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Archive for the ‘il colosseo della tv’ Category

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Adoro il popolo della Rete, qualunque cosa sia, e di solito mi piace molto l’ondata che si solleva quando questo o quello dei protagonisti dello show pubblico dicono qualcosa: segnala che bisogna stare attenti, che c’è sempre il rischio che una risata ti seppellisca, se sei così scemo da dire cose come “tra due anni sconfiggeremo il cancro”, “nuoterò nel Tevere”, “abbiamo traforato il San Gottardo, che bravi” o “ciaone”. Che il campo è di tutti, ma è minato, e devi stare almeno attento, quando ci scendi. E’ la parte bella della Rete, quel soggetto collettivo e senziente che a volte sembra proprio l’opposto del soggetto individuale e dormiente che più o meno è sempre stato bersaglio (target, si dice nei lunapark dell’informazione) dei media tradizionali, e protagonista indiscusso dell’Auditel (quello strumento che, per quanto mi riguarda, ogni giorno mi fa riconsiderare, anche più dei lavori del Parlamento, il concetto di volontà della maggioranza, caposaldo della democrazia).

Però è pur vero che a volte le ondate si sollevano piuttosto incongruamente, scatenate da macroscopici errori d’interpretazione, agevolati talora dalla babbea faciloneria del circo mediatico, che estrapola e strilla senza curarsi o quasi di articolare e vagliare e comprendere (e poi se la prendono con noi di Twitter).
Mi pare che sia questo il caso del buon Augias, oggi.

Non fraintendetemi: considero il buon vecchio Corrado attraente come una colite. Trovo i suoi libri superflui, la sua conversazione stucchevole, le sue opinioni sbiadite e la sua acconciatura insostenibile: ne apprezzo, devo ammettere, solo i modi d’antica cortesia e un certo qual decoro che mi fa pensare a mio padre e altri gentiluomini del passato, oggi praticamente estinti ed espunti dal discorso pubblico. Ma stavolta devo proprio difenderlo.

Le sue considerazioni a proposito di una delle foto della piccola, sventurata Fortuna  Loffredo (che stridore, penso ogni volta: quel nome così augurale e ampio e dorato, quel nome che avrebbe dovuto portarsela in carrozza verso la buona sorte, mentre invece è volata, scalza, come un mucchietto di stracci nel vento) non credo proprio fossero una malaugurata e fondamentalmente incongrua colpevolizzazione della vittima; il buon Corrado non voleva certo dire che gli elementi che leggeva in quella foto (i boccoli, la posa, l’atteggiamento) fossero altrettante “giustificazioni” per l’attenzione morbosa nei confronti della bambina (perché qui di bambina parliamo, di scolara delle elementari). Non voleva dire – come ahimé ho letto – che “la bambina, comportandosi come una sedicenne, se l’era cercata”. Sapete che il “se l’è cercata” lo ammetto solo se sorprendete Salvini in cucina e lo prendere a padellate in testa: non lo trovo ammissibile in alcuna altra fattispecie di reato, vostro onore, tantomeno i reati sessuali, in cui la colpevolizzazione della vittima è strumento odioso e antico dei peggiori reazionari.

Io credo che il buon Augias cercasse di sottolineare un dato che prescinde dalla storia di Fortuna e dovrebbe forse essere motivo di riflessione collettiva: la precoce sessualizzazione dei bambini, che fa il paio con l’adolescentizzazione degli adulti. I bambini che, a loro insaputa ma certo in dipendenza dai modelli di comportamento che assorbono, assumono precocemente i “modi”, le pose della seduzione, il tentativo d’attirare l’attenzione attraverso l’appeal fisico. Mai visti certi book fotografici, sui social, di quattordicenni che sembrano uscite dai portfolio di Hamilton? Mai viste le piccole miss (sì, scolare delle elementari) con gli occhi bistrati e gli abiti di lustrini e tutto un corredo assurdo e incongruo di ammiccamenti? Ci si atteggia, ci si abbiglia, ci si comporta secondo i modelli che si hanno, inconsapevolmente, quando hai sei anni e devi imparare tutto dalla vita e da quei cosi lì, gli adulti, che a volte sono più incoscienti di te che almeno hai sei anni.

