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Archive for the ‘pollitica e tacchinologia’ Category

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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Vennero di notte, e bruciarono le palme, perché erano africane. Il loro capo, agitando un pollice poco opponibile, aveva inneggiato alla motosega, ma il fuoco è più semplice: anche quelli che sapevano solo scheggiare la selce erano capaci di accenderlo. Gli altri, che ancora non erano scesi dagli alberi, applaudivano da lassù.
Poi toccò alle piante grasse: “fanno deserto”, disse quello che voleva fare il deserto per chiamarlo pace.
Così qualcuno aggiunse che anche cappero e rosmarino erano meridionali, anzi africani, e allora sparirono dagli orti, dai balconi e dalle tavole (ma tanto, i più osservanti già non mangiavano caponata e taralli, cannoli e persino pizza Margherita). Una commissione apposita vigilava sui mercatini e nelle dispense. Alcuni ristoranti dovettero chiudere: servire una Napoletana poteva voler dire trascorrere la notte sotto interrogatorio.
Fu allora che si puntò il dito contro le arance, che pure con quei nomi, santoiddio, “tarocco” e “portogallo”, facevano Sud assai. Una strage di pompelmi e cedri, limoni e clementine. Persino la vitamina C diventò sospetta, e avere lo scorbuto fu quasi un vanto, per i più ortodossi.
E allora la macchia mediterranea?” chiese a un certo punto quello della Padania, che di verde diceva di sapere tutto: in fretta, in una sola notte, tagliarono lentischi e ginestre, oleandri e carrubi, sugheri e lecci. I più zelanti eliminarono pure le parole (che a tagliare e bruciare sono buoni tutti, ma se cancelli le parole finirai per cancellare le idee): Leopardi e Montale, e non solo, ne furono sfigurati. Ma ormai anche studiare Lettere – e persino quel passatempo bizzarro, leggere – era considerato un vezzo da comunisti perdigiorno amici degli invasori (li cacciavano dappertutto, e urlavano loro: “Tu quanti ne ospiti a casa tua?” prima di rieducarli con un bastone. Di abete). Che poi, per lavorare alle ronde, o alla guardia del muro, o nelle fabbriche di filo spinato – era la prima volta che nel Paese la disoccupazione era scesa sotto l’1 per cento (o almeno così dicevano “La Patata Bollente” e “Bollettino dell’invasione”, gli unici giornali sopravvissuti) – non ci voleva mica la laurea. E nemmeno la maturità, a dirla tutta. Infatti nelle scuole si insegnava soprattutto Tecnica Militare, Canto Corale, Tiro al Bersaglio sugli Invasori e Botanica Ortodossa.
Gli abeti furono piantati ovunque, come le stelle alpine: la loro morte precoce, in certe piazze siciliane d’estate, fu considerata un crimine di Stato e molti vennero arrestati e poi costretti ad andare in giro con una stella bianca cucita sul vestito.

Ieri qui è spuntato un gelsomino. Ci siamo riuniti tutti a guardarlo e poi ci siamo guardati negli occhi.

 

Alla memoria della sventurata palma bruciata ieri notte da dementi (certo appena scesi da un abete lì intorno, ovviamente) in piazza Duomo a Milano. Si comincia con una palma, poi si bruciano i libri, infine si bruciano gli esseri umani. Lo abbiamo già visto. Facciamo attenzione. 

 

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gollum

La triste vicenda dell’Italicum, già disoccupato prima ancora di trovare impiego (praticamente una metafora), e l’incertezza a cui sembra appeso il nostro futuro elettorale (ops, diciamo il nostro futuro e basta) ci costringono a tentare un nuovo, entusiasmante esperimento di legislazione creativa, per dare un suggerimento ai nostri politici & governanti.
Italicum, Mattarellum, Consultellum: nessun sistema sembra essere quello giusto, in grado di garantire le legittime aspettative dei partiti, almeno fino a quando non si sarà risolto questo fastidioso problema del suffragio universale, anzi del suffragio e basta.

La proposta rivoluzionaria che qui avanziamo è un nuovo sistema, finora del tutto inedito e mai applicato, che davvero possa soddisfare tutti, maggioritari e proporzionali, preferenzieri e uninominali. Un sistema che contenga il meglio di ciascuno degli altri, e li superi tutti: il Gollum.

