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Archive for novembre 2008

Achill Bill

Ifigenia pensa.

 Achille, detto Akill, detto Akill Bill. Ammazzali tutti, Bill, diceva ogni greco dabbene, ché Achille era il loro campione di lotta acrobatica, calci di rigore e uccisione di primogeniti.
Akill Bill, proprio lui, che secondo leggende invidiose era bello come una fanciulla, tanto che sua madre l’aveva nascosto in un collegio femminile, per sottrarlo ai guerrieri che lo cercavano per mari e per terre. E lui, che aveva il broncio e le trecce bionde, era quasi più bello di loro, dico le fanciulle.
Poi, però, era più micidiale di loro, dico i guerrieri, e persino più testa di cavolo di Agamennone, che non è poco.

  Poi Akill Bill, che in gioventù aveva preso lezioni di kung fu con la spada da Filottete e forse pure da Bruce Lee, si fa avanti e li ammazza tutti. No, scusate, quello è Tarantino.
Dicevamo.
Dunque, Akill Bill sbarca in Normandia con cinquanta ultras Mirmidoni, e prende da solo tutta la spiaggia. Piovono frecce infuocate, arriva la cavalleria, arriva Ettore, mentre i rinforzi tardano perché – come dice Ulisse – "Nelle guerre, meglio esserci alla fine, che all’inizio". Ma Akill ce la fa da solo. No, scusate, quello era il soldato Ryan.

  Allora, Akill Bill guarda con l’occhio ceruleo il tramonto di fuoco sul mare d’Asia e dice: "Io sparo a tutto quello che si muove, che cammina, che respira. Io sparo a uomini, donne e bambini". No scusate, quello era Clint Eastwood.

  Dicevamo, dunque. Ah, c’era pure Legolas, quello del Signore degli Anelli, che qui fa Paride e solo verso metà film capisce che la stirpe non si tradisce. Infatti ricorda di essere stato un elfo, e quando impugna l’arco le cose si mettono decisamente meglio: centra il tallone di Akill Bill (e dire che il suo maestro, Elrond, glielo diceva sempre: mira alle parti vitali…) e l’Iliade finisce. No, scusate, quella è già l’Odissea.

  Comunque Legolas non si sentiva solo, perché Boromir – il figlio del sovrintendente di Gondor, quello che voleva prendere l’Anello a Frodo, perché tanto Frodo era piccolo e nero – fa Ulisse, e infatti è sua l’unica battuta decente del film (“La paura – spiega l’astuto Ulisse all’incazzato Akill Bill – è utile”)(che manco Condoleeeza gliele dice, cose così profonde, a Bush quando giocano assieme a Troiani e Achei).
  Anche le scene dell’assedio di Troia, per esempio. Tali e quali alla Battaglia del Fosso di Helm. Ma quello è Tolkien, scusate.

  A parte che, poi, di orchetti non se ne vede nemmeno uno, eccetto forse Menelao, che – e qui è un colpo di scena che avrebbe fatto sobbalzare pure Omero – viene ucciso nel secondo giorno di guerra, da Ettore in persona.
Un poco orchetto – un Uruk Ai di Saruman – pareva pure Akill Bill: Legolas-Paride continua a trafiggerlo, perché persino lui riusciva a centrare un bersaglio immobile a tre passi, e Bill niente, si strappa le frecce e lo guarda fisso negli occhi da signorina.
  Mancava, questo è vero, Gandalf. Perché, con tutta la buona volontà Peter O’ Toole mica ce la fa, a fare lo stregone bianco. Bello, però, da Priamo. Con quegli occhi azzurro glaucopide, e quella perfetta testardaggine da vecchio: non ascolta mai i consigli di Ettore, che non fosse per la faccia da Aragorn sembrerebbe Bruce Willis quando ha ragione ma non lo ascolta nessuno.
Priamo non ascolta nemmeno Paride, quando dice l’unica cosa sensata del film: “Bruciamolo”. Del cavallo, si capisce. Invece no. Pure la ola, gli fanno.
E grazie che di notte i Greci escono fuori e chi s’è visto s’è visto. Altro che l’importante è partecipare: tutti passati per le armi. Tranne Andromaca, che fugge con Astianatte, il quale invece di essere precipitato dalle mura in fiamme diventerà modello e farà la pubblicità per la Mellin. Tranne Elena, che invece di risposarsi con uno dei fratelli di Paride, tale Deifobo, e poi tornare pentita con Menelao – perché, diciamolo, era proprio troiana nel sangue – scappa pure lei. Tranne Briseide, che uccide Agamennone, lasciando Eschilo con un palmo di naso: altro che Orestea. Tranne Enea, che vabbé che Priamo ed Ecuba avevano cinquanta figli e Paride era psicolabile, ma nemmeno ricordarsi che è suo cognato… Mentre coraggiosamente Enea scappa, col padre sulle spalle e il figlio per mano (ma fingendo di perdere la moglie per strada, per il troppo traffico), Paride lo incontra e gli fa: “Scusa, ti chiami?”. E lui, pensando “Meno male che è Paride”, risponde sollevato: “Piacere, Enea”. E scappa, con la Spada di Troia, in direzione Roma Orte.

