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Archive for the ‘de bello civili’ Category

elezioni

La benemerita CEFC (Commissione elettorale fatta in casa) viene in soccorso al Parlamento alle prese con la legge elettorale, dopo mesi e mesi di arrovellamenti e scazzi istituzionali, comprendendo bene i dissidi intestinali del Pd, che dopo aver appoggiato il Monocameralismo Perfetto Tendende al Nullicameralismo e l’Uninominale Teocratico Assoluto, detto Matteorellum o anche RenziSonIoEVoiNonSieteUnCazzellum, o anche BastaUnSiellum, si trova, con geniale colpo di (spezzeremo le) reni e virata a 180 seggi, a presentare un Rosatellum chiarum chiarum, sistema elettorale a bacca rossa vinificata in bianco, ovvero il centrosinistra degli ultimi anni.

Monocameralismo no? Uninominale no? Listini blocchini e birichini no? E allora tutto assieme, o Accozzeglium: uninominale ma proporzionale ma listino ma coalizione ma redistribuzione secondo curvatura terrestre, orbita di Saturno, indice FTSE Mib (si legge Fuzzi Mib: fuzzi fuzzi, che Dio perdona a tutsi) e tasso di colesterolo.

Capirete che noi, italiani medi, non possiamo farcela. Non ci arriviamo. Preferiremmo imparare a memoria le istruzioni di un (buonanima) videoregistratore, pure in giapponese, piuttosto che provare a capire cosa diavolo state combinando.

Ecco quindi la semplice, efficace, geniale proposta della CEFC: l’Ikellum.

Il modello Ikea ha fatto scuola, e con una convenzione con il gigante svedese sarà possibile recarsi al voto anche presso i megastore più vicini a voi.

Con l’Ikellum ciascuno potrà fabbricarsi da solo il sistema elettorale, senza complicati montaggi o istruzioni in cartaginese o fastidiose battaglie parlamentari. Senza brugole o cacciavite o larghe intese. Basterà portare il kit al seggio, ritirarsi in cabina pochi minuti e consegnare il manufatto. I migliori cinque verranno esposti al Quirinale.

Nel kit dell’Ikellum sono a disposizione:

  • Camere, fino a cinque: se ti piace il monocameralismo usane solo una, ma per autentici cultori della materia le Camere da arredare possono essere anche cinque: Cameretta (proprio la tua), Camera dei Deputati, Camera degli Imputati (che garantisce, finalmente, una efficace rappresentanza di genere), Senato delle Ragioni, Senato dei Sentimenti (tutti i sentimenti e i risentimenti: è ammesso infatti il Voto Avverso o Voto SonCaxxiTuoi: un elettore calabrese potrà votare Alfano in Sicilia per giocare un tiro mancino ai cugini siciliani, un elettore valdostano potrà votare Razzi in Abruzzo, chiunque potrà votare Salvini in Padania)(ovviamente, spazio ai collegi di nuova formazione per coprire, finalmente, territori fitti di elettori e ancora inspiegabilmente sconosciuti e non compresi dalle leggi elettorali: Padania, Atlantide, Paperopoli, Molise, Narnia, Grande Inverno e Mordor).
  • Collegi impilabili: da uno a un milione. Puoi rendere collegio il tuo quartiere, il tuo condominio, il tuo palazzo e persino la tua cameretta (vedi sopra). Allo studio, per le prossime elezioni, la cassapanca-collegio e la mensola-collegio. Persino un pratico collegio portatile per campeggiatori e vacanzieri.
  • Candidati: la vera rivoluzione dell’Ikellum. Chiunque è candidabile. Presentabili, impresentabili, laureati, diplomati, analfabeti, sarchiaponi. Basta con l’ingiusta discriminazione di condannati o ignoranti! Anche un galeotto, un interdetto dai pubblici uffici, un bocciato alla maturità, un serial killer di congiuntivi possono dare alla Repubblica la loro sofferta esperienza. Un condannato per frode fiscale ne sa certo di più sulle tasse di uno che le ha sempre pagate e basta, no? E un diplomato avrà maggiore distanza ed equanimità di un immunologo per decidere sui vaccini, senza farsi plagiare dalle lobby degli scienziati o fuorviare dalla comunità scientifica internazionale. Ma anche un analfabeta è una garanzia: non potrà mai farsi influenzare dai libri.
    E poi, basta con le nomine di leader e candidati da parte dei partiti (come giustamente sostengono alcuni innovativi movimenti, attraverso i loro leader e candidati nominati): ciascuno potrà essere il candidato di se stesso. L’obiettivo realmente democratico è una legge elettorale che riesca a far eleggere sessanta milioni di italiani da sessanta milioni di italiani. L’Uninominalismo Assoluto, o Solipsellum. 1! 1! 1!

