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tyrion

Ho un debole per gli storpi, i bastardi e le cose spezzate”. E’ questa l’epigrafe corretta del finale di tutti i finali di Game of Thrones, il finale che non aggiusta le cose spezzate, anzi ne rompe alcune altre, e non redime alcuni bastardi, mentre ad altri (bastardi, oggettivamente bastardi, e non parlo di sangue) fa sorridere la fortuna. Il finale che incorona il più spezzato di tutti, mentre manda un altro spezzato (diversamente spezzato) ai confini del mondo, in quel Grande Nord che ora è libero, dopo la morte della morte, anzi è l’unico luogo davvero libero di Westeros.


Noi lo volevamo tutti, il Trono di Spade: i veri pretendenti eravamo noi, affacciati nell’arena da gladiatori dove per otto stagioni si sono affrontati tutti, gli innocenti e i colpevoli, i deboli e i forti, i vivi e i morti. Eravamo affascinati, noi che giocavamo il gioco del Trono assieme a loro: tenevamo per Daenerys, perché chi distrugge le catene (in primo luogo le sue) ci prende il cuore, sempre; tenevamo per Tyrion, perché aveva quella qualità unica, nel mondo di Westeros: sopravvivere; tenevamo per Arya e per Sansa, che avevano attraversato il peggio del loro mondo per svincolarsi dal loro destino di “uccelletto” coi capelli acconciati alla moda e “piccola peste” che nessuno prende sul serio; tenevamo per Theon e Jaime nel loro percorso di riabilitazione di Cattivisti Anonimi (dimenticando che siamo umani e a volte – diceva sempre Tyrion, la voce profonda e profetica – “migliorarsi è pericoloso”, e ci sentiamo traditi quando Jaime volta le spalle a Brienne d’Arco e torna da Cersei, perché alla fine tutti tornano al punto di partenza, se glielo dice il cuore); tenevamo per Jon Snow, il puro, il diritto Jon Snow, l’uomo d’onore che si sente davvero legato dai giuramenti, il vero Stark (e qui la disputa tra innatisti e comportamentisti segnerebbe una svolta: puoi avere tutto il sangue Targaryen che vuoi, e cavalcare i draghi e ruggire in battaglia, ma se sei stato cresciuto in casa Stark ti farai uccidere prima di commettere un’ingiustizia)(il problema, semmai, è comprendere cosa sia un’ingiustizia: sulla confusione etica e i limiti del potere assoluto, e la catena d’ingiustizie necessaria a fabbricare una giustizia, in fondo, è centrata tutta quest’ultima puntata).

Arriveranno alla fine intatti – o diversamente intatti – solo in pochi: tutti i personaggi comici (perché, da Euripide in qui, questa è la legge della narrativa), che siano Sam (che diventa Gran Maestro, come era giusto, e anche padre e marito felice, come non sembrava possibile, visto che era nato in una famiglia nazista ed era stato deportato al Castello Nero, dove sarebbe morto di bullismo e disperazione), o Pod (Sir Pod), o Tormund (il nuovo leader del Popolo libero, che nell’ultima scena sciamava per il bosco come le Troiane in scena a Siracusa nel “bosco morto”: gli atti di rinascita si somigliano tutti, e non sono un finale tragico, anche se hai il cuore devastato dal lutto e la cenere nei capelli), o persino i mercenari e contrabbandieri Bronn e Davos, che riassumono la vera parabola di tutti i nobili del mondo: tagliagole più furbi che a un certo punto si ripuliscono la fedina e s’inventano uno stemma (e il concilio finale è, appunto, anticlimax che reintroduce l’elemento comico, depotenzia il tragico, lo disinnesca in direzione antieroica).

A regnare sarà uno spezzato, uno distaccato dal potere, uno sterile, uno che non avrà l’ossessione di conservare il patrimonio e la discendenza, e forse sarà davvero l’inizio di un mondo nuovo, un mondo in cui nessuno di noi (e parlo di me, di te che leggi, di tutti quelli che da stanotte scrivono in ogni parte del mondo, incazzati o appagati) potrà sedere sul Trono di Spade.

