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Archive for the ‘de bello civili’ Category

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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Salvini a Messina

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Ciao Salvini,
bisogna capirlo, che la vita oggi è dura, con tutti quei grillini che si mostrano molto più bravi di te a parlare con le pance e altre frattaglie del Paese, e per racimolare i tuoi futuri voti devi fartene, di giri, in tutti i laghi e in tutti i luoghi, e così oggi sei sbarcato persino a Messina, dove mai la tua fantageografia ti avrebbe condotto se non ci fosse il progetto di un hotspot che qui preoccupa tutti e dove c’è odore di paura dello straniero, si sa, tu arrivi baldanzoso.
Peccato, caro Matteo, che oggi ci fosse soprattutto polizia, ad aspettarti. Gli agenti erano molti di più dei tuoi sostenitori e probabilmente anche dei ragazzi che hanno dato vita a una pacifica protesta, in quell’angolo assurdo dove sorge il Palacultura e che oggi era l’Angolo della Sciangazza (per non messinesi, la Sciangazza è una corrente fredda e maligna che ti viene a stanare anche nel cuore della più calda giornata d’aprile: questo per dire che pure la natura partecipava, del nostro sgomento).

Tu, egregio Matteo, dovevi fare una conferenza stampa, ma in realtà è stato un piccolo comizio a porte chiuse e a inviti, ben asserragliato dentro il Palacultura (sì, lo so, tu non cogli l’ironia della cosa: qualcuno, ancora più ironico, ti ha persino regalato un libro, dal titolo “Anticristo”, e tu lo tenevi lì davanti a te), presenti solo noi della stampa (ma le domande ce le siamo strappate alla fine, quando mangiavi l’arancino, che poi è stato onestamente uno dei momenti più dialetticamente qualificanti della mattinata) e una cinquantina di tuoi sostenitori, che ti avrebbero applaudito qualunque cosa tu avessi detto. E infatti lo hanno fatto.

A parte i poveri medici del “118”, che hanno esposto il problema (vero e drammatico) dei tagli selvaggi (ma pare che la trattativa al Ministero della Salute sia andata bene, quindi speriamo che non ti prenda tu il merito di aver risolto alcunché, come è stato ventilato da qualcuno stamane), abbiamo sentito i tuoi slogan preferiti: basta invasione, prima gli italiani, basta la vecchia politica (eppure in sala ce n’erano, di sostenitori della vecchia politica. Pensa, la stessa che ha portato la città nel baratro dove si trova da anni…).

Ah Matteo, le cose migliori sono state quando hai indossato la maglietta “Messina” e quando hai mangiato l’arancino, per mostrare che noi meridionali mica ti stiamo antipatici come dicevi una volta: una volta, pensa, gli stranieri, i drenatori di risorse, gli sperperatori e la rovina d’Italia eravamo noi. Io ho provato a ricordartelo, e tu mi hai risposto – come nei film di fantascienza fanno gli androidi rotti, che ripetono le frasi fatte, o come fa Siri quando si confonde – che ci sono 7 milioni d’italiani in povertà, e quindi prima loro. Pure se sono meridionali, quindi. Mi hai detto “Tutti cambiamo”. Che ci voleva la colonna sonora di Morricone.

Poi mi hai chiesto, tu a me: “Ma la Lega ha mai governato Messina?”. Veramente, Matteo, avete governato l’Italia, e molto a lungo. Se ora il 118 è a pezzi, e Messina è a pezzi (come tutta la Sicilia, dove il tuo centrodestra vinse 61 a zero), e il lavoro non c’è e i giovani se ne vanno (come hai detto tu), forse qualcosa c’entrano, i governi degli ultimi vent’anni.
Ma non si sfugge alla ferrea legge della supercazzola, e della smemoratezza.