Non stupisce che, in contesti degradati come quello in cui si è svolta la vita breve e sfortunata di Fortuna (ma non solo lì), simili modelli allignino e si coniughino con altri fenomeni perversi: quelli per cui l’adulto si rivolge al bambino, al corpo del bambino, perché gli garantisce una sessualità di puro consumo e sopraffazione, lo mette al riparo dalle richieste dell’adulta alla pari, forse persino fa tacere qualsiasi dubbio sulle proprie prestazioni, oltre a essere un feroce esercizio di potere.
Tutti (sotto)prodotti del degrado dei rapporti, della confusione dei ruoli, della problematicità delle relazioni, della fuga dalle responsabilità, della riduzione dell’Altro a oggetto di consumo.
Complici i modelli osceni di successo centrato sul corpo e i suoi allettamenti, i dementi miraggi e messaggi televisivi (ma non solo, non più solo), la mercificazione del sesso.

Il buon Augias leggeva tutto questo, nella foto della povera, piccola Fortuna coi boccoli: molto oltre lei, oltre la sua famiglia sventurata, il suo ambiente colloso e colluso, i segreti del Parco Verde nascosti sotto gli occhi di tutti. Il che non toglie un’oncia alla violenza indicibile di quello che è accaduto al suo corpicino, alla sua anima di bambina, al suo nome lieve e augurale e gonfio di speranze tutte tradite, bucate. Il che non toglie un’oncia alla nostra – e sono certa, anche del vecchio Augias – pietà, al dolore, alla terribile consapevolezza di non capire, non sapere, non rendersi conto degli inferni che i bambini, a volte, devono attraversare. Protetti da niente, dal loro cappuccetto rosso, da qualche nome di cartapesta dorata che luccica, appena prima del buio.

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Yara Gambirasio

Sì, se mai dovessi commettere qualche delitto efferato, per cortesia non chiedete di me ai miei vicini: non sanno quasi nulla di me, come io di loro, e immagino che quel che vedono non sia rassicurante (come capita a me con loro, effettivamente). Sono scorbutica, bizzarra, tendenzialmente rissosa e mostruosamente vendicativa. Allevo gatti, anche non miei (da vecchia voglio fare la gattara), ho opinioni tutte mie sulla proprietà condivisa (che per me non è solo l’androne, il terrazzo e il vano ascensore: riterrei da condividere – e quindi rispettare e proteggere – il buio, il silenzio, l’aria, lo spazio, la luce, il panorama, l’umanità del viversi vicino), ritengo condomini anche la colonia felina che abita negli anfratti dei nostri millesimi, le piante ornamentali, gli alberi di là dal muro di cinta. Trovo innocue le molliche di pane e spaventosi i Suv e i loro cuccioli, le Smart. A volte provo franchi istinti omicidi, è vero, davanti a parcheggi sbruffoni, sgocciolamenti insani, cacche diffuse, abbandono d’immondizie, furti di posta (l’Italia condominiale e veniale, dispettosa e acerrima, tutta una lite meschina). Persino di fronte a babbi natale impiccati, luminarie contundenti, estrinsecazioni da mezzanino in  stile rococò-savastano.

Probabilmente pure io, sorpresa dai microfoni di Studio aperto, non potrei balbettare altro che “Era una brava persona, salutava sempre” se mi chiedessero dell’affumicatore a mezzo scappamento; del maniaco del bricolage che ha una relazione con la sua sparachiodi; del feticista di doberman; della lucidatrice di maniglie; del guardone da parcheggio; del misuratore di fiancate; del concimatore ad uranio impoverito; della friggitrice col grasso di balena; degli scambisti della posta. Tutte bravissime persone (me compresa, ovviamente) che non mi sembrano per nulla normali, viste da vicino (visto da vicino nessuno è normale), e che non sfigurerebbero in una puntata di Criminal Minds, e credo neppure al bar di Star Trek.