Il Trono di Spade è l’anello di Frodo: averlo vuol dire perdersi, è impossibile usarlo per fare il Bene. Noi stessi ne siamo stati disarcionati, e abbiamo accolto con doloroso stupore – ma sentendo che era giusto così, che era necessario – il fuoco di Drogon che se la prende con il vero colpevole della morte di sua madre: il potere forgiato in forma di Trono di Spade, monumento definitivo, ipostasi d’acciaio della sconfitta (e non della vittoria).

La rinuncia è la chiave: vince solo chi rinuncia. Come Bilbo, come Frodo, come Jon, come Bran, che in fondo ha rinunciato a una vita umana. E, per favore, non ripetete la sciocchezza che non ha senso che rifiutasse di fare il Lord di Grande Inverno per poi accettare di fare il Sovrano dei Sei Regni: il potere non gli interessa, come non gli interessa più alcuna cosa umana, ma sorvegliare il potere del potere sì. Essere il garante supremo di un mondo senza più il Trono di Spade.

Come il nostro, da oggi.

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gameuno

Ebbene sì, dopo quattro giorni di attenta lettura della rete, dico la mia sulla puntata 3 della stagione 8 di Game of Thrones, che, se non altro, è destinata a rimanere come quella che ha prodotto la più alta densità di post, messaggi, recensioni e meme della storia, gloriosa, della serie.

Lo dico subito: mi è piaciuta, certamente, ma non come mi era piaciuto, fin qui, tutto o quasi l’universo Got. Mi è piaciuta, e sto per scrivere l’avverbio chiave, convenzionalmente. Come mi sono piaciute centinaia di altre cose, e non nel modo specialissimo in cui mi piaceva una serie che aveva – prima di tutto – il potere immenso di sovvertire ogni regola narrativa, mettere in crisi ogni certezza, ogni legame sentimentale coi personaggi. C’è a mio avviso solo un’altra serie tv a cui riconosco lo stesso passo ardito e lo stesso potenziale “distruttivo”: Gomorra. Ho sempre detto che Gomorra è Got senza draghi, e oggi che, peraltro, trasmesse dallo stesso canale e pubblicizzate assieme, conoscono una stranissima sovrapposizione (e non vi dico la sovrapposizione di trame ed eventi, che ha dello stupefacente), le chiamo scherzando Gotmorra, ma non scherzo granché.

La cosa che mi aveva avvinta, di Got, è la potenza con cui sono stati scolpiti i personaggi (e qui c’è poco da fare, l’impianto è quello del ciccione maledetto, George R.R. Martin, che il Dio della Luce lo abbia in gloria e Ciro Di Marzio lo protegga), le loro motivazioni umane troppo umane che l’elemento magico non sovverte e sovrasta mai ma cerca, maldestramente a volte, di servire, sempre insidiato dall’errore e dalla cecità umana (e questo ne fa una narrazione sul potere e non sul potere della magia). Non è nemmeno la lotta dei buoni contro i cattivi (semmai, come in Gomorra, la lotta dei cattivissimi contro i pessimi), ma il confronto di personalità vaste, con zone d’ombra e di luce che articolano ulteriormente il confine tra giusto e ingiusto, ragioni di stato e stati della mente, psicopatologie individuali e tabù collettivi, politica e religione. Dove si apprezza, assieme, l’appartenenza eppure lo scarto, il riconoscimento eppure il sovvertimento, l’adesione condivisa eppure la capacità di deviare verso un percorso tutto individuale.

Ci sono personaggi che evadono dai recinti e altri che dopo lunghi giri tornano a casa, ma il nostos è esso stesso un’epica, e non si torna mai a Itaca come si era partiti: i ritorni di Jon Snow, di Arya, di Jorah, della stessa Daenerys sono tutti diversi tra loro, così come il tornare sui loro passi di tanti altri, da Jaime a Theon (il Gioco del trono comincia a Grande Inverno e l’ultima stagione ricomincia da lì – anche dichiaratamente, con precisi rimandi al pilot).