Quindi ciao Matteo, è stato bello vedere che sei esattamente come in televisione: un indossatore di magliette

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Vennero di notte, e bruciarono le palme, perché erano africane. Il loro capo, agitando un pollice poco opponibile, aveva inneggiato alla motosega, ma il fuoco è più semplice: anche quelli che sapevano solo scheggiare la selce erano capaci di accenderlo. Gli altri, che ancora non erano scesi dagli alberi, applaudivano da lassù.
Poi toccò alle piante grasse: “fanno deserto”, disse quello che voleva fare il deserto per chiamarlo pace.
Così qualcuno aggiunse che anche cappero e rosmarino erano meridionali, anzi africani, e allora sparirono dagli orti, dai balconi e dalle tavole (ma tanto, i più osservanti già non mangiavano caponata e taralli, cannoli e persino pizza Margherita). Una commissione apposita vigilava sui mercatini e nelle dispense. Alcuni ristoranti dovettero chiudere: servire una Napoletana poteva voler dire trascorrere la notte sotto interrogatorio.
Fu allora che si puntò il dito contro le arance, che pure con quei nomi, santoiddio, “tarocco” e “portogallo”, facevano Sud assai. Una strage di pompelmi e cedri, limoni e clementine. Persino la vitamina C diventò sospetta, e avere lo scorbuto fu quasi un vanto, per i più ortodossi.
E allora la macchia mediterranea?” chiese a un certo punto quello della Padania, che di verde diceva di sapere tutto: in fretta, in una sola notte, tagliarono lentischi e ginestre, oleandri e carrubi, sugheri e lecci. I più zelanti eliminarono pure le parole (che a tagliare e bruciare sono buoni tutti, ma se cancelli le parole finirai per cancellare le idee): Leopardi e Montale, e non solo, ne furono sfigurati. Ma ormai anche studiare Lettere – e persino quel passatempo bizzarro, leggere – era considerato un vezzo da comunisti perdigiorno amici degli invasori (li cacciavano dappertutto, e urlavano loro: “Tu quanti ne ospiti a casa tua?” prima di rieducarli con un bastone. Di abete). Che poi, per lavorare alle ronde, o alla guardia del muro, o nelle fabbriche di filo spinato – era la prima volta che nel Paese la disoccupazione era scesa sotto l’1 per cento (o almeno così dicevano “La Patata Bollente” e “Bollettino dell’invasione”, gli unici giornali sopravvissuti) – non ci voleva mica la laurea. E nemmeno la maturità, a dirla tutta. Infatti nelle scuole si insegnava soprattutto Tecnica Militare, Canto Corale, Tiro al Bersaglio sugli Invasori e Botanica Ortodossa.
Gli abeti furono piantati ovunque, come le stelle alpine: la loro morte precoce, in certe piazze siciliane d’estate, fu considerata un crimine di Stato e molti vennero arrestati e poi costretti ad andare in giro con una stella bianca cucita sul vestito.

Ieri qui è spuntato un gelsomino. Ci siamo riuniti tutti a guardarlo e poi ci siamo guardati negli occhi.

 

Alla memoria della sventurata palma bruciata ieri notte da dementi (certo appena scesi da un abete lì intorno, ovviamente) in piazza Duomo a Milano. Si comincia con una palma, poi si bruciano i libri, infine si bruciano gli esseri umani. Lo abbiamo già visto. Facciamo attenzione. 

 

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gollum

La triste vicenda dell’Italicum, già disoccupato prima ancora di trovare impiego (praticamente una metafora), e l’incertezza a cui sembra appeso il nostro futuro elettorale (ops, diciamo il nostro futuro e basta) ci costringono a tentare un nuovo, entusiasmante esperimento di legislazione creativa, per dare un suggerimento ai nostri politici & governanti.
Italicum, Mattarellum, Consultellum: nessun sistema sembra essere quello giusto, in grado di garantire le legittime aspettative dei partiti, almeno fino a quando non si sarà risolto questo fastidioso problema del suffragio universale, anzi del suffragio e basta.

La proposta rivoluzionaria che qui avanziamo è un nuovo sistema, finora del tutto inedito e mai applicato, che davvero possa soddisfare tutti, maggioritari e proporzionali, preferenzieri e uninominali. Un sistema che contenga il meglio di ciascuno degli altri, e li superi tutti: il Gollum.

Il Gollum si propone di sostituire un meccanismo diverso alle banalissime consultazioni elettorali, che – diciamocelo – hanno fatto il loro tempo, e poi non proteggono dal rischio di matite autotraccianti (come bene aveva fatto notare all’ultimo referendum l’elettore Piero Pelù), schede già compilate da volenterosi militanti, errori di calcolo (che Di Maio, a occhio, non sembra debole solo coi congiuntivi), errori di coalizione (la famosa coalizione a ripetere, sindrome psichiatrica ormai molto nota, in base alla quale i nemici più acerrimi devono allearsi per vincere e poter ricominciare a litigare da vincitori; o la coalizione da Tiffany, superamento del vecchio Patto del Nazareno adeguato al più recente stile Savastano-Trump), errori umani (tipo Alfano) eccetera.