Il montaggio è molto semplice: scegli un candidato, o anche più candidati (da 1 a 60 milioni), lo inserisci delicatamente nel collegio selezionato (non c’è bisogno di colla o viti: il candidato assumerà immediatamente la forma e l’estensione del collegio, disponibile in vari colori), poi deponi il tutto dentro la Camera prescelta. In caso di scelta multipla, le Camere sono inseribili una dentro l’altra, con un coperchio universale (il brevetto è del Diavolo, che ormai in quasi settant’anni di frequentazione del Parlamento, e adesso col fondamentale supporto di Andreotti, ha imparato a farli).

Consegna al seggio, e attendi fiducioso: la Maratona Mentana, cui affluiranno i dati delle Prefetture e dei Megastore, darà i risultati in tempo reale.

Tieni con te lo scontrino, e potrai partecipare all’estradizione di un verdiniano a caso.

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che che che

E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Mariella (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).

 Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c’è partita.

Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – esattamente cinquant’anni fa: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch’erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare mito senza perdere il passato.

FreddyAlbertoChe

E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l’emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell’ epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui. 

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi – mi dicono – è un anniversario, e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l’unica senza copyright, per volontà dell’autore, il benemerito Alberto Korda, che s’incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: “eccheccazzo, il Che detestava l’alcol”. In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell’ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell’esistenza d’una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L’utopia.

 

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La notte di San Lorenzo

Nel mondo al contrario – tra l’altro – i fascisti si fanno difensori della libertà e i maschilisti si ergono a fieri protettori delle donne. Lo abbiamo visto, lo vediamo accadere di continuo, complice il modo in cui il dibattito pubblico è veicolato dagli slogan social, dove ogni affermazione è la verità, e ogni affermazione serve a mobilitare una fazione, e armarla.

Cosa che accade, tristemente, soprattutto a proposito di vicende orribili, recenti come gli stupri di agosto, antiche come quella di Giuseppina Ghersi. Curiosamente, entrambe a proposito di crimini contro le donne. Che, qualunque sia la guerra, sono sempre le sconfitte, le vittime, la (letteralmente) carne da macello.

La vicenda di Giuseppina, la tredicenne trucidata nel 1945, è diventata esemplare d’un modo di comunicare che non vuole trasmettere informazioni, ma eccitare passioni contrapposte, e con lo scopo – a mio avviso chiarissimo – di concorrere allo strisciante revisionismo che il fascismo di ritorno (posto che se ne sia mai andato) persegue, e sempre con maggiore forza (vi ricordo che lo sdoganamento è arrivato fino all’organizzazione di una nuova “marcia su Roma”, e se non è un segnale inquietante questo, non so cosa può esserlo).

Ora voi – e certo qualcuno nei commenti lo chiederà subito – mi chiederete: ma non è schifoso l’omicidio, pure brutale, di una ragazzina? Certo che sì. Più che schifoso: inaccettabile, mostruoso. Sono la prima a pensarlo e dirlo.

Ma non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione – come si è tentato, come si è fatto, come si continua a fare sulle più disparate tribune online (e come temo si farà nei commenti qui sotto) – per screditare una cosa che fu nobile, necessaria, eroica come la lotta per la Liberazione.

Non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione per condannare i partigiani (che gli dei li benedicano sempre), né tantomeno per assolvere i fascisti (che gli dei li maledicano sempre), o per tentare equazioni del tipo “atrocità furono commesse da entrambe le parti” (anzitutto non è proprio così, numericamente, e poi vi ricordo che fu la dittatura e l’infame guerra a precipitare il Paese dentro l’atrocità, da cui i partigiani tentarono di liberarci), oppure “i caduti sono caduti, da qualunque parte lottassero” (pietà per tutti i caduti, ma non posso mettere sullo stesso piano chi difendeva un dittatore liberticida, le leggi razziali, l’asse con Berlino, e chi ci ha liberato da tutto questo).