C’è un femminile potente ma schiavizzato, che trova – pagandole a prezzi sempre molto alti – originali forme di emancipazione dal maschile tossico e attorcigliato sul possesso, del corpo del trono del regno, e quando non lo fa e semplicemente lo replica cade dentro lo stesso buco nero, la stessa vorace Porta della Luna che tutto macina e digerisce e fa scomparire. C’è la divisione verticale del mondo tra ricchi e poveri, nobili e ignobili, che marca profondamente le dinamiche tra individui.

Ma tutta questa bella complessità, che si è lentamente stratificata tra le stagioni, ora è davvero a rischio appiattimento, visto che si corre verso una conclusione, che vogliamo sperare non sarà pacificante, ma che ci piacerebbe non fosse solo inutilmente contundente. Vorremmo ancora – siamo abituati male – le modalità dello spiazzamento, della sorpresa perturbante, della meraviglia dolorosa. Cose che, narrativamente, sembrano essersi perse a favore d’una grandiosità indubbia ma un po’ stereotipata. Che per la serie che faceva a pezzi gli stereotipi è un ben triste contrappasso.

Detto ciò, si può serenamente seppellire – come in una cripta – ogni discussione sulla verosimiglianza tattica della battaglia di Grande Inverno: sì, resta una cosa logicamente inspiegabile come un’intera armata dothraki, per giunta fiammeggiante, sia inghiottita in meno di un minuto da un’orda scomposta di morti che poi, comunque, viene impegnata per ore e ore da tutti gli altri (nemmeno con spade flambè). Però volete mettere l’ondata di trepidazione che corre sui volti (compresi i nostri) quando Melisandre “accende” l’armata e poi il tuffo del cuore quando vediamo le luci laggiù spegnersi? Ecco, quella è la risposta: il saliscendi di emozioni. Le discese ardite e le risalite.

Il fatto che, poi, una volta riavutici, ci siamo detti macheccazz, vuol dire, invece, un’altra cosa: bene ma non benissimo, ci avete presi per un minuto circa (appunto, un’unità di misura di armata dothraki accesa) e poi ci avete buttati fuori dalla sospensione dell’incredulità. Tanto che stiamo discutendo forsennatamente da giorni, su punti sui quali non avremo mai una risposta.
Così come il volo di Arya alle spalle del Night King, la sua capacità di camminare tra i morti in silenzio (ma è il rumore, che li attiva? In biblioteca sembra di sì, ma altrove onestamente non è chiaro).
C’è anche, in rete, la teoria che l’altrimenti inspiegabile urlo di Jon Snow al drago zombie sia in realtà un “Go, go, go” ad Arya, non tradotto nei sottotitoli e di fatto sfuggito al 99 per cento degli spettatori (come quasi ogni dettaglio di quella battaglia, persa tra i pixel e per la quale ci vogliono settaggi degli schermi da commissionare direttamente agli ingegneri della Nasa). Ci può stare, certamente, ma se sfugge al 99 per cento di chi guarda forse non è una buona idea.
Non è la vita, cazzo, è una fiction, e le chiediamo di essere congruente e chiara, e lei ce lo deve.

In altre parole: se devi rappresentare il buio, non puoi mettere il set al buio: devi illuminarlo in modo da farci percepire il buio, ma farci vedere che diavolo ci sta succedendo dentro. Lo stesso vale per il caos: l’unico modo di rappresentarlo, è farlo con ordine. E’ il paradosso della rappresentazione che, mi spiace darvi questa notizia, non coincide con la realtà.
(piccola postilla: Stanley Kubrick per girare “Barry Lyndon” usò soprattutto la luce naturale e, per gli interni, le candele, come si usava nel Settecento: ditemi se c’è qualche scena che occorre schiarire…).