Tutta questa premessa per dirvi che io sono terrorizzata, in questi giorni. No, non perché vivo in un Paese in cui si può essere aggrediti e uccisi da un folle per strada: questo credo capiti ovunque c’è un folle che supera la sua personale asticciola, e non c’è rimedio, sociale o politico o psichiatrico, se non dopo che l’esplosione è avvenuta.

Nemmeno perché vivo in un Paese in cui un uomo è talmente ottuso e disumano da credere che l’unico modo per essere libero sia uccidere moglie e figlioletti, invece di fare una cosa normale come divorziare o meno pulita ma ancora plausibile come mettere le mutande in valigia e fuggire. Queste cose accadono, e accadranno fino a che esisteranno imbecilli disumani, in tutto il sistema solare: la stupidità è un moltiplicatore esponenziale della crudeltà, e la stupidità è la cosa più diffusa in natura dopo l’idrogeno.

Meno rassegnata mi sento di fronte a un caso come quello di Yara Gambirasio: la ragazzina lasciata morire in un campo e trovata solo mesi dopo (ma come, non avevano battuto la zona palmo a palmo?); il cui assassino è stato scovato dopo un’analisi del dna di tutta la popolazione del Nord, passando per padre illegittimo e madre omissiva e sorella inconsapevole (che, vi ricordo, non sono colpevoli e non meritavano questa pubblica gogna); la risoluzione del cui caso è stata annunciata urbi et orbi da un ministro dell’Interno oco giulivo in preda ad annuntiatio praecox, tanto da attirarsi le critiche risentite dei magistrati (per tacere del marocchino che ha perso tre anni di vita appresso a un’accusa enorme dovuta alla superficialità degli investigatori e all’asineria di un traduttore).

Meno rassegnata e persuasa ancora sono dal fatto che – puoi essere vittima o carnefice, sospettato o “annunciato speciale” – ci sarà comunque qualcuno che andrà a saccheggiare la tua pagina facebook, cercando di trarre un profilo da Fbi dalle minchiate che, come tutti, avevi condiviso (il velo di Pirlo, la pubblicità della RedBull, gli spaghetti alle vongole, il gattino col fiocco celeste).
Ecco, mi chiedo perché il signor Zuckerberg, che ha fatto una questione personale – e anche una discreta frantumazione di maroni – della privacy, per cui siamo costretti a chiedere a noi stessi se noi stessi abbiamo diritto ad accedere ai dati di noi stessi (per tacere del fatto che, qualche anno fa, a me chiese addirittura la carta d’identità, per provare che “Mangino Brioches” era una persona reale e non un amico immaginario di casa Foster), non si occupi di questo dettaglio, e oggi si trovino praticamente in ogni gallery e su ogni giornale foto di Yara e del suo presunto assassino targate “facebook”, come se fosse il database della Criminalpol.

Per nulla rassegnata sono poi all’ulteriore mietitura di cazzate di cui scrivevo sopra: “Signora, che tipo era la sua vicina?”.
Una brava persona, salutava sempre.

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Tutto comincia con un tweet. Anzi, con tanti tweet. Perché voi lo sapete, amici miei, che la vostra brioscia è bulimica, ma soprattutto crede fermamente che in ogni circostanza in cui una parola può essere detta, allora deve essere detta. O tweettata o feisbuccata. Così mi capitava, spesso e volentieri, seguendo In onda, la trasmissione di Luca Telese – che per inciso era stato il mio direttore quando,con zie, bauli e cappelliere, avevo traslocato dall'”Unità” a “Pubblico” – che m’avvenisse di twettare.

Perché, capite, quando una #Meloni dice che “Il Italia sono successe cose molto strane”, è importante che qualcuno scriva “Sì, e si chiamano centrodestra”. Quando si parla di #guerrachirurgica non puoi fare a meno di ricordare che “L’unica guerra chirurgica mai vinta davvero è quella della Santanchè”. I tweet sono un contrappunto, un monito, un urlo, un controcanto sempre divertente, talora necessario. Spesso i miei tweet finivano in sovrimpressione, come quelli di tanti altri, ma certo con una fidelizzazione impressionante, paragonabile solo a quella di mio nipote con gli episodi di Peppa Pig.

