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Archive for the ‘de bello civili’ Category

dragone

Miei adorati, stamane Sky mi ha fatto trovare, come un regalo di Natale, le puntate 7 e 8, e così non posso esimermi. Le avvertenze sono le solite: se non volete spoiler, non leggete. Se non vi piace Gomorra, forse posso volervi bene lo stesso, ma non è sicuro.

Se le puntate 5 e 6 erano un trattato di economia politica, le puntate 7 e 8 sono il trattato dei trattati: l‘Arte della guerra. O meglio, l’Arte della guerra da Sun Tzu a Sun Zu’ Totò. Perché c’è poco da fare: quando è guerra, è guerra pi’ tutti. E mo’ che Genny e Cirù, gli Unionisti, sono scesi in campo, i Confederati devono fargli la guerra, si sa: nordisti contro sudisti, Quartieri Spagnoli contro Forcella, Vomero contro Secondigliano.

La guerra a Gomorra è molto strana: consiste in un sistema di attese e differimenti, di movimenti falsi e immobilità frenetiche (“Se sei inattivo mostra movimento, se sei attivo mostrati immobile”, diceva Sun Zu’ Totò, che chiaramente era nato a Mergellina), di pazienza e furore in parti uguali. Tanto, come diceva donna Imma Sun Tzu Savastano, “E guerre n’è vince chi è cchiù forte, ma chi è cchiù brave a spittà”. E non c’è nessuno più bravo di Cirù l’Immortale (che da questa puntata sappiamo pure perché lo chiamano così: mica perché è sopravvissuto a tre guerre di camorra, una spedizione suicida in Spagna a trattare coi russi, una sessione di roulette, appunto, russa e una flûte intera di pipì del boss, ma perché fu l’unico sopravvissuto di un palazzo intero al terremoto).

La guerra a Gomorra si fa con le armi dell’avversario, possibilmente: in senso psicologico ma anche pratico (e qui, non vorrei doverlo ripetere, si evidenzia ancora una volta la presenza del borsone come accessorio determinante per la vita stessa di Gomorra: un proibizionismo applicato ai borsoni darebbe più risultati del sequestro giudiziario dei beni).
La guerra a Gomorra si fa prevedendo le mosse altrui, e non facendo le proprie (“In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”: “Nun t’accirimme mo’ picchì nun è o’ momento”).
La guerra a Gomorra si fa come si fa tutto il resto: con la minaccia e l’avvertimento, e possibilmente combattendo il meno possibile (“Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”), e pensando molto prima di ogni mossa: chi non pensa, muore (ve lo ricordate, no, Sonny Corleone nel Padrino?  Quello sparava invece di pensare, ed è finito com’è finito).

La guerra per Genny e Cirù la deve fare anzitutto Sangue Blu, l’hipster pizzaiolo di Forcella, ma è necessario fargli un seminario apposito: “Tu addà pensà prim’e sparà”, gli dice Cirù. E poi, la guerra vuole i generali e i soldati: basta con questa cooperativa. La camorra comunista, solidarista e dal basso di Sangue Blu e i suoi ragazzi non si addice alla falange macedone necessaria per battere i Confederati: “Tu addà cumannà”. Senza primarie. Manco fosse Forza Italia.
Così Sangue Blu fornisce la falange, Scianel – che ora lavora nel rame pompe funebri, introducendo il suo tocco Pompeiano Circense alla già sobria estetica funeraria partenopea – i capitali e Cirù la strategia. Genny – dalla sua base operativa, un appartamento in Barocco Allucinogeno con vista sulle Vele di Secondigliano – fornisce il rancore e i rudimenti di diplomazia internazionale appresi durante lo stage in Honduras.

La cosa più interessante è il nuovo arrivato, Valerio detto “Vocabolario”, l’unico (dopo Geggè buonanima, il contabile ucciso per contrappasso con un dono di laurea usato come tirapugni) a non avere bisogno di sottotitoli e a usare un sicuro congiuntivo. Perché è un ragazzo di Posillipo, e nel rigido sistema di caste partenopeo più o meno un Bramino. Valerio è un “chiattillo”, ovvero un fighetto altolocato (“Pure i chiattilli tengono e ‘palle”), ma procaccia ottimi affari e sembra pure di sangue freddo (sembra), e fondamentalmente incarna questo mistero profondo di chi nasce in vetta ed è attratto dal fondo, da quelli del fondo che non vorrebbero altro che arrivare alla vetta. La casa di Vocabolario è grande, piena di stucchi, sculture, mobili antichi: la caricatura di quella casa, la sua parodia atroce è quella che vediamo abitare ai boss, col loro Napoleonico Dopato, il Rococò Confusionale e il Tardo Secondiglianese Stroboscopico (il pezzo forte di queste puntate è il dragone dorato sulla scrivania di uno dei Confederati, Elia). Allora ci appare chiaro, il mostruoso scontro di poteri antichi e poteri antichissimi, di zecchini e bitcoin, di caste remote e recenti, di monarchie plebee e repubbliche tiranniche, di conflitti e collusioni che s’intrecciano convulsamente, come una capigliatura di serpenti in testa a un solo idolo: il Potere.