  In definitiva, mi è mancato un poco Sauron, e pure Gollum, in fondo, anche se Agamennone era competitivamente viscido. Un politico nato, un presidente guerriero: "Vi prometto un milione di posti di lavoro": tutti a remare verso Troia.
Bello però quando, sulle mura in fiamme, dice: "Adoro l’odore del napalm all’alba. Sa… sa di… vittoria". Ma no, quello è Coppola, scusate.

  Bravi, però, bravi tutti. Bravo Omero a fingere di essere cieco e sordo, anzi morto, anzi nemmeno esistito, per sicurezza. Bravo lo sceneggiatore, a fingere di non esserci, specie nei dialoghi. Bravo Biscardi, quando dice – per bocca di Nestore di Pilo – che “Il morale di Achille è basso”, e suggerisce di curare di più lo spogliatoio (tanto che Patroclo lo ascolta, e si frega la maglietta di Akill Bill, con tutti gli scudetti). Bravi i parrucchieri, che sostengono la parte più eroica del film: fare le treccioline ad Agamennone. Bravo il coreografo, per il balletto Akill Bill- Ettore: l’unico dialogo sensato del film è quello delle spade che si toccano con voci di metallo.
Bravi noialtri, a fare il tifo. E a mettere due monete d’oro sugli occhi, all’uscita. O forse no: molto, molto prima.

insomma, a chi stasera si vedrà Achille secondo Hollywood. Ma Hollywood di oggi.

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la zia e le amiche del quartiere

       La campagna vaccinale parte prestissimo, alla fine dell’estate (che poi ogni anno cade più in là: a fine agosto, a metà settembre, all’inizio dell’uva, all’inizio del campionato, all’inizio della scuola, alla vigilia di Natale). Zia Mariella gira il quartiere a ricordare a tutti che devono morire, e quindi tanto vale vaccinarsi per bene. Il paralitico della seconda palazzina, la cartomante, la segretaria del notaio. La vecchia delle uova, il forestale, la fidanzata del prete, il becchino. Zia Mariella, col suo positivismo psicomagico, li convince tutti. E quando i vaccini arrivano, dalla farmacia della piazza avvertono lei prima dei medici. 
  
        La zia crede nei santi, nei vaccini e nella vendetta. Anche nelle anime del purgatorio (gli fa dire una messa all’anno) e nelle premonizioni, ma solo quelle sue. Non crede nei trapianti, nei tranquillanti e nella ceretta a freddo (nemmeno io, quella). Crede negli ombrelli a molla, nei regolamenti di conti e nella stampa. Non crede nelle banche, nei profeti e nelle calze velate.
Crede soprattutto ai vaccini, però.
"Potessero esserci vaccini per ogni cosa" mi dice mentre apre l’ambulatorio in cucina, la mattina presto. Fuori c’è già la fila, nel giardino di gerani carnivori e alberi di basilico.
“Cose come il dolore, le delusioni amorose e l’insicurezza?” le chiedo.
“Ma che dici. Cose vere” mi fa mentre solleva la manica del primo, il signor Cianci, che abita a San Brunello dall’ultima incursione saracena e se non comincia lui s’offende.
 “Cose vere?” ripeto io, mentre le passo il batuffolo con l’alcol, un alcol crudo che brucia pure a guardarlo e satura la stanza d’un odore medicinale.
 “Le tasse, il terremoto” mi spiega senza pazienza, mentre tira giù la manica di Cianci e lo spinge fuori, prima che lui si metta a raccontarci com’è sopravvissuto al terremoto. Ma non quello del 1908. Quello del 1783 (e comunque io lo so: s’era nascosto nel canneto, ché allora qua c’era una fiumara larga che portava a valle sassi aspromontani, segreti e coccodrilli).
 “Il malocchio” dice pure, mentre entra Teresa con tutto il suo armamentario di femmina. Teresa è una gigantessa che vive in un corpo troppo piccolo, e si muove con fatica perché lei lo sa. Ha cinque seni, anche rotonde come ruote di carro e piedi lunghi anche due passi. E’ terrorizzata dal malocchio, che lei vede nell’aria come gocce d’olio trasparenti che galleggiano e ti seguono, senza scampo. Teresa fa un sacco di scongiuri con le dita dalle unghie dipinte di porpora, mentre la zia prepara la siringa.
Poi la zia solleva la siringa, e guarda quel poco di liquido controluce: “Li vedi? Li vedi?” mi dice.
M’avvicino, tanto non li vedo. Ma so quel che vede lei.
Vede piccoli corpi, scintille, grani fosforescenti come gli occhi dei suoi santi.
“Il vaccino è una magia” dice, a me o a Teresa o soprattutto al vaccino.
Si curva sul braccio sconfinato della gigantessa e lo punge con cura. Dice parole magiche che sa solo lei. Senza quelle, il vaccino mica funziona.