Il Gollum si propone di sostituire un meccanismo diverso alle banalissime consultazioni elettorali, che – diciamocelo – hanno fatto il loro tempo, e poi non proteggono dal rischio di matite autotraccianti (come bene aveva fatto notare all’ultimo referendum l’elettore Piero Pelù), schede già compilate da volenterosi militanti, errori di calcolo (che Di Maio, a occhio, non sembra debole solo coi congiuntivi), errori di coalizione (la famosa coalizione a ripetere, sindrome psichiatrica ormai molto nota, in base alla quale i nemici più acerrimi devono allearsi per vincere e poter ricominciare a litigare da vincitori; o la coalizione da Tiffany, superamento del vecchio Patto del Nazareno adeguato al più recente stile Savastano-Trump), errori umani (tipo Alfano) eccetera.

Il Gollum sarà un entusiasmante incrocio tra gioco di ruolo e Hunger Games, in cui lo scopo è portare l’Anello (il premio di maggioranza) al Monte Citorio (ma attenzione, gli spazzaneve in zona sono fermi per mancanza di carburante, e per autorizzare mezzi di emergenza occorre una delibera sottoposta a controlli di legittimità che porteranno via sei o sette mesi: per agosto gli spazzaneve saranno perfettamente funzionanti).
Possono partecipare al Gollum tutti i partiti o movimenti regolarmente registrati dietro presentazione di un adeguato numero di firme.
Non ci sono preclusioni per nessuno: le firme potranno anche essere copiate (non false, copiate); dalle sezioni Pd accetteremo le firme in caratteri cinesi e da Salvini e i suoi accetteremo pure le X (che non si dica che discriminiamo i più svantaggiati).

I candidati non saranno nominati o selezionati dalle primarie (basta con questi relitti antichi!): saranno scelti grazie a una serie di prove (no, tranquillo Di Maio, non ci sono quiz) che comprendono una battaglia con il Popolo dei Voucher (i mitici abitanti della perduta Terra del Lavoro, ormai sparita dal mondo conosciuto da molti anni), gare di salto della quaglia (tipo con Sauron, poi contro Sauron, poi di nuovo con Sauron. O con Farage, poi con Alde, poi di nuovo con Farage), di alleanze fantastiche e dove trovarle (tipo elfi e nani, o Pd e Alfano, o Cinque Stelle e Lega), di incantesimi (tipo Occultazio Finanziamentum, Paercepitio Vitalitium, Rottamatio Simulata, Ottantaeuratio Conclamata, Ipnosi Collettiva a mezzo blog, Bufalatio Maxima).
Quindi, i candidati scelti partiranno tutti assieme da Hobbitville: lo scopo è rintracciare l’Anello del Potere (“Un Anello per trovarli, un Anello per nominarli,
Un Anello per insediarli e alla poltrona incatenarli”) e portarlo a Monte Citorio.

Tante prove i candidati dovranno affrontare, nel lungo cammino attraverso la Terra di Mezzo (e infatti per questo l’arena si trova nella città di Roma, che con le sue buche, la Foresta dei Frighi Volanti, i Tetti del Campidoglio, i Cassonetti Cornucopia e la Metro C Dimenticata è assolutamente perfetta). Affronteranno banche toscane fallite, emergenze terremoto-neve-alluvione, relazioni della Corte dei Conti, interviste da Fabio Fazio e qualcuno (i più sfortunati) anche congiuntivi.
Uno solo potrà farcela e avrà diritto al sssuo tesssoro, il premio di maggioranza: tutti i seggi, Gandalf al Quirinale e Maria Elena Galadriel, la dama dei Boschi d’oro, sottosegretario a Qualunque Cosa.
Gli elettori potranno seguire su schermi giganti il procedere della sfida, tifando per l’uno o per l’altro – cliccando sull’apposita piattaforma, privata ma con sincero afflato di servizio pubblico e autentico spirito russoviano (o roussoiano, per chi non ama la Crusca), faranno intervenire gli sponsor e potranno ribaltare il risultato della gara – e incitandoli.
Come diceva un antico cavaliere dell’estinto (forse) Giglio Magico, lo scopo è “sapere subito chi ha vinto”. Si saprà senz’altro: ne resterà soltanto uno, con in mano l’Anello, ritto sulla passerella di roccia di Monte Citorio. Un “uomo forte” che potrà dialogare con Putin, Trump e Erdogan, alfieri del Nuovo Mondo e protettori dell’umanità (anzi, come dice una recente intervista, un “beneficio per l’umanità”, malgrado i traduttori che fanno quello che vogliono loro, come i fatti e il principio di realtà). Quello che l’Italia aspetta ormai da troppo tempo (da quando i treni arrivavano in orario, quindi Trenitalia ancora non esisteva).
Un Gollum.