Ancora una grande prestazione del Team Forcella, che in questa puntata fa a pezzi un intero carico di sanitari e ripulisce il capannone in un’ora e poi mette su in una mattinata un sistema di pony express con consegne personalizzate (ma glielo vogliamo trovare un progetto socialmente utile, a questi ragazzi?).

Postilla sul gomorrese.

La lingua di Gomorra è un idioma di ceppo indoeuropeo affine all’Alto Elfico.
La caratteristica principale è la compressione, ovvero quel fenomeno glottologico per cui i parlanti tendono a pronunciare il numero maggiore di sillabe in un’unica emissione di fiato. Esempi: “songhì” (sono io); “aggittnò” (ho detto di no); “s’nannaì” (se ne devono andare)(è una delle declinazioni fondamentali di Gomorra, la flessione per intero è: mnnaì, tinnaì, sinnaì, cnammaì, vnataì, s’nannaì); “chbbuòemè?” (che vuoi da me?).
Altra caratteristica forte è, all’opposto, lo strascinamento sillabico: un’unica sillaba viene prolungata per un numero variabile di secondi. Esempio: “rishhhhh” (Dici, che si usa al telefono al posto di “pronto”).
Tutto è entrare nel ritmo dell’emissione e contrazione di fiato, quest’enorme respirazione collettiva che fa sembrare qualunque conversazione un sospiro, un’esalazione, un gemito sfuggito, doloroso.
Molti non comprendono la natura respiratoria del gomorrese, e si irritano perché hanno bisogno dei sottotitoli, come se fosse una lingua straniera. Invece non lo è: abitiamo tutti una qualche porzione di Gomorra, senza saperlo. Basta tendere l’orecchio, e si avvertirà l’eco del suo respiro pesante, del suo sfiato, del suo gemito senza fine

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Miei adorati, che brivido guardare Gomorra cinque e sei al mattino d’un giorno di pioggia. Ricordatevi; come al solito se non vi piace Gomorra non abbiamo più niente da dirci. Se vi piace, vi farò una proposta che non potete rifiutare. In ogni caso: attenzione spoiler. Poi non dite che non vi avevo avvisati, che vi mando Genny.

Le puntate cinque e sei si possono considerare tutt’uno: un manuale di economia politica gomorrese. Ovvero come le cosche diventano imprenditrici. Che forse vale per il capitalismo tutto: un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sull’etica del profitto assoluto e sulla deregulation selvaggia, con una ‘nticchia di Hunger Games.

Nella puntata cinque avviene quello che avevamo capito sarebbe successo, prima o poi: Genny, umiliato e offeso, ridotto a un nullatenente e congedato con disonore dalla tavola rotonda dei boss, non può che cercare il suo mentore e il suo pig-malione, nonché sterminatore della famiglia, ovvero Cirù l’ex immortale, appena diventato l’idolo del clan camorrista teen di Sangue Blu e dei suoi, i principini hipster di Forcella che se si affacciassero al tavolo dei boss si sentirebbero dire: “Sciò, guagliò, andate a giocare da ‘nata parte!”.

Cirù, guardando amorosamente la foto della moglie morta (anche se il romanticismo ci vacilla, quando ci ricordiamo che l’ha strangolata lui), glielo dice: minchia, allora ‘e femmene tenevano ragione, a volerci fermare. Ma ormai è tardi, e si ritrovano assieme, Genny e Cirù, soli contro tutti (“Dopo tutte chell che ciamme fatte stamme angora ccà io e te, Cirù”). Ma non sono più quelli di prima: Cirù ha ammazzato la moglie e perso la figlia e il regno; Genny non avrà mai più un taglio di capelli guardabile, e mo’ c’ha pure una cicatrice in faccia che fa tanto scarface. Il tema, d’ora in poi, è “come ti trapianto Edmond Dantès a Gomorra”. Ovvero, la vendetta è un piatto che si consuma al dente. Coi pomodori do’ piennolo.

E qui cominciano le istituzioni di economia. Ovvero: come sviluppare la tua idea d’impresa, trovare finanziatori e fare crescere il tuo business. Il problema chiave del mondo moderno, in un certo senso.

Si comincia con un momento Steve Jobs, commovente assai. Genny lo dice chiaramente: “So’ comme me e te, Cirù: chini e raggia e fame”. La traduzione napoletana di “stay hungry, stay foolish”. Stei angri, stei fulisc e stei senza penzieri.

E così Genny e Cirù, con invidiabile energia e a dispetto di ogni avversità – un vero esempio per la loro generazione – fondano la loro start up, “Arripigliamoci chell’ ch’è nuost”.