Il Gollum sarà un entusiasmante incrocio tra gioco di ruolo e Hunger Games, in cui lo scopo è portare l’Anello (il premio di maggioranza) al Monte Citorio (ma attenzione, gli spazzaneve in zona sono fermi per mancanza di carburante, e per autorizzare mezzi di emergenza occorre una delibera sottoposta a controlli di legittimità che porteranno via sei o sette mesi: per agosto gli spazzaneve saranno perfettamente funzionanti).
Possono partecipare al Gollum tutti i partiti o movimenti regolarmente registrati dietro presentazione di un adeguato numero di firme.
Non ci sono preclusioni per nessuno: le firme potranno anche essere copiate (non false, copiate); dalle sezioni Pd accetteremo le firme in caratteri cinesi e da Salvini e i suoi accetteremo pure le X (che non si dica che discriminiamo i più svantaggiati).

I candidati non saranno nominati o selezionati dalle primarie (basta con questi relitti antichi!): saranno scelti grazie a una serie di prove (no, tranquillo Di Maio, non ci sono quiz) che comprendono una battaglia con il Popolo dei Voucher (i mitici abitanti della perduta Terra del Lavoro, ormai sparita dal mondo conosciuto da molti anni), gare di salto della quaglia (tipo con Sauron, poi contro Sauron, poi di nuovo con Sauron. O con Farage, poi con Alde, poi di nuovo con Farage), di alleanze fantastiche e dove trovarle (tipo elfi e nani, o Pd e Alfano, o Cinque Stelle e Lega), di incantesimi (tipo Occultazio Finanziamentum, Paercepitio Vitalitium, Rottamatio Simulata, Ottantaeuratio Conclamata, Ipnosi Collettiva a mezzo blog, Bufalatio Maxima).
Quindi, i candidati scelti partiranno tutti assieme da Hobbitville: lo scopo è rintracciare l’Anello del Potere (“Un Anello per trovarli, un Anello per nominarli,
Un Anello per insediarli e alla poltrona incatenarli”) e portarlo a Monte Citorio.

Tante prove i candidati dovranno affrontare, nel lungo cammino attraverso la Terra di Mezzo (e infatti per questo l’arena si trova nella città di Roma, che con le sue buche, la Foresta dei Frighi Volanti, i Tetti del Campidoglio, i Cassonetti Cornucopia e la Metro C Dimenticata è assolutamente perfetta). Affronteranno banche toscane fallite, emergenze terremoto-neve-alluvione, relazioni della Corte dei Conti, interviste da Fabio Fazio e qualcuno (i più sfortunati) anche congiuntivi.
Uno solo potrà farcela e avrà diritto al sssuo tesssoro, il premio di maggioranza: tutti i seggi, Gandalf al Quirinale e Maria Elena Galadriel, la dama dei Boschi d’oro, sottosegretario a Qualunque Cosa.
Gli elettori potranno seguire su schermi giganti il procedere della sfida, tifando per l’uno o per l’altro – cliccando sull’apposita piattaforma, privata ma con sincero afflato di servizio pubblico e autentico spirito russoviano (o roussoiano, per chi non ama la Crusca), faranno intervenire gli sponsor e potranno ribaltare il risultato della gara – e incitandoli.
Come diceva un antico cavaliere dell’estinto (forse) Giglio Magico, lo scopo è “sapere subito chi ha vinto”. Si saprà senz’altro: ne resterà soltanto uno, con in mano l’Anello, ritto sulla passerella di roccia di Monte Citorio. Un “uomo forte” che potrà dialogare con Putin, Trump e Erdogan, alfieri del Nuovo Mondo e protettori dell’umanità (anzi, come dice una recente intervista, un “beneficio per l’umanità”, malgrado i traduttori che fanno quello che vogliono loro, come i fatti e il principio di realtà). Quello che l’Italia aspetta ormai da troppo tempo (da quando i treni arrivavano in orario, quindi Trenitalia ancora non esisteva).
Un Gollum.

