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Archive for the ‘de bello civili’ Category

Caro Michele Serra,

leggendo la sua “Amaca”, rubrica che leggo spesso e apprezzo quasi sempre, del 20 aprile mi sono chiesta: ma qualcuno ha hackerato la firma di Serra? Un infiltrato di “Libero” ha scritto la rubrica in sua vece? Sono stati i sabotatori di YouTube che ora ci riprovano?
Perché, davvero, pur avendola letta diverse volte, anche al contrario – hai visto mai, fossero vere le leggende metropolitane – , e per non incorrere nell’accusa di “fraintendimento doloso” che subito è piovuta addosso a chi, come me, s’era sentito in grave imbarazzo, mi sono accorta che non c’era possibilità di fraintendimento. Era davvero una cosa imbarazzante.

Lei scrive che nel nostro Paese falsamente egualitario (e fin qui sono d’accordo), “c’è uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”.
Partiamo da qui. E’ vero e sarebbe assolutamente cretino negare che esistono grosse sperequazioni e divisioni verticali tra noi che viviamo in questo Paese (ma vale per tutto l’Occidente, e in misura ancora più devastante per il resto del mondo). Ma la divisione è anzitutto, e sempre più marcatamente, una: chi ha i soldi e chi non ce li ha. Cosa che, ahimé, non coincide più, o pochissimo, col sistema di “ceti” a cui Lei fa riferimento e che sembra più quello del libro “Cuore”.

Mio nonno lavorava nei boschi calabresi, era illetterato e non aveva potuto fare che poche classi delle elementari: ha studiato tutta la vita per affrancarsi da quella che, sosteneva, è la vera fabbrica di schiavitù e diseguaglianze: l’ignoranza. Mia madre è stata la prima laureata della famiglia (e di tutta la vallata del Gallico) e una delle sei iscritte donne alla facoltà di Medicina degli anni Cinquanta. Io ho potuto vivere bene, e laurearmi a mia volta, e poi fare la giornalista, ora in bassissima fortuna, da anni in solidarietà e, da ultimo, cassa integrazione. Mio figlio sta prendendo una laurea, ma dal panorama di oggi, qui, sembra che tutt’al più potrà fare il fattorino di Foodora, o l’operatore di call center, o al limite lo stagista gratis. Guadagnando probabilmente meno di quello che alla sua età guadagnava mio nonno. E non so bene dove collocare tutti questi personaggi, nella tassonomia sociale che lei adombra: popolo? Borghesia? Neoproletariato di ritorno?

La Sua acuta correlazione tra “comportamento” e “ceto” cosa significa esattamente? I i nuovi poveri laureati, che sono economicamente proletariato, devono avere modi da prima stagione di “Gomorra”? I loro figli, che magari non potranno laurearsi, o che si iscrivono a un professionale per tentare di lavorare subito, cosa sono, ri-popolo, bis-popolo, neo-popolo? E i nuovi ricchi, magari proprio i Savastano di “Gomorra” (sa, c’è un Savastano in ogni quartiere, qui al Sud), che mandano i figli al liceo classico e i capitali a risciacquarsi in Arno (e Po, e Tevere, e Reno, e Tamigi…), cosa sono, visto che non sono più popolo? E quando lei li vede, o vede i loro commercialisti, i loro avvocati distinti, li identifica esattamente da dove, dal “livello di padronanza di gesti e di parole”? Dal “rispetto delle regole”?

Che il populismo sia una forma di anestesia sociale, che sposta l’attenzione da quella divisione verticale che dicevamo ad altro, è ovvio ed evidente. Ma La informo – qualora non lo sapesse – che il legame tra “populismo” e “popolo” è ormai solo etimologico: il populismo è moneta corrente di quasi tutte le formazioni politiche più retrive che abbiamo sulla scena, e trasversalmente appartiene a tutti gli elettorati e i “ceti”. Il populismo meraviglioso di certa “borghesia” (sto usando le Sue categorie, dottor Serra, si tenga forte) è il nerbo di interi elettorati e partiti, oggi. E la sottocultura che lo alimenta e assieme se ne nutre è altrettanto trasversale, universale e infiltrante.

L’ignoranza, l’aggressività, la tracotanza che Lei menziona come caratteristiche del “popolo” buon, anzi cattivo, selvaggio ahinoi non appartengono ad alcun ceto specifico, perché sono – quelle sì – equamente distribuite nella nostra società, e allignano dovunque la politica, la scuola, le istituzioni abbiano reso le armi (salotti Ikea e case Iacp, “il mio living, la mia cucina” e le baracche, saloni e tinelli, monolocali firmati e casermoni occupati). E sono ancora più impressionanti, in certi contesti. Dove, magari, grazie ai soldi l’istruzione è garantita davvero, ed è ancora più facile l’accesso a una messe di conoscenze come mai si è avuto nella storia dell’uomo.

Poi, che ci sia una correlazione certa tra marginalità e reati penali, tra miseria e disposizione alla devianza, è tutto un altro concetto, per giunta ben noto. Ma la Sua pretesa di tracciare righe col righello, dividere per classi ottocentesche – di qua i Derossi, di là i Franti, un banchetto, ma piccolo, qui in mezzo per i Garrone, che meritano tanto, porelli, ma sempre quelli sono – e ignorare le divisioni drammatiche reali, e la potenza della sottocultura che infiltra e mescola tutto il nostro mondo, è indice di una rozzezza di approccio che davvero non mi aspettavo, da Lei.

Carceri e riformatori sono pieni più spesso di poveri, perché spesso i ricchi riescono a evitarli, e se scippi venti euro a una vecchietta è possibile che tu stia in carcere più di quanto ci sia stato un noto frodatore fiscale che ha scippato milioni a tutti noi. Poi magari lo stesso frodatore ha reti televisive che trasmettono a getto continuo spazzatura, proprio quella che riempie, satura l’ambiente, e rende sempre più facile che ragazzini che non sono né figli di Gomorra né figli d’un arciduca (sto usando sempre le Sue categorie) diventino quelle bestie ignoranti e aggressive che abbiamo visto nei filmini. Poi succede che distinti signori lancino cagnolini dal settimo piano, che mogli e madri esemplari picchino anziani indifesi o bambini dell’asilo, che insospettabili impiegati frodino lo Stato e noi tutti con raffinate forme di assenteismo, o furbettismo, o altre truffe sociali. Ohibò, ma che modi, di che ceto saranno….?

ps: nelle repliche delle repliche delle repliche molti tirano in ballo la sinistra e il fallimento della sua missione. Io credo che il fallimento sia doppio: nell’azione contro le diseguaglianze (che sono cresciute e si sono fatte ancora più estreme, qui e nel pianeta intero) e nel permettere (quando non attivamente colludere) che venisse disperso un preciso patrimonio di consapevolezza, di resistenza, di tensione alla conoscenza e rispetto per tutti i tentativi di abbattere le piramidi sociali con gli strumenti più nobili. In questo, forse, diciamo la stessa cosa, e una cosa diametralmente opposta. Ma per capire, anzi anche solo ammettere gli ossimori e le contraddizioni bisogna avere studiato. Come mio nonno.

ps due: nella replica   del dottor Serra è immancabile il passaggio sul “web che è un brutto posto, pieno di onanisti dell’odio, dove non verrei mai a rispondere” (manco fosse un istituto tecnico industriale). Altra generalizzazione imbarazzante e ingiusta (e poi sì, i 1500 caratteri, per noi che scriviamo di professione, e tanto più quelli bravi come Lei, sono una scusa irricevibile).