Ora, il problema, come sanno tutti, sono gli investitori. I capitali di partenza. Che l’idea può essere buona, ma senza soldi niente cche ffà. E qui arriviamo agli hipster di Forcella, che di solito sbarcano il lunario con modeste rapinette di carichi di Tir, senza versare sangue, anzi dando una mancetta all’autista perché dica che non ha visto in faccia nisciuno (che poi, caro Enzo Sangue Blu, se ti ostini ad andare in giro con la barba roscia, la cofana e numero tre – tre – croci tatuate sul collo, sei come dire un identikit già pronto). Anche questa è una startuppina carina: rubare merce cinese che copia quella italiana, sostituire il packaging, rivenderla in nero agli albanesi spacciandola per vero prodotto italiano. E se non è movimentare l’economia globale questo, non so cosa possa esserlo. Roba che dovrebbero chiamarli a fare un seminario alla Bocconi.

Ma, come sapete, la startup grande ingoia la startup piccola, e Cirù va a proporre a Sangue Blu il salto di categoria, lo startuppone pure citazionista: una rapina in banca, ma come i “Soliti ignoti”. Col buco.
Gli hipster di Forcella devono passare da uno stabile fatiscente, addentrarsi per imprecisati cunicoli nel ventre molle di Napoli e sbucare dove? Davanti alla cassaforte di una banca all’orario di chiusura.

Ora, non vorrei dire, ma io li ho guardati bene questi hipster di Forcella. Sono bravi. Li ho visti scaricare, sconfezionare, reimballare e ricaricare un Tir in dieci minuti; li ho visti ristrutturare e insonorizzare una catacomba in mezzora. Roba che se li vede Jeff Bezos li assume per dirigere il magazzino Amazon di Seattle, o se li vede Fuksas gli fa costruire la prossima Nuvola in un mese (o anche, più modestamente, li possiamo sempre assumere noi per fargli completare DAVVERO la Salerno-Reggio).

Ecco il problema di oggi: la manodopera qualificata che non trova lavoro. E dire che le avevano provate proprio tutte. Pure l’agricoltura. Sangue Blu aveva organizzato una piantagione di maria in una chiesa sconsacrata sotterranea (che la maria in chiesa è puro situazionismo dadaista, eh). Sissignore. Con luce e acqua e timer per tutto. Roba che nemmeno a Matt Damon in The Martian era riuscita. E proprio Sangue Blu c’aveva pure un sentimento, per quelle piante. Lui lo chiama “investimento emotivo”, perché è economia pure quella sentimentale, che diamine (che poi l’inquadratura più bella è quella lì: le piante alte di maria, le sagome di Cirù e Samgue Blu, piccole nel verde, e in fondo l’abside con un dipinto sacro, il cui rosso – in quel mondo buio e verdastro – resiste come una piccola fiamma lontana).

Comunque, con la visita dei soliti ignoti hipster di Forcella alla banca i capitali ci sono, e si può partire.

Ora, voi vi direte, ma qual è esattamente il bissinìs? Eh, miei cari. Non è la droga, non solo. C’è una cosa molto più redditizia, che non delude mai, che si può sfruttare fino all’ultima goccia. Una cosa che esiste in quantità smisurate, anzi più la sfrutti più aumenta – e questa è la vera legge del mercato criminale totale, o forse del mercato e basta – : la fame. L’economista Genny lo dice chiaro: “O meglio business che ce sta a Secondigliano nun è a droga, è a ffame. E nui chista fame l’ame a fa’ fruttà”. Chapeau. Anzi, coppola.

Il piano è semplice: anzitutto coi capitali di partenza (quelli degli hipsters Amazon) ti compri in parti uguali politici disponibili e aziende in crisi. La parte più interessante della puntata sei è quando l’AD Genny va a trovare il prossimo sindaco e futuro presidente della Regione Campania. Un ragazzetto secondo l’ultima moda degli impresentabili: faccina pulita, congiuntivi a posto, doppiopetto slimfit, motto col tricolore e la parola Italia (“L’Italia che avanza”)(ogni riferimento è puramente immaginabile).

Poi occorre rastrellare tutto: tutti quelli che, strozzati dalla crisi e dalle tasse, stanno chiudendo. Pompe funebri, servizi mensa, lavanderie. Qualunque cosa. E lì avviene la sostituzione. L’invasione degli ultracorpi. Un’economia che prende il posto dell’altra, uno Stato che prende il posto dell’altro, senza che da fuori si veda nulla. L’invasione dell’ultraStato. 

Tutto viene replicato. I bandi per le assunzioni: vuoi essere assunto? Versaci 15mila euro e ti diamo un posto. E glielo danno veramente. Certo, senza previdenza sociale (ma, se glielo chiedi, ti dicono che LORO SONO la previdenza sociale), senza sindacati, senza diritti, ma non stiamo a guardare il capello. I contratti e le commesse: ce penzamme nuie, gli faremo proposte che non potranno rifiutare (esemplare l’accordo col custode del cimitero, che farà entrare solo certe ditte di pompe funebri. E infatti, quando arriva un funerale della concorrenza, la cappella – di famiglia – è chiusa col catenaccio. E’ la libera concorrenza, bellezza!). Le questioni contabili: “Ma sulla busta paga c’è scritto 1300 euro, e questi sono solo 850!” “E che vuoi, non le devi pagare le tasse?”.
E se ti ribelli, ti ammazzano. Ma niente paura, se anche non sei forza lavoro mica esci dal ciclo produttivo: la tua cara salma entra nel business dei becchini, e la filiera si completa. Non si butta via niente, a Gomorra. Diteglielo, a Padoan.

