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Cara Chiara,
mi dispiace tanto per gli insulti che hai raccolto sul web (anche se persino il più pacifico o insignificante di noi tutti, prima o poi, becca il suo troll: è una specie di legge, un logaritmo dell’idiozia digitale, e più sale la tua visibilità più cresce il numero dei potenziali dementi che verranno a insultarti), ma devo dirti che tentare Miss Italia per affermare una cosa pur bella anzi bellissima, come l’interezza della tua persona a dispetto dell’amputazione, non è esattamente una bella mossa. Perché, vedi, nessuna delle ragazze che concorrono a quella coroncina di strass (porta pure un gruzzoletto di contratti pubblicitari e un anno di ribalta, certamente, ma che valgono sempre di meno, nel mondo degli youtuber e dei blogger che possono diventare miliardari cominciando da uno smartphone)(ogni riferimento a Chiara Ferragni è intensamente voluto) è davvero intera. Ne manca sempre almeno un pezzettino, per accettare di sottoporsi a una delle pratiche storicamente più mortificanti: la misurazione della bellezza. Proprio, misurare quanto sei bella. Quanto sei più bella di un’altra. Quanto hai più o meno seno, quanto ti brillano gli occhi, o i denti, o i capelli. Quanto hai le anche rotonde, i malleoli puntuti, le cosce tornite. Non tu, tu nella tua interezza, ma tu in rapporto alla bionda, o alla mora, o alla rossa tua vicina di fila, anche lei col numerino appizzato alla tetta (e i bravi presentatori ti chiamano proprio così, “la 3”, “la 12”, “la 21”: come se non fossero donne, ma linee del bus).
Perché – vedi – la bellezza, quando tenti di misurarla, diventa un’altra cosa, una cosa meno bella. Certo, una volta si faceva proprio col metro (90-60-90 erano considerate le misure perfette, come uno stampo per ciambelle), ma non è che ora sia tanto diverso: semplicemente, si finge che facciano parte del pacchetto anche cose come giocare a pallavolo, studiare canto o recitare poesie.
Possiamo raccontarcela come vogliamo, che è questione di charme, che lo spirito è determinante, ma sempre la stessa cosa resta: una parata da foro boario, dove fingendo di valutare imprecisate doti intellettuali (ieri c’è stato una specie di interrogatorio che faceva sembrare gli Invalsi il test del Mensa), si continuava a misurare con quel metro lì. Quello delle ciambelle.
No, Chiara, tu sei bellissima intera. Lasciali perdere, i posti dove nessuna donna resta intera, misurata e numerata com’è, poverina.

ps: lamentatio di vecchia femminista che ha sempre considerato i “concorsi di bellezza” cose infinitamente stupide e un poco tristi, e continua a  crederlo intensamente.

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Tutto comincia con un tweet. Anzi, con tanti tweet. Perché voi lo sapete, amici miei, che la vostra brioscia è bulimica, ma soprattutto crede fermamente che in ogni circostanza in cui una parola può essere detta, allora deve essere detta. O tweettata o feisbuccata. Così mi capitava, spesso e volentieri, seguendo In onda, la trasmissione di Luca Telese – che per inciso era stato il mio direttore quando,con zie, bauli e cappelliere, avevo traslocato dall'”Unità” a “Pubblico” – che m’avvenisse di twettare.

Perché, capite, quando una #Meloni dice che “Il Italia sono successe cose molto strane”, è importante che qualcuno scriva “Sì, e si chiamano centrodestra”. Quando si parla di #guerrachirurgica non puoi fare a meno di ricordare che “L’unica guerra chirurgica mai vinta davvero è quella della Santanchè”. I tweet sono un contrappunto, un monito, un urlo, un controcanto sempre divertente, talora necessario. Spesso i miei tweet finivano in sovrimpressione, come quelli di tanti altri, ma certo con una fidelizzazione impressionante, paragonabile solo a quella di mio nipote con gli episodi di Peppa Pig.