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FRANCE-MONACO-ART-SOCIETY-SURREALIST-DINNER

Care sorelle,
non sapete con quanto gusto uso questa parola così vasta, tanto da comprendere le suore dei conventi (che si chiamano così), le combattenti laicissime di un’altra epoca (quando la “sorellanza” era un legame politico, anzitutto), le consanguinee vere ed elettive, nell’enorme illusione d’essere tutte imparentate, le donne, un unico ceppo di segno XX, la doppia incognita che ha sempre segnato la vita di chi è nata femmina su questo pianeta maschio.

Care sorelle, non posso fare a meno di riflettere sull’ultimo contrappello collettivo lanciato appena ieri. Quello delle cento francesi, di cui la più rappresentativa è Catherine Deneuve, non solo perché la più famosa, ma perché – anche – in qualche modo esemplare: bellissima ma anche molto brava, di quelle creature fantastiche ma il cui splendore non è soltanto un gioco di forme o di luci su lineamenti perfetti.

Ebbene, m’ha lasciata un po’ perplessa.
Perché vedete, mie adorate, se condivido senz’altro l’idea che un femminismo odiante e castrante sia una sciocchezza (oltre al fatto, ben noto, che se vai per castrare sarai castrato, anzi lo sei già, nel cervello, e questo credo non ci debba appartenere), e che i climi da caccia alle streghe (anzi, in questo caso agli stregoni) siano sempre i peggiori per l’umanità, purtuttavia non posso accettare una semantica così poco accorta da forgiare lo slogan “libertà d’importunarci”.

In italiano corrente “importunare” – che presumo sia letterale traduzione del verbo francese corrispondente – vuol dire “disturbare, infastidire qualcuno in modo assillante”. Cioè molestare.
Io non do a nessuno il diritto di molestarmi. E vorrei che qualcuno mi spiegasse in quale punto del rispettivo campo semantico “importunare” e “corteggiare” coincidono o si toccano (anche fuggevolmente, anche con una mano sul ginocchio, anche con una strusciata rapida)(esempi, manco a dirlo, di “atteggiamenti importuni” e giammai di “corteggiamento”).

Care sorelle, se può essere giusto e forse necessario (si sa, anche gli uomini più complessi restano creature semplici) precisare “uè, ragazzi, mo’ mica ci dovete diventare imbranati e per la paura di essere denunciati di chissà cosa non ci dovete provare”, purtuttavia ciò non corrisponde, e mai potrà corrispondere, a un “vabbè, molestateci, poi sapremo riconoscere quelli buoni”.
No, sorella Catherine, quell’ “importunare” non mi piace, non mi va giù, non funziona. Non è proponibile. Soprattutto, non è spendibile in questo momento, in questo clima finalmente, sanamente reattivo e consapevole. Con tutto quello che i momenti consapevoli e reattivi portano con sé.

Né mi piace una frase come: “La donna, oggi, può vigilare affinché il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per tutta la vita se qualcuno le si struscia contro nella metropolitana”. Per tutta la vita no, ma fino alla fermata, il tempo di stanare lo strusciatore ed esporlo quantomeno al pubblico ludibrio magari sì, però.
Perché vedete, care sorelle, sorella Catherine, il nostro mondo è ancora talmente diseguale, e mica solo negli stipendi, per noi, e tutto comincia proprio da lì, da quel furto di pochi secondi di autonomia sessuale, da quel riaffermare, in pochi centimetri (di solito, considerando chi sono gli strusciatori, veramente pochissimi), una delle leggi non scritte che hanno fatto girare tutto il mondo fino a pochissimi anni fa, e tuttora fanno girare una sua enorme parte.
Chi si struscia contro una donna, in metropolitana, sta riaffermando l’antico, odioso pregiudizio, l’antica, odiosa inferiorità del corpo e del sesso femminile, l’antica, odiosa supremazia del maschile. Anche la faccenda degli stipendi, sorelle, viene da lì.

Certo, sorella Catherine, voi dite bene denunciando la campagna di delazioni e accuse senza possibilità di replica, e gli schizzi di fango che stanno colpendo un po’ ovunque. E’ ovvio che non basta che una donna accusi un uomo purchessia (di solito un uomo di potere e una donna che in qualche misura da quel potere è stata danneggiata) perché le sue accuse siano valide, anche se in questo momento sembra accada per tutti e indiscriminatamente. Ma vi ricordo che viviamo nello stesso mondo in cui per millenni è stato così al contrario: bastava essere un uomo e accusare di qualunque cosa una donna (adulterio, stregoneria, libertà di pensiero, satanismo, sessualità, ostentazione di caviglia o di capelli, bizzarria, ribellione) per essere creduto. Ancora ciò succede – oggi e qui – in un numero di Paesi sconcertante.

Io sono certa, sorelle, che tutte noi vogliamo un mondo migliore. Quello in cui gli uomini ci corteggiano, o noi corteggiamo loro, e non c’è violenza da nessuna parte. Quello in cui sono chiari i confini tra le cose (tra i campi semantici delle cose), in cui lo stupro è un crimine e basta e la molestia non è un corteggiamento goffo ma un abuso di potere, in cui se accusi qualcuno, uomo o donna, devi provare le tue accuse, in cui nessuno si struscia addosso a qualcun altro in metropolitana, in cui le relazioni sessuali (le più primordiali tra tutte quelle che sperimentiamo nella vita) sono armoniose e consensuali in qualunque aspetto, anche il più selvaggio. Ma ci dovremo arrivare, e a occhio e croce ci dobbiamo pensare noi, perché i maschi non sono portati.

Quindi pesatele bene, le parole, se dovete dire qualcosa in questo magico momento. Questo momento in cui qualcuno ha paura delle donne, finalmente. Perché non mi dispiace, un mondo in cui hanno paura delle donne – sì, di tutte le donne, indiscriminatamente – gli uomini come Weinstein, o come gli assassini delle donne, o gli stupratori, o i molestatori, o tutti coloro che ancora oggi ci mutilano, ci rinchiudono, ci coprono di veli fino agli occhi, ci impediscono di studiare e di ballare, di ridere e di guidare.
Purtroppo, siamo ancora dentro quel mondo lì, quello della metropolitana, quello dell’accappatoio, quello del cedolino di stipendio che segna cifre diverse.

Ciao, sorelle.

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gopmorra

Miei adorati, perdonate il ritardo sulle puntate 9 e 10 di Gomorra 3 (le penultime! Dopo, non so come potrete vivere senza i miei resoconti), ma eccomi all’appuntamento, forse non puntuale, ma ineluttabile come un esattore d’ O Stregone.