Certo, l’altra faccia della medaglia è quella: gli occhi febbrili della donna con la giacchetta striminzita e la fame ‘ncuollo, che va a comprare un posto di lavoro per il marito (“Ci mancano 200 euro per arrivare a 15mila. Abbiamo chiesto al cielo e all’inferno, ma nun c’è stato verso”); il marito in questione, ucciso sotto gli occhi del figlio disabile, da Sangue Blu al suo battesimo come killer (sarebbe un avanzamento di grado attraverso concorso interno per titoli ed esami); la piccola parte di silenzio assenso, o di reale fiancheggiamento che tutti – dall’infermiere dell’obitorio al camionista, dal direttore di banca all’ambulante – danno, perché tanto non c’è scelta, e l’ultraeconomia globale è questa. 

E qui, a chi fosse sfuggito, c’è il senso di tutto questo. Il senso di questa rappresentazione che taluni trovano troppo estrema per la loro sensibilità (e dunque mi aspetto che fuggano la realtà con altrettanta cura), o addirittura offensiva. Il senso di questa denuncia – quella di Saviano, e di altri – che qui viene narrativamente rappresentata, ma non perde un’oncia della sua verità.
Ecco quello che accade ai nostri territori. Ecco l’ultraeconomia vasta pervasiva che regge tanti nostri mondi. Eccola, cazzo, la vedete?

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Minchia, domenica qui in Sicilia si vota e io non so cosa mettermi (in testa). Nella mia pluriennale carriera di elettrice, coincidente quasi per intero con la mia carriera di elettrice delusa, è la prima volta che mi capita con questa nettezza: letteralmente, non ho voglia di andare a votare. Un rifiuto che non viene dalla parte dell’apatia, però; che non s’apparenta con l’inerzia o la delusione, forse neppure la chiusura e il ritiro. Piuttosto, è una cosa attiva e aggressiva, una forma d’astio e di rivendicazione, una voglia di dare un calcio al pallone perché rotoli lontano, anzi, si buchi. Ma la parte di me più ragionevole sa che questi sono puri istinti, e che non si possono bucare, certi palloni (soprattutto quelli gonfiati), e anzi se decidi di non giocare non gliene frega un cavolo a nessuno, meglio, anzi, così sono più liberi di starsene fra loro. Tu verrai derubricato a “partito degli astenuti”, il più sfigato di tutti. Perché gli astenuti ottengono un solo risultato: eleggere TUTTI QUANTI GLI ALTRI. Quelli che ti fanno venire voglia di astenerti.

E voi, miei quindici lettori, mi chiederete come mai, e perché non c’è nessuno che mi faccia considerare possibile e financo utile il mio voto, e io vi rispondo che non lo so, e dovremmo forse partire da Garibaldi, o dalla battaglia di Lepanto, o prima ancora, quando i Greci scendevano sulle spiagge e tastavano la sabbia, e ringraziavano gli dei. Che il mio povero, piccolissimo voto di domenica forse ha qualcosa a che fare con i galeoni spagnoli, i massari mezzo morti di fame, le campagne gialle come la follia dove una cicala ripete una nota sola per sempre, certi morti ammazzati che sanguinano ancora dopo cento anni, o dieci, o mille. Con la bellezza che stordisce, e l’incomprensibile povertà che stordisce di più. Con le case non finite dentro città sfinite, con l’avanguardia che nasce dentro le macerie, o viceversa. Con la presenza della mafia, che è invisibile e dappertutto, come certe divinità feroci che, senza mostrarsi, plasmano la vita di tutti. Con il dolore di chi parte e il dolore di chi resta. Con l’arcaico e il postatomico che sono così vicini da confondersi, e diventare una cosa sola, una sola isola.

Però no, questo non ci aiuta, e quindi ritorniamo al miserevole gioco delle parti. Io sono di sinistra, quindi non ho molta scelta: i centopassi di Fava o (diciamo) il Pd di Micari.
Se Fava mi facesse anche solo un briciolo di simpatia, potrei dire che l’unico motivo per dubitare dell’efficacia di questo voto sarebbe, appunto, l’efficacia di questo voto. Ma questa cosa del “siete piccoli, lasciate perdere” mi è sempre sembrata una scemenza: proprio perché siamo piccoli dobbiamo continuare a esistere. Proprio perché siamo piccoli e quindi marchiamo una differenza grande dobbiamo esistere il più possibile, rammentare a noi e agli altri che esistiamo e abbiamo diritto a uno spazio, anche solo per segnalare che esiste, e costruire più spazio per chi verrà. Testimoniare la differenze e la minorità mi è sempre sembrato un buon programma esistenziale, vuoi che non lo sia in questo caso? (a parte la convergenza di persone – sì, persone prima che politici – che stimo moltissimo, come Tomaso Montanari e Pippo Civati) (peraltro,  Civati è stato qui a spendersi, Renzi è andato da Obama, e se avesse potuto sarebbe andato sulla Stazione Spaziale Orbitante, pur di mettersi a distanza di sicurezza da una batosta che s’annuncia epica). 