Ieri mi sono vaccinata, per oscure ragioni che non c’entrano con la medicina. Mi duole il braccio e mi sento vagamente assediata. Sarà che, anche se non li vedo, lo so che ci sono, quei cosi piccoli e fosforescenti che proteggono dal male. Dai terremoti, dalle delusioni, dalle tasse.  Da mamma che non c’è mai, quando la chiamo, e poi mi ricordo che è morta.

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albero allo specchio

 Siamo arrivati, con un ricco assortimento di baobab, piantine in vaso, fronde d’olivo e d’alloro, kentie d’appartamento perfettamente mute, una catalpa bungei aggraziata e crudele come solo gli orientali, un castagno aspromontano, svariati ficus magnolidei dalle foglie larghe come barche, tigli con intendimenti segreti, cipressi sospirosi gravati d’ingiustizia, betulle, faggi, pini marittimi particolarmente scagliosi ed irti.
  Ci siamo seduti, ciascuno in braccio la sua pianta, e la tenevamo stretta per non farci scappare la terra e l’imbarazzo. Le foglie si sfioravano e noi ci scusavamo con piccoli cenni del capo e sorrisi da sordomuti.
 C’eravamo tutti: la bella, la tatuata, l’architetto, lo scettico, l’entusiasta, il fuoriposto. L’esoterica, l’insospettabile, l’atroce, il poliziotto, l’invisibile, la magnifica, la figlia.
Il posto era pure bello: un ex magazzino d’agrumi con le pareti alte e i lucernari, due nicchie piene di dèi in fondo, collezioni di sassi e di tamburi, cartoline antiche, muri ruvidi e grucce dipinte. Le piante si sono immediatamente girate verso la luce, ma non tutte, e noi nemmeno, ché volevamo scrutarci senza darlo a vedere. Tiravamo conclusioni contro il muro, e rimbalzavano.
  
     A un certo punto è entrato lui.
Piccolo, magro, col viso sottile e i capelli fini. E, in qualche modo, un’anima di taglia più grande, che usciva appena fuori dai confini della sua persona: dalle maniche, per esempio. Dai gesti, che erano così ampi, così pieni che qualche volta abbiamo temuto ne nascessero uova, frutta o cespi d’insalata.
 Lui sa tutto, degli alberi. Il suo ci fa invidia, è così alto e largo che prende dieci o quindici meridiani, nel tempo e nello spazio: dai cosacchi al Messico, dallo zar al tango, dalle paludi di polvere al Bois de Boulogne. Le nostre piantine sembrano poca cosa, al confronto, ma subito lui chiarisce: tranquilli, non c’è confronto. Ci rilassiamo.
E cominciamo la seduta d’erbologia animistica, di genealogia carnivora, di botanica parentale. Dentro di noi, gli inconsci si agitano con rumore di stoppie, o di sabbia, o d’acqua di mare. L’inconscio di lui li tocca tutti, prima o poi, fino a che a terra si raccoglie una confusione di bucce di mandarino, foglie, spine e confetti che non si può quasi camminare, e il suo segretario, che ha un nome inverosimile in cui il destino sembra scritto con lettere al neon, deve ramazzare la stanza, in senso orario e antiorario.