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clinton

Essì, Hillary m’è sempre sembrata simpatica come una colica renale, e non avrei mai voluto essere mmericana, per non avere, ieri, il dilemma: votare un idiota o una stronza? Impressione confermata quando, nel precipitare degli eventi, della credibilità dei sondaggi, delle speranze, delle mandibole dei commentatori, delle palpebre degli spettatori (ma non di gente tipo Mentana o Damilano, che evidentemente hanno uno spacciatore fantastico), la sora Clinton s’era sottratta al suo pubblico e aveva mandato avanti il suo collaboratore: “Stiamo ancora contando, grazie, ci vediamo, casomai chiamiamo noi”.
Ammazza che stronza, avevo ri-pensato io. Che non si fa; ci si presenta comunque, con tutta la sconfitta addosso, col cerone sfatto, la giacchetta spiegazzata, l’incredulità e il panico, e pazienza.

L’ho disapprovata e vituperata, sinceramente. Eppure oggi, quando infine s’è presentata e ha parlato, ho visto in lei – nella sua faccia meticolosamente composta ancorché segnata, nella sua acconciatura perfetta, nel suo tailleur dai petti viola vagamente funebri, nella sua consueta precisione frutto di scelte calibrate, soppesamenti, bilancini di stile, così in contrasto con l’eleganza pacchiana, il rozzo splendore brachicefalo dei Trump – qualcosa, una briciola delle donne che ammiro, le donne del mio mondo, le figure istituzionali del mio sistema politico preferito: il matriarcato calabrese. Una cosa che ha a che fare con la forza, la caparbietà, quella qualità minerale di resistenza, d’irriducibilità.

Ha detto la parola “doloroso”. Ha detto la parola “delusione”. Ha detto “tetto di cristallo” perché la cupola del maschile è sempre lì, l’abside intonsa del potere presidenziale singolare maschile. Ha pure fatto balenare, fuggevolmente, il plurale femminile che poi è, forse, quello che non l’ha riconosciuta, non le ha creduto, non l’ha voluta. Che io stessa faccio fatica a rintracciare in lei, restando istupidita dalla superficie vasta e metallizzata della sua ambizione, dalla spregiudicatezza che non riesco a considerare un pregio, dal trasformismo che non posso giustificare (essì, conservo un’idea “di genere” fondamentalmente sentimentale e un poco integralista).

Ma è stata ferma, intensa, precisa, per nulla piegata dal peso schiacciante di una delle sconfitte più clamorose della storia dell’America e del pianeta. Tutta, davvero, sulle sue spalle impettite, sulle sue rughe nasolabiali particolarmente scavate, sulla frana invisibile che doveva abitarla fin dalla notte.

E’ stata forte, e la forza femminile m’ispira sempre rispetto. Se ci sarà, prima o poi, una donna presidente degli Usa non si potrà comunque prescindere dal suo tentativo, dalla sua notte di Via Crucis, dalla sua voragine, di cui si parlerà ancora a lungo, sempre, alla quale non potrà sottrarsi mai più. Un mito mostruoso: la notte pazzesca in cui fu eletto Donald Trump.
Quindi onore a Hillary, comunque.

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coda

Caro Matteo Renzi,

ti scrivo guardando, dal mio balcone, proprio il punto esatto in cui dovrebbe sorgere il Ponte. E’ lì all’imboccatura, nel punto più stretto dello Stretto, dove i piloni gemelli si fronteggiano e sembrano curvarsi – c’è questa continua illusione ottica, nella luce pesante del Sud – come in un inchino reciproco. La costa illuminata conduce a quel punto cieco e buio, dove le correnti s’incapricciano, i garofali girano, la rema sale e scende e l’orcaferone – brutta bestia scodata – si nasconde dappertutto. In questi quarant’anni e passa s’ è nascosto anche dietro le parole, dietro un sacco di carte bollate, di delibere e ddl e progetti. E un mucchio di discorsi e manifestini elettorali. Ma l’orcaferone ha un bel nascondersi: il suo tanfo lo rivela al mondo.