Il problema è solo, mi duole dirlo, proprio Claudio Fava. Degna persona, certo, ma io mica gli ho perdonato, ancora, quell’idiozia della cittadinanza ottenuta in ritardo nel 2012, che ci lasciò tutti allo sbando. Voi direte: vabbè, poverino, ma è una minuzia. No, come non è una minuzia il mio minuscolo voto. Come non è una minuzia ogni singola e minima manifestazione di pensiero, di personalità, di esistenza in vita: chi è serio e rigoroso non fa stupidaggini del genere, e si sfila con allarmante superficialità dopo aver preso un impegno (lui ci abbandonò proprio: non buttò la sua persona dentro quella battaglia, pure se lui non poteva più ottenere il seggio). Non pensai bene di lui allora, non lo penso nemmeno ora.

E allora vota Pd – mi fa la mia amica forastica – mica vorrai votare per i fascisti o i grillini?”.
Eh, alleggiu, le dico io in lingua.

Contro il Pd ci sono due enormi motivi, anzi uno gigantesco: il Pd.
Il Pd di Renzi, lo scialacquone che di un consenso ampio, trasversale, miracoloso ed entusiasta ha fatto strame; Renzi che incarna il peggio dei nostri (di noi di sinistra, dico)(ok vabbè, non dite niente) avversari di sempre; Renzi lo sbruffone, Renzi che ha le orecchie per finimento (direbbe mia nonna), e s’inventa il treno per “ascoltare”, figuriamoci; Renzi che ha siglato i patti più inverecondi che io ricordi, e vorrebbe continuare a tenere il Paese sotto lo scacco delle larghe intese, che sono un poco come se il lupo si mettesse d’accordo col cacciatore, e costringessero nonna e Cappuccetto Rosso a preparare la cena per tutti e due, anzi a essere la cena.

L’altro motivo è Crocetta e la sua eredità di caos, isteria magna, convulsioni psicopolitiche e inconcludenza. Lo votai, convinta che fosse anche un bel segnale agli omofobi puritani (nostri alleati, grazie a Renzi!). In effetti era un segnale: tipo gli incendi sulle colline che vediamo per tutta la notte, d’estate.

Ovviamente, non potrei mai votare per Musumeci “brava persona” (che qui è una categoria antropologico-politica), disgraziatamente collegato con una corte dei miracoli in cui figurano imputati, condannati o loro parenti stretti e amici entusiasti di boss. Cito solo il rampollo Genovese, che solo per il fatto di appartenere a una intera famiglia implicata in uno degli scandali peggiori che la Sicilia ricordi dovrebbe avere qualche remora a presentarsi agli elettori, per giunta della “nuova” parte politica a cui il padre è approdato, diametralmente all’opposto della sua di partenza, dove non era semplice militante, ma parlamentare regionale e nazionale, e persino segretario di partito (vedi più sopra alla voce StuPd). Un’incoerenza che non so voi, ma io giudico disgustosa, una mancanza di stile e un franco (un francantonio) disprezzo per gli elettori e la loro capacità di giudizio.
Inoltre, vi ricordo che questa fu la terra del 61 a 0: anni di governo berlusconiano che per il Sud segnarono un punto di non ritorno, quando ancora la crisi era lontana e il centrodestra aveva maggioranze bulgare, e avrebbe potuto fare ben altro che un po’ di cene eleganti.

Segnalo appena la sceneggiata di Musumeci sugli impresentabili delle sue liste: “Miiii, comu ndi capimmu mali! E chi ndi sapiva iò di chissi impresentabili? Io u’ liggìa supra i giurnali! Matri mia, ci colpa sta leggi brutta e scunchiuruta! Matri matri, vui vutati a mmia, che poi ci pensu iò”. Metodo Stanislavskij.

Aggiungo solo un rigo: con Musumeci sono collegati anche i salviniani siciliani, perché qui è terra in cui gli ossimori fioriscono bene. Mi auguro solo che si ricordino di quando i negri, per Salvini, eravamo noi.