All’approssimarsi delle feste natalizie si tinge ancora di più di quel suo colore ferroso e sanguigno, la nostra Gomorra, dove il tema delle penultime due puntate prenatalizie è uno solo, per quanto bifronte, e assai appropriato: la Famiglia/il Tradimento. Ovvero, le accezioni del concetto di Appartenenza, che in qualche modo è determinante, a Gomorra (e nelle mafie tutte, di cui questa non è che una declinazione narrativa, un riassunto di archetipi).

Cirù appartiene a Genny? Sangue Blu appartiene a Cirù? Azzurra e Pietro appartengono al Venerabile Ancorché Incazzoso Avitabile? Patrizia appartiene a Scianel? E ancora, Forcella appartiene ai Confederati o agli hipster? Secondigliano appartiene alle scimmietelle solite, con la scimmietella capo femmina, Scianel? (che brinda con Patrizia: “Alla nuova regina di Secondigliano”. La precedente era stata Donna Imma Savastano, che però era reggente, in nome e per conto di Don Pietro carcerato: siamo di fronte a un’evoluzione? O piuttosto è solo gender mafioso, cioè una cosa reale quanto un unicorno o un pensiero di Giovanardi: il sistema di potere, di potere violento, è lo stesso, ed è maschile, quindi Scianel & Patrizia o O Stregone e O Sciarmant è la stessa identica cosa).

Perché ciò che lascia più sconcertati è questo riferirsi ai pezzi di territorio posseduti, spartiti, messi a frutto. Interamente posseduti: avete presente quelle scene in cui i guaglioni del team Forcella, o anche dei Confederati, arrivano a montare qualche bisinìss? Li vedete entrare in case, cucine, tinelli mentre la gente fa l’uncinetto, conversa, prepara la moka. Come se entrasse un colpo di vento, uno spiffero, niente: continuano a vivere la loro vita, in bassi angusti dai muri scrostati, in vie miserabili, in edifici che cadono a pezzi, senza quasi vederli, quei traffici continui, fitti, complicati. Quegli oggetti (quei borsoni) che cambiano posto. E’ l‘immanenza di Gomorra, una categoria dello spirito e della materia, la sua natura di Ultracorpo che prende il posto di tutta una convivenza civile, della sua economia, dei suoi rapporti di forza, delle sue relazioni più intime.

Sangue Blu ha vinto, all’apparenza: lo spin doctor Cirù Ex Immortale va a parlare co O Stregone, il Gandalf dei Confederati (identico, ma senza barba: pure l’anello, c’ha. I gomorresi tutti hanno un’attrazione fatale per gli anelli, come già sapeva Tolkien: un anello per ghermirli e nel buio incatenarli), e gli dice quello che lui sa già (mai dimenticare che le conversazioni a Gomorra sono tutte simboliche: ogni parola sta in luogo di qualche gesto, ogni gesto di qualche fatto, ogni fatto vale quanto un discorso, o anche più. Le conversazioni hanno luogo non per comunicarsi qualcosa, ma per continuare con altri mezzi i combattimenti, lo studio dell’avversario, l’esposizione di colori di guerra, penne di corteggiamento, profferte segrete, l’osservazione in cerca di segnali di cedimento, o di tradimento, o di debolezza)(Falcone lo diceva, che tutto è comprendere quel linguaggio, che non somiglia nemmeno lontanamente al nostro: Buscetta, prima ancora di rivelargli qualunque fatto, gli insegnò il linguaggio dei fatti, dei detti, dei non detti).

E allora Forcella può festeggiare, né più né meno come avviene la sera dopo le elezioni, il suo Sangue Blu (una cosa tipo la corona di nuovo ai Savoia, o Palazzo Chigi di nuovo a Berlusconi, diciamo). E lì Carmela, la sorella saggia di Enzo, pur mettendolo in guardia nel suo ruolo di Cassandra (che le donne sono tutte un poco Cassandre, e infatti scassan-drano-o la minchia a dovere), poi per la prima volta lo chiama col suo titolo: Sangue Blu. Ripristinato il diritto di nascita, nella monarchia di Forcella.

Che poi Carmela c’ha un altro problema: Cosimino, suo figlio. Il principino, sarebbe. Che lei vuole lontano dalla strada, per il noto paradosso: siamo i re di Forcella, ma ci piacerebbe essere puliti e altrove, anzi mo’ ci proviamo, ma per le prossime generazioni. Che intanto crescono col nostro esempio, e vogliono solo essere noi. Il dilemma delle generazioni.

Infatti, appena Carmela muore – una morte strumentale, per aumentare il caos e spingere alla guerra – Cosimino va dove lo porta il cuore: a sparare per il quartiere in sella a una motocicletta. E quindi io vi chiedo: Cosimino a chi appartiene? A Forcella, su cui vuole regnare (imbottendola di droga, inquinando la sua economia, imponendole le decime, ma dicendo la solita cosa: “Questo è il paese che amo”)? A sua madre Concetta, uccisa in un camerino mentre indossa il vestito più brutto del mondo? A suo zio Sangue Blu, che parte per la vendetta a testa bassa, che era esattamente l’effetto che il regista occulto di tutto ciò voleva ottenere (voi non ci crederete mai, ma Genny Savastano, malgrado l’aspetto da cercopiteco rasato male e malgrado lo ricordassimo tutti come un ragazzotto fondamentalmente sciemo e succube di Cirù e di sua madre, in quest’ordine, dopo l’Erasmus in Honduras, che evidentemente fa miracoli, è diventato una specie di Andreotti-MichaelCorleone-Zu’Totò)?

E mister Avitabile, l’Apicella incazzoso suocero di Genny che tiene in reclusione sua figlia Azzurra col nipotino, che senso della famiglia ha esattamente, visto che consegna il bambino ai Confederati, presumibilmente non per una vacanza studio ma come ostaggio di rango per piegare Genny-Giulio-Michael, ma quando poi torna accenna una carezza invisibile a madre e bambino? Dove scorre l’amore, a Gomorra, il luogo in cui tutti tradiscono gli affetti più cari (o li uccidono, come fece Cirù con la moglie Debora, come fece Genny col padre).

E Azzurra, che nella serie precedente non aveva mosso ciglio quando Genny aveva spedito suo padre in carcere per toglierlo di mezzo, e ora va e gli dice “Se Pietro non torna a casa io t’acciro”, lei a chi appartiene?

L’appartenenza di ciascuno – spesso proclamata, sempre sostenuta da grandi manifestazioni di sentimento e attaccamento – è continuamente mobile, riposizionabile, a volte contraddetta da tradimenti, rovesciamenti, sparigliamenti che le sole ragioni del mercato e del potere non spiegano. I due esempi più eclatanti sono il rapporto che lega Cirù a Genny, che le categorie freudiane non bastano a spiegare (è una ‘nticchia edipico e una ‘nticchia proiettivo e una ‘nticchia competitivo), e la figura di Patrizia, che fa un doppio o triplo gioco rischiosissimo (ma di lei non sappiamo molto, pur essendo di solito, noi spettatori, onnisciemi. Patrizia è interamente chiusa, selvatica, fredda: la sua sicurezza non è di chi ostenta potere, ma di chi ha l’immenso potere di non avere nulla da perdere, di non essere toccato in alcun modo da quello che accade. Uno dei personaggi più inquietanti, sui quali il potere di Gomorra di pervertire le esistenze ha dato un risultato pazzesco, tanto che Patrizia sembra quasi umana, rispetto alle maschere di Grosz degli altri. E invece.).