Inoltre, entrando nel merito della vicenda della povera Giuseppina, con tristezza devo constatare che il suo povero corpo è usato una volta di più come bandiera, strumentalizzato dai “fieri combattenti” (vi ricordo, maschilisti e sopraffattori come pochi: le donne sotto il fascismo vennero allontanate dalle scuole e dall’istruzione, perché la loro unica missione era figliare e allevare italiani) per le loro ragioni, che passano sopra i corpi di tutti, ma delle donne di più. Perché anche la costruzione narrativa di questa vicenda non è diretta allo scopo di rendere omaggio a una povera vittima.

Apro qui una parentesi per rimarcare che, chiunque fosse Giuseppina, era una bambina. Certamente sono esistiti bambini sfruttati dai fascisti e dai nazisti: bambini che hanno denunciato i loro compagnetti e le famiglie, che hanno collaborato ai peggiori crimini. Restano bambini, per definizione innocenti. La foto che ho scelto, appunto, è un fotogramma de “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani: il bambino fascista che, durante la “battaglia nel grano”, inganna uno dei combattenti per stanarlo. Quel bambino è odioso, e fa una cosa vigliacca e criminale, ma resta un bambino, al quale non possiamo imputare le colpe degli adulti, ovvero il padre che lo ha indottrinato e condotto a combattere con gli uomini. Pagheranno entrambi, nella scena: nella vita, questa secondo voi sarebbe stata “un’atrocità da assegnare a entrambe le parti” o piuttosto  “un’atrocità che si sarebbe risparmiata, se non fosse esistito il fascismo e un fascista così cieco e criminale da coinvolgere il figlio bambino”?

La ricostruzione narrativa della vicenda di Giuseppina, a partire dallo stupro – che pare sia solo un dettaglio aggiunto ad arte per rendere più sconvolgente la narrazione – , e proseguendo fino ai nostri giorni, nel delineare le figure protagoniste (il consigliere comunale che ha proposto il monumento a Giuseppina, l’Anpi locale, il professore di estrema destra che ha scritto un testo per il monumento), è pesantemente manipolata e viziata da superficialità e approssimazione – oltre a essere corredata spesso da una foto falsa –  come hanno dimostrato le severe ed encomiabili ricostruzioni di Valigia Blu   e(http://www.valigiablu.it/giuseppina-ghersi-fascisti-partigiani/) e Wu Ming e(https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/09/il-caso-giuseppina-ghersi-1/) . 

Ma questo – direte voi – toglie qualcosa alla vicenda di Giuseppina? Certo che no, all’atrocità della vicenda di Giuseppina non toglie nulla, ma toglie molto alla serietà di chi vuol farne un falso simbolo di rappacificazione e riconciliazione nazionale. Toglie molto a chi se ne sta servendo per farne una bandiera al contrario.

La rappacificazione, la conciliazione non possono passare attraverso la falsa memoria, la manipolazione o l’assenza delle fonti, la superficialità della ricostruzione. E soprattutto, rappacificazione e conciliazione non possono voler dire che un bagno di sangue (forse) dovuto a chi diceva di militare da una parte (perché non è chiarissimo nemmeno questo: se gli autori del crimine fossero davvero partigiani) serve a screditare quella parte e assolvere o nobilitare l’altra, che di nobile non ha e non avrà mai nulla, e potrebbe avere – sta alle coscienze individuali – il perdono, giammai l’assoluzione.

Riposi in pace Giuseppina, vittima innocente delle guerre di ieri e di oggi. Ma non riposi in pace la verità, mai.