Sai di cosa odora l’orcaferone? Di acquedotti bucati, di colline franose, di argini cementati. Di serbatoi inservibili, di spiagge requisite, di rifiuti abbandonati. Di chilometri di guardrail che recintano lo Stretto. Di cassonetti stracolmi, di sacco del territorio. Di un binario triste e solitario, unico, che consente di arrivare da qui a Marsala in sole nove ore (cambiando tre volte), o a Ragusa in sette ore (ma devi prendere pure un autobus). Sempre che non frani nulla, lungo il percorso (sai, qui i cavalcavia, le strade, le condotte hanno una malattia strana: si chiama materiale impoverito, o anche controlli fasulli. E’ mortale, di solito).

Se poi vai ad Agrigento (e lì è persino troppo facile: solo un cambio e appena cinque ore e mezza) puoi anche portarti appresso una bottiglia d’acqua da regalare a quelli che l’acqua la vedono solo nei giorni dispari, o nelle ore pari, o anche meno. Sarà un regalo gradito. Ma certo, non per adesso: qui a Messina ci sono quartieri in cui negli ultimi 15 giorni l’acqua è arrivata una o nessuna volta. Chi ce l’ha ogni giorno, magari da mezzanotte alle tre, è fortunato e non deve lamentarsi (e comunque l’ente che sta gestendo tutto questo pubblica ogni giorno le liste dei serbatoi cittadini con gli orari di erogazione e l’avvertenza che se l’acqua non arriva ai piani alti o ai condomini alti perché non c’è pressione loro sono molto rammaricati. Molto). 

Certo, Matteo Renzi, anche senza un tuo tweet – tranquillo, ci ha pensato Fiorello – ormai siamo un caso nazionale e ogni giorno ci sono servizi sulle tv che ci mostrano sempre la stessa cosa: due, cinque, sette operai chini su un tubo, in un dirupo fangoso, che guardano preoccupati. Sarebbe la poderosa macchina dell’emergenza (l’orcaferone, nascosto anche lì attorno, se la ride).

Altrove, una squadra altrettanto folta testa bypass che non tengono (ma abbiamo visto tutti, a Gazebo, la notte della nave cisterna, il tubo marcio, la creatività meridionale con cui si è rimediato, con stracci e fazzoletti che almeno fanno tanto colore).

Ma passerà, certo che passerà: e mica siamo gufi e piagnoni. Potremo tornare alla nostra vita quotidiana lavandoci ogni volta che vogliamo: che diamine, questi sono i privilegi del Terzo Millennio. Potremo tornare ai nostri ospedali dove cadono gli ascensori e i presidenti si fanno fare lo sbiancamento anale a nostre spese, alle autostrade che si spaccano, alle spiagge vuote il 5 settembre (mentre in Normandia, pensa, ci fanno i bagni fino a novembre). Agli aliscafi sempre più ridotti, alle navi più rade, alle rade che s’insabbiano. Orcaferone maledetto, la colpa è sempre sua.

L’orcaferone, in giacca e cravatta, un’infinità di volte ci ha raccontato che il Ponte avrebbe risolto tutti i nostri problemi: la sua gittata di cemento cancellerà sì un poco di spiagge, due o tre ecosistemi, la bellezza dello Stretto (ma vuoi mettere il Ponte di Brooklyn? Chi se le filava, prima, quelle sponde insulse?), ma che vuoi che sia? Noi vogliamo un Ponte-Expo, un evento degli eventi, un albero della vita rovesciato che colleghi due sponde che non sono unite da cento milioni di anni ma separate (separate? e chi lo dice che i ponti uniscono e gli stretti dividono?). Vogliamo un Ponte delle meraviglie, con Cocacola che sponsorizza il vino antico, McDonald che sponsorizza le cotolette di spatola (conosci la spatola, Matteo Renzi? Lo chiamano pesce-sciabola, è pieno di Omega Tre; chissà se si potrà pescare ancora, sotto il Ponte), Lehman Brothers che sponsorizza i nuovi schiavi. Un Ponte di bugie, d’altronde, esiste già da moltissimi anni, e lega queste sponde con tutta una specie di buio, di vuoto, di nulla. 