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clinton

Essì, Hillary m’è sempre sembrata simpatica come una colica renale, e non avrei mai voluto essere mmericana, per non avere, ieri, il dilemma: votare un idiota o una stronza? Impressione confermata quando, nel precipitare degli eventi, della credibilità dei sondaggi, delle speranze, delle mandibole dei commentatori, delle palpebre degli spettatori (ma non di gente tipo Mentana o Damilano, che evidentemente hanno uno spacciatore fantastico), la sora Clinton s’era sottratta al suo pubblico e aveva mandato avanti il suo collaboratore: “Stiamo ancora contando, grazie, ci vediamo, casomai chiamiamo noi”.
Ammazza che stronza, avevo ri-pensato io. Che non si fa; ci si presenta comunque, con tutta la sconfitta addosso, col cerone sfatto, la giacchetta spiegazzata, l’incredulità e il panico, e pazienza.

L’ho disapprovata e vituperata, sinceramente. Eppure oggi, quando infine s’è presentata e ha parlato, ho visto in lei – nella sua faccia meticolosamente composta ancorché segnata, nella sua acconciatura perfetta, nel suo tailleur dai petti viola vagamente funebri, nella sua consueta precisione frutto di scelte calibrate, soppesamenti, bilancini di stile, così in contrasto con l’eleganza pacchiana, il rozzo splendore brachicefalo dei Trump – qualcosa, una briciola delle donne che ammiro, le donne del mio mondo, le figure istituzionali del mio sistema politico preferito: il matriarcato calabrese. Una cosa che ha a che fare con la forza, la caparbietà, quella qualità minerale di resistenza, d’irriducibilità.

Ha detto la parola “doloroso”. Ha detto la parola “delusione”. Ha detto “tetto di cristallo” perché la cupola del maschile è sempre lì, l’abside intonsa del potere presidenziale singolare maschile. Ha pure fatto balenare, fuggevolmente, il plurale femminile che poi è, forse, quello che non l’ha riconosciuta, non le ha creduto, non l’ha voluta. Che io stessa faccio fatica a rintracciare in lei, restando istupidita dalla superficie vasta e metallizzata della sua ambizione, dalla spregiudicatezza che non riesco a considerare un pregio, dal trasformismo che non posso giustificare (essì, conservo un’idea “di genere” fondamentalmente sentimentale e un poco integralista).

Ma è stata ferma, intensa, precisa, per nulla piegata dal peso schiacciante di una delle sconfitte più clamorose della storia dell’America e del pianeta. Tutta, davvero, sulle sue spalle impettite, sulle sue rughe nasolabiali particolarmente scavate, sulla frana invisibile che doveva abitarla fin dalla notte.

E’ stata forte, e la forza femminile m’ispira sempre rispetto. Se ci sarà, prima o poi, una donna presidente degli Usa non si potrà comunque prescindere dal suo tentativo, dalla sua notte di Via Crucis, dalla sua voragine, di cui si parlerà ancora a lungo, sempre, alla quale non potrà sottrarsi mai più. Un mito mostruoso: la notte pazzesca in cui fu eletto Donald Trump.
Quindi onore a Hillary, comunque.

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italian referendum

Non sono mai stata una donna da mezze misure: i Sì e i No mi si confanno dalla più tenera età, per quanto abbia cercato di correggere il mio intimo, esasperante manicheismo. Mio padre me lo diceva, e io ogni volta gli rispondevo con fastidio: “Sei democristiano”. In effetti era democristiano, e solo col tempo avrei imparato che ci sono democristiani molto più democristiani di altri, ed è tutta questione di anagrafe (tolti alcuni grandi Belzebù, soprattutto i più giovani sono i peggiori. Quelli nati, facciamo, dal 1975 in poi…).

Ho sempre amato soprattutto Molly Bloom e lo scrivano Bartleby, ovvero la donna che dice Sì sì sì e l’uomo che Preferirebbe di No. Che abbia sempre tentato di essere entrambi contemporaneamente credo dia sufficiente conto del mio stato esistenziale e mentale.

Dunque, la disfida del referendum (di questo referendum in special modo) dovrebbe essere il mio campo di battaglia, l’esaltazione – finalmente autorizzata, anzi socialmente riconosciuta – della mia personale inclinazione ai Sì e No, agli universi tutti bianchi o tutti neri, ai sentimenti drastici e alle emozioni categoriche che da sempre mi abitano.

E invece.