Infine, i grillini (sì, insisto a chiamarli così perché li definisce meglio: è culto della personalità). Cancelleri e la sua banda di scappati di casa. Intendiamoci, ho molta stima di chi scappa di casa. Io stessa l’ho fatto. Ma poi devi darti una mossa, studiare, comprendere, migliorare. Cancelleri mi pare individuo di rozzezza intellettuale superiore, di modestissimi mezzi e di una tendenza al settarismo che è la vera cosa che mi spaventa nel movimento. Voi direte: ma cosa vuoi che sia il congiuntivo (non arriva ai virtuosismi di Di Maio, ma anche Cancelleri non scherza)? Cosa vuoi che c’entri non parlare un buon italiano con essere onesti e competenti? Forse con l’essere onesti no, certo, ma competenti probabilmente sì. Ho sempre pensato che la politica sia un mestiere intellettuale, e chi non ha strumenti non so come possa esercitarlo. Chi ha un cattivo italiano non è avvezzo a leggere, a studiare, che non sono hobby, sono le tecniche di base, se vuoi capire il mondo talmente da progettare di cambiarlo (qui cito un’avvocatessa della sinistra caviar che quest’estate mi diede della “settaria snob” perché le spiegavo che senza strumenti intellettuali non si fa buona politica. Avvocatessa, stacce).

In questi giorni si discute sull’assessore designato ai Rifiuti, tale Parisi, che sul web si esprime con la finezza di un Napalm51: ecco, quel tipo di “pensiero” – che ha molto a che fare con la mancanza di strumenti intellettuali – mi fa persino più paura della subdola furbizia di un genovese di lungo corso. Quello spreco di uno strumento formidabile come la Rete per esprimere pensierini da bulletto e violenza verbale da vigliacchi è la vera idiozia (ahimé riscontrabile pressoché in qualsiasi thread si sia coinvolti con altri Napalm51). Infine, ascoltate i discorsi di Grillo sulla mafia presentata come una generosa banda di patrioti e volenterosi amministratori di giustizia locale “traviata” dalla finanza globalista e malvagia. Ci sono gli estremi per un TSO, e per un moto di ripulsa, nella terra che gronda sangue di assassinati dalla mafia (non solo uomini: anche idee, imprese, iniziative, paesi interi). 

Però una cosa voglio dirla, una cosa estrema che mi sta facendo litigare con tutti: preferirei Cancelleri a Musumeci. Perché sono convinta che, almeno, i grillini scompaginerebbero le liturgie e i sistemi codificati (un po’ come è stato qui a Messina con Renato Accorinti: la città non si è salvata, anzi probabilmente è peggiorata, ma almeno abbiamo disturbato per un po’ i manovratori, abbiamo messo in fuga le cavallette, abbiamo fatto casino dal basso), sovvertirebbero, almeno per un po’, le regole non scritte, le consuetudini bizantine, i riti e le carbonerie. Non so per metterci cosa, al loro posto, ma almeno sarebbe qualcosa, in quest’isola dannata. 

In conclusione, andrò a votare. C’è sempre tempo, per perdere le elezioni. 

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elezioni

La benemerita CEFC (Commissione elettorale fatta in casa) viene in soccorso al Parlamento alle prese con la legge elettorale, dopo mesi e mesi di arrovellamenti e scazzi istituzionali, comprendendo bene i dissidi intestinali del Pd, che dopo aver appoggiato il Monocameralismo Perfetto Tendende al Nullicameralismo e l’Uninominale Teocratico Assoluto, detto Matteorellum o anche RenziSonIoEVoiNonSieteUnCazzellum, o anche BastaUnSiellum, si trova, con geniale colpo di (spezzeremo le) reni e virata a 180 seggi, a presentare un Rosatellum chiarum chiarum, sistema elettorale a bacca rossa vinificata in bianco, ovvero il centrosinistra degli ultimi anni.

Monocameralismo no? Uninominale no? Listini blocchini e birichini no? E allora tutto assieme, o Accozzeglium: uninominale ma proporzionale ma listino ma coalizione ma redistribuzione secondo curvatura terrestre, orbita di Saturno, indice FTSE Mib (si legge Fuzzi Mib: fuzzi fuzzi, che Dio perdona a tutsi) e tasso di colesterolo.

Capirete che noi, italiani medi, non possiamo farcela. Non ci arriviamo. Preferiremmo imparare a memoria le istruzioni di un (buonanima) videoregistratore, pure in giapponese, piuttosto che provare a capire cosa diavolo state combinando.

Ecco quindi la semplice, efficace, geniale proposta della CEFC: l’Ikellum.

Il modello Ikea ha fatto scuola, e con una convenzione con il gigante svedese sarà possibile recarsi al voto anche presso i megastore più vicini a voi.

Con l’Ikellum ciascuno potrà fabbricarsi da solo il sistema elettorale, senza complicati montaggi o istruzioni in cartaginese o fastidiose battaglie parlamentari. Senza brugole o cacciavite o larghe intese. Basterà portare il kit al seggio, ritirarsi in cabina pochi minuti e consegnare il manufatto. I migliori cinque verranno esposti al Quirinale.