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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Salvini a Messina

protesta messina

Ciao Salvini,
bisogna capirlo, che la vita oggi è dura, con tutti quei grillini che si mostrano molto più bravi di te a parlare con le pance e altre frattaglie del Paese, e per racimolare i tuoi futuri voti devi fartene, di giri, in tutti i laghi e in tutti i luoghi, e così oggi sei sbarcato persino a Messina, dove mai la tua fantageografia ti avrebbe condotto se non ci fosse il progetto di un hotspot che qui preoccupa tutti e dove c’è odore di paura dello straniero, si sa, tu arrivi baldanzoso.
Peccato, caro Matteo, che oggi ci fosse soprattutto polizia, ad aspettarti. Gli agenti erano molti di più dei tuoi sostenitori e probabilmente anche dei ragazzi che hanno dato vita a una pacifica protesta, in quell’angolo assurdo dove sorge il Palacultura e che oggi era l’Angolo della Sciangazza (per non messinesi, la Sciangazza è una corrente fredda e maligna che ti viene a stanare anche nel cuore della più calda giornata d’aprile: questo per dire che pure la natura partecipava, del nostro sgomento).

Tu, egregio Matteo, dovevi fare una conferenza stampa, ma in realtà è stato un piccolo comizio a porte chiuse e a inviti, ben asserragliato dentro il Palacultura (sì, lo so, tu non cogli l’ironia della cosa: qualcuno, ancora più ironico, ti ha persino regalato un libro, dal titolo “Anticristo”, e tu lo tenevi lì davanti a te), presenti solo noi della stampa (ma le domande ce le siamo strappate alla fine, quando mangiavi l’arancino, che poi è stato onestamente uno dei momenti più dialetticamente qualificanti della mattinata) e una cinquantina di tuoi sostenitori, che ti avrebbero applaudito qualunque cosa tu avessi detto. E infatti lo hanno fatto.

A parte i poveri medici del “118”, che hanno esposto il problema (vero e drammatico) dei tagli selvaggi (ma pare che la trattativa al Ministero della Salute sia andata bene, quindi speriamo che non ti prenda tu il merito di aver risolto alcunché, come è stato ventilato da qualcuno stamane), abbiamo sentito i tuoi slogan preferiti: basta invasione, prima gli italiani, basta la vecchia politica (eppure in sala ce n’erano, di sostenitori della vecchia politica. Pensa, la stessa che ha portato la città nel baratro dove si trova da anni…).

Ah Matteo, le cose migliori sono state quando hai indossato la maglietta “Messina” e quando hai mangiato l’arancino, per mostrare che noi meridionali mica ti stiamo antipatici come dicevi una volta: una volta, pensa, gli stranieri, i drenatori di risorse, gli sperperatori e la rovina d’Italia eravamo noi. Io ho provato a ricordartelo, e tu mi hai risposto – come nei film di fantascienza fanno gli androidi rotti, che ripetono le frasi fatte, o come fa Siri quando si confonde – che ci sono 7 milioni d’italiani in povertà, e quindi prima loro. Pure se sono meridionali, quindi. Mi hai detto “Tutti cambiamo”. Che ci voleva la colonna sonora di Morricone.

Poi mi hai chiesto, tu a me: “Ma la Lega ha mai governato Messina?”. Veramente, Matteo, avete governato l’Italia, e molto a lungo. Se ora il 118 è a pezzi, e Messina è a pezzi (come tutta la Sicilia, dove il tuo centrodestra vinse 61 a zero), e il lavoro non c’è e i giovani se ne vanno (come hai detto tu), forse qualcosa c’entrano, i governi degli ultimi vent’anni.
Ma non si sfugge alla ferrea legge della supercazzola, e della smemoratezza.

Quindi ciao Matteo, è stato bello vedere che sei esattamente come in televisione: un indossatore di magliette