Premetto che d’istinto, e malgrado le cattive compagnie, mi sono da subito riconosciuta nel No. Coi gufi, gli illusi, i civatiani, gli scassaminchia, i cercatori di pelo nell’uovo, gli oppositori a prescindere ma anche a ben vedere (talora, raramente, coincidono). Pur soffrendo, come dicevo, di trovarmi accanto Santanchesse, sciichimici, Gasparri, tautologici (quelli “no perché no”: dopo accurati studi sono in grado di affermare che la tautologia funziona solo in positivo, come nell’amore: “sì perché sì”)(ma questa è un’altra storia).

Il punto è che, adesso, a poco meno di un mese dal voto, mi sento sempre peggio a stare da qualsiasi parte. Al No (ahi, Bartleby) si sono uniti certi ultrà di cui mi vergogno profondamente, ma pure al Sì (ahi, Molly), e la sensazione è di spalti gremiti di folle feroci che non aspettano altro che di entrare in contatto fisico.

1- L’evidenziatore di Aristotele

Allora ho fatto la cosa più importante, che avrei dovuto fare prima ma vabbè (nel frattempo, come gli amici sanno, sono stata colpita da tutte le piaghe d’Egitto, e anzi vorrei sapere cosa ne pensa Radio Maria, in proposito)(ma questa è un’altra storia): ho preso il testo della riforma e il testo della Costituzione (casomai, li trovate qui: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf), un evidenziatore giallo e ho evocato lo spirito aristotelico di mio padre (sì, era più aristotelico che democristiano, ma questo lo avrei scoperto molto dopo).

Ebbene. Questa riforma mi sembra non tanto malvagia quanto cazzoconfusa. Provo a buttarer giù le principali perplessità (senza ordine e senza competenza: solo una lettura attenta e senza il “sostegno” pedagogico dell’una o dell’altra parte).

  • Il Senato costruito come Camera delle autonomie mi pare abbastanza malconcepito, ne temo l’elezione “di secondo grado” e non sono sicura realizzi davvero lo spirito costituzionale (c’è, vero, me lo confermate?) di aumentare lo spazio degli enti locali.
  • Non riesco a capire cosa ci facciano, dentro, i senatori a vita ovvero presidenti della Repubblica e, a onor del vero, nemmeno i senatori “illustri” (gli ex a vita, per intenderci), che scelti per le loro qualità straordinarie forse sarebbero più utili per le materie di cui ha competenza la Camera
  • Non capisco perché per le leggi di iniziativa popolare si triplichi il numero di firme necessarie, e non approvo che il referendum popolare “propositivo e d’indirizzo” resti un pio proposito da normare successivamente, se avanza tempo.
  • Non capisco la cervellotica trovata per il quorum del referendum abrogativo.
  • Non trovo chiarissimi i rapporti con le Regioni, men che meno con quelle (come la Sicilia) a statuto speciale.
  • Non mi convince nelle prospettive, tanto sbandierate, di risparmio sui costi istituzionali: tagliare i costi è un nobilissimo effetto collaterale, semmai, ma non certo l’obiettivo principale.

Insomma, mi ricorda, complessivamente, i temi di Pallone Crescenzio, mio valoroso compagno di scuola del ginnasio, indomito ripetente pieno di buona volontà: tutto un rumore e una furia che non significavano niente, ma con molto spreco di risorse (ciao Crescenzio, spero che tu oggi sia dirigente Trenitalia).

L’ansia di tagliare, snellire, semplificare mi pare non si sostanzi in misure meditate, accorte, e onestamente nemmeno scritte con la nitida, ferma bellezza della Costituzione (ma questo è un argomento nostalgico e dannunziano che non voglio usare, quindi toglietelo dal verbale).

Mi pare sia complessivamente frettolosa e poco meditata, migliorabilissima (che è il peggio che si possa dire di una legge considerata fatta e finita) e di dubbia efficacia (e mica è un’anguria, che si può prendere a prova),

Inoltre, la Costituzione sarà Don Chisciotte, ma l’Italicum è Sancho Panza. E sull’Italicum, signori miei, ho davvero poco da dire: glielo restituirei cerchiato di blu con la scritta “rifare” (specie nelle parti del premio di maggioranza, dei nominati, del ballottaggio).