Bene, immaginate la mia sorpresa quando mi contatta uno degli autori del programma: “Ma se ti invitiamo vieni? Dai, è l’ultima puntata, è il tuo premio fedeltà”. Io in trasmissione? E perché mai, chiedo. “Dai, sarà divertente”, elude lui. Beh, questo sì. Ma chi altro ci sarà? “Dai, c’è Roberto D’Agostino“. E lì m’era suonato un campanello d’allarme: il buon Dagospia è risaputamente uno di quei mostri alla Sgarbi, un Cariddi televisivo che a una personcina delicata come me ispira un certo qual terrore. Ma era pur vero che non c’era alcun bisogno di spaventarsi: io, in fondo, avrei avuto la mia piccola particina, senza necessariamente entrare in contatto con lui.
Sbagliatissimo: quando c’è Cariddi, nessun navigante si salva, per quanto lontano cerchi di passare . Errore fondamentale, per una che vive sullo Stretto e i mostri, da Scilla al Ponte di bugie, li conosce tutti da anni.

Eccomi: La7 esiste veramente.

Eccomi: La7 esiste veramente.

È stata ybris, dunque: non dovevo lasciare la mia confortevole nicchia foderata di tweet e status, il mio habitat dove i mostri ci sono, sì, ma sono quelli del parco zoologico della politica: li devi subire comunque, ma almeno stanno dentro il recinto.

Mi raccomando: voglio lo stesso cerone di Berlusconi.  Quello che cancella pure le fedine penali.

Mi raccomando: voglio lo stesso cerone di Berlusconi. Quello che cancella pure le fedine penali.

Vista la differenza?

Vista la differenza?

Invece, dopo una sequenza di cose e persone deliziose (Ilaria e Margherita, le maghe di trucco e parrucco, i tecnici microfonogeni, le ragazze dello staff: la gente che lavora è sempre la migliore, la più seria), un bel saluto di Luca Telese, mi trovo vicino questo soggetto.

Oddio e chi è, Saruman?

Oddio e chi è, Saruman?

Io stavo fotografando tutto, come un giapponese di provincia: la sala trucco, lo studio ancora addormentato, la sedia della Santanchè (che ho spolverato personalmente, come Silvio con Travaglio, perché non si sa mai quali brutte malattie uno può prendere…).

Su questa sedia sedette la Santanchè: l'ho spolverata, non si sa mai... (cit)

Su questa sedia sedette la Santanchè: l’ho spolverata, non si sa mai… (cit)

Sono così gli studi televisivi quando nessuno li guarda.

Sono così gli studi televisivi quando nessuno li guarda.

Nel mio impeto Superquark fotografo anche (chiedendo il permesso) le scarpe di pitone viola con quindici centimetri di punta dell’ospite d’onore. Armi improprie. O forse assolutamente proprie.

Scarpe di pitone (o pitonessa, non so) viola.

Scarpe di pitone (o pitonessa, non so) viola.

Alla mia richiesta di fotografare l’altro oggetto impressionante che aveva portato con sé, un portacellulare con tirapugni, il tipo mi dice “Aho, mo’ hai rotto il cazzo”.

Portacellulare con tirapugni: mai più senza. Specie se intendi la comunicazione come combattimento.

Portacellulare con tirapugni: mai più senza. Specie se intendi la comunicazione come combattimento.

Ok, riconosco che sono stata molesta come un giapponese in viaggio di nozze ai fori romani, ma non mi pare sia il caso di rispondere così. Viene fuori, dalle profondità ottocentesche del mio essere, una cosa del tipo “Non è questo il modo di rivolgersi a una signora…”. Mi guarda come se gli avessi parlato in sanscrito, perché probabilmente è così. Noi giapponesi calabresi di provincia, abituati alle buone maniere e alla gentilezza anche immotivata, siamo sicuramente un popolo a lui incomprensibile. In effetti, anche lui lo è a noi.