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Detto ciò, sì, la puntata non è stata male e ci ha preso, con momenti di vero pathos e malgrado momenti troppo convenzionali. Per dire, magnifica la Mormontina che parte urlando, alta un metro e un bottone, contro il gigante, ma che lo infilzi nell’unico occhio (perché mai poi la doveva portare lassù e guardarla, quando sappiamo che i morti non manifestano alcuna curiosità o interazione col resto del mondo che non sia distruttiva?) è cosa, da Polifemo in qua, davvero abusata.

Ci siamo commossi su Jorah, che cade solo quando la sua regina è salva, e avrebbe resistito ancora chissà quanto per pura forza di volontà (come Beric che sbarra il passo da solo nel corridoio, come Boromir trafitto dagli Uruk-hai); ci siamo commossi su Theon, che quando recupera pienamente la sua parte Stark (e il suo cammino è stato uno dei più drammatici e dolorosi) muore, e muore di slancio e abnegazione; ci siamo commossi allo strano dialogo tra Sansa e Tiryon, che sembrano sull’orlo dell’harakiri e invece, in puro stile Folletto, sgusciano via (ecco, quel dialogo e quel baciamano sono stati un’eco del remoto mondo perduto del ciccione, il Got straniante e bizzarro che conoscevamo e ci aveva catturati).

Ora il mondo magico sembra quasi finito (minchia, una minaccia durata stagioni e stagioni e dissolta così: ci è voluto più impegno per liquidare l’Alto Passero…)(e infatti l’esplosione del tempio e il montaggio della sequenza ci resteranno in mente per sempre, la battaglia di Grande Inverno si può mettere agli atti e dimenticare serenamente), e comincia il regno degli uomini, si torna al vero gioco, il Gioco del Trono: scomparsa Melisandre (ma si può fare qualcosa per recuperare quella collana? Chiedo per un’amica), scomparsi i servitori del Dio della Luce (che a questo punto è contento? Voleva questo? Ha sempre avuto un ufficio stampa di merda, dovremmo consigliargli lo staff di Salvini), scomparsa la minaccia dei morti. Certo, restano le magie di Bran (servirà ancora? Ma sarà solo un oracolo a servizio del potere, ancora del Gioco?), le abilità oscure di  Arya (bellissimo personaggio, forgiato con la luce e l’ombra, assieme luminoso e spaventoso).

Ora quelli terribili sono i vivi: Cersei, che forse è incinta e forse no (con il suo riposizionare ogni volta l’alveare da difendere, facendosi ape regina ma che rinuncia al femminile per incarnare un maschile sadico e atroce come quello che l’ha fatta soffrire e schiavizzata; con il suo senso della famiglia paragonabile a quello di Gomorra, per cui si ama, si tradisce e si uccide la stessa persona, fondando sull’appartenenza reciproca ogni bene e ogni male); Euron, che è della schiatta dei disturbati sadici (linea Joffrey, Ramsay, Robert Arryn) ma almeno sa combattere.

Di nuovo una linea buoni-cattivi che, semplicemente, in Got non esiste: esistono schieramenti, opportunismi, motivazioni, distinguo. I personaggi interamente “positivi” sono pochi, e più opachi degli altri: ogni giusto ha dovuto esercitare molte ingiustizie per difendere la sua giustizia; molti giusti, molti innocenti (penso a Hodor, a Shireen, a Talysa, a tutte le vittime dei sadici) sono stati semplicemente travolti e spazzati via degli ingiusti, senza ragione, senza contrappeso, senza redistribuzione del male. L’innocenza è un lusso che nessuno, a Got (a Gomorra), può permettersi.

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Sarebbe molto bello se ora non si disperdesse tutto quel malessere, quel senso di ingiustizia e dolore, quella contrizione in cui ci hanno condotti le stagioni migliori di Got (e Gomorra), e ci conducessero a un finale che sì, la produzione ha già annunciato “agrodolce”, ma che speriamo non sia un aroma artificiale con retrogusto di mirtillo. Vogliamo un pasticcio di Frittella, pieno di frattaglie, cotto nel burro e condito di lacrime e spezie amare. Gusto Got, senza retrogusto di redenzione, di giustizia, di fanservice.