E gli hipster di Forcella, a chi appartengono, adesso? Dalla comunità solidale ed egualitaria dei vecchi tempi si sono trovati in una monarchia costituzionale con a capo Sangue Blu, poi in una tirannide eterodiretta da Genny-Michael. Loro che si credevano una forza d’opposizione al Sistema,  ci si ritrovano dentro fino al collo (ma come, non lo dovevano aprire come una scatoletta di tonno?), a prendere ordini dagli uomini d’O Sciarmant, essere costretti a spacciare merda (mentre il loro prodotto sì che era di qualità, mica questa roba cinese) ed essere sorvegliati pure in casa loro.

Il colmo è quando i due responsabili d’una fronda spacciatoria vengono platealmente puniti e uccisi da Genny in persona davanti ai Confederati, Lì è il momento “La stangata”: tutto finto. L’irruzione, l’esecuzione. Li vediamo colpiti a morte sul molo, uccisi a beneficio delle telecamere e dei Confederati, e poi sbucare dalla scaletta, coi giubbotti antiproiettile (e certamente inseriti, da subito, in qualche programma protezione testimoni che deve esistere pure a Gomorra, no?).

Un altro doppio gioco.

L’appartenenza è sempre tra chi è Famiglia e chi non lo è. Il Padre, il suo fantasma, assilla, come fossero Amleto, tutti: chi lo ha avuto e lo ha perso per mano d’altri, chi non lo ha avuto mai e lo ha visto nel padre di altri, chi lo ha ucciso, chi vuole incarnarlo, chi lo fugge. Una psicanalisi di Gomorra ci aiuterebbe a capire tante cose.

Postilla onomastica

Assieme alla lingua, una delle cose più sorprendenti è l’onomastica di Gomorra. Se invece che spacciatori e assassini i gomorresi si mettessero a fare gli sceneggiatori sarebbero i primi del mondo.
O Stregone. O Sciarmant, O Crezi e O Diplomato: i Confederati sono un trattato del potere e delle sue maschere, ma anche dei suoi epiteti.
Scianel (che con O Sciarmant si trova benissimo: nomina sunt consequentia gomorrae). L’Immortale. O Bellebuono, O Golia, O Vocabulario (alcuni del team Forcella). O Cardillo, O Principe, O Capaebomba (gli estinti ragazzi del vicolo Miracoli).
I personaggi non stanno dentro i loro nomi (che poi sono tutti uguali: Ciro, Gennaro, Vincenzo, Antonio), esondano, si forgiano un soprannome che è un epiteto omerico, un grido di guerra, uno stemma araldico.
Che cosa singolare, vedere una delle forze più potenti della Terra, l’immaginazione, al servizio del Male, del Poco, dell’Orrido, del Criminale.

La frase del giorno

La dice Carmela moritura al figlio: “La morte fa schifo. E’ uno spreco esaggerato”. Esattamente. Pensate quanta morte semina e ha seminato Gomorra. Che spreco esaggerato.

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dragone

Miei adorati, stamane Sky mi ha fatto trovare, come un regalo di Natale, le puntate 7 e 8, e così non posso esimermi. Le avvertenze sono le solite: se non volete spoiler, non leggete. Se non vi piace Gomorra, forse posso volervi bene lo stesso, ma non è sicuro.

Se le puntate 5 e 6 erano un trattato di economia politica, le puntate 7 e 8 sono il trattato dei trattati: l‘Arte della guerra. O meglio, l’Arte della guerra da Sun Tzu a Sun Zu’ Totò. Perché c’è poco da fare: quando è guerra, è guerra pi’ tutti. E mo’ che Genny e Cirù, gli Unionisti, sono scesi in campo, i Confederati devono fargli la guerra, si sa: nordisti contro sudisti, Quartieri Spagnoli contro Forcella, Vomero contro Secondigliano.

La guerra a Gomorra è molto strana: consiste in un sistema di attese e differimenti, di movimenti falsi e immobilità frenetiche (“Se sei inattivo mostra movimento, se sei attivo mostrati immobile”, diceva Sun Zu’ Totò, che chiaramente era nato a Mergellina), di pazienza e furore in parti uguali. Tanto, come diceva donna Imma Sun Tzu Savastano, “E guerre n’è vince chi è cchiù forte, ma chi è cchiù brave a spittà”. E non c’è nessuno più bravo di Cirù l’Immortale (che da questa puntata sappiamo pure perché lo chiamano così: mica perché è sopravvissuto a tre guerre di camorra, una spedizione suicida in Spagna a trattare coi russi, una sessione di roulette, appunto, russa e una flûte intera di pipì del boss, ma perché fu l’unico sopravvissuto di un palazzo intero al terremoto).

La guerra a Gomorra si fa con le armi dell’avversario, possibilmente: in senso psicologico ma anche pratico (e qui, non vorrei doverlo ripetere, si evidenzia ancora una volta la presenza del borsone come accessorio determinante per la vita stessa di Gomorra: un proibizionismo applicato ai borsoni darebbe più risultati del sequestro giudiziario dei beni).
La guerra a Gomorra si fa prevedendo le mosse altrui, e non facendo le proprie (“In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”: “Nun t’accirimme mo’ picchì nun è o’ momento”).
La guerra a Gomorra si fa come si fa tutto il resto: con la minaccia e l’avvertimento, e possibilmente combattendo il meno possibile (“Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”), e pensando molto prima di ogni mossa: chi non pensa, muore (ve lo ricordate, no, Sonny Corleone nel Padrino?  Quello sparava invece di pensare, ed è finito com’è finito).

La guerra per Genny e Cirù la deve fare anzitutto Sangue Blu, l’hipster pizzaiolo di Forcella, ma è necessario fargli un seminario apposito: “Tu addà pensà prim’e sparà”, gli dice Cirù. E poi, la guerra vuole i generali e i soldati: basta con questa cooperativa. La camorra comunista, solidarista e dal basso di Sangue Blu e i suoi ragazzi non si addice alla falange macedone necessaria per battere i Confederati: “Tu addà cumannà”. Senza primarie. Manco fosse Forza Italia.
Così Sangue Blu fornisce la falange, Scianel – che ora lavora nel rame pompe funebri, introducendo il suo tocco Pompeiano Circense alla già sobria estetica funeraria partenopea – i capitali e Cirù la strategia. Genny – dalla sua base operativa, un appartamento in Barocco Allucinogeno con vista sulle Vele di Secondigliano – fornisce il rancore e i rudimenti di diplomazia internazionale appresi durante lo stage in Honduras.

