ce l’hanno pure fatta, anche se lottavano contro i preti e contro gli Adinolfi del tempo, contro i democristiani e i FamilyDay del tempo (e dico, Andreotti allora era persino vivo). Contro un’idea di famiglia che non comprendeva le infinite famiglie che la realtà produce, perché natura e cultura – coppia di fatto – figliano assieme, e si fanno prestare l’utero dall’etica e dalla biologia, dalla necessità e dall’amore, e hanno tanti di quei figli, e parenti, che siamo tentati davvero di credere – come voi, più di voi – che esista un solo tipo di famiglia, da accettare, tutelare, servire. Ma per noi è la famiglia umana.

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Salve, sono quella che soffre di deformazione di genere.
Sì, ce l’ho particolarmente lungo. Il rancore. Il malanimo. Il dispiacere, ogni volta che ci sono (cioè spesso) casi come quello di Ashley Olsen, l’americana uccisa da un ragazzo senegalese a Firenze, senza un vero motivo.

E a quelli che commentano “Se l’è cercata”, vorrei ricordare che:
– Ashley Olsen stava applicando, appunto, i nostri valori occidentali: si riteneva libera di andare a letto con chi le pareva, senza dover rischiare la vita (e poi pure le scemenze di chi commenta la sua morte);

– che Ashley Olsen era extracomunitaria, esattamente quanto il senegalese che l’ha uccisa, ma nessuno l’ha mai apostrofata come “extracomunitaria”. Perché le parole sono divise, angolazioni, dichiarazioni d’appartenenza (di te che le dici, non di quelli che cerchi di definire). Sì, lei era “regolare” e lui no, ma sempre extracomunitaria, checché voi pensiate e apostrofiate;

– che Ashley Olsen non era una “ragazza”, ma una donna di 35 anni (e qui si dovrebbe aprire una parentesi enorme sui meccanismi mediatici di attribuzione d’età nel nostro mondo tardoadolescenziale, gerontofobo e bimbominkieggiante: ne parla accortamente Andrea Riscassi qui)

– che la vicenda è tutta brutta, deprimente e umiliante (la lite, le urla, lui che la spinge, la insulta, lui che le ruba pure il cellulare, lo usa per telefonare alla sua fidanzata italiana), ma non per i motivi sbagliati (cioè quelli che adducono i liberisti del sesso ma moralisti della libertà, i difensori “dei nostri valori” soprattutto quando si tratta di valori sinistramente – anzi, destramente – simili a quelli da cui secondo loro ci si dovrebbe difendere): perché è orrendo sempre, l’omicidio, perché è orrendo sempre l’omicidio di una donna, perché è orrendo sempre quando fare sesso non avvicina due persone, ma le mette addirittura uno contro l’altro, uno contro l’altra (e anche questa è una sconfitta, dico una sconfitta occidentale, sia pure dentro una vittoria, che resta quella della mia libertà di donna di portarmi a letto chi mi pare, anche uno sconosciuto, e di continuare a essere difesa e protetta dalla legge persino lì, nel mio letto accanto, o sopra o sotto uno sconosciuto).

In conclusione:
– sì, credo che si possa parlare di femminicidio, come in tanti altri casi in cui nessuno dei due è “straniero”;
– no, non credo c’entri nulla lo scontro di civiltà ma sì, credo c’entri sempre la guerra dei sessi e forse dei censi, la donna più debole (parlo proprio di complessione fisica, status muscolare, braccio di ferro) ma economicamente sovrastante, la subalternità affamata in cui si muovono, nel nostro mondo “libero” e “ricco”, coloro che non sono né liberi né ricchi, specie se vengono da culture profondamente, intollerabilmente misogine (persino più della nostra, che ha fatto davvero un cammino in avanti, malgrado tutto quello che sappiamo e sapete – quindi evitate di ripeterlo nei commenti, grazie – sulla mercificazione e lo sfruttamento del corpo della donna, sull’inferiorità economica e sulla disparità di trattamento e opportunità, sulla tragica mancanza di sostegni istituzionali ai ruoli multipli delle donne).
– no, non se l’è cercata. Ha fatto quello che succede a ogni istante pressoché ovunque. E’ stata sfortunata, forse stupida. Non è un buon motivo per negare tutto il resto, per negare il suo diritto a essere sicura, il suo diritto ad avere giustizia, il suo diritto a non subire alcune stupida diminutio del suo status di vittima. Vittima femmina.

 

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arifa-bibi

Siccome in questo blog ci piacciono le patate bollenti, quella di oggi sono i fatti di Colonia: l’aggressione sessuale indiscriminata, di massa, che nella notte di Capodanno ha colpito le donne, tutte le donne che si trovavano lì, nella zona della stazione, a opera di una non meglio definita torma di giovani uomini definiti “arabi o nordafricani”. Novanta denunce (sembra destinate ad aumentare, e sembra inoltre che una cosa del genere sia accaduta pure ad Amburgo), indagini serrate ma non è chiaro su chi e cosa, visto che di quel migliaio e passa di uomini si sa molto poco. Rifugiati? Immigrati regolari? Immigrati irregolari (posto che in Germania ce ne siano)? Comparse?