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Cara Chiara,
mi dispiace tanto per gli insulti che hai raccolto sul web (anche se persino il più pacifico o insignificante di noi tutti, prima o poi, becca il suo troll: è una specie di legge, un logaritmo dell’idiozia digitale, e più sale la tua visibilità più cresce il numero dei potenziali dementi che verranno a insultarti), ma devo dirti che tentare Miss Italia per affermare una cosa pur bella anzi bellissima, come l’interezza della tua persona a dispetto dell’amputazione, non è esattamente una bella mossa. Perché, vedi, nessuna delle ragazze che concorrono a quella coroncina di strass (porta pure un gruzzoletto di contratti pubblicitari e un anno di ribalta, certamente, ma che valgono sempre di meno, nel mondo degli youtuber e dei blogger che possono diventare miliardari cominciando da uno smartphone)(ogni riferimento a Chiara Ferragni è intensamente voluto) è davvero intera. Ne manca sempre almeno un pezzettino, per accettare di sottoporsi a una delle pratiche storicamente più mortificanti: la misurazione della bellezza. Proprio, misurare quanto sei bella. Quanto sei più bella di un’altra. Quanto hai più o meno seno, quanto ti brillano gli occhi, o i denti, o i capelli. Quanto hai le anche rotonde, i malleoli puntuti, le cosce tornite. Non tu, tu nella tua interezza, ma tu in rapporto alla bionda, o alla mora, o alla rossa tua vicina di fila, anche lei col numerino appizzato alla tetta (e i bravi presentatori ti chiamano proprio così, “la 3”, “la 12”, “la 21”: come se non fossero donne, ma linee del bus).
Perché – vedi – la bellezza, quando tenti di misurarla, diventa un’altra cosa, una cosa meno bella. Certo, una volta si faceva proprio col metro (90-60-90 erano considerate le misure perfette, come uno stampo per ciambelle), ma non è che ora sia tanto diverso: semplicemente, si finge che facciano parte del pacchetto anche cose come giocare a pallavolo, studiare canto o recitare poesie.
Possiamo raccontarcela come vogliamo, che è questione di charme, che lo spirito è determinante, ma sempre la stessa cosa resta: una parata da foro boario, dove fingendo di valutare imprecisate doti intellettuali (ieri c’è stato una specie di interrogatorio che faceva sembrare gli Invalsi il test del Mensa), si continuava a misurare con quel metro lì. Quello delle ciambelle.
No, Chiara, tu sei bellissima intera. Lasciali perdere, i posti dove nessuna donna resta intera, misurata e numerata com’è, poverina.

ps: lamentatio di vecchia femminista che ha sempre considerato i “concorsi di bellezza” cose infinitamente stupide e un poco tristi, e continua a  crederlo intensamente.

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Tutto comincia con un tweet. Anzi, con tanti tweet. Perché voi lo sapete, amici miei, che la vostra brioscia è bulimica, ma soprattutto crede fermamente che in ogni circostanza in cui una parola può essere detta, allora deve essere detta. O tweettata o feisbuccata. Così mi capitava, spesso e volentieri, seguendo In onda, la trasmissione di Luca Telese – che per inciso era stato il mio direttore quando,con zie, bauli e cappelliere, avevo traslocato dall'”Unità” a “Pubblico” – che m’avvenisse di twettare.

Perché, capite, quando una #Meloni dice che “Il Italia sono successe cose molto strane”, è importante che qualcuno scriva “Sì, e si chiamano centrodestra”. Quando si parla di #guerrachirurgica non puoi fare a meno di ricordare che “L’unica guerra chirurgica mai vinta davvero è quella della Santanchè”. I tweet sono un contrappunto, un monito, un urlo, un controcanto sempre divertente, talora necessario. Spesso i miei tweet finivano in sovrimpressione, come quelli di tanti altri, ma certo con una fidelizzazione impressionante, paragonabile solo a quella di mio nipote con gli episodi di Peppa Pig.