La cosa più interessante è il nuovo arrivato, Valerio detto “Vocabolario”, l’unico (dopo Geggè buonanima, il contabile ucciso per contrappasso con un dono di laurea usato come tirapugni) a non avere bisogno di sottotitoli e a usare un sicuro congiuntivo. Perché è un ragazzo di Posillipo, e nel rigido sistema di caste partenopeo più o meno un Bramino. Valerio è un “chiattillo”, ovvero un fighetto altolocato (“Pure i chiattilli tengono e ‘palle”), ma procaccia ottimi affari e sembra pure di sangue freddo (sembra), e fondamentalmente incarna questo mistero profondo di chi nasce in vetta ed è attratto dal fondo, da quelli del fondo che non vorrebbero altro che arrivare alla vetta. La casa di Vocabolario è grande, piena di stucchi, sculture, mobili antichi: la caricatura di quella casa, la sua parodia atroce è quella che vediamo abitare ai boss, col loro Napoleonico Dopato, il Rococò Confusionale e il Tardo Secondiglianese Stroboscopico (il pezzo forte di queste puntate è il dragone dorato sulla scrivania di uno dei Confederati, Elia). Allora ci appare chiaro, il mostruoso scontro di poteri antichi e poteri antichissimi, di zecchini e bitcoin, di caste remote e recenti, di monarchie plebee e repubbliche tiranniche, di conflitti e collusioni che s’intrecciano convulsamente, come una capigliatura di serpenti in testa a un solo idolo: il Potere.

Ancora una grande prestazione del Team Forcella, che in questa puntata fa a pezzi un intero carico di sanitari e ripulisce il capannone in un’ora e poi mette su in una mattinata un sistema di pony express con consegne personalizzate (ma glielo vogliamo trovare un progetto socialmente utile, a questi ragazzi?).

Postilla sul gomorrese.

La lingua di Gomorra è un idioma di ceppo indoeuropeo affine all’Alto Elfico.
La caratteristica principale è la compressione, ovvero quel fenomeno glottologico per cui i parlanti tendono a pronunciare il numero maggiore di sillabe in un’unica emissione di fiato. Esempi: “songhì” (sono io); “aggittnò” (ho detto di no); “s’nannaì” (se ne devono andare)(è una delle declinazioni fondamentali di Gomorra, la flessione per intero è: mnnaì, tinnaì, sinnaì, cnammaì, vnataì, s’nannaì); “chbbuòemè?” (che vuoi da me?).
Altra caratteristica forte è, all’opposto, lo strascinamento sillabico: un’unica sillaba viene prolungata per un numero variabile di secondi. Esempio: “rishhhhh” (Dici, che si usa al telefono al posto di “pronto”).
Tutto è entrare nel ritmo dell’emissione e contrazione di fiato, quest’enorme respirazione collettiva che fa sembrare qualunque conversazione un sospiro, un’esalazione, un gemito sfuggito, doloroso.
Molti non comprendono la natura respiratoria del gomorrese, e si irritano perché hanno bisogno dei sottotitoli, come se fosse una lingua straniera. Invece non lo è: abitiamo tutti una qualche porzione di Gomorra, senza saperlo. Basta tendere l’orecchio, e si avvertirà l’eco del suo respiro pesante, del suo sfiato, del suo gemito senza fine

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Miei adorati, che brivido guardare Gomorra cinque e sei al mattino d’un giorno di pioggia. Ricordatevi; come al solito se non vi piace Gomorra non abbiamo più niente da dirci. Se vi piace, vi farò una proposta che non potete rifiutare. In ogni caso: attenzione spoiler. Poi non dite che non vi avevo avvisati, che vi mando Genny.

Le puntate cinque e sei si possono considerare tutt’uno: un manuale di economia politica gomorrese. Ovvero come le cosche diventano imprenditrici. Che forse vale per il capitalismo tutto: un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sull’etica del profitto assoluto e sulla deregulation selvaggia, con una ‘nticchia di Hunger Games.

Nella puntata cinque avviene quello che avevamo capito sarebbe successo, prima o poi: Genny, umiliato e offeso, ridotto a un nullatenente e congedato con disonore dalla tavola rotonda dei boss, non può che cercare il suo mentore e il suo pig-malione, nonché sterminatore della famiglia, ovvero Cirù l’ex immortale, appena diventato l’idolo del clan camorrista teen di Sangue Blu e dei suoi, i principini hipster di Forcella che se si affacciassero al tavolo dei boss si sentirebbero dire: “Sciò, guagliò, andate a giocare da ‘nata parte!”.

Cirù, guardando amorosamente la foto della moglie morta (anche se il romanticismo ci vacilla, quando ci ricordiamo che l’ha strangolata lui), glielo dice: minchia, allora ‘e femmene tenevano ragione, a volerci fermare. Ma ormai è tardi, e si ritrovano assieme, Genny e Cirù, soli contro tutti (“Dopo tutte chell che ciamme fatte stamme angora ccà io e te, Cirù”). Ma non sono più quelli di prima: Cirù ha ammazzato la moglie e perso la figlia e il regno; Genny non avrà mai più un taglio di capelli guardabile, e mo’ c’ha pure una cicatrice in faccia che fa tanto scarface. Il tema, d’ora in poi, è “come ti trapianto Edmond Dantès a Gomorra”. Ovvero, la vendetta è un piatto che si consuma al dente. Coi pomodori do’ piennolo.

E qui cominciano le istituzioni di economia. Ovvero: come sviluppare la tua idea d’impresa, trovare finanziatori e fare crescere il tuo business. Il problema chiave del mondo moderno, in un certo senso.

Si comincia con un momento Steve Jobs, commovente assai. Genny lo dice chiaramente: “So’ comme me e te, Cirù: chini e raggia e fame”. La traduzione napoletana di “stay hungry, stay foolish”. Stei angri, stei fulisc e stei senza penzieri.

E così Genny e Cirù, con invidiabile energia e a dispetto di ogni avversità – un vero esempio per la loro generazione – fondano la loro start up, “Arripigliamoci chell’ ch’è nuost”.

Ora, il problema, come sanno tutti, sono gli investitori. I capitali di partenza. Che l’idea può essere buona, ma senza soldi niente cche ffà. E qui arriviamo agli hipster di Forcella, che di solito sbarcano il lunario con modeste rapinette di carichi di Tir, senza versare sangue, anzi dando una mancetta all’autista perché dica che non ha visto in faccia nisciuno (che poi, caro Enzo Sangue Blu, se ti ostini ad andare in giro con la barba roscia, la cofana e numero tre – tre – croci tatuate sul collo, sei come dire un identikit già pronto). Anche questa è una startuppina carina: rubare merce cinese che copia quella italiana, sostituire il packaging, rivenderla in nero agli albanesi spacciandola per vero prodotto italiano. E se non è movimentare l’economia globale questo, non so cosa possa esserlo. Roba che dovrebbero chiamarli a fare un seminario alla Bocconi.

Ma, come sapete, la startup grande ingoia la startup piccola, e Cirù va a proporre a Sangue Blu il salto di categoria, lo startuppone pure citazionista: una rapina in banca, ma come i “Soliti ignoti”. Col buco.
Gli hipster di Forcella devono passare da uno stabile fatiscente, addentrarsi per imprecisati cunicoli nel ventre molle di Napoli e sbucare dove? Davanti alla cassaforte di una banca all’orario di chiusura.

Ora, non vorrei dire, ma io li ho guardati bene questi hipster di Forcella. Sono bravi. Li ho visti scaricare, sconfezionare, reimballare e ricaricare un Tir in dieci minuti; li ho visti ristrutturare e insonorizzare una catacomba in mezzora. Roba che se li vede Jeff Bezos li assume per dirigere il magazzino Amazon di Seattle, o se li vede Fuksas gli fa costruire la prossima Nuvola in un mese (o anche, più modestamente, li possiamo sempre assumere noi per fargli completare DAVVERO la Salerno-Reggio).

