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Archive for aprile 2019

 

Amici gomorroici, diciamocelo: la quarta stagione di “Gomorra – La serie” è già fenomenale, col suo sapiente intreccio di arcaico e avveniristico, di feroce e lucido, di locale e globale (lo so, sembrano le definizioni di due cose precise: la mafia e il capitalismo, a volte indistinguibili tra loro).

Siamo oltre la morte di Ciro, che è un punto nel tempo e nello spazio: infatti Genny e Sangue Blu ci tornano in pellegrinaggio, sulla barca, perché questo mondo è costellato di cose sacre, a loro modo. Tipo giuramenti di sangue, vendette, legami: inviolabili, a loro modo. E affascinanti, come può essere affascinante un pitone che fissa un coniglio, o un Genny Savastano col maglioncino di cachemire che in ascensore, dietro le lenti fumè, fissa la bionda Leena, maga della finanza internazionale spregiudicata.

Ci sono ben altri orizzonti, in questa stagione: tanto la terza era claustrofobica, cupa, chiusa in scantinati e angoli ciechi, murata persino nel dialetto più impenetrabile, quanto questa è di vetro e alluminio anodizzato, si spalanca sui parchi londinesi e i panorami di cristallo della City, o anche i bar alla moda e le terrazze eleganti di Bologna. Metà della quarta puntata è in inglese (ma tanto non cambia niente, visto che tre quarti degli spettatori usano i sottotitoli) e stavolta le riprese non sono da sopra ma da sotto, e il mondo appare chiaro e luminoso, con la luce diffusa ed elegante di uno studio di Piccadilly. Dimenticatevi lo squallore delle Vele di Scampia, o gli stucchi napoleonico-psichedelici delle case dei boss: qua ci sono soldi veri, eleganza antica. Ma, come dice Genny, “a merda sta ovunque, sulu che tiene culuri diversi”. Magari grigio perla o rosso regimental o biondo glam.

Così la schianata (sarebbe l’ascesa per noi meridionali) a Londra di Genny – il quale mica vuole cambiare vita (non avrete creduto a tutte le scemenze dei giornali?), ma solo vestito e pettinatura (ed era pure ora che lasciasse la cresta mohicana che portava da quando era tornato dall’Erasmus in Honduras) – che doveva trasformarsi in una epica di sfatta e nella truffa del secolo (con tanto di simil-Banksy che irride i truffati), si rovescia nell’ennesima vittoria del Metodo Savastano: sospetta di tutti, parla poco e osserva molto, ricattali con quello che hanno di più caro, e soprattutto uccidili quando non se lo aspettano. E bye bye, Leena.

Si pensavano, i signori della City, di avere a che fare con quello che obiettivamente Genny sembra: un pitecantropo incapace di esprimersi se non in napoletano gutturale (in effetti, ci accorgiamo, non senza sorpresa, che comprende benissimo l’inglese, ma gli sentiamo dire solo due frasi, tipo “where is my gold?” o “where is the key?”, ma con l’accento secondiglianese), che non saprebbe distinguere un manager vero da un truffatore in doppiopetto. Ma sbagliavano, perché Genny i propri simili li sa riconoscere benissimo, sempre e ovunque (“non è coi curriculum ca si conoscono ‘e persone”). Così, quando il suo “ingegnere” Alberto Resta – inquietante esempio di quella classe di professionisti magari molto abili che fanno da anello di collegamento tra i gruppi criminali e i grandi affari, e sono in effetti dei traduttori simultanei, traducono un mondo in un altro e viceversa (procurano commesse miliardarie, sanno come confezionare un progetto, e poi lasciano che la mano criminale spiani le difficoltà, elimini la concorrenza e soprattutto procuri i capitali) – lo porta negli studi foderati di moquette e boiserie, e interloquisce flautato con gente che ha studiato economia a Oxford, lui non si fa mica incantare. Noi, ci facciamo incantare.

Noi, che abbiamo persino creduto che lui – che ha lasciato il reame in mano a Patrizia, ufficialmente bossa e protettrice di Secondigliano, Prima del suo nome, Signora dei muccusilli, Guagliona Scetata Assai, Distruttrice di catene, Tramite di don Pietro, Assassina di Scianel – volesse uscire dal crimine, quando invece voleva solo spostarlo su un piano più ampio. Non una piazza di spaccio ma una pista d’atterraggio. La più grande d’Italia. Ma finanziata, costruita, gestita con gli stessi sistemi della piazza di spaccio: coi soldi sporchi, i metodi assassini, la corruzione in alto e la paura in basso.