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Vennero di notte, e bruciarono le palme, perché erano africane. Il loro capo, agitando un pollice poco opponibile, aveva inneggiato alla motosega, ma il fuoco è più semplice: anche quelli che sapevano solo scheggiare la selce erano capaci di accenderlo. Gli altri, che ancora non erano scesi dagli alberi, applaudivano da lassù.
Poi toccò alle piante grasse: “fanno deserto”, disse quello che voleva fare il deserto per chiamarlo pace.
Così qualcuno aggiunse che anche cappero e rosmarino erano meridionali, anzi africani, e allora sparirono dagli orti, dai balconi e dalle tavole (ma tanto, i più osservanti già non mangiavano caponata e taralli, cannoli e persino pizza Margherita). Una commissione apposita vigilava sui mercatini e nelle dispense. Alcuni ristoranti dovettero chiudere: servire una Napoletana poteva voler dire trascorrere la notte sotto interrogatorio.
Fu allora che si puntò il dito contro le arance, che pure con quei nomi, santoiddio, “tarocco” e “portogallo”, facevano Sud assai. Una strage di pompelmi e cedri, limoni e clementine. Persino la vitamina C diventò sospetta, e avere lo scorbuto fu quasi un vanto, per i più ortodossi.
E allora la macchia mediterranea?” chiese a un certo punto quello della Padania, che di verde diceva di sapere tutto: in fretta, in una sola notte, tagliarono lentischi e ginestre, oleandri e carrubi, sugheri e lecci. I più zelanti eliminarono pure le parole (che a tagliare e bruciare sono buoni tutti, ma se cancelli le parole finirai per cancellare le idee): Leopardi e Montale, e non solo, ne furono sfigurati. Ma ormai anche studiare Lettere – e persino quel passatempo bizzarro, leggere – era considerato un vezzo da comunisti perdigiorno amici degli invasori (li cacciavano dappertutto, e urlavano loro: “Tu quanti ne ospiti a casa tua?” prima di rieducarli con un bastone. Di abete). Che poi, per lavorare alle ronde, o alla guardia del muro, o nelle fabbriche di filo spinato – era la prima volta che nel Paese la disoccupazione era scesa sotto l’1 per cento (o almeno così dicevano “La Patata Bollente” e “Bollettino dell’invasione”, gli unici giornali sopravvissuti) – non ci voleva mica la laurea. E nemmeno la maturità, a dirla tutta. Infatti nelle scuole si insegnava soprattutto Tecnica Militare, Canto Corale, Tiro al Bersaglio sugli Invasori e Botanica Ortodossa.
Gli abeti furono piantati ovunque, come le stelle alpine: la loro morte precoce, in certe piazze siciliane d’estate, fu considerata un crimine di Stato e molti vennero arrestati e poi costretti ad andare in giro con una stella bianca cucita sul vestito.

Ieri qui è spuntato un gelsomino. Ci siamo riuniti tutti a guardarlo e poi ci siamo guardati negli occhi.

 

Alla memoria della sventurata palma bruciata ieri notte da dementi (certo appena scesi da un abete lì intorno, ovviamente) in piazza Duomo a Milano. Si comincia con una palma, poi si bruciano i libri, infine si bruciano gli esseri umani. Lo abbiamo già visto. Facciamo attenzione. 

 

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gollum

La triste vicenda dell’Italicum, già disoccupato prima ancora di trovare impiego (praticamente una metafora), e l’incertezza a cui sembra appeso il nostro futuro elettorale (ops, diciamo il nostro futuro e basta) ci costringono a tentare un nuovo, entusiasmante esperimento di legislazione creativa, per dare un suggerimento ai nostri politici & governanti.
Italicum, Mattarellum, Consultellum: nessun sistema sembra essere quello giusto, in grado di garantire le legittime aspettative dei partiti, almeno fino a quando non si sarà risolto questo fastidioso problema del suffragio universale, anzi del suffragio e basta.

La proposta rivoluzionaria che qui avanziamo è un nuovo sistema, finora del tutto inedito e mai applicato, che davvero possa soddisfare tutti, maggioritari e proporzionali, preferenzieri e uninominali. Un sistema che contenga il meglio di ciascuno degli altri, e li superi tutti: il Gollum.

Il Gollum si propone di sostituire un meccanismo diverso alle banalissime consultazioni elettorali, che – diciamocelo – hanno fatto il loro tempo, e poi non proteggono dal rischio di matite autotraccianti (come bene aveva fatto notare all’ultimo referendum l’elettore Piero Pelù), schede già compilate da volenterosi militanti, errori di calcolo (che Di Maio, a occhio, non sembra debole solo coi congiuntivi), errori di coalizione (la famosa coalizione a ripetere, sindrome psichiatrica ormai molto nota, in base alla quale i nemici più acerrimi devono allearsi per vincere e poter ricominciare a litigare da vincitori; o la coalizione da Tiffany, superamento del vecchio Patto del Nazareno adeguato al più recente stile Savastano-Trump), errori umani (tipo Alfano) eccetera.