Ecco il problema di oggi: la manodopera qualificata che non trova lavoro. E dire che le avevano provate proprio tutte. Pure l’agricoltura. Sangue Blu aveva organizzato una piantagione di maria in una chiesa sconsacrata sotterranea (che la maria in chiesa è puro situazionismo dadaista, eh). Sissignore. Con luce e acqua e timer per tutto. Roba che nemmeno a Matt Damon in The Martian era riuscita. E proprio Sangue Blu c’aveva pure un sentimento, per quelle piante. Lui lo chiama “investimento emotivo”, perché è economia pure quella sentimentale, che diamine (che poi l’inquadratura più bella è quella lì: le piante alte di maria, le sagome di Cirù e Samgue Blu, piccole nel verde, e in fondo l’abside con un dipinto sacro, il cui rosso – in quel mondo buio e verdastro – resiste come una piccola fiamma lontana).

Comunque, con la visita dei soliti ignoti hipster di Forcella alla banca i capitali ci sono, e si può partire.

Ora, voi vi direte, ma qual è esattamente il bissinìs? Eh, miei cari. Non è la droga, non solo. C’è una cosa molto più redditizia, che non delude mai, che si può sfruttare fino all’ultima goccia. Una cosa che esiste in quantità smisurate, anzi più la sfrutti più aumenta – e questa è la vera legge del mercato criminale totale, o forse del mercato e basta – : la fame. L’economista Genny lo dice chiaro: “O meglio business che ce sta a Secondigliano nun è a droga, è a ffame. E nui chista fame l’ame a fa’ fruttà”. Chapeau. Anzi, coppola.

Il piano è semplice: anzitutto coi capitali di partenza (quelli degli hipsters Amazon) ti compri in parti uguali politici disponibili e aziende in crisi. La parte più interessante della puntata sei è quando l’AD Genny va a trovare il prossimo sindaco e futuro presidente della Regione Campania. Un ragazzetto secondo l’ultima moda degli impresentabili: faccina pulita, congiuntivi a posto, doppiopetto slimfit, motto col tricolore e la parola Italia (“L’Italia che avanza”)(ogni riferimento è puramente immaginabile).

Poi occorre rastrellare tutto: tutti quelli che, strozzati dalla crisi e dalle tasse, stanno chiudendo. Pompe funebri, servizi mensa, lavanderie. Qualunque cosa. E lì avviene la sostituzione. L’invasione degli ultracorpi. Un’economia che prende il posto dell’altra, uno Stato che prende il posto dell’altro, senza che da fuori si veda nulla. L’invasione dell’ultraStato. 

Tutto viene replicato. I bandi per le assunzioni: vuoi essere assunto? Versaci 15mila euro e ti diamo un posto. E glielo danno veramente. Certo, senza previdenza sociale (ma, se glielo chiedi, ti dicono che LORO SONO la previdenza sociale), senza sindacati, senza diritti, ma non stiamo a guardare il capello. I contratti e le commesse: ce penzamme nuie, gli faremo proposte che non potranno rifiutare (esemplare l’accordo col custode del cimitero, che farà entrare solo certe ditte di pompe funebri. E infatti, quando arriva un funerale della concorrenza, la cappella – di famiglia – è chiusa col catenaccio. E’ la libera concorrenza, bellezza!). Le questioni contabili: “Ma sulla busta paga c’è scritto 1300 euro, e questi sono solo 850!” “E che vuoi, non le devi pagare le tasse?”.
E se ti ribelli, ti ammazzano. Ma niente paura, se anche non sei forza lavoro mica esci dal ciclo produttivo: la tua cara salma entra nel business dei becchini, e la filiera si completa. Non si butta via niente, a Gomorra. Diteglielo, a Padoan.

Certo, l’altra faccia della medaglia è quella: gli occhi febbrili della donna con la giacchetta striminzita e la fame ‘ncuollo, che va a comprare un posto di lavoro per il marito (“Ci mancano 200 euro per arrivare a 15mila. Abbiamo chiesto al cielo e all’inferno, ma nun c’è stato verso”); il marito in questione, ucciso sotto gli occhi del figlio disabile, da Sangue Blu al suo battesimo come killer (sarebbe un avanzamento di grado attraverso concorso interno per titoli ed esami); la piccola parte di silenzio assenso, o di reale fiancheggiamento che tutti – dall’infermiere dell’obitorio al camionista, dal direttore di banca all’ambulante – danno, perché tanto non c’è scelta, e l’ultraeconomia globale è questa. 

E qui, a chi fosse sfuggito, c’è il senso di tutto questo. Il senso di questa rappresentazione che taluni trovano troppo estrema per la loro sensibilità (e dunque mi aspetto che fuggano la realtà con altrettanta cura), o addirittura offensiva. Il senso di questa denuncia – quella di Saviano, e di altri – che qui viene narrativamente rappresentata, ma non perde un’oncia della sua verità.
Ecco quello che accade ai nostri territori. Ecco l’ultraeconomia vasta pervasiva che regge tanti nostri mondi. Eccola, cazzo, la vedete?

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Minchia, domenica qui in Sicilia si vota e io non so cosa mettermi (in testa). Nella mia pluriennale carriera di elettrice, coincidente quasi per intero con la mia carriera di elettrice delusa, è la prima volta che mi capita con questa nettezza: letteralmente, non ho voglia di andare a votare. Un rifiuto che non viene dalla parte dell’apatia, però; che non s’apparenta con l’inerzia o la delusione, forse neppure la chiusura e il ritiro. Piuttosto, è una cosa attiva e aggressiva, una forma d’astio e di rivendicazione, una voglia di dare un calcio al pallone perché rotoli lontano, anzi, si buchi. Ma la parte di me più ragionevole sa che questi sono puri istinti, e che non si possono bucare, certi palloni (soprattutto quelli gonfiati), e anzi se decidi di non giocare non gliene frega un cavolo a nessuno, meglio, anzi, così sono più liberi di starsene fra loro. Tu verrai derubricato a “partito degli astenuti”, il più sfigato di tutti. Perché gli astenuti ottengono un solo risultato: eleggere TUTTI QUANTI GLI ALTRI. Quelli che ti fanno venire voglia di astenerti.

E voi, miei quindici lettori, mi chiederete come mai, e perché non c’è nessuno che mi faccia considerare possibile e financo utile il mio voto, e io vi rispondo che non lo so, e dovremmo forse partire da Garibaldi, o dalla battaglia di Lepanto, o prima ancora, quando i Greci scendevano sulle spiagge e tastavano la sabbia, e ringraziavano gli dei. Che il mio povero, piccolissimo voto di domenica forse ha qualcosa a che fare con i galeoni spagnoli, i massari mezzo morti di fame, le campagne gialle come la follia dove una cicala ripete una nota sola per sempre, certi morti ammazzati che sanguinano ancora dopo cento anni, o dieci, o mille. Con la bellezza che stordisce, e l’incomprensibile povertà che stordisce di più. Con le case non finite dentro città sfinite, con l’avanguardia che nasce dentro le macerie, o viceversa. Con la presenza della mafia, che è invisibile e dappertutto, come certe divinità feroci che, senza mostrarsi, plasmano la vita di tutti. Con il dolore di chi parte e il dolore di chi resta. Con l’arcaico e il postatomico che sono così vicini da confondersi, e diventare una cosa sola, una sola isola.