Probabilmente, mettere a frutto questa bellezza che ci ritroviamo senza rovinarla sarebbe davvero troppo. E poi l’orcaferone ha questo di speciale: lui ci vuole vivere in mezzo allo sfacelo, al caos mortifero, alla bruttezza. All’orcaferone piace moltissimo l’Expo

Finirà che lo eleggeremo, alle prossime elezioni. Ancora.

Questo perché ieri si è discusso e lottato a lungo sul Ponte di cui parlava Renzi: lo so, ha detto “prima le emergenze e poi si farà, perché il mondo ce lo chiede, di essere stupito”. E se non lo capisci da solo, Matteo Renzi, quanto oscena sia un’affermazione del genere alle orecchie di chi da 15 giorni si lava quando può, con la bottiglia sul catino; se non lo capisci da solo, Matteo Renzi, quanto sia sconveniente, e di nuovo oscena, la pretesa di fare qualcosa di grande e bello in un posto dove c’è GIA’ qualcosa di grandissimo e  bellissimo, solo che non hai, non avete occhi per vederlo, allora io non te lo posso spiegare.
Chiama l’orcaferone, magari te lo dice lui. 

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spinelli

 

Cara Barbara Spinelli,
mi presento: io sono una di quei 78mila che ti ha votata, e ti ho votata al Sud, anzi nelle Isole (per la precisione, nell’Isola del mai dimenticato 61 a zero). Sono una di quelli che, col peso leggerissimo del suo voto atomico, uno e indivisibile (qualcuno dice che pesi 21 grammi, ma io non ci credo), ha portato la fatidica asticella per la lista Tsipras oltre lo sbarramento del 4 per cento (e il cuore oltre l’ostacolo, potrei scrivere se fossi la Biancofiore, ma preferisco restare umana e non lo scrivo, anzi non lo penso nemmeno). E sono anche la capocordata di un’improbabile cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici che ho ritenuto di trascinare dalla nostra parte, perché la campagna elettorale è campagna elettorale e non si fanno prigionieri.
Ecco, ho scritto “nostra” e m’è scoppiato il tunnel carpale, perché io la sinistra la somatizzo sin da piccola, e soffro d’una quantità di cose. Ho il cuore spezzato in più punti, l’artrosi governativa, i calcoli biliari, la colite elettorale, la sindrome di Stoccolma (chiamata anche del Nazareno), lo strabismo da larghe intese, il gomito del distributore di volantini e il ginocchio della lavandaia di errori irreparabili. Ah, in periodo elettorale a volte ho pure la gravidanza isterica (aspetto una sinistra che poi non nasce mai).
Noi della sinistra minoritaria – a volte io sono così minoritaria che sono in minoranza pure quando parlo con me stessa – e testimoniale ce l’abbiamo, questa cosa di perdere. Di perdere con atroce eleganza, persino con savoir faire. Di perdere con superiorità morale, come fossimo sempre alle Termopili (siamo trecento, di solito, non uno di più).
Riusciamo, con doppio salto mortale carpiato, persino a perdere quando vinciamo, che è cosa che non riesce a nessuno, in natura (ho qualche dubbio solo sui dinosauri, che da tanti indizi, compreso il cannibalismo intraspecifico, mi sembrano di sinistra).

Ora, tutta questa rincorsa per dirti che sì, io trovavo abbastanza cretino addirittura aver detto, all’inizio, “no no, io mi candido ma non proseguirò”; “sì, sì, votatemi, che io sono visibile, ma poi farò andare avanti gli altri meno visibili”. Mi chiedevo: ma perché? Perché questa intellettuale fine e lucida, colta senza snobismi (ma mi dovrò ricredere su questo punto), questa teorica smagliante, deve fare un ragionamento così contorto? Ma non saranno un paio di contorsioni ad allontanarmi da un buon progetto di sinistra, quando mi pare di riconoscerne uno (sì, lo so, devo aggiungere alla lista sopra anche il delirium tremens intermittente), e sono disposta anche a passare sopra una cosa che mi sembra cretina, in mezzo a tante altre convincenti.
Tra quelle convincenti (che avevo elencato qui) metto pure la qualità dei candidati, il senso di condivisione e solidarietà, persino questa cosa del “vi guardiamo noi le spalle, perché alla fine non è importante sedere lì o star qui a pensare, siamo assieme, uniti e solidali”.