Genny che, quando i compagni di scuola del figlio Pietro gli boicottano la festa di compleanno, occupa la scuola con pagliacci e animatori, perché l’unica regola per la famiglia Savastano è che le regole non valgono

Semmai, le sorprese sono femmine, stavolta. Patrizia, il boss del cambiamento, con la strategia di accogliere tutti, anche i guaglioni che sbagliano, ma non devono scassare il cazzo e sbagliare troppo; Patrizia che ha la “famiglia” più grande di Napoli ma non ha più famiglia; Patrizia che ci prova, a cambiarsi d’abito e stare dall’altra parte della boutique (lei che faceva la commessa a Posillipo), ma resta la ragazza goffa dalla camminata sgraziata, la ragazza con la coda di cavallo, il chiodo striminzito, i jeans troppo stretti. Azzurra, il vero mistero antropologico della serie: una donna bella, istruita, intelligente e persino fine (l’unica che porti capi eleganti e non solo costosi), che per misteriose ragioni è davvero innamorata di Genny, rischia la vita per lui, rinnega suo padre, si rinchiude nei quartieri fatiscenti, lei che viveva negli attici romani, parla un inglese perfetto, sa come condurre una trattativa d’affari, eppure sembra non volere altro che il ruolo di regina consorte.

In verità, Gomorra non è un paese per donne. Per esseri umani, anzi.

La scena più bella, però, è il folgorante incipit della quarta puntata: la madonna d’oro che viene squagliata e rifusa in lingotti, per comprare la società inglese che serve da copertura per l’areoporto Savastano. La madonna dal manto celeste, identica a quella che Donna Imma aveva fatto rimpiazzare al centro della piazza di spaccio. La madonna dalle braccia allargate, bianca e celeste. La madonna che è un altro dei simboli sacri dissacrati. La vernice che viene lavata via, prima di fondere la statua, è la metafora perfetta: è solo un sottile strato di trucco, che Gomorra usa per fingere che ci sia qualcosa di sacro, ma serve a nascondere la realtà dei suoi soliti traffici, il suo oro sporco, la sua impudicizia nel servirsi di qualunque cosa.

La stagione quattro segue le diramazioni di Gomorra, oltre i quartieri concentrazionari che ormai abbiamo girato in lungo e in largo (anzi in stretto): le infiltrazioni nei palazzi comunali, negli studi professionali, nelle banche. I sindaci eletti a cinquanta euro a voto, i professionisti di prestigio che chiudono affari ma chiedono l’ “aiutino” di una bomba o un’intimidazione (salvo poi ricevere anche loro una scatola con una mano mozzata, tanto per fare capire chi comanda), le seconde e terze generazioni di criminali che studiano fuori ma tanto poi tornano, e non sono cambiati. Gomorra come magma che sta sotto ogni crosta, come melma di ogni fognatura, come fuoco di ogni terra dei fuochi. E la vicenda del terreno che il padre di famiglia, la cui moglie ha un cancro devastante (come tanti che vivono nella terra dei fuochi), non vuole vendere ci commuove, almeno fino a quando non scopriamo che è stato lo stesso padre di famiglia a interrare, dietro compenso, quei fusti di veleno che probabilmente hanno causato il cancro alla moglie. Perché l’economia malata è un circolo vizioso, la moneta cattiva scaccia sempre la buona e l’azione cattiva azzera sempre quella buona.

E Gomorra è anche fuori città, nelle campagne, dove i Levante allevano cardellini e commissionano omicidi: è la figura più narrativamente consueta, quella del boss antico, Gerlando Levante, zio di Genny, che passa tutto il suo tempo tra le gabbiette, a sussurrare agli uccellini e accoppiarli, mentre fuori i suoi passano il tempo a sussurrare ai sudditi e accopparli. Il miscuglio di vecchio e nuovo stavolta è potente, perché Gomorra si estende nello spazio e nel tempo, e tutto è Gomorra.

Quando accusano questa serie di disegnare un universo totalizzante fanno un solo errore: non è la serie, non è la narrazione. E’ la realtà.

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