E non sono la barba pettinata, i tatuaggi pure sui lobi delle orecchie, la catena che pende dal fianco, le scarpe armate, il tirapugni: quelli sono abiti di scena, provocazioni, la divisa da guru metallaro fashion kitsch attempato. Non è quello, che mi turba. È la sensazione che in lui non sia presente alcuna residua traccia di umanità, nemmeno piccolissima. Come se avessi incontrato il nonno di Voldemort.

Questo è Voldemort. Il nipote.

Questo è Voldemort. Il nipote.

E io, così ottocentesca, provinciale, tutta d’un pezzo. Io così calabrese di provincia, giapponese che continua a combattere nella giungla, credendo nella gentilezza e nell’ironia, anche tagliente ma sempre assolutamente umana, io così convinta che si parla in tv, o si scrive, per testimoniare un’idea, un pensiero, un tentativo di capire, e non solo per celebrare se stessi, io mi trovo senza difese.
Sbagliatissimo. La tv è un trappolone che non risparmia nemmeno chi lo tende: è impossibile entrarci senza restarne coinvolti, presi nel gioco del colosseo, nella schermata playstation in cui ciascuno usa le sue armi e vince uno solo. Purtroppo le mie armi non erano quelle giuste, soprattutto la più giusta di esse: non voler avere le armi, non voler combattere. In tv può vincere davvero solo la diserzione, ora lo so.

Sicché il resto del tempo è una specie di incubo: Draco Malfoy Spia, che credeva di essere ospite unico e one man band della puntata finale (che in effetti si intitolava “Dagoshow” e non poteva esser più chiaro di così),  si trova accanto una blogger sconosciuta, per giunta calabrese (“ti poteva andare peggio” mi sibila, gli rispondo “sì, potevo nascere romana. Potevo nascere maschio”. Penso: “Potevo nascere te”). Che diamine, è chiaro che dovevano sedergli vicino quantomeno Lady Gaga.

E così, senza un brandello di talento, un briciolo di passione, una traccia di cuore e intelletto,  il nonno di Voldemort pontifica, vaticina, delinea scenari d’apocalisse. Napolitano, Renzi, Berlusconi. Le banche, la finanza, i poteri occulti. L’Italia è morta, l’Europa è in coma, l’America ha chiuso. Ai Voldemort piacciono le macerie: loro vengono bene, in foto, tra le rovine. Le Costa Concordia coricate un un fianco sono sempre più belle, per loro, di qualunque nave ben salda in mare, anche piccola. Cerca di riempire tutto lo spazio possibile, il nonno di Voldemort. I suoi horcrux – il tirapugni, le scarpe rostrate – scintillano debolmente nella luce buia dello studio. L’Ego satura l’ambiente, senza che lo stesso Telese faccia nulla: è il suo stile di conduttore, mettere tutti assieme nell’arena e vedere che succede. I talk sono solo una forma di reality. Io mi sento totalmente fuori posto, un cestino di criceti nella gabbia dell’anaconda.
I riferimenti alle mie zie, archetipi viventi del rispetto eppure della diversità, della politica senza usufrutto e della condotta senza spettacolo, disgustano il nonno di Voldemort. Le parole “bellezza, luce, speranza, ideali” gli fanno l’effetto che fa l’aglio a Sallusti, l’effetto che fa la giustizia a Berlusconi.

Sto per pronunciare la parola "speranza". Quasi Avada Kedavra

Sto per pronunciare la parola “speranza”. Quasi Avada Kedavra

Quando – e lo so, sono più Luna Lovegood che Harry Potter, e mi sta benissimo – dico che non si può chiudere così l’ultima puntata d’una lunga serie di trasmissioni-narrazioni, senza un raggio di speranza, una parola di bellezza, mi dice “retorica da quattro soldi”.

Sì, lui il sanscrito non lo capirà mai.

(link alla puntata in Inonda del 7 settembre 2013:  http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50360782 )

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