Il Gollum sarà un entusiasmante incrocio tra gioco di ruolo e Hunger Games, in cui lo scopo è portare l’Anello (il premio di maggioranza) al Monte Citorio (ma attenzione, gli spazzaneve in zona sono fermi per mancanza di carburante, e per autorizzare mezzi di emergenza occorre una delibera sottoposta a controlli di legittimità che porteranno via sei o sette mesi: per agosto gli spazzaneve saranno perfettamente funzionanti).
Possono partecipare al Gollum tutti i partiti o movimenti regolarmente registrati dietro presentazione di un adeguato numero di firme.
Non ci sono preclusioni per nessuno: le firme potranno anche essere copiate (non false, copiate); dalle sezioni Pd accetteremo le firme in caratteri cinesi e da Salvini e i suoi accetteremo pure le X (che non si dica che discriminiamo i più svantaggiati).

I candidati non saranno nominati o selezionati dalle primarie (basta con questi relitti antichi!): saranno scelti grazie a una serie di prove (no, tranquillo Di Maio, non ci sono quiz) che comprendono una battaglia con il Popolo dei Voucher (i mitici abitanti della perduta Terra del Lavoro, ormai sparita dal mondo conosciuto da molti anni), gare di salto della quaglia (tipo con Sauron, poi contro Sauron, poi di nuovo con Sauron. O con Farage, poi con Alde, poi di nuovo con Farage), di alleanze fantastiche e dove trovarle (tipo elfi e nani, o Pd e Alfano, o Cinque Stelle e Lega), di incantesimi (tipo Occultazio Finanziamentum, Paercepitio Vitalitium, Rottamatio Simulata, Ottantaeuratio Conclamata, Ipnosi Collettiva a mezzo blog, Bufalatio Maxima).
Quindi, i candidati scelti partiranno tutti assieme da Hobbitville: lo scopo è rintracciare l’Anello del Potere (“Un Anello per trovarli, un Anello per nominarli,
Un Anello per insediarli e alla poltrona incatenarli”) e portarlo a Monte Citorio.

Tante prove i candidati dovranno affrontare, nel lungo cammino attraverso la Terra di Mezzo (e infatti per questo l’arena si trova nella città di Roma, che con le sue buche, la Foresta dei Frighi Volanti, i Tetti del Campidoglio, i Cassonetti Cornucopia e la Metro C Dimenticata è assolutamente perfetta). Affronteranno banche toscane fallite, emergenze terremoto-neve-alluvione, relazioni della Corte dei Conti, interviste da Fabio Fazio e qualcuno (i più sfortunati) anche congiuntivi.
Uno solo potrà farcela e avrà diritto al sssuo tesssoro, il premio di maggioranza: tutti i seggi, Gandalf al Quirinale e Maria Elena Galadriel, la dama dei Boschi d’oro, sottosegretario a Qualunque Cosa.
Gli elettori potranno seguire su schermi giganti il procedere della sfida, tifando per l’uno o per l’altro – cliccando sull’apposita piattaforma, privata ma con sincero afflato di servizio pubblico e autentico spirito russoviano (o roussoiano, per chi non ama la Crusca), faranno intervenire gli sponsor e potranno ribaltare il risultato della gara – e incitandoli.
Come diceva un antico cavaliere dell’estinto (forse) Giglio Magico, lo scopo è “sapere subito chi ha vinto”. Si saprà senz’altro: ne resterà soltanto uno, con in mano l’Anello, ritto sulla passerella di roccia di Monte Citorio. Un “uomo forte” che potrà dialogare con Putin, Trump e Erdogan, alfieri del Nuovo Mondo e protettori dell’umanità (anzi, come dice una recente intervista, un “beneficio per l’umanità”, malgrado i traduttori che fanno quello che vogliono loro, come i fatti e il principio di realtà). Quello che l’Italia aspetta ormai da troppo tempo (da quando i treni arrivavano in orario, quindi Trenitalia ancora non esisteva).
Un Gollum.

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