Infine: Matteo, ma a te chi te lo ha fatto fare d’intraprendere questa cosa proprio adesso? Avevamo bisogno di dividerci in questo modo atroce (e te lo dice una vecchia manichea) su una cosa che poteva ancora aspettare (mentre non possono aspettare misure economiche e sociali, legge elettorale – intendo una legge elettorale degna di questo nome – , la domanda di giustizia sostanziale, generazionale, sociale che viene da strati sempre più ampi di questo Paese)? Che poi era quello che chiedevo a Pallone Crescenzio, le rare volte che veniva a scuola: ma tu che fai qui, perché lo fai? 

2 – Non basta un sì

L’altra cosa che mi disturba sempre di più, non ci crederete, è questa paroletta, questo sloganino: bastaunsì. Non mi disturba il Sì. Mi disturba il “basta”. Mi ricorda mia nonna che mi voleva convincere che bastava un minutino e via la bua, quando mia madre m’inseguiva per casa con un siringone pieno di estratti epatici, tuorli di drago e altre credenze magico-sanitarie degli anni settanta.

No, signori, non basta un sì (ma nemmeno un no, diciamolo). Se siamo ridotti così è perché abbiamo pensato che bastasse. Che bastasse ogni tanto votare, ogni tanto scegliere sul menù. E nel frattempo fare ciascuno la sua vita, singola e separata, fuori da qualsiasi impegno o contesto “politico”, mentre il menù lo confezionavano sempre altri. E noi al limite controllavamo che fosse aderente ai nostri principi diet-etici (sì, io di sinistra corretto con proporzionale, senza grassi, e una spruzzata di diritti civili, grazie).

Lo so, non posso parlare per tutti, ma so di parlare per moltissimi, a partire da me stessa. E voglio raccontarvi una cosa: mesi fa è partita l’esperienza di “Possibile”, il movimento messo su da Civati. Minchia, mi sono detta, finalmente: qui si comincia da zero, e io posso esserci. Ho aderito al comitato cittadino (miracolo: persino nell’amorfa Messina c’erano possibilisti!), mi sono iscritta al gruppo whatsapp, ho partecipato alle prime riunioni. Cazzo, eccomi, ora ci sono pure io.

E invece.

Sono stata superficiale, pigra, imperdonabile. Ho cominciato a saltare le riunioni, a ridurre il tempo per informarmi. Ho inventato bellissimi alibi, alcuni pure convincenti: il lavoro, la famiglia, la salute (in effetti, un mese di stampelle non è male, ma resta un alibi). Perché partecipare costa. Costa fatica, tempo, sudore, noia. Costa confrontarsi con gli altri, scornarsi, non riuscire ad affermare il proprio punto di vista. Dialogare costa. E la fatica inenarrabile di quel percorso – che pure era splendido, e aurorale, e vero (per inciso: Civati mi sembra tuttora una delle cose migliori della sinistra superstite e affaticata, la sinistra non urlata e non concitata che non può essere di moda) – mi ha fatta desistere. Faccio outing: non ci sono riuscita, e non posso fingere che sia stato per forza maggiore.

Ma oggi questa frustrazione, questo senso di colpa mi serve per dire che no, non “basta” un sì. Non potete chiedere: dai, scrivete sì e poi tornatevene alle vostre occupazioni, al vostro nido e/o ombelico, che qui facciamo noi.

No, non basta un sì e neppure un no: basta col basta.

La Costituzione dovrebbe dire: scendete qui e fatelo, facciamolo assieme. State qui, tutti, siisti e noisti, Molly e Bartleby, discutete, lavorate, non scegliete su nessun menù. Da oggi si cucina. Costituziochef.

Ecco.

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Cara Meloni Giorgia,

fratella d’Italia, in queste ore si parla molto di te, della tua pancia, della pancia del Paese, quella da cui sono venuti fuori, in questi giorni, pezzi d’odio e intolleranza contro di te e la tua creatura, perché, sai, il mondo è fatto anche così: quello che dai poi te lo restituisce, e io sono ogni volta incantata dallo stupore traumatico con cui tu, e gli altri esponenti d’una destra di ruspe e intolleranze, di pistole in diretta tv e altri tipi di proiettili da media e da social, di fratellanze (arieccoli, i fratelli) con casapoundini ma respingenze per tanti altri, accogliete i frutti della vostra stessa semina. Se passi il tuo tempo a parlare alla pancia, sarà la pancia poi che ti risponderà, e di solito le pance sono espressive in un modo tutto loro.