Nel kit dell’Ikellum sono a disposizione:

  • Camere, fino a cinque: se ti piace il monocameralismo usane solo una, ma per autentici cultori della materia le Camere da arredare possono essere anche cinque: Cameretta (proprio la tua), Camera dei Deputati, Camera degli Imputati (che garantisce, finalmente, una efficace rappresentanza di genere), Senato delle Ragioni, Senato dei Sentimenti (tutti i sentimenti e i risentimenti: è ammesso infatti il Voto Avverso o Voto SonCaxxiTuoi: un elettore calabrese potrà votare Alfano in Sicilia per giocare un tiro mancino ai cugini siciliani, un elettore valdostano potrà votare Razzi in Abruzzo, chiunque potrà votare Salvini in Padania)(ovviamente, spazio ai collegi di nuova formazione per coprire, finalmente, territori fitti di elettori e ancora inspiegabilmente sconosciuti e non compresi dalle leggi elettorali: Padania, Atlantide, Paperopoli, Molise, Narnia, Grande Inverno e Mordor).
  • Collegi impilabili: da uno a un milione. Puoi rendere collegio il tuo quartiere, il tuo condominio, il tuo palazzo e persino la tua cameretta (vedi sopra). Allo studio, per le prossime elezioni, la cassapanca-collegio e la mensola-collegio. Persino un pratico collegio portatile per campeggiatori e vacanzieri.
  • Candidati: la vera rivoluzione dell’Ikellum. Chiunque è candidabile. Presentabili, impresentabili, laureati, diplomati, analfabeti, sarchiaponi. Basta con l’ingiusta discriminazione di condannati o ignoranti! Anche un galeotto, un interdetto dai pubblici uffici, un bocciato alla maturità, un serial killer di congiuntivi possono dare alla Repubblica la loro sofferta esperienza. Un condannato per frode fiscale ne sa certo di più sulle tasse di uno che le ha sempre pagate e basta, no? E un diplomato avrà maggiore distanza ed equanimità di un immunologo per decidere sui vaccini, senza farsi plagiare dalle lobby degli scienziati o fuorviare dalla comunità scientifica internazionale. Ma anche un analfabeta è una garanzia: non potrà mai farsi influenzare dai libri.
    E poi, basta con le nomine di leader e candidati da parte dei partiti (come giustamente sostengono alcuni innovativi movimenti, attraverso i loro leader e candidati nominati): ciascuno potrà essere il candidato di se stesso. L’obiettivo realmente democratico è una legge elettorale che riesca a far eleggere sessanta milioni di italiani da sessanta milioni di italiani. L’Uninominalismo Assoluto, o Solipsellum. 1! 1! 1!

Il montaggio è molto semplice: scegli un candidato, o anche più candidati (da 1 a 60 milioni), lo inserisci delicatamente nel collegio selezionato (non c’è bisogno di colla o viti: il candidato assumerà immediatamente la forma e l’estensione del collegio, disponibile in vari colori), poi deponi il tutto dentro la Camera prescelta. In caso di scelta multipla, le Camere sono inseribili una dentro l’altra, con un coperchio universale (il brevetto è del Diavolo, che ormai in quasi settant’anni di frequentazione del Parlamento, e adesso col fondamentale supporto di Andreotti, ha imparato a farli).

Consegna al seggio, e attendi fiducioso: la Maratona Mentana, cui affluiranno i dati delle Prefetture e dei Megastore, darà i risultati in tempo reale.

Tieni con te lo scontrino, e potrai partecipare all’estradizione di un verdiniano a caso.

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che che che

E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Mariella (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).

 Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c’è partita.

Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – esattamente cinquant’anni fa: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch’erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare mito senza perdere il passato.

FreddyAlbertoChe

E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l’emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell’ epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui. 

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi – mi dicono – è un anniversario, e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l’unica senza copyright, per volontà dell’autore, il benemerito Alberto Korda, che s’incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: “eccheccazzo, il Che detestava l’alcol”. In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell’ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell’esistenza d’una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L’utopia.

 

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La notte di San Lorenzo

Nel mondo al contrario – tra l’altro – i fascisti si fanno difensori della libertà e i maschilisti si ergono a fieri protettori delle donne. Lo abbiamo visto, lo vediamo accadere di continuo, complice il modo in cui il dibattito pubblico è veicolato dagli slogan social, dove ogni affermazione è la verità, e ogni affermazione serve a mobilitare una fazione, e armarla.

Cosa che accade, tristemente, soprattutto a proposito di vicende orribili, recenti come gli stupri di agosto, antiche come quella di Giuseppina Ghersi. Curiosamente, entrambe a proposito di crimini contro le donne. Che, qualunque sia la guerra, sono sempre le sconfitte, le vittime, la (letteralmente) carne da macello.

La vicenda di Giuseppina, la tredicenne trucidata nel 1945, è diventata esemplare d’un modo di comunicare che non vuole trasmettere informazioni, ma eccitare passioni contrapposte, e con lo scopo – a mio avviso chiarissimo – di concorrere allo strisciante revisionismo che il fascismo di ritorno (posto che se ne sia mai andato) persegue, e sempre con maggiore forza (vi ricordo che lo sdoganamento è arrivato fino all’organizzazione di una nuova “marcia su Roma”, e se non è un segnale inquietante questo, non so cosa può esserlo).

