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Archive for dicembre 2015

guttuso

Gli abiti erano contenti fin dal mattino: avevano percepito, sia pure nell’aria sciroccosa e vorticante di ceneri vulcaniche, che c’era qualcosa in arrivo. No, non solo qualcuno che se li portasse a casa: il momento che molti abiti (ma non tutti) attendono, ovvero quando saranno adottati, e prenderanno la forma d’una vita (e di fianchi, spalle, dolori, attese, entusiasmi, torsi, indecisioni e scelte). Percepivano, con le loro anime di stoffa, che c’erano altri incontri da fare, che altri sguardi li avrebbero percorsi, sia pure così di profilo e piatti (le loro molte dimensioni dovremo scoprirle dopo, da soli a soli) come ci appaiono nell’anta esposta del negozio, un armadio sfavillante e nuovo di zecca, senza porte.

 Dalla stessa parte delle polveri di vulcano era in arrivo lei, Elvira Seminara. Con le sue parole tagliate e cucite, le sue collane di recupero, i suoi abiti manifesto: nessuna delle cose che porta o tocca smette di raccontare storie. Zittirla è praticamente impossibile. Quindi è molto più saggio darle la parola, anzi le parole, e l’attenzione completa di abiti, donne, collane, uomini, cose.

 E’ successo a Messina, in una domenica improbabile in cui dicembre fa l’aprile, lo scirocco apre le vocali, il cielo s’annuvola senza motivo. E’ successo in un luogo che di rado ospita parole, non sempre ospita cose; un negozio di moda. Abiti tutto attorno per parlare di come abitiamo gli abiti, e di come ne siamo abitati: tutte cose che Elvira, che di mestiere – dice – fa la “cantascorie”, vive come se non si potesse fare altrimenti (non si può, in effetti), e che ha messo – oltre che nelle collane, nei cassetti, nelle persone – anche in un libro molto bello, “Atlante degli abiti smessi”.

Elvira, io, la mia amica attrice Maria Pia, la libraia Daniela e svariate decine di donne, ma anche uomini, ci siamo incontrati in mezzo agli abiti, che frullavano d’impazienza sulle loro grucce. Ma il pubblico era più vasto di quanto sembrasse.

C’erano frange, una quantità di frange, talora dissimulate: sono tempi frangiati, i nostri, si disfano sull’orlo, si mostrano per quello che sono: orditi senza trama. Un leopardo e un breschwantz finti che si guardavano, ovviamente in cagnesco: questa cosa di fingersi animali gli ha preso la mano, anzi la zampa. C’era una mantella nera, molto assorta. Quattro giri di perle false, di ottimo umore: che solo la perla vera è meditabonda e di indole acquatica e volubile. Un abito giallone anni Settanta: coraggioso, esplicito, davvero libero. Indossato con tacchi da dominatrice, perché gli abiti servono anche a difenderci e fortificarci, a trovare trucchi contro le nostre debolezze. C’erano, a guardarli, due stivaletti ottocenteschi, bassi, coi lacci incrociati: visioni del mondo, certo, ma soprattutto visioni di sé. Con le scarpe è inevitabile. Quindi c’erano stivali cingolati e ballerine bicolori, perché nessuna strada è identica a un’altra. Molte collane: ho colto lo sguardo esatto d’un fiore marrone di bachelite.
Io portavo uno scialle fatto dalla mia amica Antonella: mi ha guardata per mesi, prima di dirmi quello che pensa di me attraverso quell’oggetto che mi somiglia. E non aveva importanza che fosse incongruo, così casalingo e artigianale, in mezzo a quei tessuti di pregio e lavorazioni sofisticate: aveva una sua voce così personale, così forte, che una sciarpa di seta ha cominciato a parlarci, e non la smettevano più. 

Come parlava forte la blusa di Elvira,  stampata a pezzi di Settecento spagnolo, di cui poi lei ci ha raccontato la storia: non ci sono parole e non ci sono abiti che non vengano da qualche parte e vadano chissà dove, per tramite nostro, del nostro corpo e del nostro armadio e della nostra vita che è entrambe le cose, un corpo e un armadio.

Elvira ha parlato di molte cose: del dolore, del recupero, del tempo. Di Christian Boltanski, che colleziona abiti smessi e cuori vivi (come ciascuno di noi, dunque). Della bellezza, che in giapponese si dice con cinquanta parole diverse, di cui la più bella è wabi-sabi: non c’erano molti esempi, nel negozio rutilante di perfezioni intonse (con due modelle perfette all’ingresso), di bellezza wabisabica, così nostalgica, imperfetta, caduca. Così pallida, umbratile, malinconica. Ma ce n’era sempre abbastanza da fiorire, come le succede di solito, oltre le griffe e i tacchi, oltre la pelle stampata a cocco, oltre le regole squillanti della moda come commercio, business, imperativo di consumo.

Erano nella collana-salsiccia di Elvira, dove si mescolavano cucchiaini, giocattoli, dadi, bulloni, fiori di metallo, perline; erano nel libro di Elvira, dove si mescolavano sentimenti, storie, frammenti di vite proprie e altrui, immagini, idee, versi; erano nella voce di Maria Pia, che fa scoccare dalla ritrosia una perfetta sfrontatezza; erano nell’emozione delle parole, che dovunque vanno si trovano la loro strada per arrivarti al cuore e tirargli le code del soprabito. Perché i cuori sono come noi: si vestono, per rivelarsi.

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