Bene, immaginate la mia sorpresa quando mi contatta uno degli autori del programma: “Ma se ti invitiamo vieni? Dai, è l’ultima puntata, è il tuo premio fedeltà”. Io in trasmissione? E perché mai, chiedo. “Dai, sarà divertente”, elude lui. Beh, questo sì. Ma chi altro ci sarà? “Dai, c’è Roberto D’Agostino“. E lì m’era suonato un campanello d’allarme: il buon Dagospia è risaputamente uno di quei mostri alla Sgarbi, un Cariddi televisivo che a una personcina delicata come me ispira un certo qual terrore. Ma era pur vero che non c’era alcun bisogno di spaventarsi: io, in fondo, avrei avuto la mia piccola particina, senza necessariamente entrare in contatto con lui.
Sbagliatissimo: quando c’è Cariddi, nessun navigante si salva, per quanto lontano cerchi di passare . Errore fondamentale, per una che vive sullo Stretto e i mostri, da Scilla al Ponte di bugie, li conosce tutti da anni.

Eccomi: La7 esiste veramente.

Eccomi: La7 esiste veramente.

È stata ybris, dunque: non dovevo lasciare la mia confortevole nicchia foderata di tweet e status, il mio habitat dove i mostri ci sono, sì, ma sono quelli del parco zoologico della politica: li devi subire comunque, ma almeno stanno dentro il recinto.

Mi raccomando: voglio lo stesso cerone di Berlusconi.  Quello che cancella pure le fedine penali.

Mi raccomando: voglio lo stesso cerone di Berlusconi. Quello che cancella pure le fedine penali.

Vista la differenza?

Vista la differenza?

Invece, dopo una sequenza di cose e persone deliziose (Ilaria e Margherita, le maghe di trucco e parrucco, i tecnici microfonogeni, le ragazze dello staff: la gente che lavora è sempre la migliore, la più seria), un bel saluto di Luca Telese, mi trovo vicino questo soggetto.

Oddio e chi è, Saruman?

Oddio e chi è, Saruman?

Io stavo fotografando tutto, come un giapponese di provincia: la sala trucco, lo studio ancora addormentato, la sedia della Santanchè (che ho spolverato personalmente, come Silvio con Travaglio, perché non si sa mai quali brutte malattie uno può prendere…).

Su questa sedia sedette la Santanchè: l'ho spolverata, non si sa mai... (cit)

Su questa sedia sedette la Santanchè: l’ho spolverata, non si sa mai… (cit)

Sono così gli studi televisivi quando nessuno li guarda.

Sono così gli studi televisivi quando nessuno li guarda.

Nel mio impeto Superquark fotografo anche (chiedendo il permesso) le scarpe di pitone viola con quindici centimetri di punta dell’ospite d’onore. Armi improprie. O forse assolutamente proprie.

Scarpe di pitone (o pitonessa, non so) viola.

Scarpe di pitone (o pitonessa, non so) viola.

Alla mia richiesta di fotografare l’altro oggetto impressionante che aveva portato con sé, un portacellulare con tirapugni, il tipo mi dice “Aho, mo’ hai rotto il cazzo”.

Portacellulare con tirapugni: mai più senza. Specie se intendi la comunicazione come combattimento.

Portacellulare con tirapugni: mai più senza. Specie se intendi la comunicazione come combattimento.

Ok, riconosco che sono stata molesta come un giapponese in viaggio di nozze ai fori romani, ma non mi pare sia il caso di rispondere così. Viene fuori, dalle profondità ottocentesche del mio essere, una cosa del tipo “Non è questo il modo di rivolgersi a una signora…”. Mi guarda come se gli avessi parlato in sanscrito, perché probabilmente è così. Noi giapponesi calabresi di provincia, abituati alle buone maniere e alla gentilezza anche immotivata, siamo sicuramente un popolo a lui incomprensibile. In effetti, anche lui lo è a noi.