   Scaliamo le piante, scendendo verso il ramificato albero delle radici, lasciandoci alle spalle le fronde, presenti e soprattutto future, col loro rigoglioso odore di grano: la prima cosa che lui c’insegna – posto che qualcuno possa insegnare e qualcuno possa imparare – è a salutare quei discendenti futuri che fanno già parte dell’albero, e sono file e file impazienti, con qualcosa di gioioso, come sempre il futuro. In effetti, c’accorgiamo tutti di portare con noi gli alberi capovolti, e noi stiamo nel posto sbagliato, presso a poco nel punto in cui le radici sprofondano in se stesse e nel buio, e dobbiamo sostenere sulle spalle articolati sistemi di rami, frutti insopportabili grandi quanto palazzi, bastimenti, continenti interi (l’America, soprattutto l’America).
 “Su, capovolgeteli” ci dice a quella maniera di clown serissimo, con l’anima che gli scappa dal colletto e dall’angolo della bocca.
 Capovolgiamo gli alberi con un gesto solo, tutti, anche quelli pesantissimi, anche le querce secolari, i lecci, i pioppi canadesi con tante pigne dure come proiettili. Ci troviamo seduti in alto, in mezzo alle fronde armoniose che ospitano nidi, progetti, frutti rossi. Guardiamo in basso, e il peso è scomparso, possiamo persino sollevare la testa e qualcuno anche respirare.
 E poi camminiamo in fila indiana, o in cerchio, per un tempo non misurabile: abbastanza per sapere di nonni pallidi, rosi dal disincanto o dal rimorso, di zii scomparsi, di nomi cancellati con rabbia, di pergolati invasi dalle spine, di tombe che sono trincee, di guerre così vecchie da sembrare una sola, interminabile, desolata pace.
  Infine, qualcuno se ne va con una ricetta speciale: dovrà uccidere il padre o esorcizzare la nonna, dovrà versare miele o seppellire stelle, dovrà dipingersi d’oro o vestirsi da soldato. Tutti, comunque, se ne vanno con gli alberi diritti che succhiano ottima aria dai cieli futuri. Le radici strisciano sull’impiantito, lentamente, dietro ciascuno di noi. Non è un brutto rumore.

In effetti, ho passato due giorni a inseminarmi nel seminario "Psicogenealogia e guarigione", tenuto da Cristobal Jodorowsky, il figlio di Alejandro, psicosciamano cabarettista mistico eccetera eccetera, autore di film indigesti come, poniamo, "La montagna sacra" o "El topo", e di gesta inverosimili in tutto il globo. E’ costato parecchio, però è stato interessante, e persino curativo. Crìstobal è un bel tipo, con un corpo mobilissimo e un’anima capace di aprirsi e chiudersi a comando in un modo affascinante da vedere. La sua psicomagia – e non vi spaventate, è solo un nome poetico e una ‘nticchia provocatorio per parlare all’inconscio con il suo proprio modo, che è simbolico e metaforico – è sorprendente, ma solo perché sostenuta dal suo intuito acuto e dalla sua abilità medianica nel leggere posture, voci, tic. Ma ho scoperto mille cose, e i sogni m’hanno detto che qui sotto, nel seminterrato, si lavora, si lavora. Meglio così.

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lo stato delle cose fa sembrare il mare una collina erbosa

Anche stasera la porta scorrevole non mi ha tagliata in due.
Novembre sembra aver messo la testa a posto.
Ci sono una quantità di morti, amici e non, che scalano le rovine, e io posso vederli.
Le due uova al tegamino hanno preso decisioni alternative.
Tu mi hai deluso un poco, ma ho saputo sostenere la cosa. In fondo, mi chiedo se non sopravvalutiamo le delusioni.
La notte è equamente distribuita dentro e fuori.
Sotto la spalliera d’edera si muovevano cose, ma era un rumore sano.
C’è qualcosa di marino, in quest’odore di notte.
Vorrei portarmi pietre e cioccolatini in egual misura, domattina.
Tutto questo disegnare alberi m’ha riempito il cuore di paletti. Non era frassino.
Le buche cambiano di posto, ormai ne sono certa. O forse è la strada che si ridisegna con la mano mancina.
L’ultimo ficodindia aveva un retrogusto di paradiso.
Ci sono momenti in cui la mia lucidità mi inquieta. Ma di solito mi sbaglio. Non è lucidità.
La paura era così piccola e solida che l’ho messa a sedere sul letto come una bambola brutta. Inutile farle domande, però.
La miciazza non solidarizza nemmeno.
Passo accanto a tre o quattro superstizioni, che mi salutano affettuosamente.
A volte le cose accadono così lentamente che è come se non avessero suono né peso.
Mi sento come se dovessi andare in miniera. Sarà forse perché devo andare in miniera.

Lo so, sono criptica. Ma ci sono tante cose così misteriosamente collegate. Mastro Jodo dice "la danza della realtà", che solo di rado è una cosa tipo pesci che saltano dal mare, biglietti della lotteria e nodi che si sciolgono. Lei danza quando sembra così immobile che passiamo dormendo, e nemmeno ci accorgiamo di esserci.

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