Poi, dopo le elezioni, ancora nel mezzo di quella sensazione di scampati al Titanic, quell’esaltante sensazione di dinosauro sopravvissuto al meteorite, al gioioso esplodere di tutte le sindromi davanti a una vittoria così davvero conquistata sul campo, voluta voto per voto, strappata con i denti, quelle voci: mah, Barbara non sa cosa farà… Mah, Barbara potrebbe accettare… Mah…
Come, Barbara potrebbe accettare? In che senso?
In senso pieno, vedo: con una letterina dall’estero, nemmeno fossi Piero Gobetti, cara Barbara, fai tu un doppio salto mortale e dici che no, ci hai ripensato, non puoi tradire la fiducia di chi ti ha scelta (io, cioè).
Barbara, mi dispiace irrompere nella tua finezza argomentativa come un elefante di Serse in un negozio ateniese di ceramiche a figure rosse, ma ti assicuro che io, che sono una di quei 78mila che ti hanno scelta, non mi offenderei affatto se tu facessi una delle più basilari cose di sinistra: rispettare un progetto, onorare un intendimento, perseguire una linea annunciata. Mi correggo, non sono cose di sinistra, sono cose umane delle più preziose: hanno a che fare con la serietà, il rigore, l’etica. Tutte cose che mi pareva vibrassero nel progetto termopilico e sindromico e minoritario che avevo scelto e si chiamava Tsipras e credevo che (a parte qualche piccola contorsione cretina) mi rispecchiasse, con tutti i miei cuori rotti e le mie cicatrici e le mie speranze croniche (una delle sindromi più irriducibili).
Forse, cara Barbara (che hai la stessa età della mia zia preferita, zia Mariella, calabrese, pagana e comunista, che piuttosto che mancare alla parola data si darebbe fuoco in cortile), sarebbe stato sopportabile (ma non lo garantisco) se tu quelle stesse cose che hai scritto le avessi dette dritta davanti a tutti, tutti gli altri candidati (persino quelli che si consideravano eletti, pensa un po’, ai quali, come ha scritto Marco Furfaro, non hai mandato nemmeno un sms), tutti quei poveracci come me che si erano riuniti in assemblea, tutti coi loro 21 grammi in subbuglio e tristezza, tutti quei prestatori d’opera e portatori d’acqua che si sono sentiti come me: traditi, scombussolati, pieni di coliti ulcerose e gravidanze isteriche.
Nella tua letterina gobettiana, cara Barbara, scrivi “che sono veramente molti coloro che mi hanno scelto neppure sapendo quel che avevo annunciato”: ci stai dando forse dei cretini? Pensi che viviamo a Cesano Boscone? Credi che abbiamo votato Tsipras perché ce ne ha parlato Barbara D’Urso? Dovresti saperlo, cara Barbara, che noi, noi trecento, siamo tra gli elettorati più informati, sensibili, addirittura ossessivo-compulsivi: il voto preterintenzionale esiste già abbastanza poco a sinistra (ho detto sinistra, quindi il Pd ovviamente non c’entra), per nulla qui alle Termopili.
Hai pure detto di esserti confrontata, e tanto, in questi travagliati giorni: immagino davanti allo specchio. Perché vedi, cara Barbara, l’immagine che mi rimandi, ora a cose fatte e letterine scritte, è quella della sinistra caricaturale che dipingono i disegnatori di Sallusti e Belpietro. La sinistra ombelicale, narcisista, autoreferenziale e autistica. La sinistra disperatamente aristocratica.

E sì, io ora ho un grosso problema: devo giustificarmi davanti alla cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici ai quali ho parlato di Tsipras – e di condivisione, e solidarietà, e progetto – fino a prenderli per sfinimento. Io mi sento in colpa, con loro, che sono una dozzina scarsa. Pensa come dovresti sentirti tu, con noi 78mila.
Siamo qui alle Termopili, se ci vuoi parlare. Di persona, magari.