La prima cosa che m’è venuta in mente è stata la modalità del tutto inconsueta con cui questa notizia è affiorata – non più tardi di 24 ore fa – fino a campeggiare ovunque (come senz’altro merita). Viene però da chiedersi come sia possibile che, nel mondo simultaneo in cui viviamo, dove ogni cosa è condivisa pressoché al suo accadere, questa notizia ci abbia messo ben cinque (cinque) giorni a farsi strada nelle home page e sui social. Perché sia tuttora così poco chiara nei particolari, e di fatto – nelle migliaia di ripetizioni e ri-confezionamenti – piuttosto monolitica, con un corpus narrativo sempre uguale e quasi privo di dettagli aggiuntivi, come di solito avviene nella natura “a cascata” dell’informazione. Una notizia che non si muove affatto come di solito si muovono le notizie (tanto che c’è persino chi sospetta persino teatrini e montature anti-Merkel, sceneggiate che smantellino la pietas dell’accoglienza).
Nulla di questo, ovviamente, toglie un’oncia allo stupore traumatico, al franco orrore che uno scenario simile suscita.

La seconda cosa che ho pensato – al netto dei clamori del solito coro tragico degli xenofobi e razzisti – è stata: finalmente, ora si dovrà affrontare quel cavolo di nodo taciuto, dribblato, ignorato finora persino dalle migliori menti della mia generazione: la sostanziale misoginia che – sostenuta da sistemi religiosi (non solo, non necessariamente islamici) fondati sulla coercizione e da sistemi politici fondati sulla tirannia e da sistemi educativi fondati sulla repressione sessuale – informa interi Paesi, intere culture.
Sì, anche molti dei Paesi dei rifugiati, le cui donne sono due volte vittime: nello spazio privato e nello spazio pubblico.

E da donna, da donna pensante, da donna pensante occidentale che i veli se li è dovuta levare poco alla volta, in decenni e forse secoli, io non posso tacere che, se c’è una questione, come dire, verticale, che riguarda popoli, Paesi, guerre e dittature, migrazioni e frontiere, ce n’è un’altra, ahinoi, orizzontale, che riguarda la condizione femminile trasversalmente e forse globalmente.
E questa questione incrocia, in tremenda rotta di collisione, tutti i nostri discorsi sull’integrazione e l’accoglienza, sulla mescolanza e il rispetto.

La scena che sembra emergere dai fatti di Colonia – gli inauditi fatti di Colonia, e sono particolarmente contenta di poter piazzare con pienezza quell’ “inauditi”, nell’Europa che pure ha bruciato le sue streghe e ha discriminato le sue donne, nell’Europa della crisi dove pure le teste delle donne sono le prime a cadere, i diritti delle donne i primi a essere messi tra parentesi (ma toccherà a tutti, tranquilli, è solo questione di tempo), nell’Europa e nell’Occidente che pure fonda intere industrie di pornografia e sfruttamento sul corpo delle donne – ricorda la scena, le scene descritte nel recentissimo libro di Mona Eltahawy “Perché ci odiano”, breve trattato sulla misoginia che copre, col suo velo nerissimo, intere aree del nostro mondo. Il palpeggiamento di massa, la riduzione della donna a corpo di soddisfazione collettiva e indiscriminata, a oggetto d’istinto predatorio primario, a prescindere dal suo aspetto, dalla sua età, dalla sua condizione: una cosa che le donne di altre zone del mondo – ci racconta con dovizia di dettagli la Eltahawy – conoscono bene, e fin dalla più tenera infanzia. Secondo un principio di possesso e di predazione autorizzato talora persino dalle leggi, e comunque di fatto vigente in ogni ambito della vita, a cominciare dalle relazioni più intime e familiari. Un principio mai messo in discussione, persino nei Paesi in cui le donne sono scese in piazza al fianco degli uomini per rovesciare regimi e tiranni: il loro privato regime, i loro privati tiranni sono ancora tutti lì.

E non è questione di velo o non velo, anche se la motivazione prima del velo, vi ricordo, è sempre la legge di “modestia” inflitta alle donne, e la necessità che non “turbino” l’autocontrollo maschile, che, si sa, malgrado siano loro il sesso forte, è assai debole…

Infine, una vicenda come quella di Colonia e Amburgo – speriamo col passare delle ore più dettagliata e chiara in tutti i suoi aspetti – merita una franca, anzi spietata riflessione, perché tocca quel nodo dolente e cruciale dei diritti femminili e dei diritti umani (questioni pressoché indistinguibili in molte parti del mondo), e non possiamo consentire che, in nome di un imbecille e omertoso “relativismo culturale”, o in nome di un’opposizione purchessia agli scemi xenofobi (cosa sempre buona e giusta), lo si passi sotto silenzio. In troppi e troppe stanno tacendo, in queste ore, sia pure – taluni e talune – per il nobile scopo di non nuocere alla causa dei disperati che bussano alle nostre porte. 

Ma io sono furiosa, come donna, come cittadina del pianeta, come attivista dei diritti umani. Sono stanca di collezionare donne lapidate, decapitate, stuprate e impiccate. Donne violate in tutte le forme possibili. Donne zittite, cancellate a partire dal volto, dai capelli, dagli abiti.
Non si fanno rivoluzioni e non si fanno accoglienze, senza risolvere la questione delle donne. E nessuna donna può stare in silenzio, da qualunque parte stia, in qualunque dei nostri mondi abbia la sorte di vivere.

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