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Archive for giugno 2013

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Signori, la patonza è una cosa seria, serissima. Tutta la mia generazione, e un paio d’altre dopo (come sapete, le generazioni sono ormai velocissime: in dieci anni ce ne sono anche tre in fila)(no, non dietro la porta del Papi) credeva di aver cambiato, a se stessa e al resto del mondo, la percezione della patonza.
Da bene-rifugio a bene condiviso. Da bene familiare trasmissibile con regolari sponsali e/o compravendita a libero bene in libero amore. Da moneta di scambio e occulto progresso sociale a moneta del Monopoli, ovvero spendibile a scopo unicamente ludico e ad alto tasso di reciprocità, comprando gli unici beni, per definizione, senza prezzo (dunque di solo valore): amore, piacere, gioia, condivisione, scambio.
A cavallo delle patonze liberate siamo volate davvero per ogni dove, e anche da nessuna parte: siamo rimaste a fare le fidanzate, le mogli, le madri. Ma una patonza libera è libera per sempre, e dà lezioni di libertà. A chiunque.
E la sua – la nostra – vittoria principale era stata proprio l’abolizione del mercato. La patonza per noi è letteratura, sentimento, emozione, corpo, conoscenza, ironia, immaginazione, passione, gioco, bellezza, identità, valore. Qualunque parola che non sia “mercato”. E non c’è mercato per il non-mercato. Per fortuna.
Ma la lezione di libertà (e non di liberismo) della patonza non è arrivata ovunque, o forse i tempi maledetti dalla tv e dal mercato – l’orrido mercato globale che ci avvolge, anche qui mentre crediamo di scrivere su liberi tasti in libero web, il mercato totale a cui questo mondo di Borse e caimani e borse di caimano tende asintoticamente – hanno lavorato contro le cose per definizione più fragili e colossali di questo mondo: le cose senza prezzo. Le cose che bisogna sudarsi e non comprarsi.
Ora quell’individuo che ha allignato per molto tempo a capo del nostro governo ( ma ora pure, sotto altra forma largointesa e sottoposta),  l‘unto del signore (ma anche l’unto e basta), il salvatore di nipoti di Mubarack, il benefattore di Olgettine smarrite, lo sapete, ha pronunciato in passato proprio lui, senza saperlo, la parola (perdonatemi per il campo semantico) chiave: patonza. Ma l’ha pronunciata nella sua lingua disgustosa, non nella nostra.
La lingua del prezzo, degli affari, degli interessi. La lingua di suoni gutturali e gestacci. La lingua degli esercizi di sottomissione, della prostituzione intellettuale e fisica. La lingua che non avvicina, non comprende, non immagina.
La stessa lingua (che poi, come sappiamo, la lingua è per taluni prezioso strumento di lavoro) con cui un gruppo di fedelissime amazzoni e fedeli scudieri (soprattutto Sancho Giuliano Panza)  ha creduto di difenderlo: scambiando una volta di più la libertà della patonza (sì, quella della sinistra bacchettona e moralista, proprio lei) con la libertà del mercato della patonza, ahinoi.
Caro ex premier e neocondannato, cari “siamotuttiputtane”, la patonza gira. Meglio, la patonza si gira, quando Lei passa, quando voi manifestate, e fa una smorfia di disgusto.
Lei, caro ex premier e neocondannato, non capirà mai la patonza, si rassegni. Penserà di comprarla, ma sarà solo una finzione.
Lei, signor ex premier e neocondannato, mi fa molta pena: vincendo tutto, o credendo di vincere tutto, non sa quello che si è perso.

 

Una patonza libera

 

Ripropongo, attualizzato perché attualissimo, un post dei due anni fa, quando l’ex premier e neocondannato disse che “la patonza deve girare”. Beh, forse la patonza è una ruota, come il destino e la Storia.

 

 

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