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Alexis Tsipras

In realtà questa cosa dell’Europa a me m’ha sempre turbata. Da quando ero bambina e nell’istituto di suore psicolabili in cui m’avevano rinchiusa ogni tanto scattava la tremenda giornata del “disegna l’Europa”, e noi disegnavamo solo quello che dell’Europa conoscevamo, ovvero simboli, bandiere, loghi, nulla. Io già da allora avevo qualche difficoltà col Nulla: non sono attrezzata per il Nulla, sono calabrese e c’ho l’horror vacui semiautomatico e il complesso cosmico della farcia. Poi sono pure di sinistra, che è un’altra tipologia di horror vacui su cui non sto a intrattenervi, perché temo la conosciate pure voi, non calabresi compresi.

Insomma, a parte il fatto che l’Europa era un luogo imprecisato ma molto grande dove tutti erano fratelli e sventolavano bandiere, non è che avessimo capito nulla, noi piccole Gertrudi di provincia. Tanto che poi, quando l’Europa s’è fatta sul serio, c’è toccato dare un senso e un contenuto, anzi mille, a quelle tragiche giornate di vuoto creativo. Non bandiere e parole ma proprio facce, strade, paesi, leggi, addirittura monete. I “fondi europei”, anzitutto, misteriosi danari destinati a piovere su campi da coltivare scrupolosamente selezionati e indicati dai nostri governanti, poi quasi sempre – almeno quaggiù – “non spesi”, o “sprecati”, o “mannaggia richiesti in ritardo” e “mannaggia comu ‘ndi capimmu mali”, o fatti piovere su discariche, mari aperti, deserti o tasche compiacenti. E poi lui, l’euro, la moneta fratella e sorella che ci avrebbe resi più popolo che mai.

Amo la verisimiglianza, benché corretta da robuste dosi di surrealismo magico; saprei disegnarvi passabilmente un gatto, un tavolo, una matita, persino il senso di colpa, l’abbandono, la iancura o i baronti. Saprei disegnarvi una delusione elettorale (devo solo sceglierla nella mia sterminata collezione), vent’anni di berlusconismo coatto e mia cognata vista di spalle a un buffet nuziale (tanto per restare nell’horror), ma continuo ad avere difficoltà a disegnare l’Europa. Mi vengono in mente cose incongrue: Parlamenti indecifrabili; editti sulla pesca e le arance tarocco; cazziatoni continentali; banche centrali e periferiche; parole come “jawohl”; l’euro, la moneta fratella e sorella, che nelle mie mani e nel mio portafogli diventa traditora; bandi entusiasmanti e poi silenzi assordanti; cugini che partono per l’Erasmus; mappe geografiche che si ristrutturano (ognuno c’ha il suo mappamondo, dentro, e le distanze sapete bene che s’allungano e s’accorciano continuamente). Qui dietro passa il vicolo del mio albergo al Marais di Parigi; lì accanto c’è quello scoglio dell‘Algarve; entro in quel portone di Vienna pieno d’ombra; pago con una moneta che è la mia ma non proprio la mia, perché ha la faccia di Mozart, o una civetta con gli occhi di Atena, o un’arpa celtica. E lì si riattiva il mio vecchio senso – o addestramento conventuale, non so – per i simboli, e mi commuovo perfino perché ognuno è scemo a modo suo.
Insomma.
Pur portandomi dentro tutto questo caos emotivo e sostanziale disorientamento nei confronti dell’Europa, io voterò a queste elezioni.

Primo, perché io intendo non sprecare mai (MAI) il mio diritto di voto, dal condominio all’Europa all’Impero Galattico, nel caso (e vorrei vedere Salvini che campagna farà per uscire dall’universo). (ma della faccenda dell’astensione come scelta attiva e del gandhismo elettorale, che io vitupero, parleremo un’altra volta).

Secondo, perché l’Europa unita è un’idea bella davvero: io, l’arpa celtica e la civetta e le baguette e persino i wurstel coi crauti (ma solo ogni tanto: fresella col pomodoro vince dieci a uno). Il che non vuol dire che debbano piacermi gli ultimatum, lo strapotere delle banche e la monetizzazione delle nostre vite, il neoliberismo concentrazionario che, lo capisco, non è un problema europeo ma cosmico, però da qualche parte dobbiamo pure cominciare ad aggredirlo e rifiutarne le premesse.