Però no, questo non ci aiuta, e quindi ritorniamo al miserevole gioco delle parti. Io sono di sinistra, quindi non ho molta scelta: i centopassi di Fava o (diciamo) il Pd di Micari.
Se Fava mi facesse anche solo un briciolo di simpatia, potrei dire che l’unico motivo per dubitare dell’efficacia di questo voto sarebbe, appunto, l’efficacia di questo voto. Ma questa cosa del “siete piccoli, lasciate perdere” mi è sempre sembrata una scemenza: proprio perché siamo piccoli dobbiamo continuare a esistere. Proprio perché siamo piccoli e quindi marchiamo una differenza grande dobbiamo esistere il più possibile, rammentare a noi e agli altri che esistiamo e abbiamo diritto a uno spazio, anche solo per segnalare che esiste, e costruire più spazio per chi verrà. Testimoniare la differenze e la minorità mi è sempre sembrato un buon programma esistenziale, vuoi che non lo sia in questo caso? (a parte la convergenza di persone – sì, persone prima che politici – che stimo moltissimo, come Tomaso Montanari e Pippo Civati) (peraltro,  Civati è stato qui a spendersi, Renzi è andato da Obama, e se avesse potuto sarebbe andato sulla Stazione Spaziale Orbitante, pur di mettersi a distanza di sicurezza da una batosta che s’annuncia epica). 

Il problema è solo, mi duole dirlo, proprio Claudio Fava. Degna persona, certo, ma io mica gli ho perdonato, ancora, quell’idiozia della cittadinanza ottenuta in ritardo nel 2012, che ci lasciò tutti allo sbando. Voi direte: vabbè, poverino, ma è una minuzia. No, come non è una minuzia il mio minuscolo voto. Come non è una minuzia ogni singola e minima manifestazione di pensiero, di personalità, di esistenza in vita: chi è serio e rigoroso non fa stupidaggini del genere, e si sfila con allarmante superficialità dopo aver preso un impegno (lui ci abbandonò proprio: non buttò la sua persona dentro quella battaglia, pure se lui non poteva più ottenere il seggio). Non pensai bene di lui allora, non lo penso nemmeno ora.

E allora vota Pd – mi fa la mia amica forastica – mica vorrai votare per i fascisti o i grillini?”.
Eh, alleggiu, le dico io in lingua.

Contro il Pd ci sono due enormi motivi, anzi uno gigantesco: il Pd.
Il Pd di Renzi, lo scialacquone che di un consenso ampio, trasversale, miracoloso ed entusiasta ha fatto strame; Renzi che incarna il peggio dei nostri (di noi di sinistra, dico)(ok vabbè, non dite niente) avversari di sempre; Renzi lo sbruffone, Renzi che ha le orecchie per finimento (direbbe mia nonna), e s’inventa il treno per “ascoltare”, figuriamoci; Renzi che ha siglato i patti più inverecondi che io ricordi, e vorrebbe continuare a tenere il Paese sotto lo scacco delle larghe intese, che sono un poco come se il lupo si mettesse d’accordo col cacciatore, e costringessero nonna e Cappuccetto Rosso a preparare la cena per tutti e due, anzi a essere la cena.

L’altro motivo è Crocetta e la sua eredità di caos, isteria magna, convulsioni psicopolitiche e inconcludenza. Lo votai, convinta che fosse anche un bel segnale agli omofobi puritani (nostri alleati, grazie a Renzi!). In effetti era un segnale: tipo gli incendi sulle colline che vediamo per tutta la notte, d’estate.

Ovviamente, non potrei mai votare per Musumeci “brava persona” (che qui è una categoria antropologico-politica), disgraziatamente collegato con una corte dei miracoli in cui figurano imputati, condannati o loro parenti stretti e amici entusiasti di boss. Cito solo il rampollo Genovese, che solo per il fatto di appartenere a una intera famiglia implicata in uno degli scandali peggiori che la Sicilia ricordi dovrebbe avere qualche remora a presentarsi agli elettori, per giunta della “nuova” parte politica a cui il padre è approdato, diametralmente all’opposto della sua di partenza, dove non era semplice militante, ma parlamentare regionale e nazionale, e persino segretario di partito (vedi più sopra alla voce StuPd). Un’incoerenza che non so voi, ma io giudico disgustosa, una mancanza di stile e un franco (un francantonio) disprezzo per gli elettori e la loro capacità di giudizio.
Inoltre, vi ricordo che questa fu la terra del 61 a 0: anni di governo berlusconiano che per il Sud segnarono un punto di non ritorno, quando ancora la crisi era lontana e il centrodestra aveva maggioranze bulgare, e avrebbe potuto fare ben altro che un po’ di cene eleganti.

Segnalo appena la sceneggiata di Musumeci sugli impresentabili delle sue liste: “Miiii, comu ndi capimmu mali! E chi ndi sapiva iò di chissi impresentabili? Io u’ liggìa supra i giurnali! Matri mia, ci colpa sta leggi brutta e scunchiuruta! Matri matri, vui vutati a mmia, che poi ci pensu iò”. Metodo Stanislavskij.

Aggiungo solo un rigo: con Musumeci sono collegati anche i salviniani siciliani, perché qui è terra in cui gli ossimori fioriscono bene. Mi auguro solo che si ricordino di quando i negri, per Salvini, eravamo noi.

Infine, i grillini (sì, insisto a chiamarli così perché li definisce meglio: è culto della personalità). Cancelleri e la sua banda di scappati di casa. Intendiamoci, ho molta stima di chi scappa di casa. Io stessa l’ho fatto. Ma poi devi darti una mossa, studiare, comprendere, migliorare. Cancelleri mi pare individuo di rozzezza intellettuale superiore, di modestissimi mezzi e di una tendenza al settarismo che è la vera cosa che mi spaventa nel movimento. Voi direte: ma cosa vuoi che sia il congiuntivo (non arriva ai virtuosismi di Di Maio, ma anche Cancelleri non scherza)? Cosa vuoi che c’entri non parlare un buon italiano con essere onesti e competenti? Forse con l’essere onesti no, certo, ma competenti probabilmente sì. Ho sempre pensato che la politica sia un mestiere intellettuale, e chi non ha strumenti non so come possa esercitarlo. Chi ha un cattivo italiano non è avvezzo a leggere, a studiare, che non sono hobby, sono le tecniche di base, se vuoi capire il mondo talmente da progettare di cambiarlo (qui cito un’avvocatessa della sinistra caviar che quest’estate mi diede della “settaria snob” perché le spiegavo che senza strumenti intellettuali non si fa buona politica. Avvocatessa, stacce).