Bene, immaginate la mia sorpresa quando mi contatta uno degli autori del programma: “Ma se ti invitiamo vieni? Dai, è l’ultima puntata, è il tuo premio fedeltà”. Io in trasmissione? E perché mai, chiedo. “Dai, sarà divertente”, elude lui. Beh, questo sì. Ma chi altro ci sarà? “Dai, c’è Roberto D’Agostino“. E lì m’era suonato un campanello d’allarme: il buon Dagospia è risaputamente uno di quei mostri alla Sgarbi, un Cariddi televisivo che a una personcina delicata come me ispira un certo qual terrore. Ma era pur vero che non c’era alcun bisogno di spaventarsi: io, in fondo, avrei avuto la mia piccola particina, senza necessariamente entrare in contatto con lui.
Sbagliatissimo: quando c’è Cariddi, nessun navigante si salva, per quanto lontano cerchi di passare . Errore fondamentale, per una che vive sullo Stretto e i mostri, da Scilla al Ponte di bugie, li conosce tutti da anni.

Eccomi: La7 esiste veramente.

Eccomi: La7 esiste veramente.

È stata ybris, dunque: non dovevo lasciare la mia confortevole nicchia foderata di tweet e status, il mio habitat dove i mostri ci sono, sì, ma sono quelli del parco zoologico della politica: li devi subire comunque, ma almeno stanno dentro il recinto.

Mi raccomando: voglio lo stesso cerone di Berlusconi.  Quello che cancella pure le fedine penali.

Mi raccomando: voglio lo stesso cerone di Berlusconi. Quello che cancella pure le fedine penali.

Vista la differenza?

Vista la differenza?

Invece, dopo una sequenza di cose e persone deliziose (Ilaria e Margherita, le maghe di trucco e parrucco, i tecnici microfonogeni, le ragazze dello staff: la gente che lavora è sempre la migliore, la più seria), un bel saluto di Luca Telese, mi trovo vicino questo soggetto.

Oddio e chi è, Saruman?

Oddio e chi è, Saruman?

Io stavo fotografando tutto, come un giapponese di provincia: la sala trucco, lo studio ancora addormentato, la sedia della Santanchè (che ho spolverato personalmente, come Silvio con Travaglio, perché non si sa mai quali brutte malattie uno può prendere…).

Su questa sedia sedette la Santanchè: l'ho spolverata, non si sa mai... (cit)

Su questa sedia sedette la Santanchè: l’ho spolverata, non si sa mai… (cit)

Sono così gli studi televisivi quando nessuno li guarda.

Sono così gli studi televisivi quando nessuno li guarda.

Nel mio impeto Superquark fotografo anche (chiedendo il permesso) le scarpe di pitone viola con quindici centimetri di punta dell’ospite d’onore. Armi improprie. O forse assolutamente proprie.

Scarpe di pitone (o pitonessa, non so) viola.

Scarpe di pitone (o pitonessa, non so) viola.

Alla mia richiesta di fotografare l’altro oggetto impressionante che aveva portato con sé, un portacellulare con tirapugni, il tipo mi dice “Aho, mo’ hai rotto il cazzo”.

Portacellulare con tirapugni: mai più senza. Specie se intendi la comunicazione come combattimento.

Portacellulare con tirapugni: mai più senza. Specie se intendi la comunicazione come combattimento.

Ok, riconosco che sono stata molesta come un giapponese in viaggio di nozze ai fori romani, ma non mi pare sia il caso di rispondere così. Viene fuori, dalle profondità ottocentesche del mio essere, una cosa del tipo “Non è questo il modo di rivolgersi a una signora…”. Mi guarda come se gli avessi parlato in sanscrito, perché probabilmente è così. Noi giapponesi calabresi di provincia, abituati alle buone maniere e alla gentilezza anche immotivata, siamo sicuramente un popolo a lui incomprensibile. In effetti, anche lui lo è a noi.