Peraltro, pensa, io sono persino d’accordo con te (sai, tutto quell’allenamento a non parlare alla pancia, e con la pancia, che a volte noi scemi di sinistra, marxisti corrente Groucho e materialisti magici, ci imponiamo fin dalla più tenera età, produce cose sorprendenti come poter distinguere, articolare, separare i piani): sì, io penso che il matrimonio non sia indispensabile (a dirla tutta, forse nemmeno utile, ma qui andiamo sui traumi personali e non mi pare rigoroso), che se tuo figlio nascerà da genitori non sposati – e dico anche in chiesa, con tutti i sacramenti – sarà esattamente identico a qualunque altro bambino, proveniente da qualunque altro utero o Paese, con o senza famiglia, con o senza benedizione: titolare di diritti, portatore di valore umano, soggetto di dignità e amore, oggetto di cura e attenzione.

Però sento l’obbligo di dirti che tu puoi – giustamente – addolorarti e persino indignarti per gli insulti e le offese, e dire al mondo che nessuno si può permettere di criticare il tuo stato civile, le tue scelte e la condizione di tuo figlio proprio perché io, ma prima di me infinite sorelle e infiniti fratelli, infiniti marxisti tendenza Groucho e materialisti magici, infiniti illusi, infiniti sognatori pragmatici e idealisti surrealisti, hanno protestato, e manifestato, e perorato, e sono scesi nelle piazze e preso infiniti calci nel sedere per spezzare il dogma della famiglia intoccabile – pensa, sono così vecchia che ricordo mio padre, democristiano, che pontificava contro il divorzio chiamando in causa esattamente le stesse cose che voi tirate fuori oggi per avversare le unioni gay e le adozioni.

Cara Meloni Giorgia, se oggi possono serenamente partecipare a un Family Day persone sposate due o tre volte, con figli di questo e quel letto, o anche non sposate e in attesa di un figlio, come te, e rivendicare l’assoluta libertà delle loro scelte e della loro condizione – sia pure definendosi cattolici – , è grazie a quelle lotte, a quella stagione. Perché quello che si fece allora fu mettere in discussione un dogma parareligioso che rendeva impossibile andare oltre, immaginare altre condizioni e altre tutele.

Oggi voi dite che i bambini non sarebbero tutelati, se affidati a coppie gay. Non si capisce quale sia la vostra fonte di certezza, visto che gli studi psicologici concordano (tutti) nel sostenere che non c’è alcun “pericolo” per chi cresce in una famiglia omogenitoriale. Certo, la Bibbia dice altre cose, come tutti i libri che hanno qualche migliaio di anni. Ma in compenso l’altro libro molto antico, la Realtà, ci dice tantissimo, se solo sappiamo leggere: che le famiglie sono una cosa multiforme, multiversa, multivoca. Che in natura (che per gli uomini vuol dire anche cultura, visto che natura e cultura sono una delle più antiche coppie di fatto della storia umana) esiste di tutto: chi è cresciuto da famiglie di sole donne, chi di soli uomini, chi vive coi genitori di un altro, chi ha cinque mamme e un papà, chi ha una mamma un papà e un rione, chi ha solo un rione, chi ha solo fratelli, o sorelle. Persino chi non ha nessuno, e la sua famiglia se l’è cercata e scelta e voluta, uno per uno (e le famiglie di scelta, le famiglie d’elezione sono le più smaglianti e meravigliose, a volte).

In tanti hanno lottato perché nessuno, oggi, possa offendere la signora Meloni Giorgia in attesa d’un figlio fuori dal sacro vincolo del matrimonio. Ce l’hanno pure fatta, anche se lottavano contro i preti e contro gli Adinolfi del tempo, contro i democristiani e i FamilyDay del tempo (e dico, Andreotti allora era persino vivo). Contro un’idea di famiglia che non comprendeva le infinite famiglie che la realtà produce, perché natura e cultura – coppia di fatto – figliano assieme, e si fanno prestare l’utero dall’etica e dalla biologia, dalla necessità e dall’amore, e hanno tanti di quei figli, e parenti, che siamo tentati davvero di credere – come voi, più di voi – che esista un solo tipo di famiglia, da accettare, tutelare, servire. Ma per noi è la famiglia umana.

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