In questi giorni si discute sull’assessore designato ai Rifiuti, tale Parisi, che sul web si esprime con la finezza di un Napalm51: ecco, quel tipo di “pensiero” – che ha molto a che fare con la mancanza di strumenti intellettuali – mi fa persino più paura della subdola furbizia di un genovese di lungo corso. Quello spreco di uno strumento formidabile come la Rete per esprimere pensierini da bulletto e violenza verbale da vigliacchi è la vera idiozia (ahimé riscontrabile pressoché in qualsiasi thread si sia coinvolti con altri Napalm51). Infine, ascoltate i discorsi di Grillo sulla mafia presentata come una generosa banda di patrioti e volenterosi amministratori di giustizia locale “traviata” dalla finanza globalista e malvagia. Ci sono gli estremi per un TSO, e per un moto di ripulsa, nella terra che gronda sangue di assassinati dalla mafia (non solo uomini: anche idee, imprese, iniziative, paesi interi). 

Però una cosa voglio dirla, una cosa estrema che mi sta facendo litigare con tutti: preferirei Cancelleri a Musumeci. Perché sono convinta che, almeno, i grillini scompaginerebbero le liturgie e i sistemi codificati (un po’ come è stato qui a Messina con Renato Accorinti: la città non si è salvata, anzi probabilmente è peggiorata, ma almeno abbiamo disturbato per un po’ i manovratori, abbiamo messo in fuga le cavallette, abbiamo fatto casino dal basso), sovvertirebbero, almeno per un po’, le regole non scritte, le consuetudini bizantine, i riti e le carbonerie. Non so per metterci cosa, al loro posto, ma almeno sarebbe qualcosa, in quest’isola dannata. 

In conclusione, andrò a votare. C’è sempre tempo, per perdere le elezioni. 

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elezioni

La benemerita CEFC (Commissione elettorale fatta in casa) viene in soccorso al Parlamento alle prese con la legge elettorale, dopo mesi e mesi di arrovellamenti e scazzi istituzionali, comprendendo bene i dissidi intestinali del Pd, che dopo aver appoggiato il Monocameralismo Perfetto Tendende al Nullicameralismo e l’Uninominale Teocratico Assoluto, detto Matteorellum o anche RenziSonIoEVoiNonSieteUnCazzellum, o anche BastaUnSiellum, si trova, con geniale colpo di (spezzeremo le) reni e virata a 180 seggi, a presentare un Rosatellum chiarum chiarum, sistema elettorale a bacca rossa vinificata in bianco, ovvero il centrosinistra degli ultimi anni.

Monocameralismo no? Uninominale no? Listini blocchini e birichini no? E allora tutto assieme, o Accozzeglium: uninominale ma proporzionale ma listino ma coalizione ma redistribuzione secondo curvatura terrestre, orbita di Saturno, indice FTSE Mib (si legge Fuzzi Mib: fuzzi fuzzi, che Dio perdona a tutsi) e tasso di colesterolo.

Capirete che noi, italiani medi, non possiamo farcela. Non ci arriviamo. Preferiremmo imparare a memoria le istruzioni di un (buonanima) videoregistratore, pure in giapponese, piuttosto che provare a capire cosa diavolo state combinando.

Ecco quindi la semplice, efficace, geniale proposta della CEFC: l’Ikellum.

Il modello Ikea ha fatto scuola, e con una convenzione con il gigante svedese sarà possibile recarsi al voto anche presso i megastore più vicini a voi.

Con l’Ikellum ciascuno potrà fabbricarsi da solo il sistema elettorale, senza complicati montaggi o istruzioni in cartaginese o fastidiose battaglie parlamentari. Senza brugole o cacciavite o larghe intese. Basterà portare il kit al seggio, ritirarsi in cabina pochi minuti e consegnare il manufatto. I migliori cinque verranno esposti al Quirinale.

Nel kit dell’Ikellum sono a disposizione:

  • Camere, fino a cinque: se ti piace il monocameralismo usane solo una, ma per autentici cultori della materia le Camere da arredare possono essere anche cinque: Cameretta (proprio la tua), Camera dei Deputati, Camera degli Imputati (che garantisce, finalmente, una efficace rappresentanza di genere), Senato delle Ragioni, Senato dei Sentimenti (tutti i sentimenti e i risentimenti: è ammesso infatti il Voto Avverso o Voto SonCaxxiTuoi: un elettore calabrese potrà votare Alfano in Sicilia per giocare un tiro mancino ai cugini siciliani, un elettore valdostano potrà votare Razzi in Abruzzo, chiunque potrà votare Salvini in Padania)(ovviamente, spazio ai collegi di nuova formazione per coprire, finalmente, territori fitti di elettori e ancora inspiegabilmente sconosciuti e non compresi dalle leggi elettorali: Padania, Atlantide, Paperopoli, Molise, Narnia, Grande Inverno e Mordor).
  • Collegi impilabili: da uno a un milione. Puoi rendere collegio il tuo quartiere, il tuo condominio, il tuo palazzo e persino la tua cameretta (vedi sopra). Allo studio, per le prossime elezioni, la cassapanca-collegio e la mensola-collegio. Persino un pratico collegio portatile per campeggiatori e vacanzieri.
  • Candidati: la vera rivoluzione dell’Ikellum. Chiunque è candidabile. Presentabili, impresentabili, laureati, diplomati, analfabeti, sarchiaponi. Basta con l’ingiusta discriminazione di condannati o ignoranti! Anche un galeotto, un interdetto dai pubblici uffici, un bocciato alla maturità, un serial killer di congiuntivi possono dare alla Repubblica la loro sofferta esperienza. Un condannato per frode fiscale ne sa certo di più sulle tasse di uno che le ha sempre pagate e basta, no? E un diplomato avrà maggiore distanza ed equanimità di un immunologo per decidere sui vaccini, senza farsi plagiare dalle lobby degli scienziati o fuorviare dalla comunità scientifica internazionale. Ma anche un analfabeta è una garanzia: non potrà mai farsi influenzare dai libri.
    E poi, basta con le nomine di leader e candidati da parte dei partiti (come giustamente sostengono alcuni innovativi movimenti, attraverso i loro leader e candidati nominati): ciascuno potrà essere il candidato di se stesso. L’obiettivo realmente democratico è una legge elettorale che riesca a far eleggere sessanta milioni di italiani da sessanta milioni di italiani. L’Uninominalismo Assoluto, o Solipsellum. 1! 1! 1!

Il montaggio è molto semplice: scegli un candidato, o anche più candidati (da 1 a 60 milioni), lo inserisci delicatamente nel collegio selezionato (non c’è bisogno di colla o viti: il candidato assumerà immediatamente la forma e l’estensione del collegio, disponibile in vari colori), poi deponi il tutto dentro la Camera prescelta. In caso di scelta multipla, le Camere sono inseribili una dentro l’altra, con un coperchio universale (il brevetto è del Diavolo, che ormai in quasi settant’anni di frequentazione del Parlamento, e adesso col fondamentale supporto di Andreotti, ha imparato a farli).

Consegna al seggio, e attendi fiducioso: la Maratona Mentana, cui affluiranno i dati delle Prefetture e dei Megastore, darà i risultati in tempo reale.

Tieni con te lo scontrino, e potrai partecipare all’estradizione di un verdiniano a caso.

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