Ora voi – e certo qualcuno nei commenti lo chiederà subito – mi chiederete: ma non è schifoso l’omicidio, pure brutale, di una ragazzina? Certo che sì. Più che schifoso: inaccettabile, mostruoso. Sono la prima a pensarlo e dirlo.

Ma non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione – come si è tentato, come si è fatto, come si continua a fare sulle più disparate tribune online (e come temo si farà nei commenti qui sotto) – per screditare una cosa che fu nobile, necessaria, eroica come la lotta per la Liberazione.

Non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione per condannare i partigiani (che gli dei li benedicano sempre), né tantomeno per assolvere i fascisti (che gli dei li maledicano sempre), o per tentare equazioni del tipo “atrocità furono commesse da entrambe le parti” (anzitutto non è proprio così, numericamente, e poi vi ricordo che fu la dittatura e l’infame guerra a precipitare il Paese dentro l’atrocità, da cui i partigiani tentarono di liberarci), oppure “i caduti sono caduti, da qualunque parte lottassero” (pietà per tutti i caduti, ma non posso mettere sullo stesso piano chi difendeva un dittatore liberticida, le leggi razziali, l’asse con Berlino, e chi ci ha liberato da tutto questo).

Inoltre, entrando nel merito della vicenda della povera Giuseppina, con tristezza devo constatare che il suo povero corpo è usato una volta di più come bandiera, strumentalizzato dai “fieri combattenti” (vi ricordo, maschilisti e sopraffattori come pochi: le donne sotto il fascismo vennero allontanate dalle scuole e dall’istruzione, perché la loro unica missione era figliare e allevare italiani) per le loro ragioni, che passano sopra i corpi di tutti, ma delle donne di più. Perché anche la costruzione narrativa di questa vicenda non è diretta allo scopo di rendere omaggio a una povera vittima.

Apro qui una parentesi per rimarcare che, chiunque fosse Giuseppina, era una bambina. Certamente sono esistiti bambini sfruttati dai fascisti e dai nazisti: bambini che hanno denunciato i loro compagnetti e le famiglie, che hanno collaborato ai peggiori crimini. Restano bambini, per definizione innocenti. La foto che ho scelto, appunto, è un fotogramma de “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani: il bambino fascista che, durante la “battaglia nel grano”, inganna uno dei combattenti per stanarlo. Quel bambino è odioso, e fa una cosa vigliacca e criminale, ma resta un bambino, al quale non possiamo imputare le colpe degli adulti, ovvero il padre che lo ha indottrinato e condotto a combattere con gli uomini. Pagheranno entrambi, nella scena: nella vita, questa secondo voi sarebbe stata “un’atrocità da assegnare a entrambe le parti” o piuttosto  “un’atrocità che si sarebbe risparmiata, se non fosse esistito il fascismo e un fascista così cieco e criminale da coinvolgere il figlio bambino”?

La ricostruzione narrativa della vicenda di Giuseppina, a partire dallo stupro – che pare sia solo un dettaglio aggiunto ad arte per rendere più sconvolgente la narrazione – , e proseguendo fino ai nostri giorni, nel delineare le figure protagoniste (il consigliere comunale che ha proposto il monumento a Giuseppina, l’Anpi locale, il professore di estrema destra che ha scritto un testo per il monumento), è pesantemente manipolata e viziata da superficialità e approssimazione – oltre a essere corredata spesso da una foto falsa –  come hanno dimostrato le severe ed encomiabili ricostruzioni di Valigia Blu   e(http://www.valigiablu.it/giuseppina-ghersi-fascisti-partigiani/) e Wu Ming e(https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/09/il-caso-giuseppina-ghersi-1/) . 

Ma questo – direte voi – toglie qualcosa alla vicenda di Giuseppina? Certo che no, all’atrocità della vicenda di Giuseppina non toglie nulla, ma toglie molto alla serietà di chi vuol farne un falso simbolo di rappacificazione e riconciliazione nazionale. Toglie molto a chi se ne sta servendo per farne una bandiera al contrario.

La rappacificazione, la conciliazione non possono passare attraverso la falsa memoria, la manipolazione o l’assenza delle fonti, la superficialità della ricostruzione. E soprattutto, rappacificazione e conciliazione non possono voler dire che un bagno di sangue (forse) dovuto a chi diceva di militare da una parte (perché non è chiarissimo nemmeno questo: se gli autori del crimine fossero davvero partigiani) serve a screditare quella parte e assolvere o nobilitare l’altra, che di nobile non ha e non avrà mai nulla, e potrebbe avere – sta alle coscienze individuali – il perdono, giammai l’assoluzione.

Riposi in pace Giuseppina, vittima innocente delle guerre di ieri e di oggi. Ma non riposi in pace la verità, mai.

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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