Terzo, io sono per la nascita di un nuovo umanesimo (che fu, appunto, un fenomeno europeo), basato sulla condivisione ma anche sulla diversità, sulla cultura come fenomeno virale, sulla traduzione come meccanismo vitale di “trasferimento” tra lingue, culture, popoli, cercando le affinità e sorprendendosi a vicenda sulle differenze, solo per scambiarsi esperienze e farsi vicendevolmente intravvedere possibilità.

Quarto, sono per un‘Europa di sinistra. La sinistra quella vera, quella che difende i lavoratori e lo Stato sociale. Quella che è interessata a un progetto davvero umano, ecologico, sostenibile, non fondato sulla divinizzazione del consumo e la finanziarizzazione dei rapporti. E l’austerità che vorrei non è quella di chi taglia alla gente per dare alle banche, non è quella economica ma quella dei comportamenti, del rispetto delle risorse e non del loro spreco. Vorrei sobrietà, serietà, lungimiranza. Orrore del compromesso. Laicità. Sacralità dei diritti. Tutte cose che non vedo nella sinistra che in questo momento ci governa (assieme con la destra, quella stessa destra, o quantomeno una sua parte, che ha fatto strame dell’Italia negli ultimi vent’anni, e soprattutto, semplicemente, non condivide nemmeno un pezzetto delle idee che ho io e del senso che io do alle cose).

Quinto, ho terrore di chi urla, e di chi urla cose come “chiudiamo le frontiere” o “usciamo dall’euro” perché il suo vero desiderio è barricarsi nel fienile e sparare a tutto quello che si muove lì davanti. Non mi interessa l’euro come braccio armato dell’Europa malvagia: mi interessa l’euro come possibilità di realizzare quell’Europa fratella e sorella che forse è possibile e a me piacerebbe.
Ho il terrore di chi vuole sparare agli immigrati sui barconi: mio nonno, mille anni fa, era su un altro barcone, e piangeva guardando Ellis Island. Non mi risulta che gli Stati Uniti siano stati travolti dalla carica di nonni come il mio che scappavano con la miseria alle calcagna e la nostalgia ficcata nel cuore come un coltello. E adesso non mi dite: che fai, li ospiti tu a casa tua? Beh, l’Italia è tutta casa mia, risponderei (a parte certe zone della Padania, immagino, dove non mi rilascerebbero mai il passaporto perché sono calabrese e non ho nemmeno diamanti da scambiare), e sarei lieta di pagare le tasse anche per questo, per costruire politiche di accoglienza degne e anche, prima dell’accoglienza, di intervento nei Paesi da cui la gente vuole fuggire perché, semplicemente, non ci si può vivere.

Infine, io voto Tsipras.
Perché è l’unica formazione che dice le cose che vorrei sentire.
Perché è di sinistra.
Perché non propone di chiudere i battenti ma di rifondare l’Europa.
Perché Alexis Tsipras mi piace: è giovane, serio, persino austero dell’austerità che piace a me.
Poi, che io abbia un debole per la Grecia e i greci è una cosa solo mia, ma ci deve entrare il fatto che ogni trenta parole ne uso una greca, che vedo nasi e nomi greci tutto attorno a me, compreso il mio, che ho sempre sentito la fratellanza e sorellanza con quella terra magnifica e sfigata (come noi, ha costruito la sua stessa rovina mantenendo una classe politica corrotta, famelica, incompetente), che continuo a credere che “Graecia capta ferum victorem cepit”, e sarei felice se la riscossa dell’Europa, la sua possibilità d’essere davvero quell’utopistica e magnifica costruzione che le suore cercavano invano di farmi disegnare, passasse per il suo membro oggi più debole, estenuato, sottomesso.

Capovolgiamo l’Europa e pure la Storia: voglio un governo di umanisti e non di banchieri. Capo-vogliamo l’Europa, daccapo.
E alle elezioni europee dico Tsì (pras).

Ps: non è secondario che nelle liste Tsipras ci siano persone che voterei (e alcune le voterò) con entusiasmo: Franco Arminio, Tonino Perna, Barbara Spinelli, Ermanno Rea, Olga Nassis, Moni Ovadia, Ivano Marescotti.

Ps: vorrei tanto che la madre superiora mi leggesse. Lei mi stracciava tutti i disegni. 

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