E non sono la barba pettinata, i tatuaggi pure sui lobi delle orecchie, la catena che pende dal fianco, le scarpe armate, il tirapugni: quelli sono abiti di scena, provocazioni, la divisa da guru metallaro fashion kitsch attempato. Non è quello, che mi turba. È la sensazione che in lui non sia presente alcuna residua traccia di umanità, nemmeno piccolissima. Come se avessi incontrato il nonno di Voldemort.

Questo è Voldemort. Il nipote.

Questo è Voldemort. Il nipote.

E io, così ottocentesca, provinciale, tutta d’un pezzo. Io così calabrese di provincia, giapponese che continua a combattere nella giungla, credendo nella gentilezza e nell’ironia, anche tagliente ma sempre assolutamente umana, io così convinta che si parla in tv, o si scrive, per testimoniare un’idea, un pensiero, un tentativo di capire, e non solo per celebrare se stessi, io mi trovo senza difese.
Sbagliatissimo. La tv è un trappolone che non risparmia nemmeno chi lo tende: è impossibile entrarci senza restarne coinvolti, presi nel gioco del colosseo, nella schermata playstation in cui ciascuno usa le sue armi e vince uno solo. Purtroppo le mie armi non erano quelle giuste, soprattutto la più giusta di esse: non voler avere le armi, non voler combattere. In tv può vincere davvero solo la diserzione, ora lo so.

Sicché il resto del tempo è una specie di incubo: Draco Malfoy Spia, che credeva di essere ospite unico e one man band della puntata finale (che in effetti si intitolava “Dagoshow” e non poteva esser più chiaro di così),  si trova accanto una blogger sconosciuta, per giunta calabrese (“ti poteva andare peggio” mi sibila, gli rispondo “sì, potevo nascere romana. Potevo nascere maschio”. Penso: “Potevo nascere te”). Che diamine, è chiaro che dovevano sedergli vicino quantomeno Lady Gaga.

E così, senza un brandello di talento, un briciolo di passione, una traccia di cuore e intelletto,  il nonno di Voldemort pontifica, vaticina, delinea scenari d’apocalisse. Napolitano, Renzi, Berlusconi. Le banche, la finanza, i poteri occulti. L’Italia è morta, l’Europa è in coma, l’America ha chiuso. Ai Voldemort piacciono le macerie: loro vengono bene, in foto, tra le rovine. Le Costa Concordia coricate un un fianco sono sempre più belle, per loro, di qualunque nave ben salda in mare, anche piccola. Cerca di riempire tutto lo spazio possibile, il nonno di Voldemort. I suoi horcrux – il tirapugni, le scarpe rostrate – scintillano debolmente nella luce buia dello studio. L’Ego satura l’ambiente, senza che lo stesso Telese faccia nulla: è il suo stile di conduttore, mettere tutti assieme nell’arena e vedere che succede. I talk sono solo una forma di reality. Io mi sento totalmente fuori posto, un cestino di criceti nella gabbia dell’anaconda.
I riferimenti alle mie zie, archetipi viventi del rispetto eppure della diversità, della politica senza usufrutto e della condotta senza spettacolo, disgustano il nonno di Voldemort. Le parole “bellezza, luce, speranza, ideali” gli fanno l’effetto che fa l’aglio a Sallusti, l’effetto che fa la giustizia a Berlusconi.

Sto per pronunciare la parola "speranza". Quasi Avada Kedavra

Sto per pronunciare la parola “speranza”. Quasi Avada Kedavra

Quando – e lo so, sono più Luna Lovegood che Harry Potter, e mi sta benissimo – dico che non si può chiudere così l’ultima puntata d’una lunga serie di trasmissioni-narrazioni, senza un raggio di speranza, una parola di bellezza, mi dice “retorica da quattro soldi”.

Sì, lui il sanscrito non lo capirà mai.

(link alla puntata in Inonda del 7 settembre 2013:  http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50360782 )

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