E non sono la barba pettinata, i tatuaggi pure sui lobi delle orecchie, la catena che pende dal fianco, le scarpe armate, il tirapugni: quelli sono abiti di scena, provocazioni, la divisa da guru metallaro fashion kitsch attempato. Non è quello, che mi turba. È la sensazione che in lui non sia presente alcuna residua traccia di umanità, nemmeno piccolissima. Come se avessi incontrato il nonno di Voldemort.

Questo è Voldemort. Il nipote.

Questo è Voldemort. Il nipote.

E io, così ottocentesca, provinciale, tutta d’un pezzo. Io così calabrese di provincia, giapponese che continua a combattere nella giungla, credendo nella gentilezza e nell’ironia, anche tagliente ma sempre assolutamente umana, io così convinta che si parla in tv, o si scrive, per testimoniare un’idea, un pensiero, un tentativo di capire, e non solo per celebrare se stessi, io mi trovo senza difese.
Sbagliatissimo. La tv è un trappolone che non risparmia nemmeno chi lo tende: è impossibile entrarci senza restarne coinvolti, presi nel gioco del colosseo, nella schermata playstation in cui ciascuno usa le sue armi e vince uno solo. Purtroppo le mie armi non erano quelle giuste, soprattutto la più giusta di esse: non voler avere le armi, non voler combattere. In tv può vincere davvero solo la diserzione, ora lo so.

Sicché il resto del tempo è una specie di incubo: Draco Malfoy Spia, che credeva di essere ospite unico e one man band della puntata finale (che in effetti si intitolava “Dagoshow” e non poteva esser più chiaro di così),  si trova accanto una blogger sconosciuta, per giunta calabrese (“ti poteva andare peggio” mi sibila, gli rispondo “sì, potevo nascere romana. Potevo nascere maschio”. Penso: “Potevo nascere te”). Che diamine, è chiaro che dovevano sedergli vicino quantomeno Lady Gaga.

E così, senza un brandello di talento, un briciolo di passione, una traccia di cuore e intelletto,  il nonno di Voldemort pontifica, vaticina, delinea scenari d’apocalisse. Napolitano, Renzi, Berlusconi. Le banche, la finanza, i poteri occulti. L’Italia è morta, l’Europa è in coma, l’America ha chiuso. Ai Voldemort piacciono le macerie: loro vengono bene, in foto, tra le rovine. Le Costa Concordia coricate un un fianco sono sempre più belle, per loro, di qualunque nave ben salda in mare, anche piccola. Cerca di riempire tutto lo spazio possibile, il nonno di Voldemort. I suoi horcrux – il tirapugni, le scarpe rostrate – scintillano debolmente nella luce buia dello studio. L’Ego satura l’ambiente, senza che lo stesso Telese faccia nulla: è il suo stile di conduttore, mettere tutti assieme nell’arena e vedere che succede. I talk sono solo una forma di reality. Io mi sento totalmente fuori posto, un cestino di criceti nella gabbia dell’anaconda.
I riferimenti alle mie zie, archetipi viventi del rispetto eppure della diversità, della politica senza usufrutto e della condotta senza spettacolo, disgustano il nonno di Voldemort. Le parole “bellezza, luce, speranza, ideali” gli fanno l’effetto che fa l’aglio a Sallusti, l’effetto che fa la giustizia a Berlusconi.

Sto per pronunciare la parola "speranza". Quasi Avada Kedavra

Sto per pronunciare la parola “speranza”. Quasi Avada Kedavra

Quando – e lo so, sono più Luna Lovegood che Harry Potter, e mi sta benissimo – dico che non si può chiudere così l’ultima puntata d’una lunga serie di trasmissioni-narrazioni, senza un raggio di speranza, una parola di bellezza, mi dice “retorica da quattro soldi”.

Sì, lui il sanscrito non lo capirà mai.

(link alla puntata in Inonda del 7 settembre 2013:  http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50360782 )

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